Dott.ssa Alessia Alongi Psicologa Psicoterapeuta

Dott.ssa Alessia Alongi Psicologa Psicoterapeuta Psicologa Clinica e Psicoterapeuta ad orientamento Sistemico Familiare🌱

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Stare accanto a una persona coinvolta in una relazione manipolativa o violenta espone anche l’amico o la persona di supp...
11/02/2026

Stare accanto a una persona coinvolta in una relazione manipolativa o violenta espone anche l’amico o la persona di supporto a un carico emotivo significativo, spesso poco riconosciuto.

La letteratura clinica mostra come l’ascolto ripetuto di esperienze di svalutazione, controllo e paura possa generare sentimenti di impotenza, frustrazione e confusione, soprattutto quando l’uscita dalla relazione non avviene nei tempi attesi dall’esterno.

Le dinamiche violente, in particolare quelle a prevalenza psicologica, sono caratterizzate da un’alterazione progressiva del senso di realtà della vittima.

Questo processo non resta confinato alla diade, ma tende a coinvolgere il contesto relazionale, producendo nel sistema di supporto oscillazioni tra il desiderio di “salvare” e il ritiro emotivo come forma di autoprotezione.

L’amico può trovarsi a dubitare delle proprie percezioni, a sentirsi eccessivo o inutile, oppure a sperimentare una rabbia silenziosa che convive con il senso di colpa.

Dal punto di vista psicologico, ciò che spesso viene interpretato come passività o ambivalenza della vittima è invece coerente con i meccanismi del legame traumatico, fondato sull’alternanza tra minaccia e riparazione.

In questo contesto, pressioni o giudizi da parte dell’esterno rischiano di rafforzare la vergogna e l’isolamento, aumentando paradossalmente la dipendenza dalla relazione violenta.

Il ruolo di chi sta accanto non è quello di intervenire in modo risolutivo, ma di mantenere uno spazio relazionale sufficientemente sicuro e non giudicante, capace di sostenere nel tempo i processi di consapevolezza e di riattivazione dell’autonomia.

Allo stesso tempo, la ricerca sottolinea l’importanza che anche chi offre supporto possa riconoscere i propri limiti emotivi e accedere, se necessario, a spazi di elaborazione, per evitare forme di esaurimento empatico o coinvolgimento traumatico secondario.

Nelle situazioni di violenza, la cura non riguarda solo chi la subisce direttamente, ma l’intero campo relazionale che ne viene attraversato.

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09/02/2026

La violenza all’interno della relazione di coppia raramente si manifesta come un evento improvviso o isolato.

Nella maggior parte dei casi si organizza secondo un andamento ciclico, come descritto da Lenore Walker, che ne favorisce la ripetizione e la cronicizzazione.

Il ciclo comprende generalmente tre fasi:
🔃una fase di accumulo della tensione, caratterizzata da controllo, svalutazioni e crescente clima di allarme;
🔃una fase di esplosione della violenza, in cui si verificano gli episodi di abuso fisico, psicologico o sessuale;
🔃una fase di riconciliazione o “luna di miele”, segnata da pentimento, promesse di cambiamento e temporanea riduzione della violenza.

Questo alternarsi produce un legame traumatico, aumenta progressivamente la tolleranza alla violenza e riduce la capacità di reazione e di autoprotezione della donna.

La fase di riconciliazione alimenta l’ambivalenza e la speranza irrealistica di un cambiamento del partner, rendendo difficile interrompere la relazione nonostante la sofferenza.

In questo contesto, il percorso terapeutico rappresenta uno spazio fondamentale di lettura, riconoscimento e rielaborazione dell’esperienza.

Attraverso una relazione sicura e non coercitiva, la terapia consente di dare senso alle dinamiche vissute, ridurre la confusione e il senso di colpa, e ricostruire gradualmente la capacità di scelta, di protezione e di autoefficacia, elementi centrali per l’uscita dalla spirale della violenza.

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Un’emozione apparentemente “strana” che, osservata da vicino, racconta molto di come costruiamo identità, appartenenza e...
06/02/2026

Un’emozione apparentemente “strana” che, osservata da vicino, racconta molto di come costruiamo identità, appartenenza e confini nelle relazioni

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04/02/2026

Il sistema dell’attaccamento è un sistema motivazionale innato, finalizzato alla regolazione della sicurezza attraverso la ricerca di prossimità con una figura di riferimento in situazioni di stress o pericolo.

Attraverso le interazioni ripetute con i caregiver, il bambino costruisce rappresentazioni mentali relativamente stabili, definite Modelli Operativi Interni (MOI): schemi cognitivi ed emotivi che organizzano l’esperienza e orientano le aspettative su di sé, sugli altri e sulle relazioni.

I MOI non sono semplici ricordi, ma vere e proprie mappe predittive che permettono al bambino di anticipare la risposta dell’altro e di modulare di conseguenza il proprio comportamento e i propri stati emotivi.

In contesti relazionali sufficientemente sicuri, il bambino interiorizza l’idea di essere degno di cura e di poter contare sull’altro come fonte di protezione.

In presenza di trascuratezza, abuso o imprevedibilità relazionale, i MOI possono organizzarsi attorno a convinzioni profonde come:
🔹 “Non sono degno di amore”
🔸 “I miei bisogni non sono importanti”
🔹 “L’altro è pericoloso o inaffidabile”

In questi casi, il bambino non attribuisce l’inadeguatezza alla figura di accudimento, ma a sé stesso, con ricadute significative sulla regolazione emotiva, sull’autostima e sulla capacità di costruire legami sicuri.

I modelli operativi interni, formatisi precocemente, tendono a mantenersi nel tempo, influenzando il funzionamento relazionale anche in età adulta, soprattutto se non vengono rielaborati all’interno di esperienze relazionali riparative.

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02/02/2026

Nelle relazioni – familiari, affettive, professionali – arriva spesso un momento in cui ci si confronta con i limiti dell’altro.
Abitudini, modalità comunicative o comportamenti che fanno soffrire e che sembrano non cambiare, nonostante tentativi, richieste o conflitti.

In questi casi compare una frase chiave: “è fatto così”.

Ma questo passaggio psicologico è spesso frainteso.

Accettare l’altro non significa giustificare ciò che ha ferito.
Non significa minimizzare l’impatto emotivo di certi comportamenti, né negare il dolore provato.

Dal punto di vista psicologico, l’accettazione è un processo più complesso:
🔹riconoscere realisticamente i limiti dell’altro
🔸distinguere tra ciò che può cambiare e ciò che probabilmente non cambierà
🔹smettere di lottare contro un’immagine ideale che alimenta frustrazione e rabbia

Solo dopo questo passaggio diventa possibile dare pieno valore al proprio dolore, senza usarlo come leva per forzare l’altro al cambiamento.

Accettare non è rassegnarsi.

È prendere atto della realtà relazionale così com’è, per poter scegliere consapevolmente come stare in quella relazione, quali confini porre, quali aspettative rivedere, e quali responsabilità emotive non sono più sostenibili.

In terapia, questo passaggio rappresenta spesso un punto di svolta:
meno centrato sul cambiare l’altro, più orientato a recuperare autodeterminazione, lucidità e tutela di sé.

Perché accettare l’altro, quando è un processo autentico, non cancella il dolore.

Lo rende finalmente ascoltabile.

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16/01/2026

Quando in terapia emerge questa domanda e non arriva una risposta diretta, può sembrare che il terapeuta si stia sottraendo.

In realtà, spesso sta accadendo qualcosa di clinicamente rilevante.

La richiesta di indicazioni precise nasce di frequente in condizioni di forte incertezza emotiva. L’ansia spinge a cercare una soluzione esterna che riduca il peso della scelta, delegando a qualcun altro la responsabilità dell’agire.

Dire cosa fare può produrre un sollievo immediato, ma rischia di:
▪️rinforzare una posizione di dipendenza
▪️ridurre il senso di competenza personale
▪️spostare il focus dal processo di comprensione al problema-soluzione

Nel tempo questo ostacola il cambiamento, perché non favorisce la costruzione di un senso interno di direzione.

In ottica sistemico-relazionale, la domanda viene trasformata in materiale clinico attraverso riformulazioni del tipo:
💬“Che effetto avrebbe ricevere una risposta pronta?”
💬“Cosa rende così difficile scegliere in questo momento?”
💬“Perché pensa che possa saper meglio io di lei qual è la risposta giusta riguardo una decisione sulla sua vita?”

Questo tipo di intervento non evita il problema, ma permette di esplorare:
▫️i modelli decisionali abituali
▫️i blocchi relazionali ed emotivi
▫️il modo in cui la responsabilità viene spostata all’esterno

La domanda “Che devo fare?” non è quindi un errore da correggere, ma un segnale clinico da comprendere.
È attraverso questa esplorazione che si riattiva l’auto-efficacia e si costruisce un cambiamento più stabile.

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15/01/2026

Nel senso comune, il benessere viene spesso ridotto a una sommatoria di beni materiali o traguardi visibili: un lavoro, una casa, una famiglia, la salute fisica.

Da qui nasce una delle frasi più comuni — e invalidanti — rivolte a chi soffre di disturbi d’ansia, depressione o anche dipendenze: “Ma perché stai così? In fondo non ti manca niente”.

Questa visione poggia su un errore di prospettiva che la ricerca in campo psicologico invita a superare.

Il malessere psicologico non è quasi mai il risultato di una “mancanza” di oggetti, ma di una sofferenza che risiede nella qualità dei legami e nei modelli comunicativi in cui il soggetto è immerso.

Una persona può “avere tutto” a livello materiale, ma trovarsi incastrata in dinamiche relazionali disfunzionali, aspettative familiari soffocanti o mandati transgenerazionali (eredità emotive) che impediscono l’espressione del Sé autentico.

In un’ottica sistemica, il sintomo (che sia l’ansia o una dipendenza) non è un capriccio, ma un segnale che il sistema sta cercando un nuovo equilibrio. È un “messaggio” che indica un dolore che non trova spazio per essere verbalizzato.

Affermare che a qualcuno “non manchi nulla” significa negare la legittimità del suo mondo interno. Questo isola ulteriormente l’individuo, aggiungendo il senso di colpa alla sofferenza già esistente.

La salute mentale non coincide con l’accumulo di certezze esterne. Si può esperire un profondo vuoto anche all’interno di una vita apparentemente “piena”.

Il dolore non ha bisogno di una giustificazione materiale per essere reale; ha bisogno di essere ascoltato, contestualizzato e integrato all’interno della propria storia relazionale.

La domanda corretta, quindi, non è “cosa ti manca?”, ma “quale parte della tua storia sta cercando di essere vista?”.

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14/01/2026

Negli ultimi anni, il panorama dei social media ha subìto una mutazione strutturale.

Da piattaforme nate per favorire l’interazione e la reciprocità (dimensione social), si sono evolute in canali di intrattenimento unidirezionale e consumo passivo di contenuti (dimensione media).

Questo cambiamento non è privo di conseguenze sul piano psicologico e sistemico, in particolare per la Generazione Millennial, che vive oggi una marcata “Stanchezza Digitale”.

Quando lo spazio digitale smette di essere un luogo di scambio e diventa un flusso incessante di stimoli performativi, si verificano tre fenomeni critici:

🧠Sovraccarico Cognitivo: Il cervello è costantemente impegnato a processare frammenti di vite altrui senza una reale interazione, portando a un esaurimento delle risorse attentive.

🧍‍♀️🧍Erosione della Reciprocità: Il passaggio da “social” a “content delivery” riduce il feedback relazionale autentico, sostituendolo con metriche algoritmiche che non nutrono il bisogno umano di appartenenza.

📴 Discrepanza tra Sé Reale e Sé Digitale: La pressione a mantenere una presenza in ambienti sempre meno dialogici e più espositivi genera un senso di alienazione e stanchezza cronica.

Riconoscere la stanchezza digitale non significa rifiutare la tecnologia, ma attuare una riorganizzazione dei confini. Proteggere il proprio spazio mentale dalla “bulimia informativa” è il primo passo per ristabilire una connessione autentica con se stessi e con il proprio sistema relazionale offline.

La qualità di un legame non si misura nella frequenza dello scrolling, ma nella profondità dello scambio.

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13/01/2026

Il termine Workaholism, coniato nel 1971 da Wayne Edward Oates, designa una condizione in cui il bisogno di lavorare diviene così pervasivo da compromettere la salute, lo stato emotivo e la sfera relazionale dell’individuo.

Sebbene non vi sia ancora una nomenclatura ufficiale univoca, la letteratura scientifica concorda nel ricondurre tale fenomeno nell’alveo delle New Addiction e dei disturbi ossessivo-compulsivi.

Differenze Cliniche: Workaholism vs. Work Engagement

Un punto cruciale del dibattito scientifico risiede nella distinzione tra l’impegno lavorativo fisiologico e quello patologico:

👨🏻‍💻☺️Work Engagement: Una condizione caratterizzata da motivazione intrinseca, energia e dedizione. In questo caso, il soggetto domina lo sforzo realizzativo e ne trae benessere psicofisico (Schaufeli et al., 2012).

👨🏻‍💻😟Workaholism: Una spinta interna autoimposta e compulsiva. Il soggetto è “agito” dal lavoro, vivendolo come un obbligo irrefrenabile che porta all’atrofia degli interessi extra-lavorativi e all’evitamento dei vissuti emotivi profondi.

La genesi di questa dipendenza può essere interpretata attraverso diversi paradigmi:
1️⃣Condizionamento Operante: Il comportamento abusante viene rinforzato da incentivi positivi (denaro, prestigio, approvazione) o dall’evitamento di stimoli negativi (conflitti familiari, timore del licenziamento).
2️⃣Teoria dei Tratti: Il fenomeno si manifesta come un tratto di personalità stabile, spesso rinforzato da fattori ambientali stressogeni.
3️⃣Funzione di Coping: Il lavoro perde il suo valore di attività produttiva per configurarsi come una via di fuga dalle responsabilità affettive e dalle interazioni sociali.

In conclusione, ciò che distingue l’eccellenza professionale dalla patologia è la presenza di capacità autolimitante e senso autocritico, elementi che risultano deficitari nel quadro clinico del workaholic.

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12/01/2026

Nel panorama digitale odierno, incontriamo sempre più spesso il cosiddetto “Ragebait” (letteralmente: “esca per la rabbia”).

Si tratta di una strategia di creazione di contenuti progettata specificamente per suscitare indignazione, shock o frustrazione nel fruitore.

Da un punto di vista scientifico, il ragebait sfrutta i circuiti biologici della risposta allo stress.
La rabbia è un’emozione ad alto arousal (attivazione): quando ci sentiamo indignati, il nostro cervello rilascia adrenalina e cortisolo, spingendoci a un’azione immediata. In ambito digitale, questa azione si traduce in commenti, condivisioni o salvataggi.

Possiamo poi osservare come il ragebait alteri l’ecosistema delle interazioni online:
🔹Feedback loop negativo: Gli algoritmi interpretano l’indignazione come “interesse”, premiando il contenuto con maggiore visibilità e creando un ciclo di rinforzo della polarizzazione.
🔹Frammentazione relazionale: Questo meccanismo riduce la complessità del dialogo a una contrapposizione binaria (“noi contro loro”), erodendo la capacità di ascolto e di sintesi tipica dei sistemi sani.

Perché quindi restiamo intrappolati?
Il bisogno umano di difendere i propri valori o di correggere un’ingiustizia percepita è ciò che ci spinge a interagire.

Tuttavia, è fondamentale riconoscere che l’obiettivo di questi contenuti non è il dibattito costruttivo, ma la massimizzazione del tempo di permanenza sulla piattaforma attraverso l’attivazione emotiva.

Preservare l’equilibrio del proprio “sistema-individuo” richiede una consapevolezza critica:
🔸Riconoscere l’attivazione: Notare se un post genera un’improvvisa tensione fisica o emotiva.
🔸Valutare l’intento: Chiedersi se il contenuto è volto a informare o semplicemente a provocare una reazione.
🔸Scegliere il non-agito: Spesso, la risposta più funzionale per interrompere il circuito del ragebait è l’assenza di interazione.

Comprendere i meccanismi che regolano le nostre reazioni online è il primo passo per abitare i contesti digitali in modo più consapevole e meno reattivo.

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09/01/2026

In ottica sistemico-relazionale, il segreto di famiglia non è un semplice vuoto di informazioni, ma un elemento strutturante che organizza i confini e le alleanze all’interno del nucleo.

Se la comunicazione è il collante del sistema, il segreto ne rappresenta una “zona d’ombra” attiva, capace di influenzare il comportamento dei membri anche attraverso le generazioni.

🔹La funzione del segreto
Dal punto di vista scientifico, il segreto assolve spesso una funzione di omeostasi: protegge il sistema da un evento percepito come minaccioso (un trauma, un lutto non elaborato, una paternità incerta). Il sistema “sceglie” il silenzio per evitare la disintegrazione, creando però una barriera tra chi sa e chi non sa.

🔹Confini e Coalizioni
Il segreto crea confini rigidi. Si generano spesso “triangolazioni” in cui il possesso dell’informazione definisce il potere relazionale. Chi condivide il segreto è unito da un legame di lealtà invisibile, ma spesso costrittivo; chi ne è escluso percepisce un’incongruenza tra ciò che viene detto e ciò che viene vissuto (messaggi paradossali).

🔹La trasmissione transgenerazionale
La clinica dimostra che ciò che viene taciuto nella prima generazione tende a essere “agito” nella seconda o terza. Come teorizzato da Ivan Boszormenyi-Nagy, le lealtà familiari invisibili possono spingere i discendenti a manifestare sintomi che sono, in realtà, tentativi inconsci di dare voce a quel segreto mai verbalizzato.

In seduta, l’obiettivo non è la “rivelazione” forzata, ma l’analisi della funzione del segreto. Il terapeuta osserva le resistenze e le omissioni come indicatori di aree di dolore non elaborate.

Portare alla luce un segreto significa permettere al sistema di passare da una coesione basata sulla paura a una basata sulla verità condivisa, sciogliendo i nodi che bloccano la crescita individuale.

Il segreto smette di essere patologico solo quando può essere integrato nella storia familiare come un evento narrabile, perdendo così il suo potere di controllo sul presente.

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08/01/2026

Con la fine delle feste, il sistema famiglia attraversa una delicata fase di re-assestamento.

Spesso interpretiamo i capricci, l’irritabilità o la stanchezza dei bambini come semplice “svogliatezza”, ma se guardiamo oltre la superficie, scopriamo qualcosa di più profondo.

Durante le vacanze, i confini si fanno più sfumati: gli orari sono flessibili, le gerarchie si ammorbidiscono e lo spazio del gioco invade quello del dovere.

Per un bambino, questo significa abitare una dimensione di massima connessione emotiva e libertà.

Il ritorno alla routine è, a tutti gli effetti, un micro-lutto.

È il passaggio dal tempo dell’ “eccezione” al tempo della “regola”. Come terapeuta sistemico, vi invito a osservare queste difficoltà non come un problema del bambino, ma come un segnale del sistema che cerca un nuovo equilibrio:
🔹La Funzione del Sintomo: Quel pianto prima di andare a scuola non è un rifiuto dell’apprendimento, ma un richiamo alla vicinanza perduta.
🔹La Transizione come Ponte: Il passaggio deve essere graduale. Non chiediamo al sistema di passare da 0 a 100 in un mattino. Ricreiamo piccoli rituali di connessione anche nei giorni feriali.
🔹Co-regolazione: Il bambino riflette lo stato emotivo degli adulti. Se noi viviamo il rientro con ansia o risentimento, il sistema risuonerà di quella stessa tensione.

Ricordiamoci che la routine, per quanto rigida possa apparire, è il contenitore sicuro che permette ai bambini di esplorare il mondo.

Aiutiamoli a rientrare in questo contenitore con pazienza, validando le loro fatiche.
Non è solo “tornare a scuola”; è imparare insieme come integrare la magia del riposo con la bellezza della quotidianità.

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