03/05/2026
LA CIVILTA' SENZA PAZZIA.
LA QUESTIONE UOMO, LA SCIENZA, LA QUESTIONE INTELLETTUALE.
Si è svolto mercoledì 29 aprile 2026 nella sala della Biblioteca Civica, nel Centro Culturale San Gaetano, a Padova il dibattito organizzato dalla Biblioteca in collaborazione con l’Associazione cifrematica di Padova, dal titolo La civiltà senza pazzia. La questione uomo, la scienza, la questione intellettuale, in presentazione del libro di Sebastian Brant, La nave dei folli, edito da Spirali.
Dopo la preziosa introduzione di Vincenza Donvito, che ha ribadito la funzione essenziale del dibattito e degli intellettuali, nell’ambito delle attività della Biblioteca da lei diretta, e ha presentato la nuova edizione del libro, occasione dell’incontro, Elisabetta Selmi, nel suo articolato intervento ha illustrato l’apparente contraddizione tra scrittura e immagine in Brant e l’influenza che questo testo ha avuto dall’epoca della sua prima pubblicazione ai giorni nostri, per la costruzione di stigmi morali sulla base dell’idea di pazzia contrapposta alla normalità. Questi stigmi hanno determinato nel tempo differenti tecniche di epurazione dalle città degli elementi ritenuti “disturbanti”. Questi erano all’epoca relegati sulla “nave”, Das Narrrensciff, dalla morale autoritaria, costituita per l’esercizio del controllo sociale. Come sottolineato dall’intervento di Ruggero Chinaglia, questo testo si legge come un palinsesto dove si colgono molti dettagli e s’intende che lo stigma di pazzia è attribuito da Brant a partire da quello di stultus: chi non riconosce la grandezza di Dio. Da qui in difesa della Kultur, ossia il discorso dominante, ieri come oggi pazzo è chi non aderisce al discorso dell’Unico. I casi di pazzia di quell’epoca, raccontati da Brant, in ossequio al principio morale, sono casi di peccato, segno d’incapacità di chi non si adegua al canone. Oggi sono cambiati molti termini con cui lo stigma viene attribuito: in nome del politically correct, pazzia, e il corollario che ne consegue, la “malattia mentale”, non sono più “consentiti” e sono sostituiti da termini come fragilità, disagio, ansia, stress e altri, sempre a indicare “i diversi”. Cinquecento anni dopo la pubblicazione di questo libro, si può constatare che è ancora presente socialmente l’intolleranza che deve salvaguardarne la Kultur, in contrapposizione alla lingua della parola dove l’Altro è ospite non escluso, con la differenza e la variazione costanti che lo contrassegnano e lo rendono indefinibile.
Giampietro Vezza