14/04/2026
Difendere il papa, oggi, non è un gesto confessionale. È un gesto politico.
Non perché la Chiesa sia sottratta alla critica. Non perché la sua storia possa essere assolta. Non perché una fede debba imporsi come criterio pubblico. Al contrario: proprio chi non appartiene a quell’orizzonte dovrebbe cogliere con maggiore nettezza ciò che qui è in gioco.
Il punto non è il papa in sé. Il punto è la pretesa del potere di non incontrare più limiti. Di non tollerare alcuna parola che non gli sia funzionale. Di non accettare che nello spazio pubblico sopravviva una voce capace di sottrarsi, anche solo in parte, alla grammatica del comando.
L’iniziativa di va letta in questa chiave. Non come semplice dissenso, che in una democrazia resta legittimo, ma come volontà di delegittimare ogni autorità non riducibile alla propria logica di forza. È il riflesso tipico dei poteri che non si accontentano di governare: vogliono anche decidere quali parole siano legittime, quali figure possano parlare, quali sofferenze meritino ascolto, quali limiti debbano essere rimossi.
Per questo, pur non essendo cattolico, difendo il papa. Non per adesione dottrinale, ma per rigore laico. Perché una società libera non è quella in cui il potere vince sempre, ma quella in cui il potere incontra ancora qualcosa che non può integralmente colonizzare.
Ogni volta che un potere politico tenta di occupare lo spazio simbolico della società, di farsi misura unica del vero, del giusto e perfino del dicibile, il problema non riguarda più soltanto il suo bersaglio immediato. Riguarda tutti. Riguarda la qualità democratica del legame sociale. Riguarda la possibilità stessa del dissenso. Riguarda il diritto di esistere di parole non allineate, non addomesticate, non subordinate.
Difendere il , allora, significa difendere un limite. E difendere un limite, oggi, è già una forma di resistenza