Dott.ssa Alessia Alongi Psicologa Psicoterapeuta

Dott.ssa Alessia Alongi Psicologa Psicoterapeuta Psicologa Clinica e Psicoterapeuta ad orientamento Sistemico Familiare🌱

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16/01/2026

Quando in terapia emerge questa domanda e non arriva una risposta diretta, può sembrare che il terapeuta si stia sottraendo.

In realtà, spesso sta accadendo qualcosa di clinicamente rilevante.

La richiesta di indicazioni precise nasce di frequente in condizioni di forte incertezza emotiva. L’ansia spinge a cercare una soluzione esterna che riduca il peso della scelta, delegando a qualcun altro la responsabilità dell’agire.

Dire cosa fare può produrre un sollievo immediato, ma rischia di:
▪️rinforzare una posizione di dipendenza
▪️ridurre il senso di competenza personale
▪️spostare il focus dal processo di comprensione al problema-soluzione

Nel tempo questo ostacola il cambiamento, perché non favorisce la costruzione di un senso interno di direzione.

In ottica sistemico-relazionale, la domanda viene trasformata in materiale clinico attraverso riformulazioni del tipo:
💬“Che effetto avrebbe ricevere una risposta pronta?”
💬“Cosa rende così difficile scegliere in questo momento?”
💬“Perché pensa che possa saper meglio io di lei qual è la risposta giusta riguardo una decisione sulla sua vita?”

Questo tipo di intervento non evita il problema, ma permette di esplorare:
▫️i modelli decisionali abituali
▫️i blocchi relazionali ed emotivi
▫️il modo in cui la responsabilità viene spostata all’esterno

La domanda “Che devo fare?” non è quindi un errore da correggere, ma un segnale clinico da comprendere.
È attraverso questa esplorazione che si riattiva l’auto-efficacia e si costruisce un cambiamento più stabile.

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15/01/2026

Nel senso comune, il benessere viene spesso ridotto a una sommatoria di beni materiali o traguardi visibili: un lavoro, una casa, una famiglia, la salute fisica.

Da qui nasce una delle frasi più comuni — e invalidanti — rivolte a chi soffre di disturbi d’ansia, depressione o anche dipendenze: “Ma perché stai così? In fondo non ti manca niente”.

Questa visione poggia su un errore di prospettiva che la ricerca in campo psicologico invita a superare.

Il malessere psicologico non è quasi mai il risultato di una “mancanza” di oggetti, ma di una sofferenza che risiede nella qualità dei legami e nei modelli comunicativi in cui il soggetto è immerso.

Una persona può “avere tutto” a livello materiale, ma trovarsi incastrata in dinamiche relazionali disfunzionali, aspettative familiari soffocanti o mandati transgenerazionali (eredità emotive) che impediscono l’espressione del Sé autentico.

In un’ottica sistemica, il sintomo (che sia l’ansia o una dipendenza) non è un capriccio, ma un segnale che il sistema sta cercando un nuovo equilibrio. È un “messaggio” che indica un dolore che non trova spazio per essere verbalizzato.

Affermare che a qualcuno “non manchi nulla” significa negare la legittimità del suo mondo interno. Questo isola ulteriormente l’individuo, aggiungendo il senso di colpa alla sofferenza già esistente.

La salute mentale non coincide con l’accumulo di certezze esterne. Si può esperire un profondo vuoto anche all’interno di una vita apparentemente “piena”.

Il dolore non ha bisogno di una giustificazione materiale per essere reale; ha bisogno di essere ascoltato, contestualizzato e integrato all’interno della propria storia relazionale.

La domanda corretta, quindi, non è “cosa ti manca?”, ma “quale parte della tua storia sta cercando di essere vista?”.

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14/01/2026

Negli ultimi anni, il panorama dei social media ha subìto una mutazione strutturale.

Da piattaforme nate per favorire l’interazione e la reciprocità (dimensione social), si sono evolute in canali di intrattenimento unidirezionale e consumo passivo di contenuti (dimensione media).

Questo cambiamento non è privo di conseguenze sul piano psicologico e sistemico, in particolare per la Generazione Millennial, che vive oggi una marcata “Stanchezza Digitale”.

Quando lo spazio digitale smette di essere un luogo di scambio e diventa un flusso incessante di stimoli performativi, si verificano tre fenomeni critici:

🧠Sovraccarico Cognitivo: Il cervello è costantemente impegnato a processare frammenti di vite altrui senza una reale interazione, portando a un esaurimento delle risorse attentive.

🧍‍♀️🧍Erosione della Reciprocità: Il passaggio da “social” a “content delivery” riduce il feedback relazionale autentico, sostituendolo con metriche algoritmiche che non nutrono il bisogno umano di appartenenza.

📴 Discrepanza tra Sé Reale e Sé Digitale: La pressione a mantenere una presenza in ambienti sempre meno dialogici e più espositivi genera un senso di alienazione e stanchezza cronica.

Riconoscere la stanchezza digitale non significa rifiutare la tecnologia, ma attuare una riorganizzazione dei confini. Proteggere il proprio spazio mentale dalla “bulimia informativa” è il primo passo per ristabilire una connessione autentica con se stessi e con il proprio sistema relazionale offline.

La qualità di un legame non si misura nella frequenza dello scrolling, ma nella profondità dello scambio.

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13/01/2026

Il termine Workaholism, coniato nel 1971 da Wayne Edward Oates, designa una condizione in cui il bisogno di lavorare diviene così pervasivo da compromettere la salute, lo stato emotivo e la sfera relazionale dell’individuo.

Sebbene non vi sia ancora una nomenclatura ufficiale univoca, la letteratura scientifica concorda nel ricondurre tale fenomeno nell’alveo delle New Addiction e dei disturbi ossessivo-compulsivi.

Differenze Cliniche: Workaholism vs. Work Engagement

Un punto cruciale del dibattito scientifico risiede nella distinzione tra l’impegno lavorativo fisiologico e quello patologico:

👨🏻‍💻☺️Work Engagement: Una condizione caratterizzata da motivazione intrinseca, energia e dedizione. In questo caso, il soggetto domina lo sforzo realizzativo e ne trae benessere psicofisico (Schaufeli et al., 2012).

👨🏻‍💻😟Workaholism: Una spinta interna autoimposta e compulsiva. Il soggetto è “agito” dal lavoro, vivendolo come un obbligo irrefrenabile che porta all’atrofia degli interessi extra-lavorativi e all’evitamento dei vissuti emotivi profondi.

La genesi di questa dipendenza può essere interpretata attraverso diversi paradigmi:
1️⃣Condizionamento Operante: Il comportamento abusante viene rinforzato da incentivi positivi (denaro, prestigio, approvazione) o dall’evitamento di stimoli negativi (conflitti familiari, timore del licenziamento).
2️⃣Teoria dei Tratti: Il fenomeno si manifesta come un tratto di personalità stabile, spesso rinforzato da fattori ambientali stressogeni.
3️⃣Funzione di Coping: Il lavoro perde il suo valore di attività produttiva per configurarsi come una via di fuga dalle responsabilità affettive e dalle interazioni sociali.

In conclusione, ciò che distingue l’eccellenza professionale dalla patologia è la presenza di capacità autolimitante e senso autocritico, elementi che risultano deficitari nel quadro clinico del workaholic.

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12/01/2026

Nel panorama digitale odierno, incontriamo sempre più spesso il cosiddetto “Ragebait” (letteralmente: “esca per la rabbia”).

Si tratta di una strategia di creazione di contenuti progettata specificamente per suscitare indignazione, shock o frustrazione nel fruitore.

Da un punto di vista scientifico, il ragebait sfrutta i circuiti biologici della risposta allo stress.
La rabbia è un’emozione ad alto arousal (attivazione): quando ci sentiamo indignati, il nostro cervello rilascia adrenalina e cortisolo, spingendoci a un’azione immediata. In ambito digitale, questa azione si traduce in commenti, condivisioni o salvataggi.

Possiamo poi osservare come il ragebait alteri l’ecosistema delle interazioni online:
🔹Feedback loop negativo: Gli algoritmi interpretano l’indignazione come “interesse”, premiando il contenuto con maggiore visibilità e creando un ciclo di rinforzo della polarizzazione.
🔹Frammentazione relazionale: Questo meccanismo riduce la complessità del dialogo a una contrapposizione binaria (“noi contro loro”), erodendo la capacità di ascolto e di sintesi tipica dei sistemi sani.

Perché quindi restiamo intrappolati?
Il bisogno umano di difendere i propri valori o di correggere un’ingiustizia percepita è ciò che ci spinge a interagire.

Tuttavia, è fondamentale riconoscere che l’obiettivo di questi contenuti non è il dibattito costruttivo, ma la massimizzazione del tempo di permanenza sulla piattaforma attraverso l’attivazione emotiva.

Preservare l’equilibrio del proprio “sistema-individuo” richiede una consapevolezza critica:
🔸Riconoscere l’attivazione: Notare se un post genera un’improvvisa tensione fisica o emotiva.
🔸Valutare l’intento: Chiedersi se il contenuto è volto a informare o semplicemente a provocare una reazione.
🔸Scegliere il non-agito: Spesso, la risposta più funzionale per interrompere il circuito del ragebait è l’assenza di interazione.

Comprendere i meccanismi che regolano le nostre reazioni online è il primo passo per abitare i contesti digitali in modo più consapevole e meno reattivo.

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09/01/2026

In ottica sistemico-relazionale, il segreto di famiglia non è un semplice vuoto di informazioni, ma un elemento strutturante che organizza i confini e le alleanze all’interno del nucleo.

Se la comunicazione è il collante del sistema, il segreto ne rappresenta una “zona d’ombra” attiva, capace di influenzare il comportamento dei membri anche attraverso le generazioni.

🔹La funzione del segreto
Dal punto di vista scientifico, il segreto assolve spesso una funzione di omeostasi: protegge il sistema da un evento percepito come minaccioso (un trauma, un lutto non elaborato, una paternità incerta). Il sistema “sceglie” il silenzio per evitare la disintegrazione, creando però una barriera tra chi sa e chi non sa.

🔹Confini e Coalizioni
Il segreto crea confini rigidi. Si generano spesso “triangolazioni” in cui il possesso dell’informazione definisce il potere relazionale. Chi condivide il segreto è unito da un legame di lealtà invisibile, ma spesso costrittivo; chi ne è escluso percepisce un’incongruenza tra ciò che viene detto e ciò che viene vissuto (messaggi paradossali).

🔹La trasmissione transgenerazionale
La clinica dimostra che ciò che viene taciuto nella prima generazione tende a essere “agito” nella seconda o terza. Come teorizzato da Ivan Boszormenyi-Nagy, le lealtà familiari invisibili possono spingere i discendenti a manifestare sintomi che sono, in realtà, tentativi inconsci di dare voce a quel segreto mai verbalizzato.

In seduta, l’obiettivo non è la “rivelazione” forzata, ma l’analisi della funzione del segreto. Il terapeuta osserva le resistenze e le omissioni come indicatori di aree di dolore non elaborate.

Portare alla luce un segreto significa permettere al sistema di passare da una coesione basata sulla paura a una basata sulla verità condivisa, sciogliendo i nodi che bloccano la crescita individuale.

Il segreto smette di essere patologico solo quando può essere integrato nella storia familiare come un evento narrabile, perdendo così il suo potere di controllo sul presente.

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08/01/2026

Con la fine delle feste, il sistema famiglia attraversa una delicata fase di re-assestamento.

Spesso interpretiamo i capricci, l’irritabilità o la stanchezza dei bambini come semplice “svogliatezza”, ma se guardiamo oltre la superficie, scopriamo qualcosa di più profondo.

Durante le vacanze, i confini si fanno più sfumati: gli orari sono flessibili, le gerarchie si ammorbidiscono e lo spazio del gioco invade quello del dovere.

Per un bambino, questo significa abitare una dimensione di massima connessione emotiva e libertà.

Il ritorno alla routine è, a tutti gli effetti, un micro-lutto.

È il passaggio dal tempo dell’ “eccezione” al tempo della “regola”. Come terapeuta sistemico, vi invito a osservare queste difficoltà non come un problema del bambino, ma come un segnale del sistema che cerca un nuovo equilibrio:
🔹La Funzione del Sintomo: Quel pianto prima di andare a scuola non è un rifiuto dell’apprendimento, ma un richiamo alla vicinanza perduta.
🔹La Transizione come Ponte: Il passaggio deve essere graduale. Non chiediamo al sistema di passare da 0 a 100 in un mattino. Ricreiamo piccoli rituali di connessione anche nei giorni feriali.
🔹Co-regolazione: Il bambino riflette lo stato emotivo degli adulti. Se noi viviamo il rientro con ansia o risentimento, il sistema risuonerà di quella stessa tensione.

Ricordiamoci che la routine, per quanto rigida possa apparire, è il contenitore sicuro che permette ai bambini di esplorare il mondo.

Aiutiamoli a rientrare in questo contenitore con pazienza, validando le loro fatiche.
Non è solo “tornare a scuola”; è imparare insieme come integrare la magia del riposo con la bellezza della quotidianità.

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07/01/2026

💢La rabbia non è un siero della verità, ma non è nemmeno una scusa.

Spesso sentiamo dire: “Scusami, ero fuori di me, non pensavo quelle cose”.
In realtà, la ricerca sulla comunicazione relazionale evidenzia come l’insulto e il disprezzo durante il conflitto siano i predittori più forti della fine di un legame.

Ecco perché l’argomento della “mente offuscata” non regge clinicamente:

🧠 1. La Responsabilità della Disregolazione
Essere in preda a un “sequestro emotivo” spiega la fisiologia del momento, ma non ne giustifica l’etica. La capacità di autoregolarsi è una competenza relazionale di base. Delegare la colpa alla propria biologia significa deumanizzare l’altro, rendendolo un sacco da boxe per le proprie frustrazioni.

🗣️ 2. Perché ferisce così tanto?
Quando usiamo parole denigratorie, colpiamo l’identità dell’altro. Per chi ascolta, quella è la verità del partner in quel momento. La ferita non si rimargina con un “mi ero sbagliato”, perché il cervello registra che, sotto pressione, la persona amata è capace di diventare una fonte di pericolo anziché un porto sicuro.

🕸️ 3. L’erosione della Fiducia di Base
In ottica sistemica, rimangiarsi le parole crea un ambiente di “insicurezza cronica”. Se non posso fidarmi di ciò che dici quando sei arrabbiato, come posso fidarmi della tua stabilità emotiva nel tempo? Il sistema entra in uno stato di allerta costante, in attesa della prossima esplosione.

💡 Considerazioni Cliniche
Il lavoro terapeutico non deve vertere sul “perdonare le parole dette”, ma sul costruire una cultura dell’apprezzamento e della regolazione. La sfida non è scusarsi meglio, ma imparare a fermarsi prima che la parola diventi un’arma. La vera riparazione inizia quando ci si assume la piena responsabilità del dolore causato, senza alibi bio-psicologici.

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24/12/2025

🎁Le feste arrivano puntuali con il loro pacchetto di frenesia, aspettative e ‘dovrei’ confezionati a tema.

In mezzo a questo rumore, può essere utile ricordare che non esiste un modo corretto di vivere il periodo natalizio.

A volte la vera cura sta nel rallentare, fare una pausa e chiedersi cosa si desidera davvero — non ciò che ‘si dovrebbe’.

Che questi giorni possano offrire l’occasione di ascoltare i propri ritmi, concedersi scelte più autentiche e, quando serve, qualche sano ‘no’ confezionato meglio di qualunque regalo.

✨𝘽𝙪𝙤𝙣𝙚 𝙛𝙚𝙨𝙩𝙚 ✨

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19/12/2025

Le riunioni familiari natalizie sono un campo di studio privilegiato per la Terapia Sistemico-Familiare. Il sistema, per sua natura, tende a mantenere la propria omeostasi, resistendo al cambiamento.

🔬 L’Equilibrio Funzionale
Il rientro nell’ambiente d’origine attiva il principio di circolarità. Ogni membro è legato da pattern interattivi che si ripetono e si rafforzano nel tempo.
🔹Ruoli Prescritti: Il sistema richiede che l’adulto differenziato riassuma il ruolo prescritto dell’infanzia (“il bravo,” “il mediatore,” “il deviante”) per preservare l’equilibrio preesistente.
🔹Confini e Coalizioni: Riemergono le vecchie strutture di confini (chi è dentro o fuori da una relazione) e le coalizioni (alleanze, spesso intergenerazionali).

📈 La Tensione del Cambiamento
Quando l’individuo ha compiuto un percorso di differenziazione del Sé (M. Bowen), la sua resistenza a riattivare il vecchio copione genera una disfunzione temporanea nel sistema.
Questa resistenza al ritorno al vecchio ruolo è percepita come stress sistemico. Il sistema tenterà di riportare il membro alla norma attraverso meccanismi di feedback negativo (critiche, commenti, reazioni emotive).

💡 Osservazione e Intervento
L’obiettivo terapeutico non è la rottura, ma l’osservazione metacognitiva:
1. Riconoscere il Circuito: Identificare i trigger che avviano il ciclo interattivo.
2. Agire sul Doppio Legame: Sostituire la reazione automatica (legata al ruolo) con una risposta funzionale (legata al Sé differenziato).

Le feste sono un’occasione per praticare la funzione di regolazione emotiva e relazionale, modificando un pattern senza minacciare l’integrità della relazione.

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Le tradizioni natalizie non sono semplici consuetudini, ma complessi meccanismi di trasmissione intergenerazionale che s...
18/12/2025

Le tradizioni natalizie non sono semplici consuetudini, ma complessi meccanismi di trasmissione intergenerazionale che sostengono l’omeostasi e l’identità del sistema familiare. L’analisi sistemica evidenzia come la riproduzione dei rituali rifletta le lealtà invisibili e i mandati ereditati. La flessibilità nel rimodellare questi pattern risulta cruciale per l’adattamento e la salute evolutiva del sistema.

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17/12/2025

“Come posso sentirmi felice mentre il mondo va in malora?”

È una domanda che molte persone portano in seduta, spesso senza nominarla apertamente.
A Natale prende forma come vergogna per la propria gioia.

Dal punto di vista psicologico, non si tratta di egoismo né di superficialità.
È un conflitto relazionale interno: il benessere personale entra in tensione con la sofferenza collettiva.

In una prospettiva sistemica, questa vergogna può essere letta come:
🔹un’espressione di lealtà invisibile verso chi soffre
🔸un tentativo di mantenere appartenenza: se sto bene, tradisco
🔹una risposta a messaggi transgenerazionali impliciti (non si gode mentre altri perdono)

La gioia diventa allora qualcosa da contenere, minimizzare, giustificare.

Dal punto di vista scientifico, sappiamo che:
🔸la colpa e la vergogna non aumentano l’empatia né l’impegno sociale
🔹il benessere emotivo non è una risorsa limitata
🔸provare gioia non riduce la capacità di prendersi cura dell’altro

Anzi: le emozioni positive sono correlate a maggiore resilienza, capacità di regolazione emotiva e disponibilità relazionale.

In terapia emerge spesso una ristrutturazione fondamentale:
🔺la gioia non è negazione del dolore del mondo
🔻è una risorsa relazionale che permette di restare in contatto con esso

A Natale, concedersi momenti di piacere, leggerezza o intimità non è una colpa.
Può essere, al contrario, un modo per sostenere legami, rigenerare energie e continuare a stare nel mondo senza esserne travolti.

La domanda forse non è: “Ho il diritto di essere felice?”
Ma: “Cosa rende possibile restare umani, anche quando il mondo soffre?”

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