Marco Ferrara Fisioterapista

Marco Ferrara Fisioterapista Il corpo cerca l’armonia e coglie ogni opportunità per liberarsi da un utilizzo inadeguato.

Quando si parla di “nocebo” e della gravità delle “sentenze mediche”.
10/01/2026

Quando si parla di “nocebo” e della gravità delle “sentenze mediche”.

Nel 1973, otto persone sane entrarono in ospedali psichiatrici e scoprirono qualcosa di terrificante. Una volta che sei etichettato come pazzo, non c'è quasi via d'uscita.

L'esperimento fu condotto dallo psicologo David Rosenhan e iniziò con una semplice domanda che la medicina non aveva mai seriamente messo alla prova: i professionisti formati possono distinguere in modo affidabile la sanità mentale dalla malattia mentale?

Per scoprirlo, Rosenhan reclutò otto "pseudopazienti". Erano persone comuni: uno studente laureato, un pediatra, uno psichiatra, un pittore, una casalinga. Tutti mentalmente sani. Ognuno si offrì volontario per fare una cosa — e una sola — per essere ricoverato.

Dovevano entrare in un ospedale psichiatrico e dire di sentire delle voci. Tutto qui. Nessuna crisi drammatica. Nessuna delirio bizzarro. Nessun comportamento violento. Solo una calma descrizione di parole udite come "vuoto", "cavo" e "tonfo". Ognuno di loro fu ricoverato.

Immediatamente dopo il ricovero, i volontari smisero di fingere. Si comportarono normalmente. Parlarono chiaramente. Collaborarono. Socializzarono. Dissero al personale che le voci erano cessate. Non importava.

I dottori e gli infermieri ora vedevano tutto attraverso un'unica lente: la malattia mentale.

Prendere appunti? → "Comportamento di scrittura compulsivo". Stare vicino alla postazione delle infermiere? → "Ricerca patologica di attenzione". Aspettare il pranzo? → "Ansia legata alla fissazione orale". Essere educato e calmo? → "Affetto appropriato nell'ambito del quadro patologico".

La diagnosi arrivò rapidamente — e rimase fissa. Sette furono etichettati con schizofrenia. Uno con psicosi maniaco-depressiva. Nessuno fu riconsiderato. La degenza media durò 19 giorni. Un volontario rimase ricoverato per 52 giorni. Non perché fosse malato. Ma perché l'istituzione aveva già deciso che lo fosse.

Ecco la parte più inquietante. I dottori non misero mai in discussione il loro giudizio. Gli infermieri non riconsiderarono mai nulla. Le cartelle si riempirono di un linguaggio tecnico e sicuro che faceva sembrare il normale comportamento umano come un sintomo.

Eppure, qualcun altro se ne accorse immediatamente. I pazienti. Nel giro di pochi giorni, veri pazienti psichiatrici presero in disparte i volontari e sussurrarono cose come: "Tu non sei pazzo", "Sei un giornalista, vero?", "Tu non dovresti stare qui".

Su centinaia di interazioni, nemmeno un singolo pseudopaziente fu identificato come sano dal personale ospedaliero. Ma dozzine di pazienti reali riconobbero la verità.

L'esperimento rivelò qualcosa di profondamente scomodo. La diagnosi non si basava sul comportamento. Si basava sul contesto. Una volta che una persona aveva varcato la soglia istituzionale, ogni sua azione veniva reinterpretata per adattarsi all'etichetta già assegnata. Le prove non contavano più. La normalità stessa diventava invisibile.

Quando Rosenhan pubblicò lo studio — "On Being Sane in Insane Places" (Essere sani in luoghi folli) — il mondo della psichiatria esplose. Gli ospedali protestarono. I medici erano furiosi. Alcuni sostennero che lo studio fosse poco etico. Un ospedale sfidò direttamente Rosenhan: "Mandaci i tuoi falsi pazienti", dissero. "Li smaschereremo". Rosenhan accettò.

Nei tre mesi successivi, l'ospedale identificò 41 pazienti in arrivo come impostori. Erano orgogliosi della loro vigilanza. Rosenhan non aveva mandato nessuno. Il danno era fatto.

Lo studio dimostrò quanto potentemente le etichette distorcano la percezione, come le istituzioni possano diventare cieche di fronte agli individui, e quanto facilmente la certezza sostituisca la curiosità una volta che l'autorità prende il sopravvento. Contribuì ad innescare riforme radicali nella diagnosi psichiatrica, diede un contributo allo sviluppo di criteri diagnostici più rigorosi e ridefinì la valutazione della malattia mentale.

Ma la lezione più profonda andò ben oltre la psichiatria. Mostrò come i sistemi possano intrappolare le persone in narrazioni che non hanno scelto. Come l'essere percepiti in un certo modo possa contare più di ciò che si è realmente. E come la cosa più difficile da far credere a un'istituzione… sia che potrebbe sbagliarsi.

Otto persone sane entrarono in ospedali psichiatrici nel 1973. Ne uscirono con una verità che cambiò per sempre la medicina. A volte l'illusione più pericolosa non è quella dei pazienti. È di coloro che credono di non poter mai sbagliare.
Di Tetiana Helibova

24/12/2025
La “sentenza” della cervicale verticalizzata è una delle più ricorrenti, e viene spesso demonizzata a giustificazione di...
20/12/2025

La “sentenza” della cervicale verticalizzata è una delle più ricorrenti, e viene spesso demonizzata a giustificazione di un’infinità di disturbi. Stemperare i danni da nocebo resta una delle priorità di chi si occupa della salute delle persone. 🙂

Ed eccoci nuovamente alle porte del fine settimana, per un nuovo episodio di "Patologie Spiritose: tra curiosità e leggerezza!"

Oggi parliamo di un referto molto frequente nelle radiografie del collo: la verticalizzazione cervicale.Tranquilli: non significa che il collo si stia trasformando in un palo della luce.. ma che ha perso un po’ della sua naturale eleganza!

Cos’è e dov’è?

La colonna cervicale ha una curva fisiologica chiamata lordosi, che serve ad assorbire i carichi e distribuire le forze. Quando questa curva si riduce o scompare, si parla di verticalizzazione: il tratto cervicale diventa più “dritto” del normale. È una variazione posturale, non una malattia. E soprattutto: non è irreversibile!

Curiosità divertente

La verticalizzazione cervicale è una delle “diagnosi” più abusate nei referti.
Molti pazienti la leggono e pensano: “Oddio, ho il collo storto!”
In realtà potrebbe essere semplicemente.. la posizione in cui hai messo la testa quando ti hanno fatto la radiografia

Come si sviluppa?

Ci sono vari motivi per cui la lordosi cervicale si riduce temporaneamente: tensione muscolare (soprattutto trapezio, scaleni, elevatore della scapola), posture prolungate al computer o al telefono, contratture dovute al dolore, stress e respirazione alta e piccoli traumi o colpi di frusta.

In molti casi è un meccanismo protettivo: il corpo “irrigidisce” la zona per evitare movimenti dolorosi.

Nella vita quotidiana

La verticalizzazione cervicale può essere associata a rigidità del collo, mal di testa, fastidio a girare la testa, tensione alle spalle e formicolii alle braccia (più raramente).

Molti pazienti riferiscono di avere la sensazione di “testa pesante”, come se la cervicale fosse sempre sotto sforzo.

Parole complicate, spiegate semplici

Lordosi cervicale: la curva naturale del collo.

Raddrizzamento: riduzione temporanea della curva.

Biomeccanica cervicale: come si muove e distribuisce i carichi il collo.

Accenni di fisioterapia

La fisioterapia non “riporta la curva indietro come una molla”, ma lavora su ciò che davvero conta: funzione, movimento e carico.

Gli obiettivi sono migliorare il movimento cervicale, ridurre la tensione muscolare, lavorare sulla respirazione diaframmatica e toracica, riequilibrare scapole, spalle e tratto toracico, rieducare la postura in modo dinamico, NON rigido.

Spesso, quando i tessuti si rilassano e il dolore si riduce, la curva.. ritorna da sola.

Curiosità scientifica

Una verticalizzazione cervicale si osserva anche nel 50% dei soggetti asintomatici. Non predice artrosi, ernie o problemi futuri. È più correlata alla tensione muscolare che alla struttura ossea. Molti studi sottolineano che è un reperto radiologico, non una patologia.

Conclusione

La verticalizzazione cervicale non è un verdetto, ma un segnale: il collo sta lavorando un po’ troppo “in difesa”. Con movimento, respirazione e fisioterapia mirata, ritrova elasticità e funzionalità.. e smette di fare il palo della luce! 😁

A sabato prossimo per il prossimo episodio! 🤗

Grazie per la condivisione Dr. Francesco Garritano!
15/12/2025

Grazie per la condivisione Dr. Francesco Garritano!

In questi mesi, parlando con tante persone in studio e anche durante i miei eventi, mi sono reso conto di una cosa curiosa:
quasi tutti associano il “non riesco a dimagrire” solo alle calorie, al metabolismo lento o allo stress 🤯.
Quasi nessuno pensa alla circolazione linfatica.
E invece, in tantissimi casi, è proprio lì che si nasconde il vero blocco.
Quando la linfa rallenta, il corpo cambia modo di funzionare: si gonfia, trattiene, si infiamma… e dimagrire diventa complicato anche se mangi bene 🌿.

La circolazione linfatica è un po’ la “fognatura elegante” del corpo: porta via scorie, liquidi, proteine, residui metabolici e tutto ciò che non deve ristagnare nei tessuti.
Ma se questo sistema rallenta, il gonfiore non è un semplice gonfiore: è un linguaggio biologico che ci sta dicendo qualcosa 📢.

💡 Curiosità scientifica:
Il sistema linfatico trasporta ogni giorno 2–4 litri di liquidi, e più del 70% dei grassi alimentari passa attraverso la linfa sotto forma di chilomicroni prima di entrare nel sangue.
Se la linfa è lenta → anche il metabolismo dei grassi rallenta.

Quando la linfa non drena bene succedono tre cose fondamentali:
1. aumenta l’infiammazione di basso grado 🔥
2. si accumulano liquidi e tossine → gonfiore “resistente”
3. peggiora la sensibilità insulinica, perché il corpo vive in una condizione di carico metabolico continuo

E non è tutto.
Oggi sappiamo che il sistema linfatico dialoga direttamente con il metabolismo:
i vasi linfatici hanno recettori per ormoni che regolano fame, sazietà e ripartizione del grasso, come la leptina.
Tradotto: se la linfa è congestionata, i segnali ormonali arrivano male 🔄.

In diversi studi, quando i vasi linfatici non drenano bene, il tessuto adiposo diventa più infiammato e tende addirittura ad “espandersi”.
Non perché mangi troppo… ma perché il corpo è in una condizione di stagnazione metabolica.

E allora attenzione:
se ti senti gonfia, pesante, con gambe dure, caviglie segnate, addome “spugnoso”, stanchezza e difficoltà a dimagrire… il problema potrebbe essere linfatico, non calorico 🚫🍽.

Cosa aiuta davvero a rimettere in moto questo sistema?

* Movimento ritmico (camminata veloce, cyclette, rebound) 🚶‍♀️
* Respirazione diaframmatica 🌬
* Idratazione costante 💧
* Ridurre zuccheri e ultraprocessati
* Sonno profondo 😴
* Spazzolamento a secco, massaggi linfatici, pressoterapia
* Curare il microbiota 🦠
(perché il 50–60% della linfa arriva dall’intestino!)

💡Il sistema linfatico risponde molto rapidamente: quando la linfa ricomincia a scorrere, le persone notano in pochi giorni gambe più leggere, giro vita che si asciuga, pelle più tonica, energia più stabile.

Ed è per questo che in studio lo ripeto sempre:
“Non puoi dimagrire realmente se il tuo corpo è congestionato”.
Prima si libera… e poi si asciuga.
È fisiologia, non magia.

Dott. Francesco Garritano
Biologo Nutrizionista – Laureato in Chimica e Tecnologia Farmaceutiche ed in Scienze della Nutrizione
Divulgatore scientifico e autore

📚 Bibliografia essenziale

– Mihara M. et al., “The lymphatic system and obesity”, Nat Rev Endocrinol.
– Zawieja D.C., “Lymphatic physiology and the pathophysiology of lymphatic failure”, Microcirculation.
– Blum K.S., Proulx S.T., “Lymphatic system: development and role in health”, Annu Rev Cell Dev Biol.
– Scallan J.P. et al., “Lymphatic function and lipid metabolism”, Physiology (Bethesda).
– Escobedo N. et al., “Lymphatic dysfunction in metabolic disorders”, Cell Metabolism.
– Mortimer P., “Lymphatic health and fluid balance”, J Physiol.

Evitiamo di credere a tutto quello che sentiamo sulla nostra salute, senza cercare conferme da fonti realmente affidabil...
09/12/2025

Evitiamo di credere a tutto quello che sentiamo sulla nostra salute, senza cercare conferme da fonti realmente affidabili. 🤗

"I consigli medici parziali o fuorvianti condivisi dagli influencer possono causare danni e richiedono un'azione coordinata da parte di governi e piattaforme per proteggere il pubblico". È l'allarme-appello lanciato da 'The Bmj' che mette nero su bianco la preoccupazione degli scienziati per un fenomeno dilagante: "Gli influencer dei social media sono una fonte crescente di consigli medici. Oltre il 70% dei giovani adulti negli Stati Uniti segue gli influencer e più del 40% ha acquistato prodotti in base ai loro consigli", si legge in un articolo firmato da Raffael Heiss del Center for Social and Health Innovation - Mci Management Center Innsbruck, insieme a 5 colleghi tra Austria e Usa.

Gli autori rilevano nei suggerimenti di salute degli influencer 4 criticità: "La mancanza di competenze mediche o di conoscenze pertinenti, l'influenza dell'industria, interessi imprenditoriali e convinzioni personali". Sono i 'bias' a causa dei quali i consigli medici diffusi via social "possono determinare danni psicologici, fisici, finanziari e sistemici: da autodiagnosi imprecise e trattamenti inappropriati a spese inutili e costi sanitari più elevati".

L’articolo completo su Salute

Quindi, bisogna reagire: l’attività fisica è fondamentale, non serve ammazzarsi di fatica ma mettere in circolo l’ossige...
21/10/2025

Quindi, bisogna reagire: l’attività fisica è fondamentale, non serve ammazzarsi di fatica ma mettere in circolo l’ossigeno ed eliminare le tossine!
Per il resto, ci sono tanti approcci in psicoterapia ma, a mio avviso, il più adeguato è quello della Mindfulness, ma ricordate di consultare esclusivamente personale sanitario, cioè psicoterapeuti specializzati, per essere sicuri di non aprire porte che potrebbero mostrare qualcosa che non si è ancora pronto ad affrontare.
My 2cents. 🙂

Malgrado utilizzi tecniche notoriamente “differenti”, sia riguardo gli stimoli sui tessuti che in merito agli esercizi c...
18/10/2025

Malgrado utilizzi tecniche notoriamente “differenti”, sia riguardo gli stimoli sui tessuti che in merito agli esercizi che propongo per dare stabilità ai risultati ottenuti durante i trattamenti, alla base delle mie scelte resta sempre il ragionamento clinico e, principalmente, la volontà di poter essere d’aiuto a chi si rivolge alle mie cure, assumendone la responsabilità, senza per questo cadere nella trappola di chi si crede “tuttologo”, perché sono perfettamente consapevole dei miei limiti tanto quanto del mio ruolo professionale. 🙂

Complimenti per questo articolo veramente esaustivo e, soprattutto, scevro da concetti “virali”, copiati alla meno peggi...
14/10/2025

Complimenti per questo articolo veramente esaustivo e, soprattutto, scevro da concetti “virali”, copiati alla meno peggio da chi non abbia approfondito seriamente i principi base della MTC.
È stupefacente pensare come una cultura talmente differente dalla nostra, già millenni or sono sia riuscita a creare un corpus medico talmente vicino a quanto la scienza più avanzata stia lentamente ratificando.
Ovviamente non bisogna fare di tutta l’erba un fascio, ma va riconosciuta una profondità concettuale a dir poco strabiliante considerate le limitatezze tecnologiche dell’epoca d’oro della MTC.
Come poter utilizzare simili concetti di “vuoto” e “pieno” (traducendo liberamente dal cinese “impedenza e conduttanza”), essenziali nella MTC, riuscendo a sfruttarli a nostro vantaggio nei trattamenti che proponiamo, è una sfida giornaliera che mira ad integrare il ragionamento clinico tipico della nostra medicina (partendo dalle scienze basilari per la sua conoscenza, la fisica e la chimica appunto), con l’applicazione pratica mirata a stimolare l’organismo in maniera funzionale ai nostri obiettivi terapeutici.
Grazie per la condivisione!
🤗👏🏻👏🏻👏🏻

✍️ Caro collega oggi ti propongo un nuovo articolo del blog sulla terapia manuale assistita.

👨‍⚕️ MERIDIANI ENERGETICI: COSA SONO (e 2 segreti sconosciuti)

✳️ In questo articolo viene finalmente svelata la vera natura dei meridiani energetici della MTC e la fondamentale correlazione con la biofisica nel corpo umano.

👉 Qui trovi l’articolo completo (sarò felice di sapere cosa ne pensi e qual è la tua esperienza in merito): https://fascialfull.com/meridiani-energetici-cosa-sono/

In Occidente, almeno per la stragrande maggioranza delle persone, la “fame” resta principalmente legata a fattori emotiv...
10/10/2025

In Occidente, almeno per la stragrande maggioranza delle persone, la “fame” resta principalmente legata a fattori emotivi e di consuetudine, il che rende il digiuno consapevole una vera e propria strategia di ribellione, oltre che salutistica.

💣 DIGIUNO. IL GRANDE INGANNO DEL CIBO: IL SEGRETO NASCOSTO DEL PERCHÉ LE MULTINAZIONALI NON VOGLIONO CHE TU SMETTA DI MANGIARE (LETTERALMENTE)
Vuoi sapere perché il soliti "esperti" te lo sconsigliano?
No, gli studi scientifici non c'entrano nulla.
E no, il motivo non lo troverai nei giornaloni.
I motivi sono solo legati al limite biologico che nessuna pubblicità potrà mai superare:
👉 un essere umano può ingerire, in media, solo circa 700 kg di cibo all’anno.
Non di più. È fisiologia, non opinione.
Questo significa che le grandi aziende alimentari hanno un problema enorme: non possono aumentare le vendite facendo mangiare di più.
E l’incremento dell’1% annuo della popolazione mondiale non basta a far crescere i profitti.
Così hanno dovuto cambiare completamente strategia.
Non vendono più “cibo”:
👉 vendono emozioni, ideologie, status, abitudini… e dipendenza.
Ecco i loro veri meccanismi di marketing.
1️⃣ NON TI FANNO MANGIARE DI PIÙ, TI FANNO PAGARE DI PIÙ
Poiché non possono aumentare i chili venduti, devono aumentare il prezzo per caloria.
Come?
Creano linee “fit”, “protein”, “bio”, “gluten-free”, “plant-based”, “functional”.
Stesse materie prime industriali (spesso peggiori), ma storytelling premium.
→ Ti vendono l’illusione di salute, a prezzo triplo.
2️⃣ CREANO DIPENDENZA CHIMICA (BLISS POINT)
Zucchero + grasso + sale = picco dopaminico perfetto.
Le aziende investono milioni in laboratori per trovare la formula che ti fa dire “ne voglio ancora”.
Non è appetito: è addiction controllata.
Il cervello non distingue più cibo da droga.
Risultato: consumi ripetuti, fidelizzazione inconsapevole, obesità garantita.
3️⃣ MOLTIPLICANO LE OCCASIONI DI CONSUMO
“Colazione, spuntino, merenda, pre-allenamento, post-allenamento, snack della sera…”
Se non puoi farli mangiare più a pranzo e cena, li fai mangiare SEMPRE.
Ogni ora della giornata deve essere monetizzata.
→ La fame diventa marketing.
4️⃣ NASCONDONO L’INFLAZIONE: MENO CIBO, STESSO PREZZO
La “shrinkflation”: confezioni più piccole, stesse grafiche, stesso prezzo.
Oppure “mini versioni”, “snack pack”, “edizioni speciali”.
Risultato: paghi di più per meno cibo, senza accorgertene.
5️⃣ CREANO FALSI NEMICI E MODE “SALUTISTICHE”
Per continuare a vendere, ogni 2-3 anni devono inventarsi un nuovo colpevole e un nuovo eroe:
• “Senza grassi” (anni ’90)
• “Senza zucchero” (anni 2000)
• “Ricco di proteine” (2010)
• “Plant-based” (2020+)
• “Sostenibile” (oggi)
Demonizzano un alimento, ti vendono la “soluzione industriale”.
È lo stesso cibo, solo ribrandizzato per giustificare nuovi margini di profitto.
6️⃣ CONTROLLANO LA NARRAZIONE SCIENTIFICA
Le aziende finanziano studi, “esperti nutrizionisti”, influencer e testate.
Così orientano la percezione pubblica.
Hai presente frasi come:
“Una bibita al giorno non fa male se fai sport”
“I cereali del mattino aiutano la concentrazione”
“Le barrette proteiche sono perfette per la linea”
Tutti messaggi scritti nei loro uffici marketing, non in un laboratorio di biologia umana.
7️⃣ I FALSI BRAND INDIPENDENTI
Pensi di scegliere tra mille marche?
In realtà, l’80% dei marchi globali appartiene a 5 gruppi:
Nestlé, PepsiCo, Unilever, Danone, Mondelez.
Sembrano competitor, ma sono lo stesso cartello travestito da varietà.
Così ogni tuo acquisto finisce sempre nelle stesse tasche.
8️⃣ IL NUOVO BUSINESS: IL CIBO SINTETICO
Quando il mercato del “naturale” è saturo, arriva quello del “biotech”:
• carne coltivata,
• latte sintetico,
• proteine del pi***lo,
• “bevande cognitive”.
Dietro la facciata “etica” (green, cruelty-free, sostenibile) si nasconde il vero obiettivo: brevettare il cibo e controllare geneticamente la filiera.
9️⃣ IL NEMICO NUMERO UNO: IL DIGIUNO INTERMITTENTE ⏳
E se un giorno decidi di non mangiare?
Se inizi a fare digiuno intermittente e ti rendi conto che puoi vivere benissimo anche senza 5 pasti al giorno?
Ecco, quello è il vero problema per loro.
Perché il digiuno rompe tutto il loro modello economico.
Chi digiuna 16 ore al giorno riduce automaticamente della metà le occasioni di consumo.
Non compra snack.
Non beve bibite zuccherate.
Non ha bisogno di spuntini.
E soprattutto…
ritrova il controllo della fame vera, quella biologica, non quella imposta dal marketing.
Capisci cosa significa per le aziende?
Ogni ora in cui non mangi è un’ora in cui non generi profitto.
E infatti, guarda caso, appena il digiuno intermittente ha cominciato a diffondersi…
sono partiti gli articoli allarmistici.
Nel 2024 e 2025 i giornali di mezzo mondo hanno urlato:
“Digiunare 16 ore al giorno aumenta del 91% (o addirittura del 235%) il rischio di morire per malattie cardiovascolari!”
Una frase devastante.
Perfetta per far paura.
Perfetta per far smettere la gente di digiunare.
A riportarla è stato anche Dario "calorie" Bressanini, nel suo reel Instagram e in un video tratto dal suo libro.
Nel video cita due studi osservazionali su circa 20.000 persone seguite per 8 anni, che mostrano un’associazione statistica tra finestre di alimentazione inferiori a 8 ore e un rischio cardiovascolare più alto.
Ma — e qui sta il punto che nessuno ha ripreso — Bressanini stesso dice chiaramente che questi studi non dimostrano causalità, che non distinguono chi digiuna per scelta da chi salta pasti per stress o povertà e che, come sempre, i dati vanno interpretati con cautela.
Nonostante questo, le testate e i social hanno tagliato la parte prudente e tenuto solo la frase “+91% rischio di morire”.
Così il messaggio si è trasformato in un titolo perfetto per il mainstream:
👉 “Il digiuno fa morire.”
E ovviamente non poteva mancare la voce “ufficiale” della medicina televisiva, Matteo Bassetti. In una puntata di Dritto & Rovescio Bassetti ha dichiarato che “Chi pratica il digiuno intermittente ha un rischio maggiore di morire per malattie vascolari rispetto a chi mangia normalmente.”
E ha aggiunto di essere “contento di non praticarlo”.
Ancora una volta, il messaggio è chiaro: non importa se il dato è parziale, se lo studio è osservazionale, se la correlazione è debole.
L’importante è piantare il seme della paura.
Perché se inizi a credere che digiunare possa farti male, torni subito al tuo biscotto integrale, alla tua merendina “fit”, alla tua colazione “sana”... e l’industria torna a respirare.
Ma la scienza vera dice altro.
Le revisioni sistematiche più recenti mostrano che il digiuno intermittente:
migliora la sensibilità insulinica,
riduce la pressione,
abbassa i trigliceridi e il colesterolo LDL,
e aiuta a ridurre l’infiammazione sistemica.
In altre parole, fa esattamente l’opposto di ciò che l’industria vuole farti credere.
Non solo non “fa morire”, ma è uno dei pochi strumenti naturali capaci di resettare il metabolismo e restituirti libertà fisiologica.
Ed è proprio questo che dà fastidio.
Perché un corpo che sa funzionare bene senza mangiare di continuo è un corpo che non compra più snack, barrette, energy drink, “meal replacement” e merendine proteiche.
È un corpo libero.
E un uomo libero non è un buon consumatore.
Per questo demonizzano il digiuno.
Perché ogni ora in cui non mangi è un’ora in cui non guadagni loro niente.
Il digiuno intermittente non è pericoloso per il cuore.
È pericoloso per i loro affari.

🔥 Chi ha capito questo, ha già vinto.
Chi no, continuerà a chiedersi perché “ha sempre fame” e “non dimagrisce mai”, mentre il marketing ringrazia e sorride.

È ora di tenere a bada la disinformazione, e tutelare la salute. ⛔️
10/10/2025

È ora di tenere a bada la disinformazione, e tutelare la salute. ⛔️

Purtroppo molto spesso i cantanti, relativamente alla tecnica respiratoria,subiscono una vera e propria iper-correzione,...
09/10/2025

Purtroppo molto spesso i cantanti, relativamente alla tecnica respiratoria,
subiscono una vera e propria iper-correzione, ritenuta funzionale per l’impostazione tecnica ma che in realtà rischia di irrigidire strutture e tessuti indispensabili per il corretto fluire della colonna d’aria, obbligando le strutture superiori a gestire la modulazione del suono così come pretende il feedback auditivo; il tutto a discapito di un più economico equilibrio funzionale di tutti i tessuti coinvolti.
Quando tratto i cantanti, infatti, si emozionano per la voce che riescono a produrre senza più sforzo. 🙂

È lunedì ed eccoci tornati con un nuovo episodio di “Anatomia Spassosa: esploriamo il corpo umano con un sorriso!” 😄

Oggi andiamo in fondo.. ma davvero in fondo! Scendiamo alla punta dello sterno per incontrare un piccolo osso con un nome da supervillain: il processo xifoideo!

Lo dice il nome: “xifoideo” deriva dal greco “xiphos”, che significa spada.
Ed effettivamente questo piccolo prolungamento cartilagineo, poi osseo, sembra proprio la punta di una spada infilata nello sterno!

Ma attenzione: anche se è piccolo, è super importante. E talmente particolare.. che nei bambini non è nemmeno osso!

Cos’è e dov’è?

Il processo xifoideo è la parte più inferiore dello sterno, ossia quella punta che senti (ma non troppo!) tra le coste, poco sopra la bocca dello stomaco.

Nella prima parte della vita è cartilagineo Si ossifica progressivamente con l’età (di solito dopo i 40 anni). È variabile in forma: può essere bifido, curvo, appuntito o addirittura forato!

A cosa serve?

È il punto di inserzione muscolare per il diaframma, il muscolo trasverso dell’addome e il retto dell’addome. Fa da connessione tra parte ossea e parte cartilaginea della parete anteriore del torace ed è una guida anatomica in rianimazione e per manovre mediche.

Curiosità scientifica

In rianimazione cardiopolmonare (RCP), è un punto da NON comprimere mai: la pressione sul processo xifoideo può causare fratture o lesioni viscerali, come al fegato o al diaframma.

Viene usato come punto di repere chirurgico per accedere allo spazio retrosternale ed è uno dei pochi elementi ossei che continua a cambiare durante la vita adulta, ossificandosi lentamente.

Funzionamento buffo

Immaginalo come l’asticella finale del bottone di una camicia troppo stretta: piccola, rigida, ma determinante! Sta lì, in fondo al torace, a chiudere tutto con eleganza.. ma se lo forzi, si spezza!

Nella vita di tutti i giorni

Quando fai un esercizio di core stability, è uno dei punti che “si abbassa” con l’espirazione profonda. Se hai mai sentito un dolore al centro del petto mentre tossivi, potresti aver infiammato la zona attorno al processo xifoideo. In alcuni pazienti molto magri, è palpabile e può essere confuso per una tumefazione!

Parole complicate, spiegate semplici

Processo: una sporgenza ossea

Sterno: osso piatto al centro del petto che unisce le coste anteriori.

Come può soffrire?

Xifoidalgia: dolore puntiforme o irradiato in fondo allo sterno, spesso legato a postura o microtraumi.

Frattura del processo xifoideo: rara, ma possibile in traumi toracici o manovre RCP eseguite male.

Calcificazioni anomale: alcune persone sviluppano ossificazioni esuberanti che possono dare fastidio o confusione diagnostica.

Momento educativo leggero

Se fai esercizi respiratori, controlla se riesci a “sentire” il tuo xifoide abbassarsi. Non premerlo mai con forza. Evita manovre manuali dirette sulla zona, soprattutto se il paziente ha dolore epigastrico.

Conclusione con sorriso

Il processo xifoideo: piccolo, appuntito, elegante.. e potentissimo.
È come la firma alla fine di un documento importante: discreta ma fondamentale.

Alla prossima settimana, per un’altra avventura nel corpo umano.. sempre con il sorriso! 🤗

COERENZA BIOMECCANICA: IL CAMMINO CHE PORTA DRITTO AL MODELLO BIO-PSICO-SOCIALEQuesto post è rivolto ai colleghi fisiote...
06/10/2025

COERENZA BIOMECCANICA: IL CAMMINO CHE PORTA DRITTO AL MODELLO BIO-PSICO-SOCIALE

Questo post è rivolto ai colleghi fisioterapisti, con cui condividiamo un linguaggio professionale, un sistema ordinistico e un orizzonte di responsabilità comuni.

Se scegliamo di lavorare con un modello biomeccanico, se basiamo le nostre scelte cliniche su leve, assi, forze, carichi e angoli articolari, allora dobbiamo essere coerenti fino in fondo.

E andare fino in fondo significa non ignorare ciò che, nel tempo, plasma, deforma e altera quella biomeccanica: posture mantenute, abitudini quotidiane, ergonomia disfunzionale, scarpe inadatte, comportamenti reiterati, il modo in cui una persona vive il proprio corpo ogni giorno.

Valutare queste fonti di carico non significa travalicare i confini della professione, ma completare l’analisi clinica. Le variabili ergonomiche e comportamentali sono meccanicamente rilevanti e dunque clinicamente pertinenti per un fisioterapista.

Perché se la forma governa la funzione, allora anche la funzione reiterata governa la forma.

Non vuol dire che ogni comportamento alteri la struttura in senso patologico, ma che la ripetizione cronica di certi schemi motori e posturali può produrre adattamenti meccanici significativi, come dimostrano la legge di Wolff per l’osso e la legge di Davis per i tessuti molli, confermate dalla letteratura riabilitativa.

Se la nostra attenzione è rivolta alla forma, non possiamo ignorare le funzioni che giorno dopo giorno la modellano.

Per coerenza professionale, o siamo biomeccanici anche fuori dal lettino, oppure non lo siamo davvero.

La biomeccanica, se presa sul serio, richiede di considerare anche tutto ciò che modifica i carichi nel tempo. E se questi carichi derivano da comportamenti quotidiani, contesti ergonomici e schemi motori consolidati, allora educare il paziente, modificare l’ambiente e intervenire sulle abitudini diventa non solo utile, ma necessario.

Del resto, la biomeccanica moderna ha già superato la visione rigida e meccanicistica, riconoscendo che i sistemi biologici sono adattivi, plastici e non lineari. Ridurla a una lettura statica significa allontanarsi dalla realtà clinica.

Il punto non è sostituirsi ad altri professionisti, ma completare la valutazione includendo ciò che oggettivamente incide sui carichi applicati al corpo: scarpe, sedie, modalità con cui un paziente solleva, cammina o dorme. Non filosofia, ma variabili meccaniche contestuali.

Altrimenti rischiamo di trattare la conseguenza, e non la causa. Una biomeccanica così diventa sterile: misura ciò che vede, ma ignora ciò che genera.

Dalla biomeccanica al bio-psico-sociale

Le evidenze più solide degli ultimi vent’anni, dalla Lancet Series on Low Back Pain alle linee guida NICE, fino ai lavori di EFIC, Pain Revolution, O’Sullivan e Louw, ci dicono che dolore, disfunzione e recupero dipendono da un insieme di fattori biologici, psicologici e sociali.

È fondamentale ricordare che il modello bio-psico-sociale è adottato da enti regolatori e istituzioni sanitarie internazionali come standard nella presa in carico del dolore cronico e dei disturbi muscolo-scheletrici. Non è un’opinione, ma un quadro integrato e operativo che include la biomeccanica, senza fermarsi ad essa.

Oggi è diventato clinicamente concreto: basti pensare alla Cognitive Functional Therapy, ai modelli multidimensionali del dolore, agli approcci educativi validati. La sua applicabilità è misurabile, pubblicata, replicabile.

Biomeccanica sì, ma non da sola

La correzione passiva può ridurre una disfunzione meccanica in studio. Ma se non si interviene anche su comportamenti, ergonomia, credenze ed aspettative, quella disfunzione tornerà. E spesso tornerà più forte.

I tassi di recidiva lo dimostrano: gli approcci solo passivi hanno meno risultati duraturi rispetto a quelli integrati con esercizio terapeutico ed educazione.

La correzione meccanica è un punto di partenza, non di arrivo. È il contesto a stabilire la durata del risultato.

Il corpo non è una macchina: è un sistema adattivo e intelligente, capace di variabilità motoria, plasticità e autoregolazione.

Non tutto è psicosociale

Un menisco rotto è un menisco rotto. Ma il dolore non è sempre proporzionale al danno, e il recupero dipende anche da aderenza terapeutica, forza, motivazione, movimento. Il bio-psico-sociale non nega la lesione, ma amplia la comprensione della risposta del corpo.

Una risonanza mostra il danno, non spiega il comportamento del paziente né predice il suo recupero. Solo integrando più dimensioni possiamo accompagnarlo davvero.

La direzione chiara

Se davvero crediamo che forma, funzione e carichi cronici siano interconnessi, allora dobbiamo occuparci anche del contesto che quei carichi li genera: educazione, prevenzione, comunicazione, coinvolgimento.

Nessuna di queste è una variabile “alternativa”: sono tutte fonti reali di carico e stress reiterato. La precisione non esclude la complessità: al contrario, la completa.

Il vero biomeccanico è anche educatore. Il vero tecnico è anche clinico. Il vero fisioterapista non è mai monodimensionale.

Ecco il paradosso che si ribalta:
più sei biomeccanico, più devi essere bio-psico-sociale.

È una questione di rigore scientifico.
È una questione di onestà clinica.

Un esempio semplice ma potente

A questo proposito vale la pena fare un esempio pratico, comprensibile da chiunque.

La morfologia strutturale è identica, ma quando vediamo camminare un amico depresso o abbattuto, lo percepiamo immediatamente.

Il passo, l’atteggiamento delle spalle, la postura generale: tutto ci appare diverso, anche se le ossa e i muscoli sono gli stessi.

Ciò che notiamo è la discrepanza tra il modo in cui quella persona si muove oggi e quello che ricordiamo come il suo atteggiamento abituale.

Questo semplice confronto ci dimostra come il contesto psicologico ed emotivo modifichi la biomeccanica percepita, andando ben oltre l’analisi strutturale pura.

E dovrebbe farci riflettere sulle innumerevoli implicazioni che vanno considerate, se vogliamo davvero comprendere il movimento umano.

Non cerchiamo verità assolute.
Ci basta coerenza, curiosità.. e qualche dubbio ben coltivato.

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Chi sono

Pratico la libera professione come fisioterapista da circa ventotto anni, proponendo un mio personale approccio, basato sulle mie esperienze di studio avute, principalmente, fuori dall'Italia.

La passione per la mia professione è nata dall'esperienza diretta col trauma e dall' istintiva voglia di superarne le conseguenze psico-fisiche, poiché sono fermamente convinto che, per quanto possa sembrare avvilente, l'esperienza traumatica ci conceda l'opportunità di confrontarci con la nostra vera natura, riuscendo, così, a metterci in relazione con la parte più profonda del nostro essere, quella appunto in grado di farci decidere come reagiremo alle esperienze negative.

Il corpo è in grado di reagire ai traumi in maniera funzionale, basti pensare a quante volte ci siamo "sbucciati le ginocchia" da bambini; purtroppo la nostra cultura ci ha abituati a delegare anche questo compito, motivo per il quale, il più delle volte, sentiamo il bisogno di un aiuto, di un catalizzatore in grado di focalizzare la nostra capacità di reazione; è questo il compito di un terapeuta, una figura in grado di assumersi la responsabilità di questo ruolo, che faccia prendere coscienza delle proprie capacità latenti a quanti, coraggiosamente, si rivolgeranno a lui per affrontare positivamente sia le proprie esperienze traumatiche che i disagi del quotidiano che li affliggono.