Dott. Davide Greco Psicologo-Psicoterapeuta Cognitivo Comportamentale

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Dott. Davide Greco Psicologo-Psicoterapeuta Cognitivo Comportamentale Siamo sempre noi che diamo il potere alle cose di controllarci, non è mai il contrario . Formazione Cognitivo Comportamentale Istituto Tolman

Ci sono notizie che fanno paura. Ma ce ne sono alcune che, prima ancora, dovrebbero farci pensare.La professoressa accol...
31/03/2026

Ci sono notizie che fanno paura. Ma ce ne sono alcune che, prima ancora, dovrebbero farci pensare.
La professoressa accoltellata da un suo studente è una ferita enorme. E la prima cosa da dire è chiara: la violenza non si giustifica. Mai.
Ma un ragazzo che arriva a un gesto così non nasce all’improvviso nella violenza. Ci arriva passando dal silenzio, dalla rabbia, dalla confusione, dal sentirsi solo, non visto, non capito. Ci arriva spesso dopo tanti segnali letti male o ignorati del tutto.
Troppo spesso degli adolescenti vediamo solo il comportamento. La provocazione. La chiusura. L’aggressività. La sfida. E non il dolore che c’è sotto.
Un figlio che sta male non sempre chiede aiuto in modo dolce. A volte lo fa diventando difficile da amare. Difficile da gestire. Difficile da capire.
Ed è lì che gli adulti dovrebbero esserci di più.
Perché certi ragazzi non esplodono in un giorno. Crollano lentamente. E spesso lo fanno davanti a genitori, scuola e adulti che vedono il problema solo quando diventa troppo grande per essere ignorato.
Non per assolvere. Ma per capire prima. Perché dietro certi gesti estremi, quasi sempre, c’è un dolore lasciato solo troppo a lungo.
Gli adolescenti non hanno bisogno solo di regole. Hanno bisogno di presenza, ascolto, contenimento, sguardi veri.
Perché certi silenzi non sono calma. Sono richieste d’aiuto che non abbiamo saputo ascoltare.

G: Fa strano pensare che siamo arrivati alla fine.Io: Sì, ma non pensarlo come una fine vera. Pensalo come il momento in...
16/03/2026

G: Fa strano pensare che siamo arrivati alla fine.
Io: Sì, ma non pensarlo come una fine vera. Pensalo come il momento in cui tutto quello che abbiamo costruito qui dentro inizia a camminare con te, fuori da questa stanza.
G: All’inizio pensavo che il problema fosse solo il cibo.
Io: È normale. Quando si soffre così, sembra sempre che il centro sia il corpo, il peso, il controllo. Ma nel tempo hai capito che il sintomo era solo il modo più doloroso che avevi trovato per dire altro: paura, vergogna, bisogno, solitudine, fatica.
G: Prima non riuscivo a fermarmi. Sentivo qualcosa e reagivo subito.
Io: Esatto. E il nostro lavoro è stato proprio questo: creare uno spazio tra quello che sentivi e quello che facevi. Le tecniche cognitive comportamentali, in fondo, servono anche a questo. A non vivere più tutto in automatico.
G: Il diario, per esempio, mi ha aiutata più di quanto pensassi.
Io: Perché non serviva a giudicarti, ma a conoscerti. Scrivere i momenti difficili, i pensieri, le emozioni, i comportamenti, ti ha permesso di vedere che niente accadeva davvero “a caso”. C’erano ferite, inneschi, paure.
G: E poi ho iniziato a capire quanto fossi dura con me stessa.
Io: Sì. Hai imparato a riconoscere i pensieri automatici, quelli rapidi e crudeli: “non valgo”, “sto perdendo il controllo”, “se sbaglio è finita”. E piano piano hai capito una cosa fondamentale: un pensiero non è una sentenza. Si può osservare, mettere in discussione, ridimensionare.
G: Prima ci credevo subito.
Io: Adesso invece riesci più spesso a chiederti se quello che stai pensando è davvero un fatto, oppure è la voce della paura. Questo è un passaggio enorme. Così come enorme è stato il lavoro sui comportamenti: evitare, controllare, punirti, cercare regole rigide per sentirti al sicuro. Tutte cose che sembravano proteggerti, ma in realtà alimentavano il disturbo.
G: Fare piccoli passi concreti mi ha aiutata.
Io: Perché la terapia non chiede salti eroici. Chiede esperienze nuove, graduali, possibili. Un passo alla volta hai scoperto che l’ansia può salire senza distruggerti, che un’emozione può essere attraversata, che il corpo non deve per forza essere un nemico.
G: Credo di aver capito anche che non tutti i vuoti si riempiono col controllo.
Io: Esatto. Alcuni vuoti chiedono ascolto, altri chiedono riposo, altri ancora chiedono vicinanza, parole, cura. E tu hai cominciato a domandarti, nei momenti difficili: “Di cosa ho bisogno davvero?” È una domanda semplice, ma potentissima.
G: Ho ancora giorni storti.
Io: E li avrai, perché guarire non significa diventare perfetti. Significa non lasciare più che un giorno storto decida chi sei. Significa cadere senza distruggerti. Significa guardarti con più verità e meno violenza.
G: Questa forse è la cosa più importante che porto via.
Io: Io credo di sì. Perché prima ti punivi, adesso provi a capirti. Prima volevi controllarti, adesso stai imparando a prenderti cura di te. E tra controllo e cura c’è una differenza immensa.
G: Mi fa paura salutarti.
Io: Lo so. Ma non stai perdendo qualcosa. Stai portando con te strumenti che ora ti appartengono. La capacità di osservare un pensiero senza obbedirgli. La possibilità di riconoscere un’emozione senza esserne travolta. Il diritto di trattarti con rispetto anche quando fai fatica.
G: Allora non ti dico addio.
Io: No. Diciamoci un saluto onesto. Di quelli che non cancellano il percorso, ma gli danno valore.
G: Grazie.
Io: Grazie a te, G. Buon cammino. E ricordati questo: nei giorni difficili non hai bisogno di essere perfetta. Hai bisogno di restare dalla tua parte.

20/02/2026
C’è una scena che si ripete sempre uguale: qualcuno accende una telecamera, pronuncia una parola-detonatore – “narcisist...
20/02/2026

C’è una scena che si ripete sempre uguale: qualcuno accende una telecamera, pronuncia una parola-detonatore – “narcisista”, “borderline”, “psicopatico” – e la complessità evapora. La sofferenza psichica diventa intrattenimento. Una diagnosi diventa una condanna morale. Una persona diventa un mostro utile. E soprattutto il dolore diventa una valuta: più fa paura, più fa clic; più fa clic, più fa soldi. Si apre il sipario per la spettacolarizzazione del dolore. La sua pornografia. Il modo in cui il trauma viene impacchettato, etichettato, venduto e consumato come se fosse una serie. Come se la psicopatologia fosse un genere narrativo e non una ferita. Come se bastasse dire “narcisista” per aver capito tutto e per essersi messi automaticamente dalla parte giusta del mondo. Ma la clinica non funziona così. La clinica non è un tribunale e non è un palcoscenico. La clinica è una stanza piccola, spesso silenziosa, dove arriva qualcuno che non sa più come tenersi insieme. E lì, davanti a te, non arriva “un narcisista”. Arriva una persona. Arriva una storia. Arrivano difese che hanno avuto un senso, in un tempo e in un posto. Arrivano strategie che oggi fanno danno, sì, ma che ieri erano l’unico modo per non crollare. Il narcisismo patologico, per dire, non è il male del secolo. È spesso un equilibrio precario costruito su vergogna, fragilità identitaria, ipersensibilità alla ferita, terrore di essere irrilevanti. E da lì possono nascere dinamiche dannose: svalutazione, controllo dell’immagine, richieste, manipolazioni, freddezze improvvise. Non lo nego. Non lo romanticizzo. Non lo assolvo. Ma mi rifiuto di trasformarlo in un meme morale, perché i meme non curano nessuno. I meme alimentano solo cacce alle streghe. E poi c’è l’altra bugia comoda: che il narcisista sarebbe il pericolo relazionale e tutto il resto sarebbe contorno. No. Se vuoi parlare seriamente di impatto sugli altri, devi avere l’onestà di guardare tutto il quadro. Un ossessivo-compulsivo di personalità può distruggere una relazione con rigidità e critica continua, col controllo travestito da “precisione”, con quella forma di superiorità morale che non urla ma erode. Un paranoide può rendere la vita una questura emotiva, dove ogni gesto è sospetto e l’altro vive sempre sotto processo. Un istrionico può trascinare chi gli sta vicino in un’altalena di intensità e dramma che consuma, non perché è cattivo, ma perché senza intensità si sente morire. Un borderline può travolgere con paura dell’abbandono e tempeste emotive, alternando bisogno e rabbia in modo devastante per entrambi. Un evitante può trasformare l’amore in distanza, e l’altro finisce davanti a una porta che non si apre mai. Un dipendente può incollare l’altro a un ruolo di salvatore, e la coppia diventa genitore-figlio. E sì, esistono profili più direttamente trasgressivi e pericolosi. Ma la realtà clinica è questa: non c’è un’etichetta “cattiva” e le altre “buone”. Ci sono modi di funzionare che fanno soffrire e che possono far soffrire. E se vogliamo essere seri, il DSM-5 – quello usato per lavorare, non per fare titoli – non ti invita a scegliere un nemico. Ti invita a capire un profilo. Non ti chiede “che mostro è?”, ti chiede quanto una persona riesce a vivere e a stare in relazione senza distruggersi o distruggere ciò che tocca. Guarda la stabilità dell’identità, la capacità di darsi una direzione, l’empatia reale, la reciprocità e l’intimità. E poi guarda i tratti dominanti: quanto pesa la sofferenza emotiva, quanto il distacco, quanto l’antagonismo, quanto l’impulsività, quanto certe distorsioni del pensiero e della percezione. È un modo multidimensionale perché la realtà è multidimensionale: due persone con la stessa etichetta possono essere opposte, e due etichette diverse possono produrre danni simili per strade diverse. Quindi sì: le dinamiche dannose vanno riconosciute e vanno fermate. Ma fermarle non significa demonizzare una categoria e sentirsi giusti. Significa imparare a vedere i comportamenti: controllo, coercizione, svalutazione, isolamento, violazioni di confini, ricatti emotivi, gaslighting, minacce, instabilità cronica. Quella è prevenzione. Quello è proteggere. Le etichette urlate invece sono solo una scorciatoia emotiva: ti danno un cattivo e ti risparmiano il pensiero.E adesso lo dico duro, senza zucchero: la diagnosi è diventata una moneta. È più facile vendere paura che vendere complessità. È più facile speculare sulla sofferenza che aiutarla. È più comodo fare divulgazione come se fosse gossip: “ti spiego chi è il mostro, così tu ti senti salvo”. Ma la sofferenza psichica non è un contenuto. Non è una narrativa da monetizzare. È una materia viva, fragile, e quando la riduci a etichetta da lanciare addosso alle persone, stai facendo un danno reale. A chi soffre, a chi subisce, e anche a chi potrebbe curarsi ma non lo farà perché la vergogna, nutrita da questo circo, diventa insopportabile.
E poi c’è una cosa che nessuno dice mai, perché il terapeuta deve essere una figura “funzionale”, non una persona. A noi si chiede sempre come sta l’altro, giustamente. Noi siamo allenati a chiederlo, a reggerlo, a farci spazio per l’altro. Ma è rarissimo, quasi un evento, che qualcuno chieda a un terapeuta: “e tu, come stai?”. Non perché il paziente sia cattivo, ma perché il dispositivo stesso spinge a dimenticarlo: il terapeuta come strumento, come funzione, come parete su cui proiettare. E va bene, è parte del lavoro. Però ogni tanto lo senti, quel vuoto: chiediamo cura, offriamo cura, e fuori da quella stanza c’è un mondo che applaude le etichette e non vede le persone. Né i pazienti, né i terapeuti. Io scelgo la mappa proprio per questo. La scelgo anche quando arrivi in studio stanco, anche quando la giornata ti ha lasciato addosso storie e frammenti, anche quando ti senti solo, indomito, confuso e caparbio. La scelgo perché dentro quelle stanze piccole succedono cose che non faranno mai rumore: qualcuno smette di odiarsi per dieci secondi. Qualcuno nomina finalmente la vergogna. Qualcuno mette un confine senza sentirsi un mostro. Qualcuno piange senza giustificarsi. Qualcuno, che non pensava nemmeno di avere una vita, comincia a intravederla. Ecco perché mi fa rabbia la spettacolarizzazione del dolore: perché noi vediamo quanto costa, quel dolore. E quanto costa anche lavorarci. Sputiamo sangue non per la soddisfazione di aver “risolto un caso”, ma per aprire possibilità. Non per incastrare un colpevole, ma per trasformare la ripetizione in scelta. E se questa cosa non è romantica e feroce insieme, allora non so cosa lo sia. Io scelgo la mappa perché la mappa non ti dà un nemico: ti dà una via. E in un mondo che guadagna più soldi a etichettare la sofferenza che ad aiutarla, scegliere la via è un gesto romantico e violentissimo. È dire: non ti ridurrò a una parola. Non userò il tuo dolore come contenuto. Ti incontrerò come persona. E poi, con umiltà e disciplina, proveremo a tornare a casa, un passo per volta, un lacrima per volta, un sorriso per volta.
Il vostro affezionato Doc di quartiere

Anastasio · Correre · Brano · 2019

Ci sono giorni in cui ci alziamo e “funzioniamo”.Andiamo avanti, rispondiamo, facciamo. Eppure dentro sentiamo una stanc...
06/02/2026

Ci sono giorni in cui ci alziamo e “funzioniamo”.
Andiamo avanti, rispondiamo, facciamo. Eppure dentro sentiamo una stanchezza che non passa.

È la fatica silenziosa di questi tempi: l’ansia che ci tiene all’erta anche quando non c’è pericolo, l’umore che si abbassa senza una ragione “spiegabile”, il sonno leggero, i pensieri che girano in tondo come ruote nel fango. È la sensazione di dover reggere tutto da soli, di dover essere sempre all’altezza, di non poter mai crollare.
E poi ci sono le relazioni: la paura di deludere, il bisogno di compiacere, la difficoltà a fidarsi, la solitudine anche quando siamo in mezzo agli altri. A volte la domanda è una sola: “Com’è possibile che io sia qui, eppure mi senta così lontano da me?”

Quando il dolore si presenta così, raramente è una sola cosa.
Spesso è un intreccio: stress cronico, pressioni continue, ferite antiche che tornano in modi nuovi, confini saltati, un’autocritica che non ci dà tregua. Oppure l’opposto: sentirci spenti, disconnessi, come se la vita scorresse accanto a noi. E il corpo, che non mente, comincia a parlare al posto nostro: tensioni, mal di pancia, fiato corto, tachicardia, fame o chiusura, stanchezza che non si scioglie.

Ecco perché scegliamo una cura che non guarda “a pezzi”.
Scegliamo di vedere la persona intera. Di attraversare insieme il quadro completo: emozioni, pensieri, corpo, storia, relazioni, il presente che incalza e il passato che ancora chiede ascolto. Perché non siamo un sintomo: siamo una storia che cerca casa.

In questo, la multidisciplinarità non è un dettaglio: è un atto di responsabilità e di amore. Quando serve, ci confrontiamo con altre figure, integriamo sguardi, mettiamo in dialogo competenze diverse. Non per complicare, ma per essere più precisi, più presenti, più efficaci. Per non lasciare niente indietro.

Ma prima di tutto, la terapia è un luogo.
Un luogo in cui possiamo arrivare come siamo: stanchi, arrabbiati, confusi, in silenzio, pieni di vergogna o di paura. Un luogo dove non dobbiamo dimostrare nulla. Dove non ci viene chiesto di “stare bene” in fretta, ma di essere veri. E dove, lentamente, impariamo che ciò che ci spaventa può essere nominato, accolto, trasformato. Che non siamo sbagliati: spesso abbiamo solo imparato a sopravvivere nel modo migliore che avevamo.

Da più di vent’anni, camminiamo accanto alle persone in questo passaggio: dal resistere al vivere. E ogni volta torna la stessa verità semplice e potente: quando ci sentiamo davvero visti, qualcosa dentro si distende. Quando ci sentiamo accolti, la forza ricompare. Quando smettiamo di combatterci, cominciamo a guarire.

Se queste parole ci somigliano, allora forse è già un inizio.
Un inizio gentile. Un inizio possibile. Un inizio che meritiamo.

Work in progress😊

Ciao G.arriviamo alla chiusura di questo percorso come si arriva a una soglia: non con un colpo di scena, ma con un gest...
16/12/2025

Ciao G.

arriviamo alla chiusura di questo percorso come si arriva a una soglia: non con un colpo di scena, ma con un gesto preciso. Guardare ciò che è stato, senza restarci impigliati. Salutare una fase, senza negarne il peso.

“Narcisismo” è una parola che oggi circola come un’arma. Nei social è diventata un’etichetta sbrigativa, una sentenza che si appiccica addosso alle persone per spiegarle in due righe e archiviarle in fretta. È una semplificazione comoda e crudele: comoda perché evita la complessità, crudele perché trasforma un funzionamento psicologico in una colpa morale. I social demonizzano perché la demonizzazione fa engagement: costruisce nemici chiari, storie facili, schieramenti. Ma la clinica non è un tribunale e la terapia non è un palco. Qui non abbiamo cercato un “mostro” da smascherare, né un assoluto da difendere. Abbiamo cercato la verità dei processi, e la verità raramente è virale.

La contraddizione che hai portato, e che con il tempo hai imparato a osservare senza vergogna, è una delle più fraintese: l’apparenza di forza può essere il modo in cui una fragilità prova a non spezzarsi. La grandiosità, quando c’è, spesso non è vanità da cartolina, ma un’armatura; il bisogno di riconoscimento non è per forza capriccio, può essere un tentativo disperato di regolare un vuoto, una caduta interna, una vergogna che morde. È qui che l’etichetta dei social fallisce: scambia un meccanismo di protezione per un’identità, un comportamento per un destino. Riduce una persona a una caricatura e poi la odia per averla semplificata.

In terapia abbiamo fatto il contrario. Abbiamo preso sul serio il costo di quelle strategie. Abbiamo osservato i pensieri che scattano rapidi e sembrano verità (“se non eccello, non valgo”; “se non mi vedono, sparisco”), le regole rigide che si impongono come leggi di sopravvivenza, i comportamenti che nel breve danno sollievo ma nel lungo restringono la vita, soprattutto nelle relazioni. Abbiamo visto come la sensibilità alla critica e al rifiuto possa accendersi come un allarme, come il bisogno di controllo dell’immagine possa diventare una gabbia, come la rabbia o il ritiro possano arrivare quando la vergogna sale e non si trova un’altra via. Tutto questo non è una giustificazione; è una mappa. E una mappa non assolve né condanna: orienta.

C’è un’altra contraddizione, forse la più umana: desiderare la vicinanza e allo stesso tempo temerla. Cercare l’altro come conferma e viverlo come giudice. Volere intimità, ma sentire che l’intimità espone. Questa tensione, quando viene raccontata sui social, diventa subito una diagnosi-lampo dell’altro, un manuale di guerra, una caccia alle streghe fatta di storie spezzate e slogan. Ma la realtà clinica è più scomoda e più vera: spesso ci sono bisogni legittimi rimasti senza risposta stabile — essere visto, essere rispettato, essere scelto — e difese che sono nate per proteggere e poi hanno iniziato a ferire. Non si esce da qui con l’odio, perché l’odio non cura. E non si esce con l’autoassoluzione, perché anche quella non cura. Si esce con responsabilità e con strumenti.

Responsabilità, nel nostro lavoro, non è stata la frusta della colpa. È stata la capacità di riconoscere l’impatto delle proprie reazioni, di interrompere l’automatismo, di scegliere una risposta più adulta quando l’antica urgenza dice “attacca, controlla, vinci, sparisci”. È stato imparare a distinguere il valore dalla performance, a tollerare la vergogna senza obbedirle, a praticare una vulnerabilità competente: non l’esposizione totale, non il silenzio armato, ma un linguaggio più pulito e più vero. Dire “questo mi ha ferito” invece di costruire una battaglia. Chiedere invece di pretendere. Riparare invece di trionfare.

E qui vale dirlo con fermezza: la demonizzazione social del narcisismo non aiuta nessuno. Non aiuta chi ha subito relazioni dolorose, perché la guarigione non nasce da un’etichetta ma dall’elaborazione, dai confini, dal senso, dalla cura di sé. Non aiuta chi ha tratti narcisistici o una vulnerabilità narcisistica, perché essere trattati come “irrecuperabili” alimenta la vergogna e irrigidisce le difese. E non aiuta la cultura psicologica, perché diffonde una falsa idea di terapia: come se la terapia fosse un modo elegante per dire “hai ragione a odiare”. In realtà la terapia è l’opposto: è un luogo in cui la complessità viene protetta, anche quando è scomoda.

Chiudere un percorso non significa essere “guariti” in modo perfetto. Significa aver costruito una nuova relazione con ciò che ti attraversa. Sapere che può comparire l’impulso di apparire invulnerabile, e sapere anche che sotto quell’impulso c’è spesso un bisogno più semplice e più antico. Sapere che puoi sentirti speciale e, nello stesso tempo, spaventato. E non dover scegliere una maschera per meritare dignità.

Se porto via un’immagine, è questa: non hai demolito l’armatura a colpi di giudizio. Hai imparato a riconoscerla, a capire quando si attiva, e a toglierla quando non serve. Non per diventare “debole”, ma per diventare libero. Questo è lavoro clinico, sì. Ma è anche un atto di coraggio: restare umano quando sarebbe più facile recitare.

Se un giorno sentirai tornare la spinta a vincere per non sentire, a controllare per non tremare, spero tu possa fermarti un attimo e chiederti, con onestà: cosa sto proteggendo, adesso? E poi scegliere la risposta che abbiamo allenato: meno spettacolare, meno social, più reale.

Con rispetto per il lavoro fatto, e con la chiarezza di chi sa che cambiare è possibile, ma non è un hashtag.

Buon cammino ragazzo, prenditi il mondo

C’era una volta una ragazza che si definiva “ansiosa” prima ancora di dire il suo nome.Un ragazzo che si presentava come...
04/11/2025

C’era una volta una ragazza che si definiva “ansiosa” prima ancora di dire il suo nome.
Un ragazzo che si presentava come “borderline” prima ancora di raccontare cosa amava.
Una generazione che ha imparato a parlare di sé attraverso le diagnosi, come se fossero etichette da indossare per essere visti.
Ma la psicologia non nasce per spettacolarizzare il dolore.
Nasce per comprenderlo. Per accoglierlo. Per trasformarlo.
“Ho l’ansia” non è un marchio, è un messaggio.
Un invito a esplorare cosa ci agita, cosa ci spaventa, cosa ci serve.
Un sintomo non è un’identità: è una porta. E dietro quella porta c’è una storia, non un disturbo.
La terapia cognitivo comportamentale ci insegna che i pensieri non sono verità assolute, ma ipotesi da verificare.
Che le emozioni non vanno censurate, ma ascoltate.
Che i comportamenti non vanno giudicati, ma compresi nel loro contesto.
Parlare di psicologia è bello quando ci aiuta a capire, non a incasellare.
Quando ci rende più umani, non più “strani”.
Quando ci permette di dire: “Non sono la mia diagnosi. Sono la mia evoluzione.”
Se vuoi raccontarti, fallo con amore.
Non con etichette.
Con parole che aprono, non che chiudono.
Perché la psicologia non è uno spettacolo.
È un linguaggio.
E tu sei il protagonista, non il personaggio.
Il vostro affezionato Doc. di quartiere

T: Allora mi sa che abbiamo finito.C: No, no, no, ora ci vediamo tra sei mesi, poi una volta l’anno etc.T: Se un giorno ...
20/10/2025

T: Allora mi sa che abbiamo finito.
C: No, no, no, ora ci vediamo tra sei mesi, poi una volta l’anno etc.
T: Se un giorno dovessi avere bisogno di un “Tagliando”, solo dopo che magari hai usato gli strumenti della terapia e per un motivo qualsiasi sono poco efficaci, ti aspetto con piacere. Come ti senti?
C: Un po’ come quando finisce una serie che mi piace. So che è giusto, ma mi viene voglia di scrivere agli autori per chiedere un’altra stagione.
T: Ti capisco. Anche se temo che Netflix della terapia non abbia ancora inventato il tasto “continua la serie”.
C: Peccato. Avrei fatto volentieri una puntata bonus… magari “C. contro l’ansia – il ritorno”.
T: Con lieto fine, spero.
C: Non sempre, ma almeno con meno panico e più ironia.
T: Direi che è già un grande cambiamento. All’inizio non riuscivi nemmeno a scherzare sull’ansia. Ti sembrava un mostro troppo serio per poterlo prendere in giro.
C: Eh, sì. Ora lo vedo più come… un parente rumoroso. Fastidioso, ma fa parte della famiglia.
T: Ecco, questa è una buona metafora. Non puoi cacciarlo, ma puoi decidere quanto spazio lasciargli in casa.
C: Esatto. Magari lo faccio sedere sul divano, ma senza offrirgli il telecomando.
T: Ottima strategia terapeutica.
C: Però, davvero… mi sembra strano non ve**re più qui. Mi mancherà questo spazio. E anche le tue domande assurde.
T: “Assurde”?
C: Sì! Tipo quella volta che mi ha chiesto: “Se la tua ansia avesse un colore, quale sarebbe?”. Ci ho pensato una settimana intera!
T: E alla fine hai detto “giallo spento”.
C: Sì… ma ora direi “giallo senape”. Più deciso, meno triste.
T: Ottimo sulla carne.
C: Scherzi a parte… grazie. Mi ha aiutata a trovare un modo per non farmi travolgere. E per non sentirmi sbagliata.
T: Hai fatto tu il lavoro, C. Io ho solo tenuto la torcia mentre trovavi la strada.
C: Una torcia un po’ acida, a volte.
T: Fa parte del metodo scientifico.
C: Mi mancherà anche quello.
T: A me mancheranno le tue battute. Ma ricordati: non stiamo chiudendo, stiamo passando il testimone. Ora la terapeuta di C.… è C. stessa.
C: Mi sa che sarà un po’ più ironica, però.
T: E va benissimo così.
C: Arrivederci Sigmund. E grazie per aver sopportato le mie venti “ultime domande” ogni volta.
T: È stato un piacere. E comunque… ti conosco: non saranno le ultime.
C: Mai dire mai.
T: Ciao piccola mia, prenditi il mondo.

“Dì quello che vuoi dire
E lascia che le parole escano
Onestamente, voglio vederti essere coraggiosa.”

“Forse c’è un modo per uscire dal gabbione
Dove vivi solo per accontentare gli altri.”

Official music video for ”Brave” by Sara Bareilles​Listen to Sara Bareilles: https://SaraBareilles.lnk.to/listenYD ​Watch more videos by Sara Bareilles: http...

Lei:Ti ho odiato.Ti ho odiato con una violenza che non sapevo nemmeno di avere.Ti ho odiato quando restavi zitto mentre ...
12/09/2025

Lei:
Ti ho odiato.
Ti ho odiato con una violenza che non sapevo nemmeno di avere.
Ti ho odiato quando restavi zitto mentre io urlavo,
quando mi guardavi come se stessi aspettando qualcosa da me.
Mi facevi sentire come un esperimento.
Come se stessi studiando le mie crepe.
Io:
Lo ricordo.
Ricordo ogni parola che mi hai lanciato addosso.
Ogni sguardo che cercava di farmi sparire.
E io non sono sparito.
Lei:
Ti ho provocato.
Ti ho insultato.
Ti ho detto che eri inutile, freddo, arrogante.
Che ti pagavano per farti sentire superiore.
Ti ho detto che speravo di farti male.
Che volevo distruggerti.
Io:
E io ho scelto di restare.
Non per resistere.
Ma per esserci.
Perché dietro ogni colpo c’era una voce che diceva: “Non lasciarmi.”
Lei:
Mi facevi schifo.
Mi faceva schifo la tua calma.
La tua pazienza.
La tua capacità di non reagire.
Mi faceva sentire piccola.
E io odiavo sentirmi piccola.
Io:
Ma non eri piccola.
Eri enorme.
Eri piena di fuoco.
E quel fuoco non mi ha bruciato.
Mi ha mostrato dove faceva male.
Lei:
Poi hai detto quella frase.
Che non ero rotta.
Che ero in lotta.
E io ho pianto.
Perché nessuno mi aveva mai detto che la mia rabbia era degna di essere capita.
Io:
Hai cominciato a dare un nome alle cose.
Alla rabbia.
Alla paura.
Alla vergogna.
Alla solitudine.
E quando le hai chiamate, hanno smesso di comandarti.
Lei
Dare un nome alle cose…
Io:
Aiuta. Sempre.
Lei:
Posso abbracciarti?
Io:
Certo che puoi.
Lei:
Grazie. Per non essere scappato.
Per avermi visto.
Anche quando io volevo sparire.
Io:
Ciao piccola mia.
Prenditi il tuo mondo.

La morte, diceva il vecchio del paese, è una signora che non sa cucinare. Arriva all’improvviso, ti invita a cena, e ti ...
09/09/2025

La morte, diceva il vecchio del paese, è una signora che non sa cucinare. Arriva all’improvviso, ti invita a cena, e ti ritrovi a mangiare aria fritta e ricordi alla griglia. Alcuni la temono, altri ci fanno amicizia: “Ehi Morte, siediti, ti offro un bicchiere di vino, ma lascia che finisca almeno la partita a carte”. Lei non risponde, sorride con tutti i denti (che non ha) e ti prende sottobraccio. Però bisogna riconoscerlo: è puntuale come nessun treno e democratica come nessun governo. Ci porta via, sì, ma in cambio ci regala la possibilità di raccontarci, perché ogni morto diventa una storia, ogni addio un aneddoto da bar. La morte non ha fantasia, e allora gliela regaliamo noi: con poesie, risate e qualche bestemmia gentile. Buon cammino lupo, che la terra ti sia lieve.

La tua voce è la traccia visibile di ciò che vive invisibile dentro di te.Ogni respiro che diventa suono è un atto di fi...
27/08/2025

La tua voce è la traccia visibile di ciò che vive invisibile dentro di te.
Ogni respiro che diventa suono è un atto di fiducia: fiducia nel tuo corpo, nella tua storia, nel tuo coraggio di farti ascoltare.
Cantare non è solo eseguire note, ma permettere alla tua interiorità di fiorire nello spazio, di trasformare le ferite in bellezza, le paure in vibrazione, il silenzio in emozione condivisa.
Sul palcoscenico non sei mai sola: con te ci sono tutte le parti di te stessa che chiedono voce.
Accoglile, lascia che si intreccino al tuo canto, e ciò che donerai al pubblico sarà qualcosa di unico: verità che commuove, presenza che tocca, luce che resta. Continua a credere che la tua voce non sia solo musica, ma guarigione, sia per te che per chi ascolta.

Buon cammino piccola dalla voce di tuono, prenditi il tuo cielo e addormentalo con le tue note.

Provided to YouTube by JVCKENWOOD Victor Entertainment Corp.canta per me · Yuki KajiuraFICTION℗ JVCKENWOOD Victor EntertainmentReleased on: 2008-04-23Auto-ge...

Dopo l'ennesima visita, mi rendo conto che c'è da fare una precisazione . L'AI non è una soluzione a tutti i vostri stat...
19/08/2025

Dopo l'ennesima visita, mi rendo conto che c'è da fare una precisazione . L'AI non è una soluzione a tutti i vostri stati mentali, può essere un facilitatore per quanto riguarda ottimizzare delle attività, ma L’anima non si decifra. Si ascolta.
L’intelligenza artificiale può leggere tra le righe, contare le lacrime, imitare il tono di una voce.
Ma non può sentire il tremore di un cuore che si apre.
Non può restare in silenzio accanto a un dolore che non ha nome.
Non può amare la fragilità che rende ogni essere umano irripetibile.
Uno psicoterapeuta è presenza viva.
È sguardo che accoglie, parola che consola, tempo che si ferma.
È il respiro condiviso nel buio, la mano che non giudica, il passo che si adatta al tuo.
L’AI è uno specchio.
La terapia è un abbraccio.
Tra le nebbie dell’anima, serve chi non ha paura di perdersi con te.
Buon Cammino

Indirizzo

Via Dei Nebrodi 44
Palermo
90100

Orario di apertura

Lunedì 08:00 - 20:00
Martedì 08:00 - 20:00
Mercoledì 08:00 - 20:00
Giovedì 08:00 - 20:00

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