22/02/2026
Il 3 dicembre 2018 ho creato questa pagina.
Qui, e su Instagram.
Mi sembrava un modo semplice, quasi ingenuo, di offrire ai genitori informazioni pulite, pratiche, senza filtri.
Un modo per essere utile, anche fuori dal lavoro quotidiano.
Oggi, guardandomi intorno, noto che c’è qualcosa di profondamente stonato nella medicina sui social.
Non nel progresso.
Non nella tecnologia.
Non nella conoscenza.
Ma nel modo in cui viene esibita.
Sempre più spesso il valore di un medico non sembra misurarsi nel silenzio di una diagnosi difficile, né nel peso di una decisione presa di notte, quando nessuno guarda.
Si misura nella qualità di un video.
Nel numero di visualizzazioni.
Nella capacità di semplificare ciò che semplice non è.
La complessità viene sacrificata.
Il dubbio scompare.
L’incertezza, che è parte integrante della medicina vera, viene cancellata perché non è vendibile.
Si costruiscono certezze dove esistono solo probabilità.
Si offrono risposte dove esistono solo equilibri fragili.
Si parla a tutti, indistintamente, come se la medicina fosse uno slogan e non una responsabilità individuale.
Così la medicina è diventata comunicazione.
Poi presenza.
Poi immagine.
Infine, per molti, pubblicità.
Pubblicità di sé.
E, sempre più spesso, si assiste a medici che parlano di tutto.
Anche di ciò che non appartiene alla loro formazione, alla loro esperienza, al loro campo.
Non per cattiva fede.
Ma per una deriva silenziosa, in cui il bisogno di esserci supera il dovere di restare nel proprio limite.
Eppure, riconoscere il proprio limite è uno degli atti più alti della medicina.
Non si cerca più solo di curare.
Si cerca di essere seguiti.
Non si cerca solo di aiutare.
Si cerca di essere riconosciuti.
E lentamente, quasi senza accorgercene, il confine si sposta.
Il medico non rischia più di essere invisibile.
Rischia di diventare un personaggio.
Ma la medicina non è mai stata fatta dai personaggi.
È sempre stata fatta da uomini e donne che conoscevano il peso delle proprie parole.
Che sapevano che ogni frase può curare, ma può anche ferire.
Che sapevano, quando necessario, tacere.
E che sapevano, con la stessa onestà, che anche un medico può sbagliare.
Perché il vero medico non ha bisogno di convincere.
Ha bisogno di capire.
E soprattutto, non ha bisogno di essere visto.
Ha bisogno, ogni giorno, di continuare a vedere il paziente. Non il pubblico.