22/12/2025
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Verità scomode sulla libera scelta del medico e su ciò che accade nei vuoti del sistema
Riceviamo la testimonianza di una collega che ha chiesto di restare anonima. Non per timore di esporsi come individuo, ma perché ciò che racconta non riguarda una singola persona. Riguarda un contesto. E in alcuni contesti, descrivere dinamiche note a molti ma raramente esplicitate ha ancora un costo.
Lavora in un piccolo paese, in una medicina di gruppo. Ha preso la convenzione da poco. È motivata, presente, studia, ascolta, filtra, spiega. Fa ciò che ha imparato a fare e che continua a ritenere giusto. Prova a esercitare la medicina di medicina generale come disciplina clinica, non come sportello amministrativo. Eppure, dopo alcuni mesi, qualcosa non torna. Le scelte restano poche. I numeri non crescono. Il telefono squilla meno del previsto. Non perché i pazienti non esistano, ma perché esiste già un equilibrio che lei ignorava prima di accettare la convenzione.
Un equilibrio costruito negli anni, racconta, in cui la richiesta di prestazioni e farmaci è diventata il centro del rapporto. I pazienti arrivano con una lista. Antibiotici per il cane. Antidolorifici per il cugino, intestati al nonno perché è esente. Confezioni di antibiotici “da tenere in casa, non si sa mai”. La prescrizione precede la valutazione. La visita diventa opzionale. Il filtro clinico, quando c’è, è minimo. Spesso le richieste passano senza una reale discussione su rischi, alternative, appropriatezza o senso della terapia.
Quando lei prova a spiegare perché lavora in modo diverso, il messaggio che riceve dall’ambiente è ricorrente. I colleghi, senza aggressività e spesso con tono apparentemente benevolo, le suggeriscono di essere meno rigida. Le dicono che non aumenterà mai il numero dei pazienti se continua a essere così puntigliosa. Che dovrebbe dare ciò che le persone chiedono. Che in fondo non vale la pena complicarsi la vita. Non è un rimprovero esplicito, ma un invito costante ad adattarsi.
In questo contesto, la figura del medico si assottiglia. Non scompare, ma arretra. Il sistema funziona perché è rapido, prevedibile, rassicurante. Non crea attriti. Non richiede tempo. E soprattutto non mette in discussione abitudini consolidate. Dentro questo stesso equilibrio, racconta la collega, si inserisce anche un altro elemento. In alcuni casi i colleghi semplicemente non aprono lo studio. Giorni interi di assenza. Nessuna comunicazione strutturata ai pazienti. Nessun sostituto nominato. Talvolta manca anche la segreteria e, quando c’è, è lei stessa a gestire direttamente le prescrizioni. Il rapporto continua comunque. Le ricette escono. Il sistema regge. I pazienti sono abituati così e accettano. “Ci ha sempre dato tutto quello che chiediamo. Se oggi non c’è, torneremo un altro giorno”.
Lei invece filtra. Dice no quando serve. È presente tutti i giorni secondo le regole previste. Nomina i sostituti quando è assente. Visita. Si prende il tempo di spiegare perché una richiesta non è appropriata. Cerca di riportare il rapporto sul piano della cura. Ma in un contesto in cui da anni il messaggio implicito è “qui si viene per ottenere”, questo approccio ha un prezzo. Non viene percepita come più competente. Viene percepita come più complicata. Non viene scelta. Nel paese iniziano a circolare voci. È “antipatica”.
La parte più dura della testimonianza non è la critica etica. È la dimensione personale. Ha un figlio piccolo. Deve lavorare. Deve sostenere spese reali. Non può permettersi di essere un simbolo. Davanti a sé vede tre opzioni, tutte imperfette. Adeguarsi al contesto, rinunciando progressivamente al proprio ruolo clinico. Esporsi, segnalare, rompere l’equilibrio, con il rischio concreto di isolamento professionale e perdita delle poche scelte disponibili. Oppure restare corretta, presente, coerente, ma marginale. Lavorare bene senza riuscire a rendere sostenibile quel lavoro.
C’è chi le dice di aspettare. Che col tempo le cose cambieranno. Che qualcuno andrà in pensione. Ma molti di quei colleghi sono ancora lontani dall’uscita e intenzionati a restare. Il sistema lo consente. In assenza di controlli reali, l’inerzia diventa potere.
Questa testimonianza non parla di una categoria intera. Non dice che tutti siano così. Descrive ciò che può accadere quando un sistema tollera tutto e non distingue più. Quando la libera scelta si esercita in un vuoto di regole applicate. Quando la professionalità non viene riconosciuta come valore, ma come complicazione. È scomoda perché non offre colpevoli semplici. Non individua un nemico unico. Chiama in causa anche chi vede e tace, chi consiglia di adattarsi, chi ha smesso di immaginare alternative. Ed è scomoda perché costringe a chiedersi se, in certi contesti, fare bene il medico sia ancora una scelta praticabile o soltanto una posizione morale.