30/03/2026
27 marzo 2025, Laura.
30 marzo 2025, Sara.
Due donne, due date ravvicinate, in cui si sono consumati due dei tanti, troppi femminicidi che continuano a susseguirsi, come un’onda che non si arresta.
Due esecrabili reati che non possono essere archiviati come semplici fatti di cronaca.
Due storie diverse, accomunate da una violenza maturata all’interno di relazioni segnate da controllo, sopraffazione e dall’incapacità di riconoscere l’autonomia dell’altra. Vicende che ci ricordano come il rischio non sia distante o imprevedibile, ma spesso inscritto nelle dinamiche relazionali più prossime.
A un anno di distanza, ricordare non è un gesto formale né un mero atto simbolico. È una scelta, una presa di posizione.
Significa non lasciare che queste storie scivolino nell’indifferenza, assorbite dalla velocità della cronaca. Significa non abituarsi.
La violenza degli uomini contro le donne non può più essere letta come un’emergenza: ha assunto i contorni di un fenomeno strutturale della nostra società. Un fenomeno che continua ad alimentarsi di modelli culturali e relazionali difficili da scardinare, spesso invisibili finché non si manifestano nelle forme più estreme.
Per questo non è sufficiente intervenire quando accade l’ennesimo femminicidio.
Occorre intervenire prima: nei contesti educativi, nelle relazioni, nei linguaggi, nei significati che attribuiamo al potere, al controllo, all’affettività. Serve un impegno continuo, capace di incidere in profondità, anche sul piano preventivo e culturale.
Ed è necessario intercettare precocemente il manifestarsi delle prime forme di violenza, spesso inizialmente sottili e normalizzate: il controllo, la svalutazione, l’isolamento, la limitazione dell’autonomia. Segnali che, se riconosciuti e affrontati per tempo, possono interrompere traiettorie relazionali che rischiano di evolvere in forme più gravi.
In questa prospettiva diventa fondamentale rafforzare i presidi di salute mentale sul territorio, renderli accessibili e integrati con i contesti di vita, scuola, servizi sociali, sanità, comunità, e promuovere una cultura della salute mentale che consenta, alle donne ed agli uomini, di chiedere aiuto senza timore.
Contrastare stigma e pregiudizio significa creare le condizioni perché il disagio venga riconosciuto, espresso e accolto prima che si trasformi in sofferenza agita o in violenza.
Investire sulla prevenzione, sul sostegno alle relazioni e sull’educazione emotiva non è un elemento accessorio, ma una leva essenziale per incidere in profondità su un fenomeno che richiede risposte continue, competenti e condivise.
Come Ordine degli Psicologi della Regione Siciliana, sentiamo la responsabilità di contribuire a questo lavoro, sostenendo una lettura non semplificata del fenomeno e promuovendo azioni di prevenzione e sensibilizzazione. È da qui che può nascere, sin dall’infanzia, una cultura delle relazioni fondata sul rispetto.
Ricordare Sara Campanella e Laura Papadia, oggi significa tenere viva questa responsabilità. Non distogliere lo sguardo.
E continuare, ogni giorno, a costruire condizioni diverse.