17/01/2026
Nel 2016 succedeva questo: diventavo mamma per la prima volta. Con le occhiaie e il cuore spalancato.
Imparavo un amore nuovo mentre cercavo di capire chi stavo diventando, incontrando una forma di solitudine che non avevo conosciuto prima.
Diventare tre senza perdere né me né il due
è stata una fatica pazzesca.
Era il primo anno nello studio nuovo, tutto mio.
Pochi mobili, tanti muri bianchi, tante domande,
una scrivania che sapeva di inizio.
Le poche testimonianze fotografiche mi ricordano che
organizzavo incontri in pasticceria, perché parlare di salute mentale mi sembrava più possibile con una fetta di torta davanti e le mani che affondavano in una tazza formato maxi piena di bigliettini e domande.
Sulla fatica, sull’ansia, sulle relazioni.
(Sempre un po’ unconventional io, sì.)
Non sapevo ancora tante cose. Non avevo un metodo e una traiettoria così chiara.
Ma c’era già tutto: il desiderio di creare spazi di incontro fuori dallo studio, di parlare di quello che pesa
senza doverlo aggiustare per forza.
Riguardandomi adesso, mi accorgo che alla fine trovo quasi sempre il modo di ridere nelle fatiche, e questo spesso mi salva.
Ma soprattutto, vedo con tenerezza che non stavo aspettando di sentirmi pronta. Stavo imparando a camminare proprio lì, in mezzo a quello che non sapevo.