01/02/2026
Condivido pienamente. In contesti conflittuali questi comportamenti non andrebbero letti come rifiuto o manipolazione, ma come segnali di stress e difficoltà di regolazione nel passaggio tra i genitori. Attribuire intenzionalità adulta al disagio del bambino rischia di aumentare il conflitto invece di contenerlo, con effetti realmente pregiudizievoli sulla relazione.
“VOGLIO MAMMA!” “VOGLIO
PAPÀ!”
Spesso mi viene chiesto come spiegare questo tipo di scenario, soprattutto nelle cause che riguardano CTU e competenza genitoriale.
Molti genitori, di fronte al rifiuto del bambino o a comportamenti di forte attivazione emotiva al rientro a casa, si convincono che questo rappresenti la prova di un’attività manipolatoria e pregiudizievole messa in atto dall’altro genitore.
In realtà, non è necessariamente così.
Molto spesso questi comportamenti non hanno nulla a che fare con l’indottrinamento, ma rappresentano modalità di regolazione dello stress legate alla difficoltà del bambino di gestire la tensione emotiva del passaggio da un genitore all’altro, soprattutto in contesti conflittuali.
Leggerli automaticamente come atti di manipolazione significa fraintendere il linguaggio emotivo del minore e rischia di creare, paradossalmente, un pregiudizio proprio nel rapporto che si vorrebbe tutelare.
Il dondolamento, in particolare, è un comportamento auto-consolatorio che emerge quando:
• l’emozione è troppo intensa,
• l’ambiente non riesce a contenere lo stato interno,
• il bambino cerca da solo una regolazione corporea.
È un segnale di stress elevato, non patologico di per sé, ma clinicamente significativo se inserito nel contesto che descrivi
L’errore più grave del genitore
L’errore non è preoccuparsi.
L’errore è trasformare il comportamento del bambino in una prova accusatoria contro l’altro genitore.
Quando il genitore pensa:
“Se mi rifiuta è perché l’altro lo manipola”
sta facendo tre cose pericolose:
1. Attribuisce intenzionalità adulta a un comportamento infantile
2. Trasforma il disagio del bambino in arma relazionale
3. Cristallizza il conflitto, invece di contenerlo
E questo sì, nel tempo, diventa pregiudizievole.
La domanda corretta non è:
“Chi lo ha messo contro chi?”
Ma:
• Che livello di stress vive il bambino nei passaggi?
• Che capacità di regolazione ha?
• Che spazio di decompressione gli viene concesso?
• Come reagisce l’adulto al suo disagio: lo contiene o lo interpreta come attacco?
Il bambino che rifiuta, che piange, che dondola:
• non sta scegliendo un genitore,
• non sta accusando l’altro,
• sta cercando di sopravvivere emotivamente a una tensione che non ha creato.
Quando l’adulto riesce a leggere questo, il sintomo si riduce.
Quando l’adulto lo strumentalizza, il sintomo si struttura.
Ed è lì che nascono i veri danni relazionali.