Daria Tinagli Psicologa Psicoterapeuta

Daria Tinagli Psicologa Psicoterapeuta Se pensi di volerti occupare di te e del tuo benessere psicologico, chiamami al 338-8317876

Il rendiconto di genere INPS 2025 ci dice qualcosa che ho provato a scrivere qua
08/04/2026

Il rendiconto di genere INPS 2025 ci dice qualcosa che ho provato a scrivere qua

Il divario che accompagna tutta la vita lavorativa

Il Rendiconto di genere Inps 2025 arriva in una fase in cui la partecipazione femminile al lavoro cresce, senza riuscire a modificare davvero la struttura del divario di genere. Più che una fotografia, restituisce una sequenza: mettendo in relazione accesso, qualità dell'occupazione, redditi e pensioni, permette di seguire una traiettoria in cui il divario di genere prende forma e si consolida nel tempo, accompagnando l'intero arco della vita lavorativa.

L'editoriale di Daria Tinagli oggi su ItalyPost. Per leggere: https://zurl.co/6B6ti

La prima ricerca quantitativa e qualitativa sui gruppi di lettura in Italia, promossa da ADEI (associazione degli editor...
02/04/2026

La prima ricerca quantitativa e qualitativa sui gruppi di lettura in Italia, promossa da ADEI (associazione degli editori indipendenti) e svolta presso il Biblab de La Sapienza di Roma.
Ne scrivo qua:

La prima ricognizione nazionale quantitativa e qualitativa sui gruppi di lettura in Italia, promossa da ADEI (associazione degli editori indipendenti) con

Oggi per ItalyPost
08/03/2026

Oggi per ItalyPost

PER LE DONNE, LA LIBERTA' A VOLTE INIZIA DA UN IBAN

Senza autonomia bancaria non esiste parità sostanziale: il conto personale è infrastruttura di vita, lavoro e impresa. Avere un conto corrente a proprio nome sembra un fatto amministrativo. In realtà è la soglia di una cittadinanza economica compiuta. Permette di ricevere lo stipendio, pagare un affitto, costruire una storia creditizia, accedere a strumenti digitali, risparmiare, investire. Dove il conto personale manca, manca una biografia economica. La vita diventa più fragile e reversibile.

L'editoriale di Daria Tinagli oggi su ItalyPost. Per leggere: https://zurl.co/mfB93

"Da qualche tempo l’Istat divulga i dati che descrivono questo fenomeno con maggior frequenza rispetto al passato, prend...
24/02/2026

"Da qualche tempo l’Istat divulga i dati che descrivono questo fenomeno con maggior frequenza rispetto al passato, prendendo diverse angolature, a dimostrazione di come sia diventato urgente trasmettere certe informazioni. Tanto per fare un esempio, il recente Monitoraggio sui flussi di pensionamento nel 2025 segnala il persistente divario pensionistico tra uomini e donne. Con un tasso di occupazione nettamente più basso, carriere lavorative più brevi e frammentate a causa delle maternità, stipendi cronicamente più bassi, le donne arrivano al momento del pensionamento percependo un assegno in media più basso di circa il 26% rispetto a quello percepito dagli uomini: 1.056 euro contro 1.437. Sono, appunto, medie: per migliaia di donne il trattamento pensionistico (sociale o da lavoro) è ben al di sotto di questa soglia.

Altri dati: in questo momento l’aspettativa di vita media è di 81,4 anni per gli uomini e 85,5 per le donne. Al primo gennaio del 2025 si contavano in Italia 23.548 centenari: 21.211 erano donne, vale a dire circa l’83%.

Aggiungiamo l’ultima perla. In Italia solo il 58% delle donne ha un conto corrente personale e intestato esclusivamente a sé stessa. Le altre o non lo hanno affatto o lo hanno cointestato con il coniuge, giustificando questa scelta con ‘l’obiettivo di risparmiare sui costi bancari’. Questo è un dato di cronaca noto da anni. Un conto corrente in autonomia è la base fondamentale per costruirsi quell’indipendenza fondamentale che rende una donna forte e solida, capace di gestire le fasi difficili della vita ma soprattutto capace di pianificare il futuro."

Debora Rosciani sul Sole 24 ore, oggi

In Italia solo il 58% delle donne ha un conto corrente personale e intestato esclusivamente a sé stessa. Ma sono molte meno quelle che pensano a come sopravviveranno economicamente in vecchiaia

La domanda, in definitiva, non è quanto costi investire in salute mentale, ma quanto a lungo un Paese possa permettersi ...
09/02/2026

La domanda, in definitiva, non è quanto costi investire in salute mentale, ma quanto a lungo un Paese possa permettersi di non farlo.

Provando a parlare di salute mentale in termini di costi economici e sociali, partendo dai dati Ocse 2025.

Oggi per ItalyPost, online per gli abbonati e in edicola

SALUTE MENTALE, IL COSTO DI UN INVESTIMENTO MANCATO

I dati Ocse stimano un impatto economico dei disturbi mentali e dei problemi di salute mentale pari a circa il 4% del Pil nei Paesi avanzati. In Italia, il sottoinvestimento in prevenzione e servizi si traduce in perdita di produttività, maggiore spesa sociale e minore sostenibilità economica.

Oggi, sul n°27 di ItalyPost, l'editoriale di Daria Tinagli. Leggi qui: https://zurl.co/IpZBe

Oggi su ItalyPost Scrivo di sessismo benevolo e del modo in cui quella cosa che sembra cura può trasformarsi in violenza...
01/02/2026

Oggi su ItalyPost
Scrivo di sessismo benevolo e del modo in cui quella cosa che sembra cura può trasformarsi in violenza economica.

IL SESSISMO BENEVOLO SEMBRA CURA MA E' DELEGA

Il sessismo benevolo è una carezza che spinge indietro. Non urla, non vieta, non minaccia. Semplicemente avvolge e prende in carico. Dice: «lascia fare a me». Sembra cura, ma produce delega. Sembra protezione, ma normalizza l’idea che decidere spetti a uno solo. Applicato all’economia domestica, questo copione genera una catena invisibile: chi controlla il denaro controlla tempo, lavoro, opportunità. E quando la protezione diventa prassi, la violenza economica trova un terreno morbido su cui attecchire.

L'editoriale di Daria Tinagli oggi su ItalyPost. Per leggere, clicca qui: https://zurl.co/gxOnU

Oggi su ItalyPost a parlare di cose che non si vedono ma che possiamo provare a raccontare
24/01/2026

Oggi su ItalyPost a parlare di cose che non si vedono ma che possiamo provare a raccontare

LA VIOLENZA ECONOMICA CHE FRENA LA CRESCITA

La violenza economica non si vede, ma incide ogni giorno sulla vita di migliaia di donne e sull’economia intera. È la forma più silenziosa e pervasiva di potere: non colpisce con la forza, ma con la privazione

Oggi, sul n°10 di ItalyPost, l'editoriale di Daria Tinagli. Leggi qui: https://zurl.co/7Mulq

Una cosa bella
21/01/2026

Una cosa bella

Ho scritto questa cosa
06/01/2026

Ho scritto questa cosa

Prendersi cura è una di quelle espressioni che, a forza di essere ripetute, rischiano di diventare opache e vuote. La incontriamo ovunque: nei discorsi

11/12/2025

Prendersi cura

Qualche giorno fa ho seguito un incontro di quelli che organizza Niki Petrocchi, l'occasione, una volta al mese, di trovarci a riflettere in chiave compassionevole su un tema della nostra vita o del mondo. Questa volta abbiamo parlato di cura e di quello che intendiamo con prendersi cura. Questa espressione è ormai usata in contesti diversi di ogni tipo, e pare che ogni atto 'buono', quindi giudicato buono, sia prendersi cura: bere molta acqua, camminare, tenere un diario, mangiare cinque porzioni di frutta e verdura, ascoltare musica, fare un viaggio, riposare, passare del tempo con chi amiamo. Quello che succede è che questa cura, così intesa, può diventare qualcosa di performativo, o quella che in terapia cognitiva chiamiamo doverizzazione, cioè un imperativo in più da aggiungere alle nostre agende già piene.
Può diventare cioè una cura che nasce dal fare e non dal saper stare, che cresce nella paura e non nel desiderio. Una cura, cioè, che ha in sé un valore morale o normativo, che ancora una volta, come quasi tutto quello che facciamo, ci fa sentire giusti o sbagliati, buoni o cattivi.
Invece, prendersi cura, in compassion focused therapy, è soprattutto creare uno spazio dove accogliere i propri bisogni, la fragilità, la stanchezza, la paura, senza giudizio, senza standard da raggiungere, essere disponibili a impegnarsi per generare gentilezza, fiducia, sicurezza e connessione, semplicemente essendo presenti ai propri desideri e ascoltando il bisogno autentico che ci parla e, se lo ascoltiamo, ci guida.

Compassionate Mind Italia

In definitiva, l’autopsia psicologica non è solo una tecnica. È un modo per onorare la complessità dell’esperienza umana...
07/12/2025

In definitiva, l’autopsia psicologica non è solo una tecnica. È un modo per onorare la complessità dell’esperienza umana quando si spezza. È il tentativo di restituire profondità alle storie che, nel momento della morte, sembrano ridursi a un gesto.
È un modo per dire che ogni suicidio merita di essere compreso nella sua interezza: non per spiegare l’inspiegabile, ma per riconoscere ciò che spesso rimane invisibile, per imparare a prevenire, e per accompagnare chi resta in un cammino che non dovrebbe essere percorso in solitudine.

C’è un aspetto profondo, spesso trascurato, che riguarda i survivors: chi resta dopo un suicidio ha bisogno di una storia. Non di una giustificazione, non di una colpa da assegnare, non di una diagnosi da esibire. Ha bisogno di una storia, cioè di un filo che colleghi il prima e il dopo, che renda possibile abitare il ricordo senza esserne travolto ogni volta.

L’autopsia psicologica, quando è etica e sensibile, può offrire proprio questo: la possibilità di comprendere meglio, di vedere la persona nella sua interezza, di riconoscere la complessità senza addomesticarla. Può diventare un ponte tra il dolore individuale e la conoscenza collettiva, tra il lutto e la prevenzione, tra ciò che è accaduto e ciò che potremmo evitare in futuro.

Il suicidio è sempre un mistero inaccessibile, ogni tentativo di comprenderlo è un gesto di cura verso chi non c’è più e verso la vita di chi resta.

Ne scrivo qui:

Il suicidio irrompe nella vita come una frattura improvvisa. Anche quando, con il tempo, emerge che segnali e frammenti di sofferenza c’erano già, la percezione di chi resta è quella di un evento che scardina ogni senso di orientamento: un prima e un dopo che non si ricompongono. Le ricerche ci ...

05/12/2025

Come imparare a scrivere una lettera compassionevole alla propria parte che sta soffrendo

La compassione è una sensibilità verso la sofferenza di noi stessi e degli altri (e le sue cause), unita a un profondo impegno nel tentare di alleviarla. Il primo aspetto, dunque, è la possibilità di riconoscere la sofferenza (con sensibilità, empatia, senza giudizio), il secondo aspetto riguarda l'impegno per alleviare questo dolore. La compassione è fortemente connotata dal coraggio.

Cura e gentilezza
Nella pratica dell’autocompassione, le qualità di cura e gentilezza sono essenziali, quello che prima di tutto possiamo imparare a fare è come fare pratica di queste due qualità. Di fronte a un problema o a un dolore, è probabile che la nostra voce autocritica ci parli dicendo qualcosa come: “E’ difficile, fattene una ragione!” oppure: “E’ un bel problema! Te lo sei cercato, e ora lo risolvi!”. Queste frasi sono il modo con cui abbiamo imparato a trattare noi stessi di fronte alle difficoltà, nella convinzione che un po’ di durezza possa spronare all’azione, scuotendoci dall’immobilità. Tuttavia, di fronte a un grande dolore o un grande problema, è assai improbabile che frasi di questo tipo abbiano saputo offrire una reale spinta a reagire e ad agire nel modo più adeguato e per noi soddisfacente. Il primo passo per essere compassionevoli con se stessi è riconoscere con autentica gentilezza e cura, la propria sofferenza, le difficoltà, la paura che ci blocca o ci fa scappare, e dire che è proprio così, in questo momento stiamo provando qualcosa di doloroso. Non esiste un modo giusto o sbagliato di procedere in questo percorso, a patto che sia fatto con autentica gentilezza e cura. Alcune frasi compassionevoli per riconoscere e accogliere quello che fa male, possono essere: “questo fa male”, “questo è davvero doloroso”, “sto notando la mia tristezza”, “sento la mia rabbia qui dentro”, “sto pensando di non valere niente”, “questo è per me un momento di forte sofferenza”.
Questo processo si muove verso l’autocompassione, imparando a osservare, con apertura e curiosità, i pensieri dolorosi, i sentimenti, le emozioni, le immagini, i ricordi che fanno male in questo momento, e utilizzando una voce gentile e comprensiva in grado di dirci che quello che stiamo provando è difficile e doloroso. Interrompere il dialogo interiore critico e severo non sarà facile né immediato, gli abbiamo lasciato talmente tanto spazio, gli abbiamo creduto così a lungo, ci siamo aggrappati a esso convinti che servisse a qualcosa. Con l’autocompassione iniziamo a lasciare andare tutte queste parole critiche e giudicanti, un po’ per volta.
Possiamo iniziare a dire qualcosa come: “sono qui per te”, “voglio aiutarti”. Se abbiamo commesso qualche errore per cui ci stiamo rimproverando o vergognando, possiamo provare a dire qualcosa come: “può succedere di sbagliare”, “nessuno è perfetto”, “potrò imparare da questo, e fare meglio la prossima volta”, o ancora: “posso trattare me stesso con gentilezza” o anche soltanto: “tranquillo”, “gentilezza”.

Tutti soffrono, ognuno di noi è unito all’altro dall’esperienza della sofferenza che ci accomuna tutti, ma mentre soffriamo ci dimentichiamo di questa connessione con gli altri e anzi, ce ne allontaniamo, percependo spesso disconnessione e rifiuto, e aumentando così il nostro senso di sofferenza e vulnerabilità. Troppo spesso, quando soffriamo, invalidiamo la nostra esperienza emotiva, giudichiamo il nostro dolore come anormale o innaturale o insopportabile. Spesso ci raccontiamo che stiamo reagendo nel modo sbagliato, che c’è qualcosa che non va in noi, oppure ci diciamo che non è importante, che dobbiamo essere più forti e non lamentarci. Questo modo di parlarci è l’opposto della gentilezza compassionevole. La voce gentile e compassionevole potrebbe imparare a dirci qualcosa come: “è normale e naturale avere pensieri e sentimenti dolorosi quando c’è qualche problema o qualcosa che ci fa stare male, quando sbagliamo, quando ci sentiamo criticati o rifiutati. È normale a volte sentirsi così, non è colpa mia se sto provando questo dolore. Posso imparare a trattare me stesso con gentilezza anche quando sto soffrendo”.

La scrittura è da sempre anche un modo per stare in contatto col proprio dolore, per fare ordine dove c’è confusione, per ti**re fuori quello che dentro fa male, e provare a renderlo meno doloroso. Lo psicologo americano James W. Pennebaker, attraverso i suoi studi, ha trovato forti correlazioni tra scrittura e benessere psicologico: scrivere il proprio dolore e le difficoltà di ogni giorno, può avere un effetto positivo sulla salute fisica e psicologica di ognuno.

Come scrivere una lettera compassionevole
Scrivere una lettera alla parte di sé che sta soffrendo, è un modo per esercitare le proprie abilità compassionevoli. Una lettera compassionevole segue prima di tutto questa traccia, ma potrà sempre modificarsi e adattarsi, potrà essere sempre più simile a come la desideriamo e sentiamo che è veramente la nostra lettera compassionevole:

• Esprime l’intento di aiutare, mantiene un tono non giudicante e un atteggiamento di cura genuino verso se stessi
• Dimostra sensibilità verso il proprio dolore e la propria sofferenza
• Aiuta a essere più tolleranti verso il proprio dolore e le proprie difficoltà
• Aiuta a comprendere i motivi delle proprie lotte interiori
Per iniziare a scrivere una lettera compassionevole occorrono alcuni accorgimenti:
• Un luogo calmo in cui sentirsi al sicuro
• Provare a usare la prima persona (io) e la seconda persona (tu), scegliendo quella che si sente più vicina
• La lettera non deve aspirare alla perfezione: la lettera è un modo per avvicinarsi a qualcosa che si sta combattendo e evitando, e aiuta a farlo con cura, comprensione e supporto che sono qualità compassionevoli
• Va bene tornare indietro e correggere la lettera, cercando di non perdersi nel tentativo di renderla “perfetta”
• Scrivendo, ricordarsi la voce che si sta usando e mantenere una voce calda, compassionevole, capace di comprensione
• Nel tempo è possibile trovare un proprio stile e scegliere quello, senza seguire altre indicazioni
• Potrebbe essere utile rileggere la lettera compassionevole ogni mese, o ogni settimana, oppure registrarla con un audio con voce calda e accogliente e riascoltarla ogni volta che si vuole.


Dieci passi per scrivere la propria lettera compassionevole

Passo 1: coinvolgere la mente compassionevole
Quando si inizia a scrivere la lettera, si inizia a connettersi con le qualità compassionevoli come l'impegno alla cura, la saggezza e la forza.

Passo 2: motivazione, perché sto scrivendo questa lettera?
A questo punto focalizzati con l'intenzione con la quale si sta scrivendo la lettera, facendo emergere il desiderio di compassione che si vuole esprimere nella lettera.

Passo 3: iniziare la lettera e identificare una difficoltà
L'inizio della lettera può essere, es. "Cara/caro me, oggi ho voglia di raccontarti qualcosa che in questo periodo ti fa soffrire, sei molto dura/o con te stesso, e vorrei che oggi mi ascoltassi con gentilezza...", e a questo punto puoi provare a esporre il problema, il dolore, la difficoltà che vuoi affrontare nella lettera.

Passo 4: validazione e comprensione della lotta
Validare quello che stai provando è un passo fondamentale: es. "è comprensibile che tu ti senta così, oggi, quello che è successo è stato imprevedibile e ingiusto, e ora è normale che tu ti senta impaurita/o, hai sempre fatto del tuo meglio e quello che è successo non è colpa tua"...

Passo 5: comprendere i tentativi di gestire il sistema della minaccia (non è colpa tua)
Può essere utile sottolineare i vari tentativi fatti finora per gestire il dolore, gli atti protettivi usati per proteggersi dalla minaccia, e notare le conseguenze negative emerse da questo comportamento: es. "so che hai provato a gestire le preoccupazioni e l'ansia evitando di pensarci e bevendo un po' troppo. È normale cercare un modo per gestire il dolore e non trovarne di buoni quando nessuno ti ha mai insegnato come si fa".

Passo 6: assumersi la responsabilità
Pur riconoscendo che non abbiamo colpa, ci prendiamo la responsabilità di sviluppare nuove strategie per affrontare le difficoltà, connettendoci con le qualità di forza e saggezza: es. "attingi alla tua forza e saggezza per iniziare a pensare cosa ti piacerebbe fare e focalizzati sull'intenzione di gestire il dolore in un modo diverso".

Passo 7: esplorare cosa può essere di aiuto (pensieri e azioni compassionevoli)
Una volta accettato che ho la responsabilità di migliorare, mi focalizzo su tutte le risorse disponibili che posso attivare.

Passo 8: lavorare con i blocchi, le difficoltà e gli ostacoli
Nella lettera è importante prevedere degli intoppi, qualcosa che non funziona subito, lo scoraggiamento, ecc. e proporre delle strategie per non perdere la direzione e la fiducia che il cambiamento, comunque, con impegno, arriverà.

Passo 9: impegno compassionevole per il cambiamento

L'ultimo passo della lettera è esplicitare il proprio impegno verso il processo di cambiamento con il proposito di sostenersi sempre verso la direzione scelta: es. "ricordati che sarò lì per aiutarti, inizia da un passo piccolo, e poi vai avanti, ricordati che non sei solo/a".

Passo 10: lettura compassionevole
Adesso leggi la tua lettera. A voce alta oppure no. Con una voce compassionevole, una voce gentile, un tono caldo e premuroso. Lentamente, sentendo le parole in profondità, cogliendone tutte le intenzioni e le sfumature.

"Le persone più belle che abbiamo incontrato sono quelle che hanno conosciuto la sconfitta, la sofferenza, la lotta, la perdita, e hanno trovato la loro via di uscita dall'abisso. Queste persone hanno un senso di gratitudine, una sensibilità e una comprensione della vita che le riempie di compassione, dolcezza e una profonda e amorevole attenzione al dolore. Le persone belle non accadono e basta".
(E. Kubler-Ross)

Riferimenti bibliografici:
Il quaderno della compassione, di E. Beaumont e C. Irons, ed. MindHelp Giovanni Fioriti Editore, 2022

Indirizzo

Via Lepanto N. 11
Padua
35141

Orario di apertura

Lunedì 09:00 - 20:00
Martedì 09:00 - 20:00
Mercoledì 09:00 - 20:00
Giovedì 09:00 - 20:00
Venerdì 09:00 - 20:00
Sabato 09:00 - 20:00

Telefono

+393388317876

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Daria Tinagli Psicologa

Mi occupo di benessere personale e sostegno psicologico per adulti, bambini e adolescenti.

Un percorso psicologico è un’occasione per occuparsi del proprio benessere, migliorare lo stato di salute psicologica, le relazioni con gli altri e l’equilibrio psicofisico, e, infine, costruire un percorso personale verso una vita più soddisfacente, in linea con i propri bisogni e i propri obiettivi.

Organizzo incontri di informazione psicologica e gruppi di lettura, presso il mio studio e presso librerie, scuole, ospedali.

Scrivo articoli di carattere psicologico nel blog che è nel mio sito www.dariatinagli.it