30/05/2020
Non ci si rende sufficientemente conto di quanto si educhino i propri figli nel calibrare limiti e regole nelle diverse situazioni: mentre lo si fa si mostra ai propri figli come si gestiscono le situazioni della vita, quelle più e quelle meno difficili. Anche per questo è determinante che l’esercizio della responsabilità degli adulti non si traduca in una prova del potere dei grandi su loro piccoli, ma in un gesto di cura.
I e le
“Chi educa deve insegnare i limiti”; “I bambini hanno bisogno di regole e di disciplina”. Quante volte succede di ascoltare frasi come queste, in cui l’adulto che le pronuncia prova a esprimere il senso del proprio impegno educativo? A me capita spesso. Di solito mi colpisce il contrasto tra il tono perentorio con cui vengono dette e l’indeterminatezza delle soluzioni proposte; e pure mi lascia perplessa l’ambiguità di simili discorsi sulle strategie con cui i limiti posti vanno poi fatti rispettare. Con gli esseri umani in genere e con i bambini in particolare, imporre una regola in modo rigido non garantisce dell’efficacia della norma e il modo che si sceglie per sostenerne l’osservanza conta moltissimo, negli effetti possibili, sul piano della relazione tra chi è coinvolto.
Quando rifletto su questioni educative e situazioni tipiche in cui siano implicati genitori e figli, mi concentro sempre su ciò che riguarda la sfera della relazione che li lega. È in quell’ambito che si configurano, a partire dai nostri primi giorni, la struttura di personalità di ciascuno e le proprie modalità di connessione a livello familiare e sociale. Essere figli insegna a vivere – con sé e con gli altri – e le regole che i genitori fissano per il benessere della famiglia e dei propri bambini sono tanto più utili quanto più è in questa prospettiva che le si stabilisce.
È decisivo che non siano i bambini ad avere la responsabilità di scegliere quali princìpi regolano la loro esistenza. Ma al tempo stesso è rilevante che l’applicazione di quei princìpi non prescinda dall’ascolto dei bisogni dei bambini e del loro punto di vista, nel rispetto del loro essere ancora piccoli e quindi delle loro competenze cognitive e relazionali in formazione. Nel crescere, noi adulti, abbiamo avuto il tempo di sperimentare e adeguare alle diverse esigenze risorse e soluzioni che ci aiutano nel gestire le difficoltà quotidiane, organizzare gli impegni da svolgere e tutelare il benessere di tutta la famiglia. Per questa ragione la responsabilità di prendercene cura è nostra. Se un tempo il compito di farsi carico di questa responsabilità si associava al concetto di autorità – il cui rispetto indiscusso faceva tutt’uno con quello delle norme che stabiliva – oggi mi sembra che risulti sempre più chiaro come, piuttosto che ricercare per postulato una rigorosa obbedienza, sia preferibile accompagnare i propri figli con pazienza e attenzione verso un apprendimento consapevole e progressivo di buone regole di relazione e di convivenza.
Per cavarcela, come genitori ed educatori, in modo più efficace, è secondo me utile distinguere tra i princìpi che scegliamo di seguire – e i bisogni che vi sono connessi – e le strategie che mettiamo in atto a vantaggio della loro applicazione. La regola di non pasticciare con il cibo, ad esempio, può rispondere al bisogno di ordine o al principio di non sprecare; è quindi una soluzione che scegliamo a questo scopo, non il bisogno in sé o il principio stesso: nel caso di un bambino piccolissimo potrebbe non valere in modo altrettanto stringente quando, durante la fase di passaggio ai cibi solidi, diamo valore al fatto che possa maneggiare gli alimenti per cominciare a conoscerli. Allo stesso modo gli orari che fissiamo per gestire il nostro ménage quotidiano sono soluzioni utili per garantire ordine e prevedibilità alle nostre faccende, il rispetto verso le persone coinvolte nei nostri appuntamenti o l’efficacia di ciò che vogliamo fare. Quando siamo in vacanza o nelle occasioni speciali, possiamo completamente stravolgerli. O ancora: la moderazione che scegliamo di dare all’uso di videogiochi, tablet e televisione collabora a tutelare uno spazio mentale e dei tempi di apprendimento in cui i nostri figli si applichino attivamente ai propri interessi, liberi dall’effetto assorbente e alienante che alla lunga i dispositivi elettronici rischiano di avere su di loro. Eppure può succedere che, quando siamo stanchi o abbiamo impegni che richiedono la nostra completa attenzione, preferiamo concedere del tempo in più di svago tecnologico ai nostri bambini, piuttosto che ritrovarci frustrati, nervosi, magari arrabbiati con loro. Non si tratta di contravvenire alla regola o di consentire l’eccezione che la conferma: quando deroghiamo alle consuetudini stabilite, abbiamo semplicemente a cuore esigenze differenti rispetto a quelle per le quali le avevamo decise. In situazioni diverse adattiamo la regola al contesto, per cercare di rispondere nel miglior modo possibile ai bisogni di tutti (a volte ciò che è possibile è più comodo, a volte meno e si fa il meglio che si riesce).
Penso che non ci si renda sufficientemente conto di quanto educhiamo i nostri figli quando esercitiamo questo ruolo di calibratura del limite e delle regole: mentre lo facciamo mostriamo ai nostri figli come si gestiscono le situazioni della vita, quelle più e quelle meno difficili. Anche per questo è determinante che l’esercizio della nostra responsabilità adulta non si traduca in una prova del nostro potere di grandi su loro piccoli. E, dal momento che la vita è anche imprevedibile, mutevole, incoerente, io non credo che una certa elasticità nel gestire le regole familiari sia rischiosa e ci faccia apparire agli occhi dei bambini contraddittori e fragili. Le regole, strategie utili alla nostra quotidianità, sono tanto più efficaci e risultano più educative quando sappiamo anche negoziarle. E con ciò non intendo che si debba lasciar fare ai bambini quello che vogliono, ma che ci si conceda di provare a capire che cosa di volta in volta alimenta il conflitto tra noi e loro. Difendere con intransigenza la regola è più semplice: l’abbiamo scelta, conosciamo le nostre ottime ragioni per applicarla. Di fronte a noi c’è qualcuno che non ci capisce e che non capiamo. Noi abbiamo ragione, lui torto. Se però scegliamo di accogliere responsabilmente la prospettiva di chiederci perché non siamo d’accordo, senza liquidare il comportamento oppositivo dei bambini con etichette come “capricci” o “provocazione”, forse riusciamo a vedere meglio noi e loro al di là della situazione specifica. Rimandiamo a un altro momento, in cui saranno più liberi di ascoltarci con profitto, l’insegnamento del principio o del valore che esprimiamo nella regola. A uno, due, cinque, sette anni e anche più l’autodisciplina segue in ciascuno il suo personale percorso di affinamento. Ci aiuta tenere conto della distanza tra i loro pochi anni e le nostre decine. Perché non proviamo a fidarci di ciò che è vivo dentro i nostri bambini? Con il nostro responsabile accompagnamento, troverà la strada per orientarsi da solo un po’ alla volta. Possiamo seguirli in questo senza rinunciare al nostro ruolo di guida. Si tratta, lo so, di una delle cose più difficili del mondo: l’essere genitori. Io in vita mia di così complicate ne avevo vissuta solo un’altra: l’essere stata figlia. Quindi so che, nella relazione tra genitori e figli, ciascuno sta facendo la sua parte.
(foto di Maura Silva)