Arte del Fare

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Redazione culturale e Centro di Formazione dell'accademia di Gestált LA BOTTEGA, fondata nel 2006 da Mimmo Ciavarelli, esponente Senior della Gestált Therapy Tradizionale.

BESTIARIO DEI CARATTERI 1. Il mio carattere è un Ca****lodi Mimmo CiavarelliIl mio carattere è un ca****lo ferus. Dal Ka...
19/05/2026

BESTIARIO DEI CARATTERI

1. Il mio carattere è un Ca****lo

di Mimmo Ciavarelli

Il mio carattere è un ca****lo ferus. Dal Kazakistan, alla grande ansa del fiume giallo, non più di un migliaio di piccoli cammelli vivono in piccoli branchi di non più di venti unità sotto la guida di un maschio adulto. Vivono in libertà e senza padroni. Hanno tutte le caratteristiche dei loro cugini domestici. Sono forti, potrebbero trasportare enormi carichi, ma non lo fanno. La loro forza si riversa tutta nella gioia di vivere e nell'eleganza dell'incedere sicuro. Grandi camminatori, e veloci corridori all'occorrenza, coprono distanze sterminate per il gusto di farlo e per procurarsi acqua e cibo variegato a loro piacimento. Curano i piccoli, e gestiscono le relazioni senza delegare a nessuno queste bellezze della vita. Hanno poche esigenze e grande resistenza, così da avere tempo da contemplare e calma di farlo. La loro adattabilità agli ambienti è tutta fisica ed emotiva, senza grande intelletto da sviluppare di soverchio. Vivono di erba, senza ammazzare. Si difendono dai lupi con la forza del gruppo e accettano che la vita porti loro anche talvolta la morte. La loro longevità li fa più esperti e spesso sopravvivono ai loro predatori sempre affamati e ansiosi. Il mio carattere è un ca****lo ferus. Così paghi da essere intrappolati in se stessi, non vedono altra libertà che quella che hanno e la loro volontà di potenza è atrofizzata, rassegnandosi ad una lenta estinzione. Eppure talvolta sognano, perchè vivono dormendo. Se si svegliassero alla loro condizione, si scoprirebbero sgomenti nell'immenso orizzonte delle loro desertiche pianure e del loro destino orientale.

UNO SPAZIO DA RIEMPIRE Si è concluso ieri il Workshop esperienziale "La sedia calda", secondo appuntamento del progetto ...
17/05/2026

UNO SPAZIO DA RIEMPIRE
Si è concluso ieri il Workshop esperienziale "La sedia calda", secondo appuntamento del progetto di Libera Formazione "Gestált Space" curato dalla Sede padovana di "Arte del Fare" la sezione di Cultura e Formazione dell'accademia di Gestalt "La Bottega", condotto da Mimmo e Ambra Ciavarelli.

UNO SPAZIO DA RIEMPIRE
Si è concluso ieri il Workshop esperienziale "La sedia calda", secondo appuntamento del progetto di Libera Formazione "Gestált Space", curato dalla Sede padovana di "Arte del Fare", sezione di Cultura e Formazione dell'accademia di Gestalt "La Bottega". Il Workshop è stato condotto da Mimmo e Ambra Ciavarelli.

Non conosciamo il mondo o noi stessi, li abbiamo solo catalogati; da tempo, li abbiamo classificati, interpretati, carat...
07/05/2026

Non conosciamo il mondo o noi stessi, li abbiamo solo catalogati; da tempo, li abbiamo classificati, interpretati, caratterizzati. Continuiamo a pensarli come se fossero concetti e non più cose vive e mutevoli. Acquistando la capacità di orientarci e di progettare, abbiamo perso il contatto pieno con la realtà concreta. Non ci sorprendiamo più.

Tratto dalla puntata 4 di Gestalt Food – Sorprendere se stessi di Mimmo Ciavarelli disponibile sul suo canale Youtube

Le parole per dirlo - Racconto n. 8Il mal di testadi Guido FerraIn molti modi neghiamo la realtà: negando i propri limit...
01/05/2026

Le parole per dirlo - Racconto n. 8

Il mal di testa

di Guido Ferra

In molti modi neghiamo la realtà: negando i propri limiti e preoccupandosi per tutti, oppure stordendosi con l’alcool o dissociandosi. Questo racconto mostra come riprendere il contatto con la nostra vita reale. Un paziente, e una dottoressa che senza saperlo hanno lo stesso sintomo, guariscono simultaneamente.

Era un giovane medico attenta e scrupolosa, forse anche troppo. “E se avessi tralasciato qualcosa?” si ripeteva appena il paziente di turno era uscito. Elencava tutte le diagnosi a cui non aveva subito pensato, dandosi della stupida. Sebbene tutti le confermassero, la sua competenza, restava preoccupata. Nel poco tempo libero studiava, sperando di colmare le sue lacune, ma era peggio. Anzichè diminuire, stranamente, parevano aumentare. La notte dormiva male. Una sera, alla fine del turno, visitò l'ultimo paziente. L'uomo che aveva davanti le sciorinò i suoi sintomi. Lo fece con calma serafica, e un sorriso distaccato, che a stento tratteneva la noia di esser lì. “Dottoressa, mi fa male la testa da tre giorni. Sarà che soffro di pressione alta, o forse perché nell’ultima settimana ho bevuto tanto. Non oggi comunque -poi, con fare confidenziale aggiunse - Se fosse dipeso da me non sarei neanche venuto, ma mia moglie... lo sa come sono le mogli, ha insistito. Pure mia sorella. Ah, ho anche le vertigini. Mi ha detto anche di dirle che vedo tutto scuro, quando il dolore aumenta: sarà la miopia o roba del genere.” Mentre l'uomo le parlava, lei era sempre più stupita del suo comportamento indifferente. Lei sarebbe morta dall’ansia a sottovalutare una cosa così, e non capiva la sua indifferenza. Gli misurò la pressione: era normale. Iniziò così ad agitarsi. Mentre pensava alle peggiori ipotesi diagnostiche, lui ridacchiò e quasi scusandosi aggiunse: “Dottoressa, non per darle fretta, ma stasera c’è la partita”. Lei si stizzì. Pareva che importasse più a lei della sua salute che a lui. Irritata, sbottò: “Mi scusi, a me lei non sembra affatto preoccupato. Non dovrebbe affatto bere, se dice di avere la pressione alta. Sto qui a preoccuparmi, cercare di organizzarle una TAC, e lei ride. Ma lo sa che potrebbe avere qualcosa di serio? Lo sa che c’è gente che muore per un mal di testa così? Ma certo, tanto c’è sempre qualcuno che si preoccupa al posto suo, no? Sua moglie, sua sorella, noi medici. Comodo così. Faccia come vuole, firmi e se ne vada a vedere la partita. Io, stasera, non voglio preoccuparmi per chi non si preoccupa” A questo discorso, l'uomo rimase colpito. Tra l’imbarazzato e il sorpreso, si sentì scoperto. Era la prima volta che qualcuno gli faceva vedere chiaramente ciò che faceva. Provò uno strano e doloroso dispiacere per sua moglie, che doveva sempre preoccuparsi al posto suo. Poi ebbe paura per sé. “Mi scusi tanto, dottoressa… veramente può essere grave? Posso morire? Non ci avevo mai pensato, non voglio morire. Lascerei mia moglie da sola, abbiamo il mutuo da pagare... come farebbe?” Mentre lo diceva, gli si inumidirono gli occhi e si commosse. “Mi ha fatto pensare… Io faccio sempre così. Per non preoccuparmi, faccio preoccupare gli altri. Poi li prendo in giro, dicendo che sono ansiosi.” Dopo avere un po’ pianto, aggiunse “Dottoressa.... - esitò - “Lo sa, mi sta passando il mal di testa... è una cosa stranissima!” Lei lo guardò, stavolta senza ansia e senza rabbia. Gli disse: “A volte il corpo ci grida quando lo trascuriamo, e quando lo ascoltiamo si calma. Il suo mal di testa sta passando perché lei ha smesso di scappare.” Lui annuì, guardandola con uno sguardo morbido, vulnerabile. “Però, che dice? Forse ha senso farla comunque, quella TAC?” Lei gli sorrise e gli rispose: “Sì, ha senso. Gliela prenoto.” Finì il turno. Era rilassata. Quella notte, dopo tanto tempo, dormì.

MEMORIE DAL QUI E ORAEra un giorno come un altro quando andasti via.Da allora, ho imparato a contare le primavere.Prima ...
24/04/2026

MEMORIE DAL QUI E ORA
Era un giorno come un altro quando andasti via.
Da allora, ho imparato a contare le primavere.
Prima che calino i venti, la voglio sentire tutta questa stagione che passa.

21/04/2026
Il mondo lo pensiamo più che viverlo. Così facendo, nel momento della difficoltà, spesso siamo incapaci di usare risorse...
17/04/2026

Il mondo lo pensiamo più che viverlo. Così facendo, nel momento della difficoltà, spesso siamo incapaci di usare risorse che non abbiamo allenato, non sappiamo più fare quel che dovremmo fare, cioè pensare diversamente. Ogni circostanza, vuole il suo modo. Se la semplificazione produce sofferenza, la complicazione ne è la cura. Non sapere più il mondo, non conoscere più se stessi, non avere più un carattere e doverlo scoprire di nuovo, aver necessità di sorprendersi, ci fornisce nuove e inattese prospettive, oltre a dissolvere le angosce presenti.

Tratto dalla puntata 4 di Gestalt Food – Sorprendere se stessi di Mimmo Ciavarelli disponibile sul suo canale Youtube

16/04/2026

NEL DETTAGLIO L'ESSENZIALE. Concluso, domenica 12 aprile 2026, il Training Workshop residenziale di primavera del progetto GESTALT ROAD a cura de "La Bottega accademia di Gestalt" e condotto da Mimmo Ciavarelli. Il progetto è rivolto a Psicologi, Psichiatri, Psicoterapeuti e Counselor che vogliano avvicinarsi, approfondire e sperimentare le metodologie della Gestalt Tradizionale. L'incontro è anche parte integrante del percorso di libera formazione per Psicologi e psichiatri in Gestalt therapy tradizionale ARTE DEL FARE e di quello per Formatori GESTALT HERITAGE. Il Workshop si è svolto (da venerdì 10 a domenica 12 gennaio 2026) a Vo di Padova, ospite della Tana del Tasso Retreat.
Per informazioni sui prossimi eventi: Mimmo Ciavarelli 3333625679 mimmo.ciavarelli@gmail.com

Le parole per dirlo - Racconto n. 7Mi manchiDi Mimmo Ciavarelli Le parole d’amore nascondono insidie di cui gli amanti s...
09/04/2026

Le parole per dirlo - Racconto n. 7

Mi manchi

Di Mimmo Ciavarelli

Le parole d’amore nascondono insidie di cui gli amanti sono poco consapevoli. Un pensatore affronta la questione della mancanza della persona amata da una prospettiva inusuale. Seguirlo in questa storia non mancherà di stupirci.

Piero era un gran pensatore. Si muoveva tra i concetti come un pesce nell'acqua. Disinvolto, senza mai essere banale, era capace di guizzi improvvisi e sempre molto acuti. A patto di non lesinare il tempo e non aver fretta, era sempre stimolante ascoltarlo e ragionare con lui. Quella mattina, mentre si parlava di comunicazione, cacciò all'improvviso un concetto nuovo: la manipolazione linguistica degli affetti. "Le frasi d'amore che ci si scambia tra innamorati - disse - spesso non sono che mosse di scacchi. Prendi la classica apertura amorosa del 'mi sei mancato', in genere seguita dalla scontata risposta difensiva 'anche tu', o talvolta da quella più aggressiva 'tu a me di più'. Invece che dichiarazioni d'amore, non ti sembrano più una schermaglia di sottili rimproveri per non essere dove si dovrebbe, o dove desidereremmo che l'altro fosse? Il desiderio, trasformato in mancanza, perde il protagonismo del soggetto, e diviene un passivo complemento di termine. Un ambiguo gioco di prestigio intellettuale che trasferisce la responsabilità della frustrazione, adombrando la necessità di un risarcimento. Questo la dice lunga sull'amore mercantile, non trovi?" Ero sul punto di perdermi, come tutti, avevo sempre usato certe espressioni senza vederci nulla di male e mi sembrava eccessiva tanta attenzione, quando un provvidenziale squillo del telefono mi diede modo di congedarmi senza sembrare scortese. Qualche giorno dopo, però, la conversazione con Piero si rivelò qualcosa di più di un mero gioco intellettuale. Il mio anziano padre, che ero andato a trovare al rientro da una mia trasferta di qualche giorno, con fare commosso, mi disse: "Mi sei mancato moltissimo" che, anziché intenerirmi, mi disturbò, anche se gli risposi: "Anche tu papà." Quelle mie parole, così appropriate, mi suonarono però false: in realtà ero stato benissimo nella lontananza. Pur essendogli affezionato, non mi era mancato davvero. Mi sentii doppiamente colpevole, e in più, la sua reazione mi sconcertò, perchè alla mia risposta si illuminò tutto, e la soddisfazione gli comparve in viso. Mi incuriosii e gli chiesi cosa lo facesse star bene. "Mi sono sentito importante per te."
Anche se non ne aveva l'aria, mi fu chiaro che mi stava rimproverando per avergli procurato il dolore della mancanza con la mia assenza. Il mio disagio colpevole davanti a questa accusa era la sua vendetta; e l'importanza che mi aveva estorto costringendomi a mentire, era il suo trofeo. Ecco perché avevamo avuto due reazioni diverse davanti alla stessa frase pronunciata da entrambi: lui era felice, mentre io turbato. 'Mi sei mancato', non era infatti nelle sue intenzioni una dichiarazione d'amore, ma di risentimento; era una richiesta di risarcimento, più che un'espressione sentimentale.
Che farne di tutto questo? Alzai le spalle rinunciando a ogni spiegazione. Mi bastava aver capito. Non avrei mai più usato o accettato quelle parole alla leggera: Piero aveva ragione.


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Padua
35124

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