10/02/2026
Mente, cultura e significato: per un’etnopsicologia costruttivista
La mente umana non può essere considerata come un sistema chiuso, né ridotta a una mera macchina biologica da comprendere o riparare. Essa si configura come un dispositivo simbolico, evolutivo e relazionale che si struttura all’interno di contesti storicamente e culturalmente determinati (Cassirer, 1944; Bruner, 1990). Indagare la mente equivale a interrogare la condizione umana: che cos’è una mente? Che cosa implica essere un soggetto? Come può manifestarsi la libertà in un organismo vivente che emerge da contesti determinati ma capace di costruire senso?
La prospettiva presentata rifiuta due approcci riduttivi opposti: da un lato il naturalismo biologico, che spiega l’esperienza esclusivamente in termini di processi fisiologici; dall’altro, un relativismo radicale che dissolve ogni realtà in costruzioni culturali indefinite. L’essere umano è natura, ma non solo natura; è cultura, ma non solo cultura; è soggetto, pur senza possedere pieno controllo sulle condizioni che rendono possibile la propria soggettività (Lorenz, 1973; Campbell, 1974).
Il costruttivismo realistico, qui adottato, integra l’idea evoluzionistica della mente come prodotto di selezione naturale con la capacità umana di generare universi simbolici complessi, dai linguaggi ai miti, dai sistemi morali alle forme di sapere scientifico (Quine, 1969; Bruner, 1996). La cultura, in questo senso, non è un accessorio della natura, ma la sua prosecuzione sul piano simbolico, consentendo di costruire modelli del mondo funzionali, coerenti e adattivi. Ogni conoscenza è, quindi, storicamente e culturalmente situata; la verità si configura come orizzonte regolativo, tensione verso comprensioni sempre rivedibili (Fasola & Inghilleri, 2005).
Il reale, in questa cornice, esercita resistenza alle costruzioni simboliche, richiedendo negoziazione e revisione continua. Non siamo prigionieri del linguaggio, ma ogni esperienza è mediata da sistemi simbolici che ne determinano limiti e possibilità. La mente umana, come evidenziato da Bruner (1990, 1996), organizza il significato attraverso storie, che costituiscono il tessuto entro cui si forma l’identità personale e collettiva.
Il soggetto, pertanto, non può essere inteso in termini sostanzialistici: l’identità personale è un processo, una trama narrativa e relazionale che si sviluppa attraverso interazioni sociali e culturali (Heidegger, 1927/1962; Merleau-Ponty, 1945/2012; Piaget, 1970; Vygotskij, 1934/1986). La libertà umana è sempre situata: gli individui sono inseriti in contesti materiali, sociali e storici, influenzati da dinamiche affettive, eredità culturali e relazioni di potere. La cultura offre schemi interpretativi ma può anche irrigidirsi e riprodurre disuguaglianze simboliche (Bourdieu & Wacquant, 1992; Foucault, 1975).
Nelle società contemporanee, l’autonomia e la performance sono costantemente sollecitate, generando pressione alla coerenza identitaria e riducendo lo spazio per la riflessione critica (Bruner, 1990). Si incrinano così le cornici narrative che consentono di integrare eventi della vita in storie dotate di senso. La proposta etica consiste nello sviluppare una responsabilità situata, basata sulla consapevolezza dei propri limiti, della propria posizione nel mondo e delle implicazioni delle proprie azioni sulle reti relazionali e simboliche che ci costituiscono (Chusman, 2011; Inghilleri & Luciano, 2023).
In questo contesto, la psicologia deve andare oltre la mera riduzione dei sintomi o la misurazione delle prestazioni. La sofferenza psichica non può essere compresa fuori dai mondi simbolici che la rendono intelligibile. Una psicologia rigorosa e critica deve interrogare le condizioni culturali, storiche ed etiche che plasmano l’esperienza soggettiva e le possibilità di trasformazione (Fasola & Inghilleri, 2011).
L’approccio etnoclinico nasce dall’esigenza di comprendere l’Altro senza ridurlo alle categorie della propria cultura. La psicologia occidentale, con le sue categorie di persona come entità autonoma, non è universalmente applicabile (Geertz, 1973). La distinzione tra *disease* e *illness* di Kleinman (1980) mette in luce la differenza tra entità nosologica e esperienza soggettiva culturalmente mediata. Devereux (1978) sottolinea che la pratica transculturale richiede confronto con categorie indigene e sistemi simbolici locali.
L’etnopsicologia costruttivista integra due tradizioni fondamentali: la psicologia dei costrutti personali di Kelly (1955) e l’interazionismo simbolico di Mead (1934). L’individuo agisce come scienziato personale, costruendo sistemi interpretativi; al contempo, il Sé emerge nel dialogo simbolico e nelle interazioni sociali. Bruner (1990, 1996) evidenzia come i significati siano trame narrative attraverso cui gli individui rendono condivisibile l’esperienza.
La terapia diventa così uno spazio di co-costruzione del significato: terapeuta e paziente negoziano interpretazioni, esplorano alternative e riorganizzano narrazioni di sé e del mondo. Nei contesti interculturali, ciò implica il confronto tra diversi sistemi simbolici e concezioni della persona e della cura. L’obiettivo non è sostituire un modello universale con relativismi culturali, ma promuovere un dialogo critico tra saperi (Fasola & Inghilleri, 2005; Chusman, 2011).
Per rendere concreto questo approccio, è utile considerare alcuni esempi clinici. Nei contesti migratori, ad esempio, l’esperienza di trauma non può essere compresa solo come disfunzione individuale: essa si radica nelle reti comunitarie, nei valori culturali e nei significati attribuiti ai ruoli sociali. L’intervento clinico, in questi casi, richiede negoziazione tra il modello terapeutico occidentale e le prospettive simboliche dei pazienti, al fine di co-costruire narrazioni di resilienza e senso (Kleinman, 1980; Devereux, 1978).
Analogamente, nella psicoterapia con adolescenti inseriti in contesti culturali complessi, il lavoro narrativo consente di integrare conflitti identitari e pressioni sociali in storie coerenti e significative. La funzione del terapeuta non è imporre interpretazioni predefinite, ma facilitare l’emergere di trame interpretative che riflettano le esperienze soggettive e culturali, permettendo al paziente di riconfigurare il proprio senso di sé (Bruner, 1990; Fasola & Inghilleri, 2011).
La validità dell’intervento clinico si ridefinisce in termini di coerenza interpretativa, efficacia dialogica e trasformazione condivisa dell’esperienza. La psicologia si configura come pratica etica e politica: ogni diagnosi, intervento e narrazione terapeutica contribuisce alla costruzione di mondi sociali e alla legittimazione o messa in discussione di forme di vita. Tale consapevolezza implica una responsabilità epistemica: interrogare i propri presupposti, evitare essenzializzazioni culturali e riconoscere asimmetrie di potere nella relazione clinica.
Il percorso qui delineato si colloca tra scienza e filosofia, tra clinica e antropologia, tra individuo e società. Pensare la mente come processo simbolico, evolutivo e relazionale significa accettare che ogni sapere sia parziale, situato e rivedibile. La possibilità di cura non risiede solo nell’eliminazione del sintomo, ma nella riapertura degli orizzonti di senso entro cui il soggetto può nuovamente abitare la propria esperienza (Fasola & Inghilleri, 2011; Inghilleri & Luciano, 2023).
L’etnopsicologia costruttivista non è una disciplina isolata, ma una prospettiva epistemica che concepisce la psicologia come sapere critico, dialogico e culturalmente consapevole. Essa coniuga rigore scientifico, responsabilità etica e apertura al confronto interculturale, promuovendo pratiche di comprensione sempre più adeguate alla complessità delle vite umane.