Nicolò Palazzo Psicologo

Nicolò Palazzo Psicologo Psicologo specializzando in psicoterapia ad orientamento costruttivista-ermeneutico. Psicologo on-line presso Unobravo.

In questo periodo dell'anno che molti di noi possono vivere con difficoltà, possa questa testimonianza ricordarci che c'...
31/12/2021

In questo periodo dell'anno che molti di noi possono vivere con difficoltà, possa questa testimonianza ricordarci che c'è sempre spazio e tempo per un nuovo inizio.

P.S. dati i messaggi ricevuti, mi sento di precisare che non sono io l'autore di questo scritto. Si tratta di un'opera dell'autore di Non è successo niente, già da tempo collaboratore della pagina Ordine Psicologhe e Psicologi del Veneto.

Per l'ultimo giorno dell'anno Nicolò ci fa dono del suo racconto più intimo.
Con coraggio n**o davanti allo specchio riflette sulla fine, sull'inizio e sui bivi che ognuno di noi può incontrare sul cammino. A chiunque si trovi oggi avvolto dal dolore, possa il suo racconto arrivare come uno sguardo fraterno, amico, che allevia la solitudine fino a domani, all'alba di uno dei tanti inizi possibili.
Non è successo niente

Quando avevo ventidue anni ho provato a suicidarmi.
Aspettate, m’hanno detto di farla divertente.
Un uomo entra in un caffè, quando aveva ventidue anni ha provato a suicidarsi.
Ci ho provato perché, in quel periodo, ero assolutamente convinto fosse la cosa migliore per me.
Di questa faccenda ne ho accennato ogni tanto nelle mie storielle, ma concretamente nessuno sa niente.
Mia madre, per esempio, lo legge qua, ora, sulla pagina Facebook dell’Ordine delle Psicologhe e degli Psicologi del Veneto. La cosa, immagino, renderà assai particolare il resto della giornata.

Insomma, ho ventidue anni e decido che voglio farla finita. Tanta gente che s’ammazza lo fa d’istinto, magari ce l’ha dentro da un po’, un giorno vede un Frecciarossa che gli ispira e supera la linea gialla. Altri pianificano, progettano, si titillano col pensiero per mesi, anni, come se dovessero decidere quale friggitrice ad aria comprare o se rifare o no il pavimento della cucina.
Io, per forza di cose, l’ho dovuto pianificare.
Vedete, essendo figlio di un certo tipo di giochi di ruolo sono una persona fortemente restia a prendere decisioni importanti senza prima aver vagliato tutte le opportunità a mia disposizione. Perciò ho fatto quello che avrei fatto se avessi dovuto comprare la friggitrice: un bel giro su internet.
Ci sono un sacco di siti (soprattutto in inglese) che spiegano in modo esaurientemente grottesco come ammazzarsi senza dolore. Dal tagliarsi le vene al monossido di carbonio fino al numero di caffè al giorno necessari per ridare l’anima (per un uomo sono 156), la questione della morte autoindotta è esaminata da ogni prospettiva. Ne risultano tante piccole smartbox esperienziali ricche di consigli e opzioni per il trapasso.

Dopo averle vagliate attentamente, quella che mi creava meno turbamento e imbarazzo, e che soprattutto richiedeva il minor numero di seccature per essere messa in atto, era l’impiccamento.
Sorgeva un problema. Io sono un metro e novantasette d’altezza e il soffitto di casa si è rivelato decisamente inadeguato alle mie esigenze su***de. L’idea di approfittare con una scusa della casa di amici o parenti mi sembrava, al pari di usarne il bagno per sfogare una lunga stitichezza, poco educato.
Qui nel testo originale c’era tutta una sezione in cui, partendo da una spedizione al Bricocenter, spiegavo in una dettagliata sequenza alla Ocean’s Eleven le modalità e i passaggi con cui ho messo in atto il mio tentativo di suicidio. Visto che non sono un irresponsabile id**ta egoriferito solo nella vita, ma anche sulla carta, quando ho scritto questa parte ho allegramente ignorato l’eventualità che ciò potesse dare adito a tentativi d’imitazione. Spesso quello che basta è una spinta o uno spunto. E io uno spunto non lo voglio dare. Perciò glissiamo. Vi basti sapere che si trattava di una modalità che negli anni ho scoperto, con un certo imbarazzo, essere pratica autoerotica diffusa. Per qualche strano motivo (e per mamma) sento di dover specificare che non era questo il caso.

Insomma se hai fatto tutto Nicolò, com’è che sei qui a farci il pippotto gramelloso invece che star lassù a insegnare agli angeli come perdere il dono della sintesi?
Perché ho avuto paura. Paura da pisciarmi addosso. Paura di morire, paura del dolore, paura di lasciarmi andare, non saprei. Fatto sta che mi son tolto tutto, ho vomitato niente, sono uscito di casa e, per ragioni che al momento mi sfuggono ma sicuramente legate a un concetto piuttosto distorto di arma del delitto, sono andato a buttare tutta l’attrezzatura in un cestino a sei chilometri di distanza. Non ci ho più riprovato, ma ci ho pensato spesso. Fine.

Ora, voi giustamente mi direte: sottospecie di emo bagonghi, perché devi rovinarci l’ultimo dell’anno? Non potevi inventarti una storiella scema su uno psicologo petomane che poi ce ne andavamo tutti allegri al cenone?
Chiariamoci, ho cercato di raccontarla nel modo più demenziale possibile. L’ultima cosa che voglio è che parta la musichetta di Masterchef quando si scopre che quello che sta cucinando i cappelletti in brodo ha la sindrome di Guillain-Barré costringendovi di conseguenza a strizzare fuori un po’ di lacrime. Mi piacerebbe, invece, approfittare dell’ultimo post dell’anno per provare a fare in extremis un discorso serio.
Un discorso sulla fine, sull’inizio e sullo stare bene.

Io non so perché la gente s’ammazza. Conosco le motivazioni dietro al mio tentativo e non so dire se, a distanza di anni, siano o meno risibili. Nonostante tutto credo che, indipendentemente dal giudizio che si vuole dare a un gesto del genere, niente giustifica e mai giustificherà lo st***zo che batte il piede e si lamenta per il ritardo del treno o la metro bloccata.
I motivi dietro un suicidio sono infiniti, ma credo che molti abbiano a che fare con le fini, con gli inizi e con una vaga presa di coscienza che ci arriva piano piano mentre diventiamo adulti, cioè:
stare bene non è la nostra condizione naturale.
Non so come, ma nella testa di molti si forma questa strana idea secondo cui la serenità e l’equilibrio sono la nostra configurazione di base, l’assetto con cui usciamo dalla confezione. Di conseguenza, se stare bene è la prassi, stare male diventa un’anomalia, una disfunzione, qualcosa che ci fa scivolare via dai binari della normalità lasciandoci soli e sbagliati.
In un mondo dove tutti sono invitati costantemente a dimostrare funzionalità e armonia, è facile che il nostro dolore non solo ci faccia sentire scollegati dal resto, ma diventi una vergogna da tenere segreta.
Insomma, per la maggior parte delle persone stare bene è un traguardo da raggiungere quotidianamente, una montagna che viene scalata ogni giorno nella speranza di arrivare più vicini possibile alla vetta senza esaurire l’ossigeno.

Quindi? Quindi domani è l’anno nuovo e noi siamo tutti qui gonfi di ansie, paure, rimpianti, ma pure di gioie e soddisfazioni, ci mancherebbe. Ecco, in bilico tra fine e inizio (o inizio e fine), io volevo solo ricordarvi che avete il diritto di stare male, di avere paura, di non farcela più, di cambiare idea su voi stessi e sul mondo. Volevo ricordarvi che il dolore non è una questione personale, che quelli che vi dicono che la vita è una magica avventura al sapore di pistacchio sono stupidi o in malafede, e che tutti i vostri abissi sono giustificati. Volevo ricordarvi, infine, che lì fuori troverete quasi sempre aiuto, e che vale la pena cercarlo.
Augurarvi un anno felice mi sembrerebbe un po’ in contraddizione col pi***ne di cui sopra, perciò ve ne auguro uno che tenga il vostro passo, che vi permetta di rallentare, fermarvi e ricominciare.
E se non va così, vi auguro di poterlo cambiare.

Aggiornamento dell’ultima ora:
pare che il bonus psicologo previsto nella nuova legge di bilancio non sia passato in favore di altri ritenuti più importanti. Perciò, in futuro, cercare quell’aiuto sarà un po’ più difficile.
Quindi se un domani sentite di non farcela più, di essere soli, pesanti, in equilibrio su un vuoto senza fondo, ascoltate il mio consiglio: compratevi un monopattino.

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27/08/2021

Il mio nuovo articolo sull'autenticità in adolescenza affronta le difficoltà che questo compito evolutivo ha per i giovani di oggi, cercando di individuare dove e come è possibile fornire aiuto e supporto in questa sfida:

"Non è facile fornire supporto in questo processo, specialmente per i genitori: la fluttuazione nelle espressioni dell’identità personale può spiazzare e lasciare disorientate le persone che conosco l’adolescente da molto tempo. Proprio per questo diventa importante la capacità di accogliere questi cambiamenti, evitando il giudizio (già pervasivo nell’esperienza dell’adolescente) e tenendo a mente che quelli che possono sembrare cambiamenti improvvisi sono spesso il risultato di una precedente elaborazione più profonda, che solo in quel momento sta trovando espressione".

L’autenticità costituisce uno dei temi maggiormente presenti nei media e nella cultura odierni, e si esprime in vari aspetti della vita quotidiana, dal come ci presentiamo in pubblico al cosa compr…

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09/08/2021

Uno degli slogan più diffusi sui social è “be yourself”, “sii te stesso”, un invito a mostrarsi e ad agire senza falsità e senza doppi fini. Veniamo chiamati a far uscire il nostro sé più autentico dalla sfera della vita privata e a metterlo in gioco in ogni ambito della nostra vita. L’autenticità diventa un tema centrale, specialmente nella realtà dei social network. Questa tematica diventa ancora più significativa nel corso dell’adolescenza, durante la quale la persona comincia sempre più a prendere personalmente le scelte che definiranno chi è e chi vuole diventare. Cosa accade però quando il significato dell’autenticità comincia a farsi confuso e mutevole? Come può l’adolescente affrontare questa sfida quando l’obiettivo da raggiungere sembra cambiare giorno dopo giorno?

Il rapporto fra autenticità ed adolescenza nella contemporaneità sarà l’argomento che affronterò nel mio prossimo articolo.
In foto: una scena tratta da Bojack Horseman – un esempio di cosa può accadere quando la sfida dell’autenticità ci appare insormontabile.

Cosa succede quando non riusciamo a raggiungere un equilibrio nella relazione fra noi e una persona per noi significativ...
23/07/2021

Cosa succede quando non riusciamo a raggiungere un equilibrio nella relazione fra noi e una persona per noi significativa?
I percorsi di riconoscimento incompleto ci mostrano come ognuno di noi cerchi di raggiungere un adattamento nelle relazioni quando riconoscersi reciprocamente non risulta possibile.

Come abbiamo visto nel precedente articolo, l’evoluzione dei percorsi di riconoscimento si sviluppa nella ricerca di un equilibrio nella relazione con le figure genitoriali, oscillando fra du…

La capacità negativa, la presenza e il silenzioIn una lettera ai fratelli del 1817, il giovane poeta inglese John Keats ...
01/04/2021

La capacità negativa, la presenza e il silenzio

In una lettera ai fratelli del 1817, il giovane poeta inglese John Keats descrive quello che ritiene essere il tratto distintivo del vero artista come la capacità di stare in mezzo all'incertezza, al mistero e al dubbio senza farsi travolgere dal bisogno di trovare una spiegazione o una definizione. Questa capacità viene indicata dall'autore con l'espressione "capacità negativa": sulla labile linea fra conoscenza e ignoto, il poeta che si immerge nell'esperienza estetica può cogliere orizzonti di senso che sfuggono al tentativo di essere analizzati. Pur non rifiutando i concetti e le narrazioni attraverso cui diamo senso a ciò che ci circonda, questa capacità intuitiva ci mostra un modo alternativo di approcciarci all'esperienza, una modalità che permette di far spazio e accogliere la novità e l'imprevisto. Essa permette inoltre di mettere a n**o la struttura essenziale di ogni esperienza, quel residuo che "resiste" ad ogni incredulità e dubbio e che costituisce il campo di indagine della fenomenologia.

Questa capacità negativa non è solo un utile strumento per far fronte al senso di smarrimento che prima o poi visita la vita di ognuno di noi, ma rappresenta un momento indispensabile di ogni processo creativo. Il pittore Pablo Picasso è stato uno dei più lucidi sostenitori di questo approccio, impegnandosi per anni a decostruire quanto aveva imparato dell'arte pittorica per tornare a vedere e a dipingere "come un bambino". Nella prospettiva costruttivista, il ciclo della creatività ha inizio con una "sfocatura" delle dimensioni di senso a cui l'individuo fa ricorso (allentamento), per poter permettere la costruzione di nuovi significati.

Il punto di partenza di questo approccio è la capacità di prestare attenzione alla totalità della propria esperienza presente. Evitando le facili massime sul "vivere nel presente" (spesso separato forzatamente dal passato e dal futuro che sono parte integrante dei suoi orizzonti), la capacità negativa ci invita ad accogliere ogni aspetto della nostra esperienza, da un lato permettendo di cogliere dettagli che normalmente sfuggono al nostro sguardo (su noi stessi, sulle situazioni in cui ci troviamo, sulle persone che ci circondano ecc.) e dall'altro portandoci ad un vissuto più vivido, che ci faccia sentire connessi in un modo più autentico a ciò che ci sta accadendo. Nel video allegato, il comico americano Louis C.K. racconta come l'accogliere un'esperienza travolgente di solitudine e tristezza lo abbia portato non solo a sentire gratitudine per quell'avvenimento, ma a provare un profondo senso di felicità per la bellezza di quel vissuto:

"siccome non vogliamo quel primo pezzetto di tristezza, lo spingiamo via [...] (così) non ti senti mai né completamente triste né completamente felice, ti senti solo vagamente soddisfatto del tuo prodotto".

Questo essere presenti e accoglienti può sembrare qualcosa di scontato e tutto sommato semplice, ma ci presenta una delle sfide per noi più difficili: la sfida dell'essere presenti, di non sfuggire a ciò che ci fa soffrire e di non inseguire ciò che ci fa stare bene, attuando quell'atteggiamento non giudicante che è uno dei pilastri della pratica mindfulness. "Stare lì", in un silenzio che non è passiva assenza di parole, ma un'apertura che ci guida a muoverci in direzioni che forse non avevamo neanche mai immaginato che potessero esistere.

Louis CK goes where few comics dare to tread... what if we actually felt our feelings?

Essere riconosciuti nella nostra singolarità è un'esperienza fondamentale in ogni relazione per noi significativa. Quest...
24/03/2021

Essere riconosciuti nella nostra singolarità è un'esperienza fondamentale in ogni relazione per noi significativa. Questo riconoscimento non è però qualcosa di fortuito, di cui possiamo fare a meno, ma la base stessa sulla quale costruiamo la nostra identità, fin dalla più tenera infanzia.

Un'introduzione ai "percorsi di riconoscimento" di Gabriele Chiari.

Nell’ultima riflessione abbiamo iniziato a esplorare il ruolo che la relazione ha per il benessere della persona ed il suo sviluppo psicologico. Tema ricorrente in psicologia fin dai suoi inizi, gi…

In questo intervento Robert Waldinger riporta i risultati dell'Harvard Study of Adult Development, uno studio longitudin...
17/03/2021

In questo intervento Robert Waldinger riporta i risultati dell'Harvard Study of Adult Development, uno studio longitudinale sull'età adulta iniziato nel 1938 e tutt'oggi in corso. In questa indagine, che rappresenta una delle ricerche longitudinali più longeve mai realizzate, gli studiosi hanno considerato l'effetto che diverse variabili hanno sulla qualità di vita dei partecipanti. In altre parole, hanno cercato di rispondere alla domanda: "cosa contribuisce ad una vita felice?"
Di tutte le variabili considerate, la disponibilità di relazioni significative è risultata la più importante, superando reddito, status sociale e notorietà. Ad essere importante non è però il numero delle relazioni stabilite, ma la loro qualità:

"Risulta che vivere in mezzo ai conflitti è molto nocivo per la nostra salute. I matrimoni molto litigiosi, ad esempio, senza abbastanza affetto, risultano essere nocivi per la salute, forse più di un divorzio. Vivere circondati di buone relazioni calorose, è protettivo. [...] Le persone più soddisfatte delle loro relazioni a 50 anni erano le più in salute ad 80 anni. Buone relazioni intime sembrano proteggerci dagli acciacchi della vecchiaia. I nostri uomini e donne più felici della loro vita di coppia ci hanno detto, a 80 anni, che nei giorni di maggiore dolore fisico il loro umore si è mantenuto positivo. Invece alle persone con relazioni infelici, nei giorni più difficili, il dolore è sembrato più forte, ingigantito dal dolore emotivo"

https://www.youtube.com/watch?v=8KkKuTCFvzI&t=28s&ab_channel=TED
(dopo aver attivato i sottotitoli in italiano, consiglio di vedere il video a tutto schermo)

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Rinnovare il contatto con la natura non è benefico solo per la singola persona, ma può essere uno strumento prezioso per...
02/03/2021

Rinnovare il contatto con la natura non è benefico solo per la singola persona, ma può essere uno strumento prezioso per sentire con maggiore intensità le nostre relazioni e il nostro legame con il mondo che ci circonda.
Ne parla il professore Byerly in questo interessante articolo:

"La ricerca psicologica rivela sempre più che le esperienze di stupore [o timore reverenziale, in inglese “awe”] in natura aumentano sia il nostro senso di connessione con gli altri che quello di realizzazione spirituale. […] Lo stupore è un’emozione potente, provata tipicamente in presenza di qualcosa di grande o vasto. I ricercatori si riferiscono allo stupore come ad un’emozione “epistemica” poiché il tipo di oggetti che lo inducono sono ricchi di informazioni: il che significa che lo stupore spesso mette in discussione l’attuale comprensione che una persona ha delle cose e stimola la ricerca di spiegazioni sia scientifiche che religiose. […]

Qualunque sia l’origine evolutiva dello stupore, la ricerca mostra che oggi esso si associa sia ad una trasformazione personale che al soddisfacimento spirituale. Persone con una forte tendenza a provare stupore vengono valutate dai propri amici come più umili, esibiscono comportamenti più generosi e tendono ad essere maggiormente d’aiuto nei confronti delle altre persone. Quando lo stupore è indotto sperimentalmente, come quando si portano i partecipanti di uno studio in un bosco d’alberi imponenti, le persone sono portate a presentare un resoconto più equilibrato delle proprie forze e delle proprie debolezze, esibiscono più comportamenti di supporto che d'aggressione verso il prossimo e sono meno disposte a tollerare esperienze spiacevoli con lo scopo di conseguire un guadagno economico.

Potrebbe apparire sorprendente che lo stupore abbia questi importanti effetti sociali […]
La principale spiegazione di come lo stupore induca questi effetti sociali riguarda il ‘piccolo sé’. Quando siamo stupiti, tendiamo a vederci come più piccoli e il mondo intorno a noi come più grande. Ciò può essere letterale: le persone che provano stupore giudicano il proprio corpo come di dimensioni minori. Ma può essere anche in senso metaforico: il sé e le sue preoccupazioni sono meno salienti, mentre il mondo al di là di sé diventa più significativo.

Cruciale è il fatto che nello stupore vediamo questo piccolo sé come maggiormente connesso al più ampio mondo. Le persone che provano stupore sentono se stesse come parte di un’ “entità più grande”. Riportano anche un maggiore senso di connessione con i gruppi a cui appartengono, alla loro nazione e alla loro specie. Le esperienze di stupore inducono un maggiore senso di unione con gli altri e con i propri amici, e fanno sentire le persone più integrate nelle proprie comunità. Gli astronauti che provano stupore durante i voli spaziali riportano un maggiore senso di connessione sia con le altre persone che con la Terra in generale. In questo senso, si fa riferimento allo stupore come come ad un’emozione che ‘trascende il sé’: quando lo incontriamo, trascendiamo noi stessi facendo esperienza del nostro piccolo sé come connesso ad una più ampia totalità."

Experiencing awe in nature can transform our sense of connectedness to other people and help maintain a spiritual vitality

Quando sentiamo parlare di come il nostro approccio personale cambi la percezione del mondo siamo soliti pensare che la ...
22/02/2021

Quando sentiamo parlare di come il nostro approccio personale cambi la percezione del mondo siamo soliti pensare che la cosa riguardi il modo in cui valutiamo e reagiamo agli eventi esterni.
Quando però consideriamo i disturbi legati all'ansia, come il disturbo da attacco di panico, possiamo vedere che anche realtà "oggettive" , come lo spazio e il tempo, cambiano in modo profondo con il nostro stato psicologico.
A volte per tornare a respirare è necessario costruire una nuova prospettiva da cui guardare la nostra vita.

In che modo l'orientamento al futuro può influire sulla presenza di quadri psicopatologici quali disturbi d'ansia, panico e rimuginio?

Indirizzo

Via Pietro Maroncelli, 73
Padua
35129

Sito Web

https://www.miodottore.it/z/p3X3Qv

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