06/04/2026
Che cos’è la scienza?
Fallibilismo, paradigmi, programmi di ricerca, empirismo costruttivo e oggettività sociale nell’epistemologia contemporanea
Abstract
Il presente contributo propone una ricostruzione sintetica ma teoricamente densa di alcuni assi maggiori dell’epistemologia contemporanea. L’obiettivo è duplice: chiarire in che senso la scienza non possa essere né identificata con un sapere assoluto e autoevidente né dissolta in un pluralismo indifferenziato; mostrare, inoltre, come una corretta alfabetizzazione epistemologica costituisca uno strumento essenziale per distinguere l’informazione scientificamente controllata dalle fake news scientifiche, tanto nelle loro forme ortodosse quanto in quelle eterodosse. A tal fine, il saggio distingue analiticamente cinque snodi: il falsificazionismo fallibilista di Popper, la storicizzazione paradigmatica di Kuhn, la mediazione metateorica di Lakatos, l’empirismo costruttivo di van Fraassen e il contestualismo sociale di Longino. La tesi sostenuta è che la specificità della scienza non risieda in un criterio unico e metastorico, ma in una configurazione mobile di pratiche di controllo, comparazione, critica pubblica, adeguatezza empirica e revisione storica delle credenze.
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1. Introduzione
Domandarsi che cosa sia la scienza significa entrare in uno dei luoghi classici della filosofia contemporanea: quello in cui si intrecciano problemi di metodo, criteri di validità, storia dei concetti, organizzazione sociale del sapere e statuto della verità. Una risposta epistemologicamente accorta deve evitare due riduzionismi opposti. Il primo è quello scientista, che identifica la scienza con un accesso privilegiato, lineare e sostanzialmente definitivo al reale. Il secondo è quello relativista ingenuo, che dalla storicità, fallibilità e socialità della ricerca inferisce l’equivalenza generale di tutte le credenze. L’epistemologia contemporanea, soprattutto dopo la crisi dell’immagine neopositivista della scienza, mostra invece che il sapere scientifico è insieme storico e normativo, fallibile ma non arbitrario, socialmente situato ma non per questo privo di vincoli cognitivi (Popper, 1959; Kuhn, 1962/2012; Laudan, 1977; Longino, 1990).
Conviene anzitutto distinguere tra metodi e criteri epistemici. I metodi sono schemi di costruzione e controllo delle ipotesi: deduzione ipotetica, induzione statistica, abduzione, modellizzazione, confronto analogico, sperimentazione, simulazione. I criteri epistemici, invece, concernono il modo in cui una teoria o un asserto acquisiscono affidabilità comparativa: testabilità, coerenza, potenza esplicativa, precisione concettuale, operazionalizzabilità, fecondità euristica, capacità di integrazione con altri risultati, replicabilità ove pertinente, pubblicità dei controlli. Una parte considerevole della confusione pubblica intorno alla “scienza” nasce proprio dalla mancata distinzione fra questi livelli: si invoca il metodo come formula magica, mentre il problema reale riguarda i modi concreti di controllo e di confronto tra enunciati concorrenti.
2. Popper: fallibilismo, demarcazione e criticismo
Nel quadro del Novecento epistemologico, Popper rappresenta il tentativo più influente di sottrarre la scienza sia all’induttivismo classico sia al verificazionismo forte. Il punto di partenza è noto: non esiste giustificazione induttiva logicamente conclusiva che consenta di derivare leggi universali da un numero finito di osservazioni; di conseguenza, il problema non è verificare definitivamente le teorie, ma chiarire a quali condizioni esse possano essere sottoposte a controlli severi (Popper, 1959). Il valore della falsificabilità non consiste nell’offrire una fotografia sociologica della pratica scientifica reale, bensì nel formulare un criterio normativo di demarcazione: è scientifica una teoria che espone se stessa, almeno in linea di principio, alla possibilità di essere smentita da stati di cose osservabili incompatibili con essa.
L’aspetto più rilevante del popperismo non è solo il criterio di falsificabilità in senso stretto, ma il fallibilismo come ethos epistemico generale. In Popper nessuna teoria empirica è mai dimostrata vera; al massimo può risultare corroborata, cioè temporaneamente resistente a controlli severi. La razionalità scientifica non si identifica dunque con la fondazione, ma con la disponibilità alla confutazione e alla revisione. Questo spostamento è decisivo: il sapere scientifico non è forte perché certo, ma perché istituzionalizza il dubbio regolato. Una teoria che assorbe ogni possibile obiezione trasformando ex post ogni smentita in conferma non è più potente: è semplicemente immunizzata.
Tuttavia, il popperismo presenta anche limiti noti. La ricerca effettiva non confronta quasi mai una singola teoria “nuda” con un singolo fatto isolato. Ogni test presuppone ipotesi ausiliarie, strumenti di misura, convenzioni sperimentali, assunzioni statistiche e lessici teorici. In questo senso, la lezione di Popper resta fondamentale sul piano normativo, ma insufficiente sul piano descrittivo-storico. Essa illumina l’ideale della criticabilità, non esaurisce la complessità concreta della pratica scientifica.
3. Kuhn: paradigmi, scienza normale e rivoluzioni scientifiche
Con Kuhn il baricentro dell’epistemologia si sposta dalla logica della giustificazione alla storia delle comunità scientifiche. The Structure of Scientific Revolutions, pubblicato originariamente nel 1962 e poi riproposto in una 50th Anniversary Edition dall’University of Chicago Press, ha mostrato che la scienza non procede soltanto attraverso enunciati testabili, ma entro matrici disciplinari condivise che definiscono problemi legittimi, esempi paradigmatici, tecniche riconosciute, modi corretti di vedere e descrivere il mondo (Kuhn, 1962/2012). Il concetto di paradigma non designa soltanto una teoria, bensì un assetto cognitivo-pratico più ampio che rende possibile la “scienza normale” come attività di soluzione di rompicapi entro vincoli condivisi.
Il contributo kuhniano è duplice. Da un lato, esso storicizza il sapere scientifico: ciò che conta come problema, prova, anomalia o soluzione dipende anche dall’orizzonte concettuale in cui gli scienziati operano. Dall’altro, mostra che l’osservazione non è mai del tutto neutra o grezza, ma è teoria-carica, cioè mediata da linguaggi, strumenti, aspettative e schemi interpretativi. Le “rivoluzioni scientifiche” non sono, in questa cornice, semplici aggiunte cumulative di fatti a un deposito stabile di verità; sono ristrutturazioni profonde dei modi legittimi di organizzare l’esperienza.
È però necessario evitare una lettura caricaturale di Kuhn. La nozione di incommensurabilità non implica che tra paradigmi non vi sia alcuna possibilità di confronto razionale, né autorizza la conclusione banalmente relativistica secondo cui la scienza sarebbe solo un effetto di decisioni tribali o retoriche. Kuhn destabilizza l’immagine cumulativa e lineare della conoscenza, ma non sostiene che tutti i paradigmi si equivalgano in senso epistemico assoluto. Piuttosto, obbliga a riconoscere che i criteri di valutazione delle teorie non sono mai integralmente esterni alla storia della ricerca.
4. Lakatos: dai falsificazionismi ingenui ai programmi di ricerca
Lakatos può essere letto come il grande mediatore tra il normativismo critico di Popper e la storicizzazione kuhniana. Nel saggio “Falsification and the Methodology of Scientific Research Programmes”, pubblicato nel volume Criticism and the Growth of Knowledge, egli riconosce la forza delle obiezioni rivolte al falsificazionismo ingenuo, ma rifiuta di concluderne che la razionalità scientifica si dissolva nella mera sequenza di conversioni paradigmatiche (Lakatos, 1970). La sua proposta consiste nello spostare l’unità di analisi dalla singola teoria al programma di ricerca, articolato in un “nucleo duro” relativamente protetto e in una “cintura protettiva” di ipotesi ausiliarie suscettibili di revisione.
L’innovazione lakatosiana è decisiva perché permette di comprendere come, nella pratica, le teorie non vengano abbandonate al primo controesempio empirico. La questione razionale non è se un programma incontri anomalie — tutti ne incontrano — ma se riesca a trasformarle in sviluppo teorico ed euristico, producendo predizioni nuove e progressi empirici, oppure se si limiti a proteggersi in modo ad hoc, diventando degenerativo. Lakatos conserva così da Popper l’istanza critica e comparativa, ma la inserisce in una cornice storica più realistica e meno schematica.
Proprio per questo Lakatos è particolarmente utile per analizzare le pseudoscienze contemporanee. Esse spesso imitano il linguaggio della ricerca ma operano come programmi degenerativi permanenti: riformulano continuamente la cintura protettiva, assorbono qualunque anomalia, non producono predizioni nuove indipendenti, non accettano confronti metodologicamente simmetrici con programmi rivali meglio corroborati. In questo senso, Lakatos offre una griglia più fine della semplice contrapposizione “falsificabile/non falsificabile”.
5. Van Fraassen: empirismo costruttivo contro realismo forte e positivismo
Bas van Fraassen riapre il dibattito sullo statuto delle teorie scientifiche da un’altra angolazione. The Scientific Image, pubblicato da Oxford University Press nel 1980, propone una “alternativa empiricista” tanto al positivismo logico quanto al realismo scientifico forte. Il nucleo della sua posizione è il costruttive empiricism: lo scopo della scienza non è necessariamente fornire teorie vere in senso ontologico pieno, ma teorie empiricamente adeguate, cioè capaci di “salvare i fenomeni” osservabili (van Fraassen, 1980). Accettare una teoria, per van Fraassen, non equivale a credere alla verità letterale di tutti i suoi enti teorici; equivale a impegnarsi soltanto sulla sua adeguatezza rispetto a ciò che è osservabile.
La portata di questa tesi è spesso sottovalutata. Van Fraassen non liquida la scienza come mera convenzione utile, né nega l’importanza delle teorie; rifiuta però il passaggio automatico dal successo empirico al realismo ontologico. In altri termini, il fatto che una teoria funzioni molto bene non obbliga a trattare come realmente esistenti, in senso forte, tutte le entità che essa postula. L’accettazione teorica viene così separata dalla credenza metafisica piena. Si tratta di una posizione anti-realista sofisticata, non di uno scetticismo generalizzato.
Per il nostro problema, il vantaggio dell’empirismo costruttivo è notevole. Esso fornisce un antidoto contro la trasformazione ideologica della scienza in metafisica dell’accesso diretto al reale. Al tempo stesso, mantiene un vincolo forte: le teorie devono essere empiricamente adeguate. Una fake news scientifica può usare lessico tecnico, immagini di laboratorio e retorica dell’innovazione, ma se non regge alla prova dell’adeguatezza empirica e della comparazione con alternative più robuste, non acquisisce statuto epistemico soltanto per il fatto di essere narrata in forma “scientifica”.
6. Longino: oggettività come pratica sociale criticamente organizzata
Se Popper enfatizza la criticabilità, Kuhn la storicità dei paradigmi, Lakatos la dinamica dei programmi e van Fraassen il limite empirico dell’accettazione teorica, Helen Longino sposta il fuoco sulla dimensione sociale della produzione di conoscenza. Science as Social Knowledge e The Fate of Knowledge, entrambe opere riconosciute e pubblicate da Princeton University Press, sviluppano una concezione per cui l’oggettività non coincide con l’eliminazione dell’osservatore o dei valori, ma con l’organizzazione pubblica di pratiche critiche che permettono la trasformazione intersoggettiva delle credenze (Longino, 1990, 2001). In questa prospettiva, la conoscenza scientifica è “sociale” non perché arbitraria, ma perché dipende da comunità, standard di discussione, strutture di autorità, distribuzioni di competenza, accessibilità delle critiche e pluralità dei punti di vista.
Il contributo teorico più originale di Longino consiste nel mostrare che l’oggettività non va pensata contro la socialità, ma attraverso di essa. Il suo “contextual empiricism” sostiene che i dati e le inferenze sono sempre inseriti in contesti di assunzioni di sfondo e che il controllo epistemico migliora quando esistono effettive condizioni di critica trasformativa: accesso ai forum di discussione, riconoscimento simmetrico della possibilità di obiezione, standard condivisi per la risposta alle critiche, presenza di comunità sufficientemente pluralistiche. L’assenza di tali condizioni non produce solo un difetto politico; produce un deficit epistemico.
In rapporto alla questione delle fake news, Longino è cruciale perché consente di cogliere un punto spesso trascurato. Non basta chiedersi se un risultato sia formalmente elegante o empiricamente promettente; occorre chiedersi anche entro quali condizioni sociali di scrutinio esso sia stato prodotto, discusso, contestato e validato. La pseudoscienza si presenta spesso come sapere perseguitato da un establishment chiuso; ma, altrettanto spesso, certi usi ideologici della scienza ufficiale si reggono proprio sulla compressione dei contesti di critica. Una concezione sociale forte dell’oggettività permette di criticare entrambe le derive senza cadere nell’indistinzione relativistica.
7. Distinzione esplicita tra i cinque autori
A questo punto si può formulare la distinzione teorica in termini netti.
Popper pensa la scientificità soprattutto in termini di criticabilità logico-empirica: il problema centrale è la demarcazione tra teorie esposte alla confutazione e sistemi immunizzati. Il suo lessico è quello del controllo severo, della corroborazione e della lotta contro il giustificazionismo.
Kuhn sposta il problema sulla storicità delle matrici disciplinari: il punto non è solo come si testano enunciati, ma come intere comunità definiscono ciò che conta come problema, dato, anomalia e soluzione. Il suo lessico è quello di paradigma, scienza normale, crisi, rivoluzione, incommensurabilità.
Lakatos tenta una mediazione: conserva l’istanza razionale-comparativa di Popper ma riconosce, contro il falsificazionismo ingenuo, che la scienza si sviluppa entro programmi di ricerca che hanno durata, inerzia e complessità storica. Il suo lessico è quello di nucleo duro, cintura protettiva, progressività e degenerazione.
Van Fraassen riformula il problema non attorno alla demarcazione o alla dinamica dei paradigmi, ma attorno allo statuto dell’accettazione teorica: che cosa dobbiamo credere quando accettiamo una teoria? La sua risposta è minimalista ma forte: credere soltanto alla sua adeguatezza empirica, non necessariamente alla verità piena dei suoi contenuti ontologici.
Longino, infine, mostra che nessuna teoria della razionalità scientifica è completa se ignora le condizioni sociali dell’oggettività. Il problema non è solo logico, storico o semantico, ma istituzionale e intersoggettivo: quali comunità, quali pratiche di critica, quali distribuzioni di voce e di autorità rendono possibile una conoscenza pubblicamente affidabile?
8. Oltre il criterio unico: pluralità dei vincoli epistemici
L’esito teorico più solido dell’epistemologia contemporanea non è l’identificazione di un criterio unico e definitivo di scientificità, ma la chiarificazione di una pluralità di vincoli epistemici che operano con pesi differenti nei diversi ambiti della ricerca. In alcuni contesti prevale la controllabilità sperimentale; in altri la modellizzazione matematica; in altri ancora la robustezza inferenziale, la convergenza di indicatori indipendenti, la capacità di integrazione tra livelli esplicativi, la forza comparativa di programmi rivali o la qualità delle istituzioni critiche che sorreggono il dibattito. Da qui segue che la scienza non va definita come possesso di un’essenza semplice, ma come configurazione storica di pratiche orientate alla correzione pubblica dell’errore.
Questa conclusione non dissolve il problema della demarcazione; lo rende più esigente. Non si tratta di negare che vi siano differenze tra scienza e pseudoscienza, ma di riconoscere che tali differenze emergono da un intreccio di fattori: esposizione al rischio empirico, controllo metodico, confronto con alternative, fecondità euristica, precisione concettuale, storia delle revisioni, struttura sociale della critica. Una fake news scientifica, ortodossa o eretica che sia, tende precisamente a spezzare questo intreccio: o assolutizzando un frammento di evidenza come verità finale, o invocando la complessità e la fallibilità come pretesto per sospendere ogni vincolo di prova.
9. Conclusione
La domanda “che cos’è la scienza?” non ammette dunque una risposta essenzialista semplice. La scienza non è un deposito di certezze definitive, ma nemmeno un repertorio arbitrario di narrazioni equivalenti. È, più rigorosamente, una pratica storica e sociale di costruzione, controllo, confronto e revisione di modelli del mondo. In Popper essa appare come istituzionalizzazione del fallibilismo critico; in Kuhn come storicità dei paradigmi; in Lakatos come competizione razionale fra programmi di ricerca; in van Fraassen come ricerca di adeguatezza empirica senza sovrainvestimento ontologico; in Longino come oggettività prodotta da condizioni sociali di critica efficace. La loro differenza non è un difetto della filosofia della scienza contemporanea, ma la prova che il problema della scientificità richiede una grammatica plurale. Ed è proprio tale pluralità regolata a costituire una difesa più robusta contro le fake news scientifiche: non credere alla scienza come dogma, ma esercitare sulla scienza stessa un controllo epistemologico informato.
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Riferimenti bibliografici
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