01/05/2026
Le parole per dirlo - Racconto n. 8
Il mal di testa
di Guido Ferra
In molti modi neghiamo la realtà: negando i propri limiti e preoccupandosi per tutti, oppure stordendosi con l’alcool o dissociandosi. Questo racconto mostra come riprendere il contatto con la nostra vita reale. Un paziente, e una dottoressa che senza saperlo hanno lo stesso sintomo, guariscono simultaneamente.
Era un giovane medico attenta e scrupolosa, forse anche troppo. “E se avessi tralasciato qualcosa?” si ripeteva appena il paziente di turno era uscito. Elencava tutte le diagnosi a cui non aveva subito pensato, dandosi della stupida. Sebbene tutti le confermassero, la sua competenza, restava preoccupata. Nel poco tempo libero studiava, sperando di colmare le sue lacune, ma era peggio. Anzichè diminuire, stranamente, parevano aumentare. La notte dormiva male. Una sera, alla fine del turno, visitò l'ultimo paziente. L'uomo che aveva davanti le sciorinò i suoi sintomi. Lo fece con calma serafica, e un sorriso distaccato, che a stento tratteneva la noia di esser lì. “Dottoressa, mi fa male la testa da tre giorni. Sarà che soffro di pressione alta, o forse perché nell’ultima settimana ho bevuto tanto. Non oggi comunque -poi, con fare confidenziale aggiunse - Se fosse dipeso da me non sarei neanche venuto, ma mia moglie... lo sa come sono le mogli, ha insistito. Pure mia sorella. Ah, ho anche le vertigini. Mi ha detto anche di dirle che vedo tutto scuro, quando il dolore aumenta: sarà la miopia o roba del genere.” Mentre l'uomo le parlava, lei era sempre più stupita del suo comportamento indifferente. Lei sarebbe morta dall’ansia a sottovalutare una cosa così, e non capiva la sua indifferenza. Gli misurò la pressione: era normale. Iniziò così ad agitarsi. Mentre pensava alle peggiori ipotesi diagnostiche, lui ridacchiò e quasi scusandosi aggiunse: “Dottoressa, non per darle fretta, ma stasera c’è la partita”. Lei si stizzì. Pareva che importasse più a lei della sua salute che a lui. Irritata, sbottò: “Mi scusi, a me lei non sembra affatto preoccupato. Non dovrebbe affatto bere, se dice di avere la pressione alta. Sto qui a preoccuparmi, cercare di organizzarle una TAC, e lei ride. Ma lo sa che potrebbe avere qualcosa di serio? Lo sa che c’è gente che muore per un mal di testa così? Ma certo, tanto c’è sempre qualcuno che si preoccupa al posto suo, no? Sua moglie, sua sorella, noi medici. Comodo così. Faccia come vuole, firmi e se ne vada a vedere la partita. Io, stasera, non voglio preoccuparmi per chi non si preoccupa” A questo discorso, l'uomo rimase colpito. Tra l’imbarazzato e il sorpreso, si sentì scoperto. Era la prima volta che qualcuno gli faceva vedere chiaramente ciò che faceva. Provò uno strano e doloroso dispiacere per sua moglie, che doveva sempre preoccuparsi al posto suo. Poi ebbe paura per sé. “Mi scusi tanto, dottoressa… veramente può essere grave? Posso morire? Non ci avevo mai pensato, non voglio morire. Lascerei mia moglie da sola, abbiamo il mutuo da pagare... come farebbe?” Mentre lo diceva, gli si inumidirono gli occhi e si commosse. “Mi ha fatto pensare… Io faccio sempre così. Per non preoccuparmi, faccio preoccupare gli altri. Poi li prendo in giro, dicendo che sono ansiosi.” Dopo avere un po’ pianto, aggiunse “Dottoressa.... - esitò - “Lo sa, mi sta passando il mal di testa... è una cosa stranissima!” Lei lo guardò, stavolta senza ansia e senza rabbia. Gli disse: “A volte il corpo ci grida quando lo trascuriamo, e quando lo ascoltiamo si calma. Il suo mal di testa sta passando perché lei ha smesso di scappare.” Lui annuì, guardandola con uno sguardo morbido, vulnerabile. “Però, che dice? Forse ha senso farla comunque, quella TAC?” Lei gli sorrise e gli rispose: “Sì, ha senso. Gliela prenoto.” Finì il turno. Era rilassata. Quella notte, dopo tanto tempo, dormì.