Dott.ssa Elena Salerno, psicologa - psicoterapeuta

Dott.ssa Elena Salerno, psicologa - psicoterapeuta Psicologo

03/01/2026

Non si può morire a quindici anni
la Repubblica - 3 gennaio 2026

Non ci sono parole, si dice in questi casi. E si dice la verità. Non ce ne sono infatti per descrivere la disperazione dei sopravvissuti alla tragedia di questo Capodanno, che si è consumata in un locale nel quale si festeggiava la notte di San Silvestro. Non ci sono parole per chi, mentre celebrava la nascita del nuovo anno, ha perso la propria vita. La morte è arrivata prepotente, come un terribile intruso, ad un appuntamento alla quale non era invitata. Non ci sono parole perché una tragedia così non sarebbe dovuta succedere. Non è l’esuberanza festosa dei giovani ad avere scatenato il disastro ma, come quasi sempre in questi casi, l’imperizia e, probabilmente, l’avidità degli adulti rei di non mettere al primo posto la sicurezza. I morti e i feriti sono tutti giovanissimi. Potevano essere, come ancora si dice, i nostri stessi figli. Ma non toccherebbe mai a loro morire. A loro toccherebbe solo vivere. Perché non si può morire così a quindici anni. Sono ragazzi e ragazze travolti dalla morte proprio nell’età in cui la vita dovrebbe aprirsi alla vita nel modo più spensierato e più gioioso. È forse questa situazione a rendere tutto ancora più insensato e atroce, a renderlo psichicamente indigeribile. Non toccherebbe mai a loro. Toccherebbe a noi, piuttosto. Alle vecchie generazioni. A chi la vita l’ha più o meno già vissuta.
La tragedia è certamente nella morte atroce tra le fiamme, ma è soprattutto nell’inversione brutale dell’ordine naturale delle cose. Se è vero che la morte nella forma umana della vita è sempre prematura, viene sempre troppo in anticipo, innaturale, ingiusta, lo è certamente ancora di più quando le sue vittime sono delle vite all’inizio della vita. Ne La stanza del figlio (2001) Nanni Moretti era riuscito a cogliere il dramma di questo testacoda osceno: non sono i genitori che si congedano dai loro figli, come dovrebbe naturalmente accadere, ma sono i genitori ad essere costretti ad assistere alla perdita brutale e inattesa di chi hanno generato. Non si può accettare, non si può metabolizzare in nessun modo. Nel racconto di quel film il dolore per la perdita del figlio finisce per separare i genitori inchiodando ciascuno di loro in una solitudine senza scampo. Non c’è niente di più straziante che vedere un figlio morire. In questo modo poi. Non c’è la lenta disperazione di una malattia; c’era solo una festa, un rito propiziatorio. La morte irrompe dove avrebbe dovuto esserci solo la vita. Niente di più sconvolgente.
Un’amica ha raccontato di un suo conoscente che ha trascorso delle ore a cercare di mettersi in contatto con il proprio figlio che sapeva essere andato proprio in quel locale. Nessuna risposta al telefono. Poi ha sentito la voce del figlio comparire improvvisamente ed esclamare: “papà!”. Si era salvato perché, nel momento dello scoppio dell’incendio, era uscito a fumare. Un caso la morte, un caso la vita: testa o croce. Quest’uomo ha descritto l’incontro al telefono con la voce del figlio come una vera e propria resurrezione. Pensava potesse essere tra i morti e invece lo ha ritrovato. Un istante che vale una intera vita. Ma per i genitori dove invece questo istante benedetto è stato precluso, dove il figlio o la figlia si sono allontanati per sempre? Cosa accade a questi genitori che restano e che però non potranno più ascoltare la voce dei loro figli? Un’ombra scura discende improvvisamente sulla loro vita togliendo ogni luce al mondo. È quello che conosciamo come il trauma del lutto. In questi casi però il trauma appare ancora più violento e insopportabile perché, come abbiamo visto, contraddice l’avvicendamento naturale tra le generazioni. La giustizia che dovrà colpire i veri responsabili di questo disastro non sarà sufficiente a sanare questa ferita.
La morte di un figlio mostra con una violenza che non ha eguali che nessun genitore – nemmeno i più premurosi e i più sensibili – può garantire la vita dei propri figli, perché l’intrusione insensata della morte fa drammaticamente parte della vita. Può accadere con una malattia, con un incidente stradale, con un qualunque altro passo falso o imprevisto… Ma la vita stroncata nel pieno della vita chiede giustizia. La chiede come un grido ostinato. Non solo e non tanto quella che verrà garantita, come tutti ci auguriamo, dai tribunali degli uomini. Domanda una giustizia che oltrepassa ogni giustizia. Perché di fatto non c’è consolazione possibile per chi resta di fronte a questa perdita. Solo una disperazione che tramortisce anche i più forti. Certo, quello che abbiamo condiviso con chi non è più qui può sempre restare con noi. Ogni volta che qualcuno che abbiamo profondamento amato ci abbandona, qualcosa di lui non può non restare con noi e tra di noi, non può mai morire del tutto. Resta la luce viva dei ricordi incancellabili che sono destinati ad appartenere alla nostra vita per sempre. Ma resta anche una domanda di giustizia che rivolgiamo alla vita, e che non possiamo non rivolgere con accanimento: perché? perché proprio a noi? perché proprio in questa maldetta notte? La morte diviene reale quando, mettendoci le mani addosso, ci strappa la vita di chi amiamo o la nostra stessa vita… Ma la sola solidarietà che conta inizia proprio da qui. Nel riconoscerci uguali di fronte all’inesorabilità e all’insensatezza senza parole della morte, che può sempre arrivare. Se capissimo davvero questo, la guerra di tutti contro tutti lascerebbe il posto a quella pietas che sola ci rende umani…

[Cover: Ann Hamilton, Sense]

Assolutamente d'accordo
20/10/2025

Assolutamente d'accordo

Poter ESSERE UNA PAZIENTE oltre che una psicoterapeuta è per me un grande privilegio (oltre che un dovere verso me stessa e gli altri).

1) Conosco la fatica che il paziente compie. Ogni settimana prendo l'auto, percorro 40 minuti, arrivo in periferia di Milano e prendo ancora la metropolitana per 20 minuti prima di arrivare. Faccio la mia ora di seduta e torno indietro. Il tempo per la psicoterapia c'è sempre nonostante il grande impegno su più fronti che mi richiede. La costanza e l'impegno sono fondamentali per il cambiamento. E sono faticosi, lo so.

2) Avendo subito traumi evolutivi ed ambientali conosco bene la presenza fortissima delle parti diffidenti, arrabbiate, sospettose che abbiamo dentro e che si attivano anche verso il terapeuta. Esse colgono la minima imprecisione o il qualsivoglia errore o le peculiarità di quella persona per confermarsi quando credono: NON FIDARSI È PIÙ SICURO/NESSUNO TIENE A NOI. Esse dunque mal interpretano e ogni volta che si attivano (questo è un passaggio importante!) a sua volta attivano le parti più piccole terrorizzate. Il loro intento è proteggerle ma di fatto le isolano e le spaventano tantissimo.

3) So dunque che, con grande fatica, dobbiamo parlare al terapeuta di queste parti anche se rivolte verso lui/lei tenendo a mente che sono parti rigide che non sempre vedono correttamente la realtà attuale e alimentano la dipendenza delle parti piccole che invece vanno aiutate a crescere, accettare la realtà passata ed attuale e trovare nell'adulto del paziente risorse.

4) Proprio per questi motivi (parti diffidenti) sono sempre più d'accordo con quanto afferma J. Fisher: il terapeuta è un allenatore non un sostituto genitoriale.

Let's go!
Sono quasi arrivata. 😉

07/10/2025
15/07/2025

Dedicata ad amici e pazienti ☺️

La vita piena
05/07/2025

La vita piena

25/06/2025

Le terapie, quelle .zip

" ..Perché se vedi il genitore non più come un mostro invincibile, ma come una persona ferita, allora inizi a tornare po...
16/04/2025

" ..Perché se vedi il genitore non più come un mostro invincibile, ma come una persona ferita, allora inizi a tornare potente nella tua storia...testimone lucido della realtà".

La manipolazione da parte di un genitore è una delle esperienze più profonde e laceranti che una persona possa attraversare, perché colpisce alle radici stesse del nostro senso di identità, fiducia e sicurezza. Un genitore dovrebbe essere un rifugio, una guida, una base sicura, quando invece diventa un manipolatore, ogni certezza si sgretola.

La manipolazione genitoriale può assumere tante forme: senso di colpa, vittimismo, gaslighting (una forma di manipolazione verso una persona con l'obiettivo di farla dubitare di se stessa e della sua stessa sanità mentale), silenzio punitivo, minacce velate o dirette, controllo emotivo...
Quando accade, il figlio si ritrova a vivere un paradosso profondo: amare e, allo stesso tempo, doversi difendere da chi dovrebbe amarlo incondizionatamente. Questo genera un cortocircuito interiore. La mente viene condotta in “luoghi” dove la logica si spezza, dove il bisogno di protezione si scontra con l’istinto di sopravvivenza.

La rabbia che emerge in questi casi non è una rabbia “normale”. È una forza primitiva, quasi arcaica, che viene dal centro delle nostre ferite. È il dolore di un bambino mai ascoltato, mai visto davvero. La violenza, reale o potenziale, può affiorare proprio perché la pressione interna è così forte da non trovare altro canale di uscita.

Per chi non conosce da vicino queste realtà può sembrare quasi assurdo, impossibile che un genitore possa fare tutto questo eppure sono tanti i casi in cui si verifica, ma perchè succede?

Come mai un genitore manipola?

▪️Molti genitori manipolatori non sono consapevoli del loro comportamento. Sono cresciuti in ambienti dove il controllo, il ricatto emotivo o la negazione dei sentimenti erano la norma. Hanno appreso che l'amore si dà “a condizione”, che il potere è più importante della connessione. E così, senza strumenti emotivi sani, ripetono ciò che hanno subito, magari convinti di agire per il bene del figlio.

▪️Altri genitori potrebbero avere delle ferite irrisolte, infatti un un genitore emotivamente immaturo, insicuro, narcisista o profondamente ansioso, potrebbe usare la manipolazione per colmare i propri vuoti interiori. Il figlio, invece di essere visto come un individuo separato, diventa un’estensione del genitore, o un “oggetto” da cui ottenere conferma, amore e attenzione.
Di solito il pensiero di fondo (spesso inconscio) che guida il loro comportamento è “Se tu non fai quello che voglio, io soffro. Quindi è colpa tua”. Ovviamente è un pensiero distorto ma purtroppo percepito molto reale nella loro mente.

▪️Per alcuni genitori, avere il controllo totale sui figli è l’unico modo che conoscono per non sentirsi persi. Il potere, in questi casi, è una stampella emotiva. E allora manipolano per non perdere quel “centro”, quel senso di importanza e quella illusione di stabilità.

Tutto questo si regge su un assunto centrale, queste persone confondono l’amore con il bisogno... Un genitore manipolatore spesso non ama in modo libero, ma in modo possessivo. Dice “ti amo” ma significa “ho bisogno di te per sentirmi qualcuno”. E se quel bisogno non viene soddisfatto, arrivano la colpa, la rabbia e la manipolazione.

Spesso chi manipola è stato, a sua volta, manipolato. Ha appreso la manipolazione come unico strumento per ottenere ciò che desidera o per non affrontare le proprie vulnerabilità. Non è una giustificazione, ma è una spiegazione che può aiutare a vedere l’essere umano ferito dietro il comportamento tossico.
Serve come figli a liberarsi. Perché se vedi il genitore non più come un mostro invincibile, ma come una persona ferita, allora inizi a tornare potente nella tua storia. Non più vittima di un incantesimo, ma testimone lucido della realtà.
Potremmo immaginare un pensiero di questo tipo in un figlio che comprende questo concetto “Mi hai fatto del male. Ma io non sono quel dolore. E non ti permetterò di definirmi e di ferirmi ancora”.

Come si fa però in pratica a sfuggire e a salvarsi da questo tipo di manipolazioni? Come dico sempre i miei sono suggerimenti, spunti di riflessione, che non sostituiscono una terapia e un lavoro profondo su se stessi e sulle proprie ferite, ma possono aiutare a comprendere meglio e a riflettere se si può avere bisogno di aiuto.

🌼Il primo passo è accorgersi che stai vivendo una manipolazione. Questo spesso richiede tempo, perché la manipolazione si camuffa da amore, preoccupazione, “lo faccio per te”.

🌼 E' fondamentale avviare una separazione mentale... anche se sei fisicamente vicino al genitore, puoi iniziare a costruire uno spazio interiore tuo, libero dal suo giudizio o dalle sue dinamiche. Questo può voler dire mettere dei limiti, anche se invisibili.

🌼Riscrivi la narrazione della tua storia, non sei la persona che lui/lei vuole che tu sia. Sei altro. Sei molto di più. Scrivi (letteralmente, se serve) la tua storia, fuori dai confini imposti dall'altro.

🌼Dai spazio alla rabbia, senza lasciarti inghiottire. La rabbia è una bussola, non un nemico. Ascoltala. Trova modi sicuri per esprimerla: parola, scrittura, arte, movimento. La tua rabbia non è “sbagliata”. È sacra.

🌼Cerca un sostegno, che sia un terapeuta, un amico, un gruppo. Qualcuno che ti guardi senza bisogno di cambiare la tua verità. Che ti dica: “Hai ragione. È successo davvero. Non sei pazzo”.

🌼Coltiva l'empatia per te stesso, sei sopravvissuto. Questo già ti rende tanto forte. Ma ora meriti di vivere, non solo di sopravvivere.
Alla fine, sfuggire alla manipolazione di un genitore non è solo un atto di ribellione: è un profondo atto d’amore. Amore verso te stesso, verso quella parte di te che da troppo tempo cerca di respirare, di essere vista e soprattutto di essere libera.

È un percorso che può fare paura, lo so, perché implica mettere in discussione chi ci ha creati, chi ci ha fatto nascere o chi ci ha allevati o ci ha formati. Ma è anche un processo di nascita. Una rinascita, più precisamente. Ogni passo che fai lontano dalla manipolazione, è un passo verso la tua verità. Verso una voce interiore che non ha bisogno di giustificarsi, che non chiede più il permesso per esistere.

Ricordati sempre che non sei sbagliato perché provi dolore, perché sei arrabbiato, perché vuoi mettere dei confini. Sei umano. Profondamente e meravigliosamente umano e ogni emozione che stai vivendo è una risposta sana a una realtà che ti ha ferito.

Puoi guarire. Si può guarire da questi rapporti ma non sarà immediato, e a volte sarà faticoso, tanto faticoso. Ma ricorda sempre che dentro di te c'è una forza che ha resistito a tutto questo. Una forza che ora vuole vivere. E puoi iniziare da lì.
Da te e dai tuoi confini. ❤💪 VS

13/04/2025

“Quando siamo stati poco amati, noi cerchiamo una persona che ci faccia andare bene questa cosa. Spiego meglio: noi cerchiamo una persona che somigli un pochino al nostro genitore, e quindi che sia una persona poco affettiva in fondo, una persona un po’ fredda, una persona che si manifesti poco, che abbia magari pure lui paura di amare, oppure una persona un po’ dura. E quello va bene perché è come se rivivessimo la storia col genitore, ma questa volta deve andare a lieto fine. Per cui se lui o lei ci amano apertamente non rappresentano il genitore, contano meno, sono persone che appaiono addirittura deboli a volte. Se l’altro un po’ si nega, ci emoziona parecchio perché somiglia al genitore che si nega e riconquistare quel genitore che si nega è salvare il nostro passato.
Passato che non ricordiamo, eh, attenzione. Passato che non ricordiamo ma di cui abbiamo conservato le emozioni.

Quando siamo così protesi a conquistare l’amore dell’altro, l’altro non lo vediamo e quindi non lo amiamo, e quindi non sappiamo amare. [...] Quando siamo così preoccupati da come ci tratta l’altro, cioè se ci ha dato segni di amarci, se ci preferisce, se ci ha detto che siamo belli o belle, se ci ripete continuamente che ci ama, noi dell’altro poco ce ne curiamo.
Per noi lui è interessante per questo riconoscimento che ci può dare: un riconoscimento che è mancato da bambini. L’altro è quello che ci può dare l’estasi o la depressione profonda: diventa tutto per noi, ma l’altro sente che c'è una fregatura. Ci preoccupiamo di essere amati, ma non amiamo.”

Gabriella Tupini, Realtà dell'amore (23)

La relazione con la madre e regolazione degli stati interni del bambino già dai primi mesi di vita.
08/04/2025

La relazione con la madre e regolazione degli stati interni del bambino già dai primi mesi di vita.

Li riconosci subitoi bambini bene amati,sono gli adultiche arrivano in aeroportoal tempo giusto,col bagaglio essenziale....
28/02/2025

Li riconosci subito
i bambini bene amati,
sono gli adulti
che arrivano in aeroporto
al tempo giusto,
col bagaglio essenziale.

Li senti splendere
i bambini ben amati,
una volta cresciuti,
parlano al futuro,
frequentano disinvolti
i progetti di vita,
hanno sempre
denti dritti
e paure gestibili.

Anche quando
li ritrovi ai funerali,
i bambini ben amati
venuti su
a trauma ridotto,
hanno lacrime feconde,
mani che rassicurano
nuovi bambini,
temporaneamente tristi.

Quando incontro
queste creature speciali,
le tocco di nascosto,
perché mi resti addosso
un po’ di quella meraviglia.

Ma si tratta di una magia
intransitiva,
a tratti riflessiva,
che va via con loro,
eredi di infanzie preziose.

-Eleonora Scrivo

Buone feste 😃
22/12/2024

Buone feste 😃

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Palermo
90100

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Chi sono

La Dott.ssa Elena Salerno è una psicologa di orientamento clinico, psicodiagnosta e psicoterapeuta, esperta in tecniche psicodrammatiche e gruppoanalitiche. Attualmente opera in qualità di esperto psicologo ex art. 80 presso la Casa Circondariale di Pesaro e riceve privatamente come libera professionista nella provincia di Rimini, lavorando attraverso colloqui clinici, in sedute individuali, di coppia o di gruppo.