16/12/2025
Ciao G.
arriviamo alla chiusura di questo percorso come si arriva a una soglia: non con un colpo di scena, ma con un gesto preciso. Guardare ciò che è stato, senza restarci impigliati. Salutare una fase, senza negarne il peso.
“Narcisismo” è una parola che oggi circola come un’arma. Nei social è diventata un’etichetta sbrigativa, una sentenza che si appiccica addosso alle persone per spiegarle in due righe e archiviarle in fretta. È una semplificazione comoda e crudele: comoda perché evita la complessità, crudele perché trasforma un funzionamento psicologico in una colpa morale. I social demonizzano perché la demonizzazione fa engagement: costruisce nemici chiari, storie facili, schieramenti. Ma la clinica non è un tribunale e la terapia non è un palco. Qui non abbiamo cercato un “mostro” da smascherare, né un assoluto da difendere. Abbiamo cercato la verità dei processi, e la verità raramente è virale.
La contraddizione che hai portato, e che con il tempo hai imparato a osservare senza vergogna, è una delle più fraintese: l’apparenza di forza può essere il modo in cui una fragilità prova a non spezzarsi. La grandiosità, quando c’è, spesso non è vanità da cartolina, ma un’armatura; il bisogno di riconoscimento non è per forza capriccio, può essere un tentativo disperato di regolare un vuoto, una caduta interna, una vergogna che morde. È qui che l’etichetta dei social fallisce: scambia un meccanismo di protezione per un’identità, un comportamento per un destino. Riduce una persona a una caricatura e poi la odia per averla semplificata.
In terapia abbiamo fatto il contrario. Abbiamo preso sul serio il costo di quelle strategie. Abbiamo osservato i pensieri che scattano rapidi e sembrano verità (“se non eccello, non valgo”; “se non mi vedono, sparisco”), le regole rigide che si impongono come leggi di sopravvivenza, i comportamenti che nel breve danno sollievo ma nel lungo restringono la vita, soprattutto nelle relazioni. Abbiamo visto come la sensibilità alla critica e al rifiuto possa accendersi come un allarme, come il bisogno di controllo dell’immagine possa diventare una gabbia, come la rabbia o il ritiro possano arrivare quando la vergogna sale e non si trova un’altra via. Tutto questo non è una giustificazione; è una mappa. E una mappa non assolve né condanna: orienta.
C’è un’altra contraddizione, forse la più umana: desiderare la vicinanza e allo stesso tempo temerla. Cercare l’altro come conferma e viverlo come giudice. Volere intimità, ma sentire che l’intimità espone. Questa tensione, quando viene raccontata sui social, diventa subito una diagnosi-lampo dell’altro, un manuale di guerra, una caccia alle streghe fatta di storie spezzate e slogan. Ma la realtà clinica è più scomoda e più vera: spesso ci sono bisogni legittimi rimasti senza risposta stabile — essere visto, essere rispettato, essere scelto — e difese che sono nate per proteggere e poi hanno iniziato a ferire. Non si esce da qui con l’odio, perché l’odio non cura. E non si esce con l’autoassoluzione, perché anche quella non cura. Si esce con responsabilità e con strumenti.
Responsabilità, nel nostro lavoro, non è stata la frusta della colpa. È stata la capacità di riconoscere l’impatto delle proprie reazioni, di interrompere l’automatismo, di scegliere una risposta più adulta quando l’antica urgenza dice “attacca, controlla, vinci, sparisci”. È stato imparare a distinguere il valore dalla performance, a tollerare la vergogna senza obbedirle, a praticare una vulnerabilità competente: non l’esposizione totale, non il silenzio armato, ma un linguaggio più pulito e più vero. Dire “questo mi ha ferito” invece di costruire una battaglia. Chiedere invece di pretendere. Riparare invece di trionfare.
E qui vale dirlo con fermezza: la demonizzazione social del narcisismo non aiuta nessuno. Non aiuta chi ha subito relazioni dolorose, perché la guarigione non nasce da un’etichetta ma dall’elaborazione, dai confini, dal senso, dalla cura di sé. Non aiuta chi ha tratti narcisistici o una vulnerabilità narcisistica, perché essere trattati come “irrecuperabili” alimenta la vergogna e irrigidisce le difese. E non aiuta la cultura psicologica, perché diffonde una falsa idea di terapia: come se la terapia fosse un modo elegante per dire “hai ragione a odiare”. In realtà la terapia è l’opposto: è un luogo in cui la complessità viene protetta, anche quando è scomoda.
Chiudere un percorso non significa essere “guariti” in modo perfetto. Significa aver costruito una nuova relazione con ciò che ti attraversa. Sapere che può comparire l’impulso di apparire invulnerabile, e sapere anche che sotto quell’impulso c’è spesso un bisogno più semplice e più antico. Sapere che puoi sentirti speciale e, nello stesso tempo, spaventato. E non dover scegliere una maschera per meritare dignità.
Se porto via un’immagine, è questa: non hai demolito l’armatura a colpi di giudizio. Hai imparato a riconoscerla, a capire quando si attiva, e a toglierla quando non serve. Non per diventare “debole”, ma per diventare libero. Questo è lavoro clinico, sì. Ma è anche un atto di coraggio: restare umano quando sarebbe più facile recitare.
Se un giorno sentirai tornare la spinta a vincere per non sentire, a controllare per non tremare, spero tu possa fermarti un attimo e chiederti, con onestà: cosa sto proteggendo, adesso? E poi scegliere la risposta che abbiamo allenato: meno spettacolare, meno social, più reale.
Con rispetto per il lavoro fatto, e con la chiarezza di chi sa che cambiare è possibile, ma non è un hashtag.
Buon cammino ragazzo, prenditi il mondo