Dr. Marco Inghilleri Psicologo - Psicoterapeuta -Padova

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Dr. Marco Inghilleri Psicologo - Psicoterapeuta -Padova Sono psicologo, psicoterapeuta e sessuologo. E’ psicologo dello Sport presso l’A.S.D. PadovaRing. Diffido delle categorie diagnostiche prese come dogmi.

Ricevo a Padova, presso InterattivaMente
Responsabile Scientifico del Center for Cultural and Human Studies – Humanitas
Vicepresidente della Società Italiana di Sessuologia ed Educazione Sessuale Bionote

Marco Inghilleri, psicologo, psicoterapeuta e sessuologo, è direttore del Centro di Psicologia giuridica, Sessuologia clinica e Psicoterapia di Padova e vicepresidente della Società Italiana di Sessuologia ed Educazione Sessuale. E’ stato direttore della collana Generi, Culture e Sessualità per la FrancoAngeli, membro dell’Osservatorio per la promozione sociale e la ricerca delle Psicoterapie per l’Ordine degli Psicologi del Veneto e ha collaborato per diversi anni con la Facoltà di Psicologia dell’Università degli Studi di Padova e con la Facoltà di Sociologia dell’Università degli Studi Milano-Bicocca. Collabora come consulente per l’Associazione Umanitaria Palestine Children’s Relief Fund. I suo interessi di ricerca riguardano le problematiche relative all’identità sessuale, personale e sociale, la sessuologia e il dialogo tra scienze psicologiche e scienze biomediche, le devianze e le tematiche sociali legate alla multiculturalità. Collabora con diverse associazioni scientifiche nazionali ed è supervisore e docente per alcune scuole di specializzazione in psicoterapia. In ambito psicoterapeutico e clinico si occupa delle svariate forme di disagio psicologico, affettivo, sessuale ed esistenziale e delle problematiche connesse alla pratica sportiva ed atletica. Ha curato e scritto diverse pubblicazioni scientifiche che riguardano le psicoterapie, l’epistemologia delle scienze psicologiche e biomediche, la psicologia clinica e la psicosessuologia ed è stato relatore a numerosi convegni e seminari nazionali e internazionali. Insegna Elementi di terapia sessuale presso il Centro Studi in Psicoterapia Cognitiva (CESIPc)
Ambiti clinici di competenza:

Psicoterapia individuale (adolescenti, adulti e anziani)
Psicoterapia di coppia
Psicoterapia della famiglia
Consulenza e sostegno psicologico
Sessuologia
Psicologia dello sport

Ambiti di competenza psico-giuridica:

Psicoterapia rivolta agli autori di reato (adolescenti e adulti)

Contatta per un primo appuntamento:

mail: info@interattivamente.org ; marco.inghilleri@interattivamente.org

Cellulare: 349.8632076

«Il mio lavoro nasce da un’esigenza epistemologica: ricondurre la psicologia clinica e la riflessione culturale a un orizzonte di realtà che non sia né ideologico né appiattito sul conformismo intellettuale. Mi muovo in una prospettiva costruttivista, ma non relativista: la realtà è sempre mediata dalle nostre strutture cognitive e culturali, e tuttavia possiede una resistenza, un “dato” che non possiamo cancellare con la sola forza delle narrazioni. Prendo sul serio l’eredità dell’epistemologia evoluzionistica — da Lorenz a Popper — secondo cui la conoscenza è un adattamento, una strategia che la specie ha sviluppato per sopravvivere, e non un rispecchiamento passivo del mondo. Questo significa che anche in psicologia clinica dobbiamo interrogarci non solo sul “che cosa è vero”, ma su “che cosa funziona” per il soggetto in quanto essere situato, incarnato, storico. Non esistono entità cliniche fisse, ma costellazioni di significati, schemi d’azione, memorie, che si organizzano in configurazioni più o meno stabili. Il compito del clinico non è incasellare, ma disarticolare rigidità e restituire al paziente possibilità di movimento, di pensiero, di scelta. Nel mio lavoro critico le derive ideologiche che oggi attraversano il discorso psicologico: dall’appiattimento su protocolli standardizzati al recepimento acritico di istanze politiche mascherate da scienza. Per esempio, quando affronto temi come la disforia di genere, non lo faccio con la pretesa di “validare” un’identità data per scontata, ma per interrogarmi — e interrogare — su quali dinamiche psichiche, simboliche e sociali portino un soggetto a formulare la percezione di essere nato “nel corpo sbagliato”. È una domanda clinica, non una questione di adesione a un’agenda culturale. Il clinico, per me, è un artigiano della comprensione: lavora sui materiali che il paziente porta, ma anche sulle cornici che il contesto sociale impone. La terapia è uno spazio dove il senso si ricostruisce, e dove la libertà non è un’idea astratta, ma la capacità concreta di abitare il proprio mondo senza esserne schiacciati. Questo implica, in ultima analisi, un’etica della responsabilità: verso la verità, verso la complessità, e verso il soggetto che ci affida la sua narrazione. Non è un lavoro di consolazione, ma di lucida esplorazione dell’esistenza.»

Che cos’è la scienza?Fallibilismo, paradigmi, programmi di ricerca, empirismo costruttivo e oggettività sociale nell’epi...
06/04/2026

Che cos’è la scienza?

Fallibilismo, paradigmi, programmi di ricerca, empirismo costruttivo e oggettività sociale nell’epistemologia contemporanea

Abstract

Il presente contributo propone una ricostruzione sintetica ma teoricamente densa di alcuni assi maggiori dell’epistemologia contemporanea. L’obiettivo è duplice: chiarire in che senso la scienza non possa essere né identificata con un sapere assoluto e autoevidente né dissolta in un pluralismo indifferenziato; mostrare, inoltre, come una corretta alfabetizzazione epistemologica costituisca uno strumento essenziale per distinguere l’informazione scientificamente controllata dalle fake news scientifiche, tanto nelle loro forme ortodosse quanto in quelle eterodosse. A tal fine, il saggio distingue analiticamente cinque snodi: il falsificazionismo fallibilista di Popper, la storicizzazione paradigmatica di Kuhn, la mediazione metateorica di Lakatos, l’empirismo costruttivo di van Fraassen e il contestualismo sociale di Longino. La tesi sostenuta è che la specificità della scienza non risieda in un criterio unico e metastorico, ma in una configurazione mobile di pratiche di controllo, comparazione, critica pubblica, adeguatezza empirica e revisione storica delle credenze.

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1. Introduzione

Domandarsi che cosa sia la scienza significa entrare in uno dei luoghi classici della filosofia contemporanea: quello in cui si intrecciano problemi di metodo, criteri di validità, storia dei concetti, organizzazione sociale del sapere e statuto della verità. Una risposta epistemologicamente accorta deve evitare due riduzionismi opposti. Il primo è quello scientista, che identifica la scienza con un accesso privilegiato, lineare e sostanzialmente definitivo al reale. Il secondo è quello relativista ingenuo, che dalla storicità, fallibilità e socialità della ricerca inferisce l’equivalenza generale di tutte le credenze. L’epistemologia contemporanea, soprattutto dopo la crisi dell’immagine neopositivista della scienza, mostra invece che il sapere scientifico è insieme storico e normativo, fallibile ma non arbitrario, socialmente situato ma non per questo privo di vincoli cognitivi (Popper, 1959; Kuhn, 1962/2012; Laudan, 1977; Longino, 1990).

Conviene anzitutto distinguere tra metodi e criteri epistemici. I metodi sono schemi di costruzione e controllo delle ipotesi: deduzione ipotetica, induzione statistica, abduzione, modellizzazione, confronto analogico, sperimentazione, simulazione. I criteri epistemici, invece, concernono il modo in cui una teoria o un asserto acquisiscono affidabilità comparativa: testabilità, coerenza, potenza esplicativa, precisione concettuale, operazionalizzabilità, fecondità euristica, capacità di integrazione con altri risultati, replicabilità ove pertinente, pubblicità dei controlli. Una parte considerevole della confusione pubblica intorno alla “scienza” nasce proprio dalla mancata distinzione fra questi livelli: si invoca il metodo come formula magica, mentre il problema reale riguarda i modi concreti di controllo e di confronto tra enunciati concorrenti.

2. Popper: fallibilismo, demarcazione e criticismo

Nel quadro del Novecento epistemologico, Popper rappresenta il tentativo più influente di sottrarre la scienza sia all’induttivismo classico sia al verificazionismo forte. Il punto di partenza è noto: non esiste giustificazione induttiva logicamente conclusiva che consenta di derivare leggi universali da un numero finito di osservazioni; di conseguenza, il problema non è verificare definitivamente le teorie, ma chiarire a quali condizioni esse possano essere sottoposte a controlli severi (Popper, 1959). Il valore della falsificabilità non consiste nell’offrire una fotografia sociologica della pratica scientifica reale, bensì nel formulare un criterio normativo di demarcazione: è scientifica una teoria che espone se stessa, almeno in linea di principio, alla possibilità di essere smentita da stati di cose osservabili incompatibili con essa.

L’aspetto più rilevante del popperismo non è solo il criterio di falsificabilità in senso stretto, ma il fallibilismo come ethos epistemico generale. In Popper nessuna teoria empirica è mai dimostrata vera; al massimo può risultare corroborata, cioè temporaneamente resistente a controlli severi. La razionalità scientifica non si identifica dunque con la fondazione, ma con la disponibilità alla confutazione e alla revisione. Questo spostamento è decisivo: il sapere scientifico non è forte perché certo, ma perché istituzionalizza il dubbio regolato. Una teoria che assorbe ogni possibile obiezione trasformando ex post ogni smentita in conferma non è più potente: è semplicemente immunizzata.

Tuttavia, il popperismo presenta anche limiti noti. La ricerca effettiva non confronta quasi mai una singola teoria “nuda” con un singolo fatto isolato. Ogni test presuppone ipotesi ausiliarie, strumenti di misura, convenzioni sperimentali, assunzioni statistiche e lessici teorici. In questo senso, la lezione di Popper resta fondamentale sul piano normativo, ma insufficiente sul piano descrittivo-storico. Essa illumina l’ideale della criticabilità, non esaurisce la complessità concreta della pratica scientifica.

3. Kuhn: paradigmi, scienza normale e rivoluzioni scientifiche

Con Kuhn il baricentro dell’epistemologia si sposta dalla logica della giustificazione alla storia delle comunità scientifiche. The Structure of Scientific Revolutions, pubblicato originariamente nel 1962 e poi riproposto in una 50th Anniversary Edition dall’University of Chicago Press, ha mostrato che la scienza non procede soltanto attraverso enunciati testabili, ma entro matrici disciplinari condivise che definiscono problemi legittimi, esempi paradigmatici, tecniche riconosciute, modi corretti di vedere e descrivere il mondo (Kuhn, 1962/2012). Il concetto di paradigma non designa soltanto una teoria, bensì un assetto cognitivo-pratico più ampio che rende possibile la “scienza normale” come attività di soluzione di rompicapi entro vincoli condivisi.

Il contributo kuhniano è duplice. Da un lato, esso storicizza il sapere scientifico: ciò che conta come problema, prova, anomalia o soluzione dipende anche dall’orizzonte concettuale in cui gli scienziati operano. Dall’altro, mostra che l’osservazione non è mai del tutto neutra o grezza, ma è teoria-carica, cioè mediata da linguaggi, strumenti, aspettative e schemi interpretativi. Le “rivoluzioni scientifiche” non sono, in questa cornice, semplici aggiunte cumulative di fatti a un deposito stabile di verità; sono ristrutturazioni profonde dei modi legittimi di organizzare l’esperienza.

È però necessario evitare una lettura caricaturale di Kuhn. La nozione di incommensurabilità non implica che tra paradigmi non vi sia alcuna possibilità di confronto razionale, né autorizza la conclusione banalmente relativistica secondo cui la scienza sarebbe solo un effetto di decisioni tribali o retoriche. Kuhn destabilizza l’immagine cumulativa e lineare della conoscenza, ma non sostiene che tutti i paradigmi si equivalgano in senso epistemico assoluto. Piuttosto, obbliga a riconoscere che i criteri di valutazione delle teorie non sono mai integralmente esterni alla storia della ricerca.

4. Lakatos: dai falsificazionismi ingenui ai programmi di ricerca

Lakatos può essere letto come il grande mediatore tra il normativismo critico di Popper e la storicizzazione kuhniana. Nel saggio “Falsification and the Methodology of Scientific Research Programmes”, pubblicato nel volume Criticism and the Growth of Knowledge, egli riconosce la forza delle obiezioni rivolte al falsificazionismo ingenuo, ma rifiuta di concluderne che la razionalità scientifica si dissolva nella mera sequenza di conversioni paradigmatiche (Lakatos, 1970). La sua proposta consiste nello spostare l’unità di analisi dalla singola teoria al programma di ricerca, articolato in un “nucleo duro” relativamente protetto e in una “cintura protettiva” di ipotesi ausiliarie suscettibili di revisione.

L’innovazione lakatosiana è decisiva perché permette di comprendere come, nella pratica, le teorie non vengano abbandonate al primo controesempio empirico. La questione razionale non è se un programma incontri anomalie — tutti ne incontrano — ma se riesca a trasformarle in sviluppo teorico ed euristico, producendo predizioni nuove e progressi empirici, oppure se si limiti a proteggersi in modo ad hoc, diventando degenerativo. Lakatos conserva così da Popper l’istanza critica e comparativa, ma la inserisce in una cornice storica più realistica e meno schematica.

Proprio per questo Lakatos è particolarmente utile per analizzare le pseudoscienze contemporanee. Esse spesso imitano il linguaggio della ricerca ma operano come programmi degenerativi permanenti: riformulano continuamente la cintura protettiva, assorbono qualunque anomalia, non producono predizioni nuove indipendenti, non accettano confronti metodologicamente simmetrici con programmi rivali meglio corroborati. In questo senso, Lakatos offre una griglia più fine della semplice contrapposizione “falsificabile/non falsificabile”.

5. Van Fraassen: empirismo costruttivo contro realismo forte e positivismo

Bas van Fraassen riapre il dibattito sullo statuto delle teorie scientifiche da un’altra angolazione. The Scientific Image, pubblicato da Oxford University Press nel 1980, propone una “alternativa empiricista” tanto al positivismo logico quanto al realismo scientifico forte. Il nucleo della sua posizione è il costruttive empiricism: lo scopo della scienza non è necessariamente fornire teorie vere in senso ontologico pieno, ma teorie empiricamente adeguate, cioè capaci di “salvare i fenomeni” osservabili (van Fraassen, 1980). Accettare una teoria, per van Fraassen, non equivale a credere alla verità letterale di tutti i suoi enti teorici; equivale a impegnarsi soltanto sulla sua adeguatezza rispetto a ciò che è osservabile.

La portata di questa tesi è spesso sottovalutata. Van Fraassen non liquida la scienza come mera convenzione utile, né nega l’importanza delle teorie; rifiuta però il passaggio automatico dal successo empirico al realismo ontologico. In altri termini, il fatto che una teoria funzioni molto bene non obbliga a trattare come realmente esistenti, in senso forte, tutte le entità che essa postula. L’accettazione teorica viene così separata dalla credenza metafisica piena. Si tratta di una posizione anti-realista sofisticata, non di uno scetticismo generalizzato.

Per il nostro problema, il vantaggio dell’empirismo costruttivo è notevole. Esso fornisce un antidoto contro la trasformazione ideologica della scienza in metafisica dell’accesso diretto al reale. Al tempo stesso, mantiene un vincolo forte: le teorie devono essere empiricamente adeguate. Una fake news scientifica può usare lessico tecnico, immagini di laboratorio e retorica dell’innovazione, ma se non regge alla prova dell’adeguatezza empirica e della comparazione con alternative più robuste, non acquisisce statuto epistemico soltanto per il fatto di essere narrata in forma “scientifica”.

6. Longino: oggettività come pratica sociale criticamente organizzata

Se Popper enfatizza la criticabilità, Kuhn la storicità dei paradigmi, Lakatos la dinamica dei programmi e van Fraassen il limite empirico dell’accettazione teorica, Helen Longino sposta il fuoco sulla dimensione sociale della produzione di conoscenza. Science as Social Knowledge e The Fate of Knowledge, entrambe opere riconosciute e pubblicate da Princeton University Press, sviluppano una concezione per cui l’oggettività non coincide con l’eliminazione dell’osservatore o dei valori, ma con l’organizzazione pubblica di pratiche critiche che permettono la trasformazione intersoggettiva delle credenze (Longino, 1990, 2001). In questa prospettiva, la conoscenza scientifica è “sociale” non perché arbitraria, ma perché dipende da comunità, standard di discussione, strutture di autorità, distribuzioni di competenza, accessibilità delle critiche e pluralità dei punti di vista.

Il contributo teorico più originale di Longino consiste nel mostrare che l’oggettività non va pensata contro la socialità, ma attraverso di essa. Il suo “contextual empiricism” sostiene che i dati e le inferenze sono sempre inseriti in contesti di assunzioni di sfondo e che il controllo epistemico migliora quando esistono effettive condizioni di critica trasformativa: accesso ai forum di discussione, riconoscimento simmetrico della possibilità di obiezione, standard condivisi per la risposta alle critiche, presenza di comunità sufficientemente pluralistiche. L’assenza di tali condizioni non produce solo un difetto politico; produce un deficit epistemico.

In rapporto alla questione delle fake news, Longino è cruciale perché consente di cogliere un punto spesso trascurato. Non basta chiedersi se un risultato sia formalmente elegante o empiricamente promettente; occorre chiedersi anche entro quali condizioni sociali di scrutinio esso sia stato prodotto, discusso, contestato e validato. La pseudoscienza si presenta spesso come sapere perseguitato da un establishment chiuso; ma, altrettanto spesso, certi usi ideologici della scienza ufficiale si reggono proprio sulla compressione dei contesti di critica. Una concezione sociale forte dell’oggettività permette di criticare entrambe le derive senza cadere nell’indistinzione relativistica.

7. Distinzione esplicita tra i cinque autori

A questo punto si può formulare la distinzione teorica in termini netti.

Popper pensa la scientificità soprattutto in termini di criticabilità logico-empirica: il problema centrale è la demarcazione tra teorie esposte alla confutazione e sistemi immunizzati. Il suo lessico è quello del controllo severo, della corroborazione e della lotta contro il giustificazionismo.

Kuhn sposta il problema sulla storicità delle matrici disciplinari: il punto non è solo come si testano enunciati, ma come intere comunità definiscono ciò che conta come problema, dato, anomalia e soluzione. Il suo lessico è quello di paradigma, scienza normale, crisi, rivoluzione, incommensurabilità.

Lakatos tenta una mediazione: conserva l’istanza razionale-comparativa di Popper ma riconosce, contro il falsificazionismo ingenuo, che la scienza si sviluppa entro programmi di ricerca che hanno durata, inerzia e complessità storica. Il suo lessico è quello di nucleo duro, cintura protettiva, progressività e degenerazione.

Van Fraassen riformula il problema non attorno alla demarcazione o alla dinamica dei paradigmi, ma attorno allo statuto dell’accettazione teorica: che cosa dobbiamo credere quando accettiamo una teoria? La sua risposta è minimalista ma forte: credere soltanto alla sua adeguatezza empirica, non necessariamente alla verità piena dei suoi contenuti ontologici.

Longino, infine, mostra che nessuna teoria della razionalità scientifica è completa se ignora le condizioni sociali dell’oggettività. Il problema non è solo logico, storico o semantico, ma istituzionale e intersoggettivo: quali comunità, quali pratiche di critica, quali distribuzioni di voce e di autorità rendono possibile una conoscenza pubblicamente affidabile?

8. Oltre il criterio unico: pluralità dei vincoli epistemici

L’esito teorico più solido dell’epistemologia contemporanea non è l’identificazione di un criterio unico e definitivo di scientificità, ma la chiarificazione di una pluralità di vincoli epistemici che operano con pesi differenti nei diversi ambiti della ricerca. In alcuni contesti prevale la controllabilità sperimentale; in altri la modellizzazione matematica; in altri ancora la robustezza inferenziale, la convergenza di indicatori indipendenti, la capacità di integrazione tra livelli esplicativi, la forza comparativa di programmi rivali o la qualità delle istituzioni critiche che sorreggono il dibattito. Da qui segue che la scienza non va definita come possesso di un’essenza semplice, ma come configurazione storica di pratiche orientate alla correzione pubblica dell’errore.

Questa conclusione non dissolve il problema della demarcazione; lo rende più esigente. Non si tratta di negare che vi siano differenze tra scienza e pseudoscienza, ma di riconoscere che tali differenze emergono da un intreccio di fattori: esposizione al rischio empirico, controllo metodico, confronto con alternative, fecondità euristica, precisione concettuale, storia delle revisioni, struttura sociale della critica. Una fake news scientifica, ortodossa o eretica che sia, tende precisamente a spezzare questo intreccio: o assolutizzando un frammento di evidenza come verità finale, o invocando la complessità e la fallibilità come pretesto per sospendere ogni vincolo di prova.

9. Conclusione

La domanda “che cos’è la scienza?” non ammette dunque una risposta essenzialista semplice. La scienza non è un deposito di certezze definitive, ma nemmeno un repertorio arbitrario di narrazioni equivalenti. È, più rigorosamente, una pratica storica e sociale di costruzione, controllo, confronto e revisione di modelli del mondo. In Popper essa appare come istituzionalizzazione del fallibilismo critico; in Kuhn come storicità dei paradigmi; in Lakatos come competizione razionale fra programmi di ricerca; in van Fraassen come ricerca di adeguatezza empirica senza sovrainvestimento ontologico; in Longino come oggettività prodotta da condizioni sociali di critica efficace. La loro differenza non è un difetto della filosofia della scienza contemporanea, ma la prova che il problema della scientificità richiede una grammatica plurale. Ed è proprio tale pluralità regolata a costituire una difesa più robusta contro le fake news scientifiche: non credere alla scienza come dogma, ma esercitare sulla scienza stessa un controllo epistemologico informato.

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Riferimenti bibliografici

Carnap, R. (1966). Philosophical foundations of physics: An introduction to the philosophy of science. Basic Books.

Feyerabend, P. (1975). Against method. New Left Books.

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Kuhn, T. S. (2012). The structure of scientific revolutions (50th anniversary ed.). University of Chicago Press. (Opera originale pubblicata nel 1962)

Lakatos, I. (1970). Falsification and the methodology of scientific research programmes. In I. Lakatos & A. Musgrave (Eds.), Criticism and the growth of knowledge (pp. 91–196). Cambridge University Press.

Laudan, L. (1977). Progress and its problems: Towards a theory of scientific growth. University of California Press.

Longino, H. E. (1990). Science as social knowledge: Values and objectivity in scientific inquiry. Princeton University Press.

Longino, H. E. (2001). The fate of knowledge. Princeton University Press.

Musgrave, A. (1993). Common sense, science and scepticism: A historical introduction to the theory of knowledge. Cambridge University Press.

Popper, K. (1959). The logic of scientific discovery. Routledge. (Opera originale pubblicata nel 1934 come Logik der Forschung)

Prigogine, I., & Stengers, I. (1984). Order out of chaos: Man’s new dialogue with nature. Bantam Books.

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Suppe, F. (Ed.). (1977). The structure of scientific theories (2nd ed.). University of Illinois Press.

van Fraassen, B. C. (1980). The scientific image. Oxford University Press.

Psicoterapia, alienazione e riappropriazione di sé: per una critica non direttiva del dispositivo clinicoAbstractQuesto ...
05/04/2026

Psicoterapia, alienazione e riappropriazione di sé: per una critica non direttiva del dispositivo clinico

Abstract

Questo contributo propone una ridefinizione critica del senso della psicoterapia a partire da tre tesi. La prima è che ogni modello psicoterapeutico direttivo, quando istituisce il setting come rapporto gerarchico fondato sul potere del sapere, rischia di riprodurre nella relazione clinica quelle stesse forme di assoggettamento che dichiara di voler trasformare. La seconda è che il termine psicoterapia, se assunto ingenuamente come “cura della psiche”, rinvia a una ontologia reificante della mente, trattata come oggetto naturale da correggere. La terza è che la psicoterapia può mantenere una legittimità teorica ed etica solo se intesa come pratica critica capace di intervenire sui processi di alienazione socialmente prodotti e soggettivamente interiorizzati. In questa prospettiva, il compito clinico non consiste nell’adattare il soggetto a un ordine dato, né nel normalizzarne il funzionamento, ma nel favorire processi di riappropriazione di sé, di restituzione dell’autorialità esperienziale e di sottrazione alle eterodefinizioni interiorizzate. Il saggio articola tale tesi in dialogo con Rogers, Foucault, Szasz, Cushman, Rose, Benjamin, Freire, Gergen, Laing e Stirner.

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1. Introduzione

La psicoterapia contemporanea continua a essere attraversata da una tensione costitutiva: da un lato si presenta come pratica di aiuto, ascolto e trasformazione; dall’altro, storicamente e istituzionalmente, si è spesso configurata come dispositivo di classificazione, normalizzazione e regolazione della soggettività. Questa ambivalenza non è periferica, ma riguarda il suo statuto epistemologico ed etico. Se la relazione terapeutica è costruita secondo un modello direttivo, cioè secondo una grammatica implicita o esplicita di superiorità del terapeuta sul paziente, allora il setting rischia di funzionare come una microfisica del potere: il sapere clinico si trasforma in criterio di verità sul soggetto, e l’asimmetria funzionale può irrigidirsi in gerarchia normativa (Foucault, 1987; Rose, 1999). In tale quadro, la domanda decisiva non è semplicemente quale tecnica funziona, ma quale idea di persona, di verità e di libertà viene prodotta dalla relazione clinica.

2. Il problema epistemologico del termine “psicoterapia”

Per lungo tempo il termine psicoterapia ha potuto apparire problematico, persino ossimorico, nella misura in cui sembra presupporre che esista una “psiche” come entità naturale, delimitabile e suscettibile di cura in senso quasi medico. Una tale formulazione tende a naturalizzare ciò che, invece, è storicamente mediato: la mente, il sé, l’identità, l’interiorità non sono semplicemente “cose” preesistenti all’esperienza sociale, ma configurazioni interpretative, linguistiche, relazionali e culturali. In questa direzione, sia la critica storico-filosofica della malattia mentale sia la psicologia storicamente situata hanno mostrato che le categorie con cui descriviamo il soffrire psichico non sono neutrali, ma emergono dentro specifici regimi di sapere e pratiche sociali (Foucault, 1987; Szasz, 1961/2010; Cushman, 1990). Ciò non implica negare la realtà del dolore, bensì rifiutare che la sua intelligibilità venga ridotta a una sostanza interna da riparare.

3. Dalla cura della psiche alla critica dell’alienazione

Se il paradigma riparativo è epistemologicamente insufficiente, occorre chiedersi quale possa essere il senso residuo, ma non per questo secondario, della psicoterapia. La proposta qui sostenuta è che essa trovi legittimità solo quando si ridefinisce come pratica critica di intervento sui processi di alienazione. Per alienazione non si intende qui soltanto una categoria filosofico-politica generale, ma la forma storicamente specifica con cui individui concreti interiorizzano dispositivi sociali, aspettative normative, immagini ideali, modelli di efficienza, codici di desiderabilità e gerarchie di valore che li separano dalla propria esperienza vissuta. La sofferenza non è allora mera disfunzione intrapsichica; è spesso l’effetto, singolarmente incorporato, di configurazioni sociali che producono estraneità, svuotamento, dipendenza simbolica e perdita di autorità su di sé (Fromm, 1955/2002; Cushman, 1990; Gergen, 1991). In questa prospettiva, la clinica diventa intelligibile solo se sa leggere il sintomo anche come espressione storica e non soltanto come deficit individuale.

4. Il setting come luogo politico: oltre la direttività

Il nodo centrale diventa allora il setting. Non basta che una psicoterapia dichiari finalità emancipative; occorre che tali finalità siano coerenti con la forma relazionale concreta attraverso cui il trattamento si realizza. Un modello direttivo può facilmente riprodurre una contraddizione performativa: promette autonomia, ma organizza dipendenza; promette consapevolezza, ma monopolizza l’interpretazione; promette soggettivazione, ma parla sul soggetto prima di parlare con il soggetto. Da questo punto di vista, la critica della direttività non coincide con il rifiuto di ogni asimmetria funzionale. La questione non è se il terapeuta disponga di competenze specifiche, ma se tali competenze vengano esercitate come potere di veridizione sul paziente oppure come responsabilità dialogica che non espropria il soggetto del senso della propria esperienza. La lezione della terapia centrata sul cliente resta qui decisiva: la relazione di aiuto non si fonda sulla supremazia interpretativa del terapeuta, ma sulla fiducia nelle capacità della persona di riarticolare la propria esperienza quando incontra condizioni relazionali non dominative (Rogers, 1951, 1961). Anche tradizioni differenti, come la riflessione dialogica e quella femminista sulla reciprocità e sulla dominazione, convergono nel mostrare che una relazione autenticamente trasformativa non può essere costruita sul possesso dell’altro, ma sul riconoscimento reciproco (Buber, 1970; Benjamin, 1988).

5. Psicoterapia e normalizzazione

Il rischio, altrimenti, è che la psicoterapia si faccia tecnologia di adattamento. La storia delle discipline psi mostra con chiarezza come il lessico della salute, della maturità, dell’integrazione o del buon funzionamento possa funzionare come maschera normativa. In tal senso, il problema non è soltanto clinico, ma politico: chi definisce che cosa significhi stare bene? A quale ordine simbolico, produttivo, familiare o morale il soggetto dovrebbe adattarsi? La critica foucaultiana dei rapporti tra sapere e soggettivazione, così come l’analisi di Rose sul ruolo delle expertise psicologiche nel governo del sé, invitano a considerare la psicoterapia non fuori dal potere, ma dentro il potere (Foucault, 1987; Rose, 1999). Analogamente, la critica di Szasz e la prospettiva storico-culturale di Cushman mostrano che il discorso psicologico può tanto illuminare quanto occultare i processi sociali che contribuisce a produrre (Szasz, 1961/2010; Cushman, 1990). La clinica, dunque, non è innocente per definizione: diventa emancipativa solo a condizione di sottoporre a critica i propri stessi presupposti.

6. Sofferenza, mondo e singolarità

Una psicoterapia orientata contro l’alienazione non dissolve la singolarità del soggetto nel sociale, né riduce il dolore a mero epifenomeno culturale. Al contrario, assume con più rigore la singolarità, perché riconosce che i processi storici e culturali non agiscono mai in astratto, ma sempre attraverso configurazioni biografiche irripetibili. In questo senso, la sofferenza è personale senza essere privatistica; è incarnata senza essere riducibile a un interno autosufficiente. Alcune tradizioni esistenziali e fenomenologiche hanno insistito precisamente su questo punto: la persona non è un contenitore psichico isolato, ma un essere-nel-mondo, e la crisi soggettiva va compresa nella struttura concreta del suo rapporto col mondo, con gli altri e con se stessa (Binswanger, 1963/1968; Laing, 1960). L’idea che la psicoterapia debba restituire alla persona la proprietà di sé non rinvia quindi a un’essenza interiore pura da ritrovare, bensì a una riappropriazione del proprio potere di significare, desiderare, scegliere e nominare la propria esperienza senza delegarne il fondamento a istanze esterne reificate.

7. Riappropriazione di sé e critica dei “fantasmi”

In questo punto la riflessione può trovare un riferimento filosofico particolarmente radicale in Stirner. La sua critica dei “fantasmi” — vale a dire delle idee fisse, dei principi astratti e delle entità sovraordinate che si impadroniscono dell’individuo — consente di pensare l’alienazione come espropriazione simbolica del soggetto da parte di istanze che egli finisce per servire come se fossero più reali di lui stesso (Stirner, 1844/1995). Se questa intuizione viene sottratta a letture banalmente individualistiche, essa può offrire una chiave clinica potente: la sofferenza prende spesso la forma di una vita governata da imperativi interiorizzati che si presentano come verità assolute — dover essere, ideali normativi, immagini di valore, copioni di riconoscimento — e che separano il soggetto dalla propria esperienza concreta. La psicoterapia, in tale cornice, non “cura la psiche”; piuttosto, aiuta a disfare l’adesione coatta a questi fantasmi e a restituire alla persona una possibilità di uso di sé non colonizzata.

8. Una clinica non oppressiva

Le implicazioni etico-cliniche di questa impostazione sono rilevanti. Una psicoterapia non oppressiva dovrebbe almeno soddisfare quattro condizioni. Primo, sospendere ogni pretesa di possesso epistemico del soggetto: il terapeuta formula ipotesi, non sentenze ontologiche. Secondo, trattare il sintomo non solo come problema da eliminare, ma come forma di verità situata, storicamente e relazionalmente mediata. Terzo, concepire la relazione terapeutica come spazio di co-costruzione e non di addestramento all’adattamento. Quarto, misurare l’esito terapeutico non in termini di conformità a standard normativi di funzionamento, ma in termini di accresciuta possibilità del soggetto di abitare la propria esperienza con maggiore agency, minore dipendenza da eterodefinizioni e maggiore capacità critica verso i dispositivi che lo assoggettano. In questa direzione, la prossimità teorica con la pedagogia critica è evidente: come l’educazione, anche la psicoterapia può diventare pratica di domesticazione oppure pratica di liberazione (Freire, 1970/2018).

9. Conclusione

L’unico senso teoricamente difendibile della psicoterapia, entro questa prospettiva, consiste nel suo possibile contributo alla riappropriazione di sé contro i processi di alienazione che caratterizzano il presente storico. Ciò comporta uno spostamento radicale: dalla psicoterapia come tecnica di cura della mente alla psicoterapia come pratica critica della soggettivazione; dal terapeuta come interprete sovrano al terapeuta come interlocutore responsabile; dal paziente come oggetto di sapere al soggetto come autore possibile della propria esperienza. Una tale impostazione non elimina la complessità clinica, né promette una liberazione assoluta. Ma impone un criterio decisivo: ogni psicoterapia che, nel nome della cura, sottragga alla persona la proprietà di sé, contraddice il proprio stesso fondamento etico. Ogni psicoterapia che invece renda possibile una restituzione di autorialità, di parola e di uso di sé, può ancora rivendicare una legittimità non reificante e non oppressiva.

Bibliografia essenziale

(formato APA 7)

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Buber, M. (1970). I and Thou (W. Kaufmann, Trans.). Scribner. (Opera originale pubblicata nel 1923)

Cushman, P. (1990). Why the self is empty: Toward a historically situated psychology. American Psychologist, 45(5), 599-611.

Foucault, M. (1987). Mental illness and psychology (A. M. Sheridan, Trans.). University of California Press.

Freire, P. (2018). Pedagogy of the oppressed (50th anniversary ed.). Bloomsbury Academic. (Opera originale pubblicata nel 1970)

Fromm, E. (2002). The sane society (2nd ed.). Routledge. (Opera originale pubblicata nel 1955)

Gergen, K. J. (1991). The saturated self: Dilemmas of identity in contemporary life. Basic Books.

Laing, R. D. (1960). The divided self: An existential study in sanity and madness. Penguin Books.

Rogers, C. R. (1951). Client-centered therapy: Its current practice, implications, and theory. Houghton Mifflin.

Rogers, C. R. (1961). On becoming a person: A therapist’s view of psychotherapy. Houghton Mifflin.

Rose, N. (1999). Governing the soul: The shaping of the private self (2nd ed.). Free Association Books.

Stirner, M. (1995). The ego and its own (D. Leopold, Ed.). Cambridge University Press. (Opera originale pubblicata nel 1844)

Szasz, T. S. (2010). The myth of mental illness: Foundations of a theory of personal conduct. Harper Perennial Modern Classics. (Opera originale pubblicata nel 1961)

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