Il Gioco del Mondo - Marta Torelli Psicologa Psicoterapeuta

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Il Gioco del Mondo - Marta Torelli Psicologa Psicoterapeuta Il gioco del mondo è il gioco della vita, la pratica della fantasia.

Mi chiamo Marta Torelli, sono una psicologa clinica con una formazione dinamica e psicoanalitica, iscritta all’Ordine degli Psicologi del Veneto. Svolgo l’attività clinica presso il mio studio di Padova e online, lavorando principalmente con adulti e adolescenti, attraverso consulenze e percorsi psicoterapeutici. La mia formazione si sviluppa nel pensiero psicoanalitico, approccio che definisce e da forma al mio modo di pensare e leggere ciò che accade. Dopo la laurea e l'abilitazione all'esercizio della professione, ho portato a termine il percorso di formazione in psicoterapia psicoanalitica presso la scuola COIRAG di Padova, scuola di specializzazione focalizzata sulla psicoterapia ad orientamento psicoanalitico individuale, terapia di gruppo e istituzionale; continuo, ad oggi, a frequentare convegni e seminari per un aggiornamento professionale e personale, nell'ottica di una formazione continua e mai statica o "conclusa". Ho portato avanti per alcuni anni l'attività clinica presso l'Ambulatorio di Consultazione e Psicoterapia Psicoanalitica, afferente alla Clinica Psichiatrica dell'Azienda Ospedaliera di Padova, e collaborato come psicologa presso il Servizio Psichiatrico Diagnosi e Cura di Treviso, attraverso la conduzione di gruppi di psicoterapia e colloqui individuali. La mia attività privata nasce parallelamente a tutto questo ed è pensato come uno spazio d'ascolto che nasce dal gioco, inteso come uno spazio creativo, dall'idea di creare un luogo dove provare, insieme, a giocare... con le parole, con la mente, con le idee. La sofferenza psichica ingabbia, immobilizza, rimpicciolisce l'esperienza che facciamo del mondo, rendendoci incapaci di giocare e, quindi, di immaginare. Cerchiamo allora, insieme, nuove parole per raccontare la vostra storia e aprire a nuove prospettive.

Vedere un essere umano per intero è una cosa complessa, e un’acquisizione evolutiva per nulla garantita. Vedere un esser...
07/06/2023

Vedere un essere umano per intero è una cosa complessa, e un’acquisizione evolutiva per nulla garantita. Vedere un essere umano per intero vuol dire vederlo al di là di noi, cioè concepirlo come un vivente distinto, che si muove nel mondo trascinando con sé la sua storia, diversa dalla nostra ma ugualmente importante, arrabattandosi come può tra piaceri e dispiaceri, bisogni e desideri per noi talvolta alieni, eppure non meno veri.
Senza scomodare la psicopatologia, è un affare difficile per tutti, perché ci obbliga a fare i conti col diverso. Finiamo a volte per scomporre gli altri in pezzettini. Per scomporci, in pezzettini. Perdiamo la visione d’insieme perché i nostri piedi sono intrappolati nelle Paludi della Tristezza ed è l’unica via. In quei momenti, l’altro diventa un quadrato, o un cerchio, una forma insomma piatta e immutabile che esiste in funzione di ciò che ci suscita dentro. Anche noi, in quei momenti, siamo piatti e bidimensionali come la geometria che ci annoiava a scuola. Qui le relazioni diventano tremende, una lotta cieca in un ring spietato, perché abbiamo perso la capacità di vedere l’altro al di là di ciò che ci serve vedere.

L’alternativa possibile è faticosa in un altro modo, ma trasforma la lotta in un conflitto, e il conflitto può essere roba sana. Richiede di cambiare posizione, e per cambiare posizione dobbiamo comprendere cosa ci muove, cosa ci tiene fermi, che cos’è che succede quando trasformiamo l’altro nello specchio delle nostre proiezioni e smettiamo di vederlo come qualcosa che esiste oltre noi.

La psicoterapia mi ha insegnato a complessificare, che vuol dire, secondo me, soprattutto ampliare la prospettiva, tenere in mente che più cose sono vere contemporaneamente, che vero e falso, giusto e sbagliato non esistono, così come qualsiasi altro assolutismo che annulla le nostre bizzarre autentiche individualità.

Dobbiamo imparare a guardarci interi. A vedere delle sfere, o dei cubi, insomma un mondo dove muoverci tra più dimensioni, e allora possiamo rotolare, o scalare, arrampicarci e saltare… Da interi ci assomigliamo tutti, nel cuore delle cose, e anche se abbiamo forme tanto diverse, va bene così.

Sono qui, ma non ho bisogno di niente.Forse sono qui per colpa del mondo, e perché non riesco a dire che mi sembra una s...
29/04/2023

Sono qui, ma non ho bisogno di niente.
Forse sono qui per colpa del mondo, e perché non riesco a dire che mi sembra una scarpa troppo stretta, o sono io, scaricato da un pianeta lontano, che non è questo che oggi calpesto amareggiato.
Ho così bisogno di tutto, perché sono nata sotto a un imperativo che mi voleva già grande, e bisognosa di nulla.
Non piango, ho paura che se lo facessi tutto dentro di me e intorno a me diventerebbe lacrima e saremmo trascinati via dalla corrente.
Piango spesso, per il dolore ma anche per il piacere di percepire il contatto con qualcosa che mi contiene; le mie lacrime riempiono un vaso, non annegano il mondo.
Ignoro il mio passato, mi staglio su questo mio presente eterno e non proietto alcuna ombra ai miei piedi; mi sento invincibile e così solo.
Il mio passato occupa così tanto di me che non è rimasto spazio, per me. Riesco a vedere la linea del tempo, la storia che mi ha generato, di cui tuttavia a volte vorrei disfarmi, in una sorta di decluttering mentale.
Ho così tante forme, sono ogni cosa e il suo contrario. Eppure, in qualsiasi forma mi presenti, pongo senza pronunciarla l’unica domanda che in fondo poniamo tutti, che è una domanda sull'amore.
Sul poco amore, sul troppo amore, sull’amore storto, sull’amore silenzioso, sull’amore che si mostra intimo e sull’amore che si nasconde. Quello che come un nettare ci nutre di buono finché quel buono possa ve**re da noi come qualcosa di nuovo. Quello per noi stessi, quando riusciamo a sentirci reali. Quello per l’altro, quando possiamo accettarlo reale. La verità sull'amore nella nostra storia, quello ricevuto e quello dato, l'unica verità che conta, che come ogni verità non è mai totale ma sempre individuale e comunque, in ogni caso, assoluta.

(Quanto amore valgo?)

C'è una solitudine che non ha nulla a che fare col mondo ma tutto a che fare con la nostra condizione interna - ma così ...
18/04/2023

C'è una solitudine che non ha nulla a che fare col mondo ma tutto a che fare con la nostra condizione interna - ma così interna da essere sconcertante, nei momenti in cui ci guardiamo intorno e riusciamo a riconocere volti, ascoltare parole, sentire la tenerezza di una mano vicina, senza che nulla di tutto questo sappia regalare vita a un silenzio che viene da più lontano.
Questa solitudine è uno stato dell'essere quando è mancato un pezzo costitutivo.
Ogni volta che ci penso mi viene in mente la questione dell'arto fantasma, e mi immagino che, molto spesso, quando proviamo quella cosa che chiamiamo solitudine, stiamo sentendo dolore in un luogo dove dovrebbe esserci qualcosa che non c'è stato. In quel frattempo, mentre diventavamo grandi, il nostro corpo ha fatto in modo di compensare, la nostra mente plastica si è adattata alla forma dell'assenza, tanto da farci credere, per la maggior parte del tempo, che nulla sia mancato, o che, se non c'è stato, non ci ha impedito poi così tanto. Non ci ha impedito poi così tanto di vivere...e allora perché questo silenzio?
Questa solitudine è come la sensazione indefinita ma inattaccabile di essere privati del nucleo vitale dell'esistenza, di quel motore che si trova da qualche parte al centro di noi stessi grazie al quale possiamo sentire la vita che scorre, come un fiume, talvolta una cascata, pure come la corrente del mare, che esiste anche quando non la vedi.
È una solitudine che nasce da tante solitudini di altri, che venivano prima di noi, da un ciclo di vincoli inviolabili che hanno reso impossibile a quel bambino, ed evidentemente a molti altri prima di lui, di essere naturalmente ciò che desiderava essere, riconosciuto nei suoi bisogni, rispettato nei suoi sentimenti.
È una solitudine che può essere compresa soltanto quando trova un luogo dove essere guardata, un luogo caldo dove i bisogni ritrovano voce e si esercita il rispetto dei sentimenti, un luogo dove si può giocare a scoprire chi siamo, dietro quello che siamo diventati, e dove la danza dell'essere in due, poi a volte in uno, e poi di nuovo in due, spezza la catena del silenzio.
Allora potremo anche essere soli, talvolta, ma mai davvero, dentro.

Quest’anno con Asvegra il pensiero va alle difficoltà evolutive su cui la clinica di bambini e adolescenti ci porta a in...
18/04/2023

Quest’anno con Asvegra il pensiero va alle difficoltà evolutive su cui la clinica di bambini e adolescenti ci porta a interrogarci.

Nel secondo seminario ci sarà inoltre la possibilità di affrontare una questione ormai tanto popolare quanto sfortunatamente ancora poco pensata e dibattuta nei “luoghi ufficiali” della nostra comunità professionale.
Cosa vuol dire per un terapeuta oggi essere sui social, che cosa comporta? Quali aspetti sono in gioco? Quali rischi si può pensare di correre, quali evitare?

Le domande sono tante, ma bisogna iniziare a pensarci.

Sito di AsVeGra Associazione Veneta per la Ricerca e la Formazione in Psicoterapia Analitica di Gruppo e Analisi Istituzionale

05/04/2023

SOGNO, GIOCO E GRUPPO | Seminari introduttivi allo PSICODRAMMA ANALITICO

🟡 13/5 • h 9.30 - 13.30 - Milano, c/o Padri Somaschi, P.zza XXV
Aprile 2
🟡 23/9 • h 9.30 - 13.30 - Milano, c/o Padri Somaschi, P.zza XXV
Aprile 2
🟡 26/11 • h 9.30 - 13.30 - Milano, Coirag, V.le Gran Sasso 22

ISCRIZIONI 👉 www.sipsapsicodramma.org/

LOCANDINA COMPLETA
coirag.org/web/wp-content/uploads/locandine/ev-2023.05.13-sogno-gioco-gruppo-ciclo-sipsa.pdf

Tre incontri con lo psicodramma analitico, un’esperienza in cui il mondo onirico individuale intercetta e si fa tramite di un sentire comune nel qui e ora della scena giocata nel gruppo.

Durante la prima giornata seguiremo il vertice del sogno che si rappresenta sulla scena, un modo di giocare con lo psicodramma analitico. Durante la seconda giornata approfondiremo il gioco, elemento caratterizzante del dispositivo psicodrammatico.
Nell’ultimo incontro il gruppo sarà il focus di lavoro.

A cura di Società Italiana Psicodramma Analitico

Come dire, di tutta questa vita?Questa vita di incontri e di scontri - che poi son sempre incontri - di incomprensioni e...
30/03/2023

Come dire, di tutta questa vita?
Questa vita di incontri e di scontri - che poi son sempre incontri - di incomprensioni e tentativi, di coraggio e di esserci, noi presenti a noi stessi e al mondo, ma anche di noi lontani da noi alla ricerca di noi e di qualcos'altro che non afferriamo mai, o quasi, a volte riusciamo quasi a toccarlo ed è incredibile, finché svanisce di nuovo.
Questa vita fatta di domande e del desiderio incessante di risposte e di consolazione e ripresa e ritorni o mai più ritorni ma sempre, sempre, se vista da vicino, così piccola, eppure immensa, preziosa e definitiva.

Se potessimo vederci dal cosmo impazziremo per la consapevolezza di quanto siamo niente, o troveremmo conforto nell'enormità del tutto che ci circonda e che non vediamo? Siamo fatti per vivere in questa pelle più o meno intera ma finita e non possiamo fare a meno di sentire il nostro microcosmo come il centro del mondo, è tutto un esercizio di decentramento per mantenere l'equilibrio, solo se ci decentriamo possiamo accogliere altro nella nostra orbita e sentire che il centro non è uno, ma siamo molti.

A volte vorrei custodire la vita di altri nelle mie mani ma poi capisco che la cura non è l'onnipotenza e che la mia orbita la posso offrire come un paese dove fare ritorno quando il tempo lo chiede, niente più.
A volte vorrei decifrare le vite di altri, che è una consolazione che difende dall'idea di non capirci molto talvolta nemmeno delle nostre, e più cerco di decifrare più mi scontro col muro della complessità di fronte a cui posso solo rendermi riconoscente e imparare a respirare.
A volte vorrei risolvere, curare, rispondere, convincere, a volte vorrei non volere niente e accettare di coltivare una certa bontà del cuore e quella autenticità dell'essere, che nulla sa e nulla pretende, soltanto esiste, osserva, assapora, ascolta, sente, vive.

Ma sono umana, come tutti.
Combattiamo, come umani, tutti.
A volte ridiamo, del nostro essere umani, tutti. A volte patiamo questa condanna, che è pur sempre il nostro unico indicibile regalo.

Attaccamento è necessità biologica di sopravvivenza, evidenza della nostra realtà fragile, intimamente bisognosa di amor...
21/03/2023

Attaccamento è necessità biologica di sopravvivenza, evidenza della nostra realtà fragile, intimamente bisognosa di amore. Attaccamento parla di relazione quando chiediamo come sopravvivere, quando impariamo le regole dell'amore; a volte sono regole dure, inflessibili, impermeabili, rovesce, succhiasangue, a volte invece insegnano la cura, la libertà. Attaccamento è la forma dello stare in relazione, l'aspetto che assumono i nostri legami con gli altri, con le cose, col mondo.

Attaccamento dovrebbe essere una sostanza tiepida e morbida, una sensazione di intima tranquillità, come la pace di certi pomeriggi di primavera e il profumo dei mandorli in fiore. La sufficiente certezza che un domani accadrà, e che non sarò solo ad affrontarlo.
Purtroppo, molto spesso, attaccamento assume forme più contorte e stridenti, e quel pomeriggio di primavera viene spezzato dal rombo del cielo in tempesta.
Se a richiesta di accudimento corrisponde indifferenza, o scherno, o violenza, o confusione, talvolta l'attaccamento diventa faccenda incandescente, qualcosa che chiama un disperato bisogno di cura e il terrore congiunto che "cura" sia un adulto che non accorre o la cui risposta sia imprevedibile, fatta di messaggi contrastanti, troppo stimolanti, in definitiva insostenibili. Se chiedo aiuto e ricevo un abbraccio accorato, ma poi un rifiuto rabbioso, e così per molto tempo e senza riparazioni possibili, il mondo diventa un luogo da abitare con allerta e sospetto, dove la preoccupazione è necessaria alla sopravvivenza e non esiste riposo psichico.

Dopo aver riattraversato queste turbolenze centinaia di volte col terrore di veder l'aereo precipitare, dopo averlo visto precipitare mille volte e mille volte ancora, mi piace pensare che la psicoterapia possa diventare un luogo dove imparare ad abitare una certa quiete psichica, cioè momenti di vicinanza lieve a sé e all'altro, di solitudine partecipe, come in certi pomeriggi di primavera, col sole e il profumo dei mandorli in fiore.

27/02/2023

È online il PIANO FORMATIVO 2023 della Scuola di Specializzazione in Psicoterapia Psicoanalitica della Coirag – Sede di Padova.

👉 coirag.org/web/wp-content/uploads/scuola/sedi-direzioni/padova/pf-padova-2023.pdf

Per ulteriori approfondimenti:

📌 coirag.org/web/wp-content/uploads/scuola/organigramma/sc-piano-formativo-nazionale.pdf

Ci sono frangenti della vita in cui alcune consapevolezze si fanno più concrete. Durante il periodo di lavoro in psichia...
23/02/2023

Ci sono frangenti della vita in cui alcune consapevolezze si fanno più concrete.
Durante il periodo di lavoro in psichiatria, c'era una cosa che i pazienti esprimevano con una tenacia quasi impalpabile, qualcosa che era difficile da dire. Dietro le rivendicazioni di libertà, dietro la profonda insofferenza che nascondeva il timore di abituarsi alla trappola, qualcuno ogni tanto osava sussurrarlo: "ho paura di tornare fuori... la vita è più difficile fuori". Potente e incantevole come un missile sparato nello spazio, osservavo questa verità indiscutibile farsi finalmente voce in mezzo a noi. Talvolta, camminando per i corridoi, mi seduceva la tentazione di essere al loro posto, per delegare la mia vita nelle mani di un altro. Qualcuno diceva: "è come prendersi una pausa dal mondo. Entri, si chiude il cancello, e tutto il resto rimane fuori". E tutti l'abbiamo sentita, la vita fuori, farsi enorme e impossibile.

Si parla tanto della paura di morire, mai abbastanza della paura di vivere. Eppure è così evidente, che le persone più spaventate dalla morte, siano in realtà le più intimorite dalla vita. La vita è cosa grossa, tortuosa, impressionante. Tutti abbiamo paura; chi non ne ha, semplicemente non può permettersi di sentirla senza andare in pezzi. Tra il desiderio per la vita e la paura della morte, sta tutto quello che possiamo fare di questi nostri giorni contati.
Siamo impotenti: c'è così tanto del mondo in cui nasciamo e della nostra vita che non possiamo cambiare.
Siamo potenti: vuol dire che possiamo esercitare nuovi modi di abitare il mondo - quello che abbiamo dentro, e quello che esiste fuori. Vuol dire che possiamo piangere tutto ciò che non saremo mai, ciò che non abbiamo mai avuto, piangerlo tutto, e poi appropriarci di ciò che possiamo.

Se solo riuscissimo a vedere la vera natura di questa paura, che ci fa sentire così soli ma che rende i nostri sguardi così simili, i nostri sogni così vicini. Eccolo, lo specchio del nostro desiderio; abbiamo paura perché desideriamo con tutte le nostre forze, e questo ci rende capaci di incredibili cose umane, di gesti di miracoloso coraggio, di gentili atti di cura. Abbiamo paura, per questo siamo vivi.

C'è una cosa che noi terapeuti impariamo presto (e che, se siamo sinceri, non smette mai di tormentarci): la psicoterapi...
14/02/2023

C'è una cosa che noi terapeuti impariamo presto (e che, se siamo sinceri, non smette mai di tormentarci): la psicoterapia funziona inevitabilmente attraverso rotture e riparazioni. Vuol dire che buona parte dei cambiamenti avvengono quando si attraversa una crisi, cose nuove possono accadere se si accetta il rischio del conflitto, cioè un no, una discordia, una inattesa delusione. Saremmo matti a credere di poter evitare le rotture, matti come a credere di non sbagliare mai. E infatti lo siamo, un po' matti.
La consapevolezza degli errori non ci salva dal terrore delle conseguenze. Il modo in cui ciascuno di noi fa i conti - o preferisce non farli - con la propria fallibilità, dipende da ciò che questa ci smuove dentro.
L'analisi è la lente d'ingrandimento della vita; ci insegna a guardare ciò che ci muove, da sotto la superficie delle cose e che possiamo cercare di non vedere mentre ci muoviamo per il mondo, durante i nostri anni, al di fuori di quelle pareti. In questo particolare "aldifuori", ci scontriamo rapidi gli uni con gli altri e, quando capita di fermarci lo capiamo subito, che non esiste relazione che ci sconti la pena del conflitto, che ogni relazione è una somma di differenze, che è nella separatezza che siamo davvero insieme.
Questo me l'ha insegnato l'analisi, dove una persona lì con me mi mostrava che il vero insieme non era unirsi in una sola mente identica, in un labirinto di specchi chiuso, ma nel potersi svelare differenti e azzardarsi a gioirne insieme. Insieme alla gratitudine, al rispetto, all'affetto, sentiamo che la relazione esiste quando resiste ai "no" più duri; alle ferite del cuore, inevitabili, curate insieme da uno sguardo che vede; alla rabbia furiosa che lascia spazio al dolore.
In si dice talvolta che una persona può davvero migliorare soltanto se finalmente si deprime. Sembra un controsenso, ma non lo è, perché deprimersi vuol dire vedere quello che prima si cercava a tutti i costi di evitare, accettare che esiste, abbracciare ciò che è perso e rotto dentro di noi. C'è una differenza che si può avvertire, quando si accoglie il dolore: è la strana sensazione di essere un intero, pur essendo in pezzi.

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13/02/2023

SERATA INAUGURALE 2023 | ASVEGRA
STORIE DI LUOGHI E DI PERSONE: la follia e l'arte
📆 3 marzo
🕘 h 21.00
INGRESSO LIBERO fino al limite della capienza consentita

Evento patrocinato Coirag

Follia e arte: un intreccio di storie racconta come siano connessi questi ambiti di esperienza.

La follia, trova nell’espressione artistica un canale per comunicare con il mondo esterno e una modalità di cura e l’arte, accedendo alla complessità primitiva del mondo psichico, attinge alla forza del processo creativo.

In occasione della serata inaugurale del programma formativo 2023 di Asvegra, avremmo modo di esplorare l’intreccio tra queste due dimensioni del mondo psichico, così profondamente connesse, attraverso il dialogo dei nostri ospiti: il dott. Gerardo Favaretto ci condurrà tra le stanze della esposizione ospitata al Musme di Padova "La follia. Le storie e i luoghi".

Le storie delle persone affette da malattia mentale ri-prendono vita nel percorso storiografico insieme ai processi di cambiamento delle istituzioni di cura.
La dott.ssa Luisa Fantinel grazie alla sua esperienza come storica dell’arte e arte-terapeuta ci farà farci intravvedere la potenzialità dell’opera creativa nel garantire l’espressione dei diversi modi del sentire dandone piena dignità.

Indirizzo

Zona Santissima Trinità (Arcella)
Padua
35135

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