20/02/2026
C’è una scena che si ripete sempre uguale: qualcuno accende una telecamera, pronuncia una parola-detonatore – “narcisista”, “borderline”, “psicopatico” – e la complessità evapora. La sofferenza psichica diventa intrattenimento. Una diagnosi diventa una condanna morale. Una persona diventa un mostro utile. E soprattutto il dolore diventa una valuta: più fa paura, più fa clic; più fa clic, più fa soldi. Si apre il sipario per la spettacolarizzazione del dolore. La sua pornografia. Il modo in cui il trauma viene impacchettato, etichettato, venduto e consumato come se fosse una serie. Come se la psicopatologia fosse un genere narrativo e non una ferita. Come se bastasse dire “narcisista” per aver capito tutto e per essersi messi automaticamente dalla parte giusta del mondo. Ma la clinica non funziona così. La clinica non è un tribunale e non è un palcoscenico. La clinica è una stanza piccola, spesso silenziosa, dove arriva qualcuno che non sa più come tenersi insieme. E lì, davanti a te, non arriva “un narcisista”. Arriva una persona. Arriva una storia. Arrivano difese che hanno avuto un senso, in un tempo e in un posto. Arrivano strategie che oggi fanno danno, sì, ma che ieri erano l’unico modo per non crollare. Il narcisismo patologico, per dire, non è il male del secolo. È spesso un equilibrio precario costruito su vergogna, fragilità identitaria, ipersensibilità alla ferita, terrore di essere irrilevanti. E da lì possono nascere dinamiche dannose: svalutazione, controllo dell’immagine, richieste, manipolazioni, freddezze improvvise. Non lo nego. Non lo romanticizzo. Non lo assolvo. Ma mi rifiuto di trasformarlo in un meme morale, perché i meme non curano nessuno. I meme alimentano solo cacce alle streghe. E poi c’è l’altra bugia comoda: che il narcisista sarebbe il pericolo relazionale e tutto il resto sarebbe contorno. No. Se vuoi parlare seriamente di impatto sugli altri, devi avere l’onestà di guardare tutto il quadro. Un ossessivo-compulsivo di personalità può distruggere una relazione con rigidità e critica continua, col controllo travestito da “precisione”, con quella forma di superiorità morale che non urla ma erode. Un paranoide può rendere la vita una questura emotiva, dove ogni gesto è sospetto e l’altro vive sempre sotto processo. Un istrionico può trascinare chi gli sta vicino in un’altalena di intensità e dramma che consuma, non perché è cattivo, ma perché senza intensità si sente morire. Un borderline può travolgere con paura dell’abbandono e tempeste emotive, alternando bisogno e rabbia in modo devastante per entrambi. Un evitante può trasformare l’amore in distanza, e l’altro finisce davanti a una porta che non si apre mai. Un dipendente può incollare l’altro a un ruolo di salvatore, e la coppia diventa genitore-figlio. E sì, esistono profili più direttamente trasgressivi e pericolosi. Ma la realtà clinica è questa: non c’è un’etichetta “cattiva” e le altre “buone”. Ci sono modi di funzionare che fanno soffrire e che possono far soffrire. E se vogliamo essere seri, il DSM-5 – quello usato per lavorare, non per fare titoli – non ti invita a scegliere un nemico. Ti invita a capire un profilo. Non ti chiede “che mostro è?”, ti chiede quanto una persona riesce a vivere e a stare in relazione senza distruggersi o distruggere ciò che tocca. Guarda la stabilità dell’identità, la capacità di darsi una direzione, l’empatia reale, la reciprocità e l’intimità. E poi guarda i tratti dominanti: quanto pesa la sofferenza emotiva, quanto il distacco, quanto l’antagonismo, quanto l’impulsività, quanto certe distorsioni del pensiero e della percezione. È un modo multidimensionale perché la realtà è multidimensionale: due persone con la stessa etichetta possono essere opposte, e due etichette diverse possono produrre danni simili per strade diverse. Quindi sì: le dinamiche dannose vanno riconosciute e vanno fermate. Ma fermarle non significa demonizzare una categoria e sentirsi giusti. Significa imparare a vedere i comportamenti: controllo, coercizione, svalutazione, isolamento, violazioni di confini, ricatti emotivi, gaslighting, minacce, instabilità cronica. Quella è prevenzione. Quello è proteggere. Le etichette urlate invece sono solo una scorciatoia emotiva: ti danno un cattivo e ti risparmiano il pensiero.E adesso lo dico duro, senza zucchero: la diagnosi è diventata una moneta. È più facile vendere paura che vendere complessità. È più facile speculare sulla sofferenza che aiutarla. È più comodo fare divulgazione come se fosse gossip: “ti spiego chi è il mostro, così tu ti senti salvo”. Ma la sofferenza psichica non è un contenuto. Non è una narrativa da monetizzare. È una materia viva, fragile, e quando la riduci a etichetta da lanciare addosso alle persone, stai facendo un danno reale. A chi soffre, a chi subisce, e anche a chi potrebbe curarsi ma non lo farà perché la vergogna, nutrita da questo circo, diventa insopportabile.
E poi c’è una cosa che nessuno dice mai, perché il terapeuta deve essere una figura “funzionale”, non una persona. A noi si chiede sempre come sta l’altro, giustamente. Noi siamo allenati a chiederlo, a reggerlo, a farci spazio per l’altro. Ma è rarissimo, quasi un evento, che qualcuno chieda a un terapeuta: “e tu, come stai?”. Non perché il paziente sia cattivo, ma perché il dispositivo stesso spinge a dimenticarlo: il terapeuta come strumento, come funzione, come parete su cui proiettare. E va bene, è parte del lavoro. Però ogni tanto lo senti, quel vuoto: chiediamo cura, offriamo cura, e fuori da quella stanza c’è un mondo che applaude le etichette e non vede le persone. Né i pazienti, né i terapeuti. Io scelgo la mappa proprio per questo. La scelgo anche quando arrivi in studio stanco, anche quando la giornata ti ha lasciato addosso storie e frammenti, anche quando ti senti solo, indomito, confuso e caparbio. La scelgo perché dentro quelle stanze piccole succedono cose che non faranno mai rumore: qualcuno smette di odiarsi per dieci secondi. Qualcuno nomina finalmente la vergogna. Qualcuno mette un confine senza sentirsi un mostro. Qualcuno piange senza giustificarsi. Qualcuno, che non pensava nemmeno di avere una vita, comincia a intravederla. Ecco perché mi fa rabbia la spettacolarizzazione del dolore: perché noi vediamo quanto costa, quel dolore. E quanto costa anche lavorarci. Sputiamo sangue non per la soddisfazione di aver “risolto un caso”, ma per aprire possibilità. Non per incastrare un colpevole, ma per trasformare la ripetizione in scelta. E se questa cosa non è romantica e feroce insieme, allora non so cosa lo sia. Io scelgo la mappa perché la mappa non ti dà un nemico: ti dà una via. E in un mondo che guadagna più soldi a etichettare la sofferenza che ad aiutarla, scegliere la via è un gesto romantico e violentissimo. È dire: non ti ridurrò a una parola. Non userò il tuo dolore come contenuto. Ti incontrerò come persona. E poi, con umiltà e disciplina, proveremo a tornare a casa, un passo per volta, un lacrima per volta, un sorriso per volta.
Il vostro affezionato Doc di quartiere
Anastasio · Correre · Brano · 2019