16/01/2026
Quando in terapia emerge questa domanda e non arriva una risposta diretta, può sembrare che il terapeuta si stia sottraendo.
In realtà, spesso sta accadendo qualcosa di clinicamente rilevante.
La richiesta di indicazioni precise nasce di frequente in condizioni di forte incertezza emotiva. L’ansia spinge a cercare una soluzione esterna che riduca il peso della scelta, delegando a qualcun altro la responsabilità dell’agire.
Dire cosa fare può produrre un sollievo immediato, ma rischia di:
▪️rinforzare una posizione di dipendenza
▪️ridurre il senso di competenza personale
▪️spostare il focus dal processo di comprensione al problema-soluzione
Nel tempo questo ostacola il cambiamento, perché non favorisce la costruzione di un senso interno di direzione.
In ottica sistemico-relazionale, la domanda viene trasformata in materiale clinico attraverso riformulazioni del tipo:
💬“Che effetto avrebbe ricevere una risposta pronta?”
💬“Cosa rende così difficile scegliere in questo momento?”
💬“Perché pensa che possa saper meglio io di lei qual è la risposta giusta riguardo una decisione sulla sua vita?”
Questo tipo di intervento non evita il problema, ma permette di esplorare:
▫️i modelli decisionali abituali
▫️i blocchi relazionali ed emotivi
▫️il modo in cui la responsabilità viene spostata all’esterno
La domanda “Che devo fare?” non è quindi un errore da correggere, ma un segnale clinico da comprendere.
È attraverso questa esplorazione che si riattiva l’auto-efficacia e si costruisce un cambiamento più stabile.
𝐃𝐨𝐭𝐭.𝐬𝐬𝐚 𝐀𝐥𝐞𝐬𝐬𝐢𝐚 𝐀𝐥𝐨𝐧𝐠𝐢
Psicologa Psicoterapeuta
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