Arte del Fare

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Redazione culturale e Centro di Formazione dell'accademia di Gestált LA BOTTEGA, fondata nel 2006 da Mimmo Ciavarelli, esponente Senior della Gestált Therapy Tradizionale.

Solo quel che accade nel presente del luogo dove sto, è reale. Quello che chiamiamo passato o futuro, sono solo ricordi ...
18/03/2026

Solo quel che accade nel presente del luogo dove sto, è reale. Quello che chiamiamo passato o futuro, sono solo ricordi o anticipazioni di ciò che è stato o sarà reale, ma non lo è ora. Così come, avere una percezione distorta di quel che ci circonda, è fantasia. I malesseri esistenziali, basati sul rimpianto di ciò che è stato, sulla paura di ciò che sarà o su una scarsa coscienza di dove sto davvero, hanno, inevitabilmente, una sola vera cura: la disciplina del qui e ora.

Tratto dalla puntata 3 di Gestalt Food – La Gestalt è disciplina del qui ed ora di Mimmo Ciavarelli disponibile sul suo canale Youtube

Le parole per dirlo - Racconto n. 5Qui e oradi Mimmo CiavarelliUn terapeuta che dorme sveglia il suo paziente. Il sorris...
12/03/2026

Le parole per dirlo - Racconto n. 5

Qui e ora

di Mimmo Ciavarelli

Un terapeuta che dorme sveglia il suo paziente. Il sorriso di entrambi li porta nell’unica dimensione della coscienza: il qui e ora.

Da un buon quarto d'ora stavo parlando del mio problema e di ciò che mi era di nuovo accaduto in settimana. Ero concentrato e fissavo la parete alla mia destra, senza guardarla realmente ma seguendo le mie immagini interiori. D'un tratto fui distolto da un lieve sibilo proprio davanti a me. Distolsi lo sguardo dalla parete su cui era incollato e vidi che il mio terapeuta si era addormentato e iniziava a russare. Chissà da quanto tempo stavo parlando da solo. Provai dapprima a tossire, ma poi lo chiamai, anche un pò infastidito. Aprì gli occhi e, per nulla turbato, mi salutò: "Ah, bene, sei tornato. Ti stavo aspettando, quando mi sono appisolato." "Ma se è un quarto d'ora che ti parlo - gli risposi - sono sempre stato qui." "No, ora sei qui; prima dov'eri? -soggiunse guardandomi severo". Capii che non era uno scherzo e la domanda era seria. "Ero nei miei pensieri e cercavo di riordinarli - dissi - Qui c'era il mio corpo e io ero altrove, ma sapevo che ti stavo parlando." "E come mai non mi vedevi? - mi incalzò" "Eri nel mio pensiero, sapevo che tu, proprio tu, stavi di fronte ad ascoltarmi" "Ma se dormivo, tu hai solo fantasticato che ti stessi ascoltando. Mi pensavi, non mi guardavi" "E dunque? - gli dissi interdetto- cosa c'è di tanto strano? Semmai chiediti perché invece di ascoltarmi ti sei addormentato" Mi sorrise bonario: "Non parlo con chi non c'è, ne va della mia onorabilità professionale. Potrei essere accusato di assecondare un delirio o peggio di condividerlo" All'improvviso capii e ci mettemmo a ridere insieme di gusto. "Bene - aggiunse - ora che sei qui, che ne è del tuo problema? Ma attento a rispondermi onestamente, senza andar via di nuovo. Ecco, rispondimi ora e da qui." Lo guardai serio e, stupito, mi ascoltai dirgli che ora non c'era nessun problema. "Allora, in questo momento sei guarito -sentenziò - e lo sarai tutte le volte che torni dai tuoi giri" Ridemmo ancora insieme a quest'ovvietà.

Reticenza e linguaggioQualunque sistematica trattazione della Gestalt, separata dall’esperienza che la attua, ne inficia...
10/03/2026

Reticenza e linguaggio

Qualunque sistematica trattazione della Gestalt, separata dall’esperienza che la attua, ne inficia la comprensione, perché la visione gestaltica si riveste di atteggiamento per mostrarsi e rivela la sua realtà nella prassi. Parlare di Gestalt richiede, quindi, la contemporaneità della presenza di pensiero, atteggiamento e prassi. Come trasferire tutto questo in un linguaggio? Certamente, si potrebbe tenere presente che ogni concetto, scritto o pronunciato, va declinato e completato in queste tre dimensioni compresenti e contemporanee; ma, purtroppo, né la parola, né la scrittura cui la psicologia ci ha abituato, può fornire l’esperienza di questa simultanea presenza. Lo stesso vecchio Fritz, negli ultimi anni, divenne sempre più restio a spiegazioni, teorizzazioni, concettualizzazioni della sua visione, affidandosi a linguaggi contaminati, molto diversi da quelli “tecnici”. Ne fu prova il suo ultimo libro - “In and out the garbage pail” (Dentro e fuori il secchio dell’immondizia): un misto di poesia, pensieri sparsi, brandelli di autoterapia, aforismi, racconti, auto confessioni, paradossi, ironia – che sancì il definitivo strappo con la cultura delle “teorie”. Il suo scritto segnò, infatti, il ritorno alla filosofia pratica delle antiche scuole di pensiero, nelle quali i maestri subordinarono sempre la parola alle esigenze di una trasmissione che, simultaneamente, doveva incarnarla e valicarla.

Tratto da "Fiori di montagna" di Mimmo Ciavarelli

Il qui e ora non è, per il terapeuta gestaltico, un concetto di un tempo e di un luogo, ma è uno stato di coscienza, un ...
03/03/2026

Il qui e ora non è, per il terapeuta gestaltico, un concetto di un tempo e di un luogo, ma è uno stato di coscienza, un modo di vivere la realtà di quel momento, una disciplina.

Tratto dalla puntata 3 di Gestalt Food – La Gestalt è disciplina del qui ed ora di Mimmo Ciavarelli disponibile sul suo canale Youtube

LO SPAZIO DEL PRESENTELo spazio è tutto ciò che occorre alla Gestált. Il resto è presenza.Si è concluso ieri, presso la ...
01/03/2026

LO SPAZIO DEL PRESENTE
Lo spazio è tutto ciò che occorre alla Gestált. Il resto è presenza.
Si è concluso ieri, presso la sede padovana della Bottega,
il Workshop esperienziale Gestált Space di Arte del Fare condotto da Mimmo e Ambra Ciavarelli.

Le parole per dirlo - Racconto n. 4Gentile come uno scorpionedi Guido FerraCapita, a volte, che uno specchio risolva que...
27/02/2026

Le parole per dirlo - Racconto n. 4

Gentile come uno scorpione

di Guido Ferra

Capita, a volte, che uno specchio risolva questioni, con un giudizio che non prende parte, ma dissolve le questioni, restituendo a ciascuno ciò che gli spetta per ciò che è, piuttosto che per ciò che crede di essere.

Odio la mia paziente. Ho i miei buoni motivi. È aggressiva e vuole controllare tutto. Mette bocca su come conduco la psicoterapia, critica
cosa dico, come parlo; dubita delle “recensioni professionali” presenti sul web che mi riguardano, insinuando che siano state scritte da amici compiacenti. Addirittura, alla fine dell’ultima seduta, mi ha detto che non voleva andar via, sostenendo che come terapeuta non avrei dovuto guardar l’orologio. Ha poi iniziato a farmi i conti in tasca, avendo da ridire sull’onorario, a suo parere esoso in rapporto alla mia esperienza: converrete, un vero incubo. Soffre d’ansia e si sente oppressa, non si concede nessuna emozione al di fuori di quelle che ha rigidamente previsto, e l’angoscia la assale sin dal mattino. Dopo la prima seduta, già avevo voglia di mollarla. Nell’ultima, come vi ho raccontato, gli attacchi sono arrivati, un vero colpo basso, a incontro finito. Così non mi sono trattenuto ed ho sbottato: “Mi devi rispettare, non mi puoi trattare così! Ora basta! ” Senza scomporsi e con fare sardonico, lei mi ha risposto: “Beh, ora che fai? Perdi il controllo? Urli? Non sei più auto-ironico come al solito?” Torno a casa con una br**ta sensazione. Lei è pessima, ha torto. Io anche, perché ho sbagliato a cedere alla rabbia. Io ho ragione, e ho diritto di mollarla. Tuttavia, sento che la dovrei tenere, perché se mi infastidisce così tanto, mi da l’opportunità di esplorare il mio coinvolgimento. Certamente ho avuto le mie ragioni a sbroccare, e sono stato autentico a mostrare la mia frustrazione, ma dubito che l’autenticità possa essere considerata un valore, se non serve a migliorare una relazione. Un po mi co***lo con questi argomenti, e un po’ mi tormento. Tenerla mi sembra f***e, mollarla mi appare vigliacco. Mah, ne parlerò in supervisione. Prima, magari, proverò un altro sistema: apro un libro di aforismi a me caro a caso, e nello sceglierne il primo che capita, deciderò che quello sarà la risposta al mio dilemma. Mi capita questo: “Il vero giudizio non è mai una misura che da ragione o torto, ma una luce che dissolve.” Là per là non lo capisco, per cui decido di meditarlo un pochino. La mia paziente ha la natura di uno scorpione. Mi sovviene la storia in cui proprio uno scorpione chiede aiuto ad una tartaruga per attraversare il fiume, ma poi la punge velenosamente, e alle sue rimostranze gli risponde che ognuno ha la sua natura, lui quella di pungere e l'altro quello di essere votato alla solidarietà gentile. Ecco, io avrei la natura di una tartaruga paziente e generosa, lui quella velenosa e cattiva. Non posso cambiare natura io, né lei può cambiare la sua. Bene, ma il giudizio basato sulla professionalità dedita alla cura e comprensione del paziente, e ancor meno quello sulle diverse nature riesce a dissolvere il conflitto del mio non saper che fare: la mollo contraddicendo i doveri professionali e la mia natura, o la tengo, sopportando l'insopportabile?
Occorre un nuovo giudizio che dissolva il conflitto, mi suggerisce l'aforisma, ma non so quale. Mi alzo dalla poltrona in cui sono sprofondato in meditazione, e passo davanti allo specchio che mi rimanda la mia immagine corrucciata. Mi fermo, la guardo e vedo uno scorpione. Esprimo un nuovo giudizio, ancora in forma ipotetica: "E se fossi anche io uno scorpione? E se non volessi ammetterlo?" Ripercorro, in un moto di sincerità, la mia vita da bastian contrario, e mi scopro invidioso di chi, senza bisogno di argomenti e giustificazioni, sfacciatamente si concede il disprezzo e la vendetta immotivata. Capisco di colpo perché mi impedisco una reazione verso chi mi attacca, perché argomento giudizi che mi bloccano, e mi irretiscono e mi trattengono nel conflitto, anziché risolverlo. Motivi professionali o di presunte nature. Ma qui si tratta solo di comportamenti! Semplicemente non mi va di non essere dalla parte di chi mi somiglia. Voglio essere per lui quello che vorrei che altri fossero per me: delle docili vittime. Ma lo specchio non perdona e mi costringe ad un nuovo giudizio: "Se mi chiedi aiuto, lo farò, professionalmente e umanamente, alle mie condizioni. E se chiedo aiuto, lascerò all'altro il porre condizioni." La luce dello specchio ha dissolto il dilemma.

La Gestalt è più della somma delle sue parti.La Gestalt è dunque, fondamentalmente, una disciplina di legame tra dimensi...
25/02/2026

La Gestalt è più della somma delle sue parti.

La Gestalt è dunque, fondamentalmente, una disciplina di legame tra dimensioni che in essa trovano più la realizzazione di un prodotto, che di una somma. La Gestalt è così più di ciò che la compone: nella dimensione del pensiero, è soprattutto una visione, un modo di capire il mondo; nella dimensione dell’agire, un atteggiamento, un modo di porsi consequenziale a tale visione e nella dimensione applicativa, una prassi coerente con le prime due premesse. Questi tre aspetti, nessuno dei quali codificato con precisione, costituiscono un intreccio indissolubile, piuttosto che l’uno il proseguimento dell’altro. E proprio l’invisibile filo che li lega forma il canone invisibile ma reale, di una tradizione di riconoscibile appartenenza per gli psicoterapeuti gestaltici che, quasi mai si rassomigliano nell’azione o nello stile; ma sono assimilati nell’essenza del loro saper essere. Come jazzisti che, pur adoperando stilemi e sonorità diverse, mantengono l’appartenenza attraverso il rigore di “fondamentali” profondamente custoditi nelle radici delle loro sonorità, nel modo come esse interpretano il mondo e nell’atteggiamento con cui sono suonate. Nessuno spartito ne rivelerà il segreto, perché esso abita nel cuore, nella testa e nelle mani sapienti di chi suona, vive ed è suonato dalla sua stessa musica.

Tratto da "Fiori di montagna" di Mimmo Ciavarelli

La Gestalt non è eclettismo confuso: quello sì che sarebbe pericoloso. E’ una reale sperimentazione convinta e coerente ...
18/02/2026

La Gestalt non è eclettismo confuso: quello sì che sarebbe pericoloso. E’ una reale sperimentazione convinta e coerente che il mondo è tondo ed è uno: qualunque direzione si prenda, persino quelle ritenute sbagliate, se prese nel modo giusto, portano dappertutto.

Tratto dalla puntata 2 di Gestalt Food – La Gestalt è pratica del paradosso di Mimmo Ciavarelli disponibile sul suo canale Youtube

Le parole per dirlo – Racconto n. 3EUREKADI ANDREA D'AGOSTINO La pigrizia e il perfezionismo dovrebbero essere due nemic...
14/02/2026

Le parole per dirlo – Racconto n. 3

EUREKA

DI ANDREA D'AGOSTINO

La pigrizia e il perfezionismo dovrebbero essere due nemici, ma spesso collaborano segretamente. Almeno fino a che non compare Lui.

Erano giorni che ripensavo a quel lavoro che mi avevano commissionato e che avevo accettato. Ero bloccato e mi sembrava di essere tornato indietro. Un tempo avevo spesso grande difficoltà a portare a termine ciò che decidevo di fare. Tutto di me, in quei momenti sembrava opporvisi ed ero capace di trovare mille scuse per rinviare il compito che pure mi ero dato. Ero pigro e svogliato all'atto del fare, quanto ero stato entusiasta al momento di accettarlo. Di quella gioia rimaneva solo uno spasmodico bisogno di perfezione, che come si sa è proprio il peggior nemico del fare. E più urgeva in me l'ingiunzione di far bene, più mi sottraevo al compito nell'animo. Diventavo un vero campo di battaglia per uno scontro titanico che mi lasciava spossato, inerme e doppiamente colpevole: mi sentivo, contemporaneamente, incapace e fannullone: due colpe in un solo corpo. Anni di terapia avevano smussato questo lato del mio carattere ed ora pensavo di non soffrirne più. Era possibile che quel problema ormai superato e accantonato si stava presentando ancora una volta? Non sarebbe dovuto essere andato via, dopo i miei ripetuti sforzi per modificare quella vecchia abitudine? Doveva esserci qualche altra spiegazione che sfuggiva alla mia comprensione. Probabilmente questa volta il problema non ero io. Indubbiamente le circostanze erano a me avverse. Avevo oggettivamente poco tempo, ecco, sì, oggettivamente. Lavoravo molto e la mia famiglia stava attraversando un periodo che richiedeva un mio maggiore coinvolgimento. Non era mia intenzione non portare a termine quel compito ma proprio non potevo, stavolta. Mentre ripassavo nella mia mente queste ragioni, sentii il mio sedere avanzare nella seduta del divano. Una chiara sensazione di comodità aumentava. Il corpo diventava lentamente sempre più morbido, quasi soddisfatto. Questa distensione favoriva intanto l'affievolirsi della tensione mentale del rompicapo e già vedevo avanzare un nuovo pensiero, più rilassante e comodo. La mia mano stava per avanzare verso il mio smartphone per completare il rilassamento con immagini da scrollare a caso, quando: "Eureka! - esclamai tra me e me." Mi ero appena reso conto dell'allineamento dei miei pianeti e dell'eclissi che stavano per provocare. Per delle leggi anatomiche a me ancora oscure, i miei pensieri avevano causato uno scivolamento del mio fondoschiena, e questo favoriva il rilassamento emotivo che a sua volta spegneva il pensiero. Che perfezione in questo magnetico meccanismo di autoregolazione. Ma stavolta me ne ero accorto! Intanto, il mio compito restava irrealizzato sulla scrivania. Carico della mia intuizione, mi raddrizzai sorridendo. Ora c'ero Io, la variabile che nessun automatismo può condizionare. Mi sistemai alla scrivania, e rapidamente portai a termine il mio compito con leggerezza ed efficacia.

La Gestalt come filosofia incarnataChi ha conosciuto il vecchio maestro e la sua Gestalt, ne ha ammirata soprattutto la ...
11/02/2026

La Gestalt come filosofia incarnata

Chi ha conosciuto il vecchio maestro e la sua Gestalt, ne ha ammirata soprattutto la feconda prassi. Tuttavia, e spesso senza saperlo, ha goduto anche dell’implicita filosofia incarnata nei sapienti gesti di arte terapeutica. Questa simbiosi tra tecnica, presenza e pensiero, una sorta di filosofia agita e provocata o di azione filosofica, di cui la Gestalt si fa artefice, appare come il definitivo superamento della diade teoria e prassi, che da sempre ha caratterizzato gli approcci terapeutici: da un lato uno schema teorico, soprattutto interpretativo e diagnostico; e dall’altro, un insieme di tecniche a esso coerente e indirizzato alla cura. Al suo posto, è promossa una filosofia dell’ovvio, sganciata da modelli di normalità e con vocazione pratica allo sviluppo del potenziale umano, piuttosto che al suo riadattamento: una visione esistenziale che vede proprio nel desiderio di cura dell’uomo il principale elemento di sofferenza, di tortura e di sequestro permanente di buona parte dell’energia vitale e creativa; oltre che di deresponsabilizzazione per “quello che è”, in nome di quel che “vorrebbe o dovrebbe essere”. Con la Gestalt si emancipa la “differenza” dalla “devianza” con cui la identifica una cultura della psicoterapia votata alla cura della sofferenza, piuttosto che al suo sviluppo.

Tratto da "Fiori di montagna" di Mimmo Ciavarelli

Preferiamo abitare in un mondo superficiale che ci illudiamo di poter decifrare, anche se pieno di delusioni e sofferenz...
08/02/2026

Preferiamo abitare in un mondo superficiale che ci illudiamo di poter decifrare, anche se pieno di delusioni e sofferenze inaspettate, piuttosto che vivere in un mondo troppo complesso e mutevole, per essere interpretato e previsto; un mondo, che potrebbe solo essere vissuto: e vivere, può essere veramente spaventoso.

Tratto dalla puntata 2 di Gestalt Food – La Gestalt è pratica del paradosso di Mimmo Ciavarelli

👉 Link al video https://youtu.be/tZYgEOPbSXk?si=Ieo7QXjV1oYn02x0

Indirizzo

Via Bosco Pedrocchi 45
Padua
35124

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