28/01/2026
📖 Francesca Mannocchi - Bianco è il colore del danno
✍️ La paura che all’inizio è solo un’intuizione, “l'altalenare nevrotico tra il bisogno di sparire e l'urgenza di essere cercati”, la lista delle cose che forse non potrai più fare che si allunga; la scienza che diventa lo spazio del condizionale, dell’incertezza, del potrebbe-essere-che-ma-anche-no; il bianco che non è purezza ma sostanza, sostanza bianca, cioè cicatrice, cioè danno; la malattia che arriva e “smucchia” la vita; la spasmodica ricerca delle cause nella
Genealogia e, insieme, il bisogno di un punto di inizio; la voracità del “voglio tutto”; la furia del “perché a me”; la vergogna; l’invidia; il bisogno di un linguaggio gentile che - come la mielina protegge i nervi - possa proteggere il dolore, ma anche di un linguaggio n**o e crudo, non ambiguo; il futuro che si accartoccia; l’invidia, l’invidia! Quella che ti sbudella proprio; i desideri che avevi e anche quelli che non avevi ancora che sfumano; il terrore di dire “domani”; quel triste e inevitabile rispiegarti sul tuo ombelico; il bisogno di “una scatola piena di come se e la apro ogni volta che ho bisogno di una similitudine per mediare l'esperienza della malattia”; l’”a me non può capitare”; il “corpo traditore. Perché mi hai fatto questo?”; lo “Sgomento. Pausa. Paura. Pausa” e “Poi, il corpo a corpo con domande nuove;
E soprattutto il tempo, “il tempo che non ti appartiene più”
“il malato vive al presente, tende a seppellire il passato, perché il passato è la stanza cora in ordine, e trascura il futuro, perché è il tempo
Del potrei ma non so.
Quando di notte entro nella stanza smucchiata voglio che il tempo non esista piú, che il passato, il presente e il futuro si intersechino, e i ricordi si confondano con i desideri. Ci siamo solo lo scandalo del silenzio e io, che provo a risollevare tutto continuando a chiedere quello che non capisco”
Quanta verità Francesca. Quanta nudità, quanto coraggio. Quanta rabbia.
Quando hai una malattia cronica devi fare i conti con i limiti dell’empatia altrui e con quella storia per cui l’altro è altro, e non può capire tutto anche quando - nella migliore delle ipotesi - ha voglia di farlo. Penso a Correale a all’empatia che “non è soltanto un condividere un sentimento, ma un identificarsi nel modo in cui l’altro vive il suo esistere: come l’altro sta vivendo dentro il suo corpo, dentro la sua pancia, dentro i tuoi gomiti, dentro le sue ginocchia, dentro i suoi desideri affettivi e sessuali, dentro la sua paura della morte e della vita”.
Penso che “Il sano, per quanto amore abbia, sarà sempre non-malato rispetto al malato. E in un luogo oscuro, il.
malato non glielo perdona” e che questo complica la traiettoria della connessione.
Penso che anche se le persone “ti dànno il loro cento per cento (…) È un cento per cento che per te non funziona, ma è il massimo che può darti, solo che a te questo cento per cento non basta” perché comunque è un cento per cento che non fa tornare grigio ciò che sta diventando bianco, cioè sostanza bianca, cioè danno.