22/11/2025
“Il carcere non è un convento: ironia e realtà dietro la polemica sulla circolare DAP”
In questi giorni alcune associazioni che si batterebbero per i diritti dei detenuti, si starebbero indignando per una circolare del DAP firmata da Ernesto Napolillo. Secondo loro questa circolare sancirebbe addirittura la fine della partecipazione della comunità esterna alle attività culturali e ricreative in carcere.
Come mio solito, invece di lasciarmi trascinare dal clamore, mi sono letto la circolare e quelle richiamate al suo interno. Risultato: nulla di drammatico, nessuna chiusura epocale, nessun crollo dei diritti. L’unica cosa che ho trovato è la conferma di un vecchio sospetto: siamo di fronte alle consuete campagne mediatiche di chi immagina gli istituti penitenziari come collegi retti da amorevoli suore, dove l’ordine divino sopperisce alla necessità di quello umano. Purtroppo – o per fortuna – il carcere non è un convento, e se lo fosse, di clausura, le regole sarebbero persino più rigide.
La circolare ribadisce un principio molto semplice:
• nei soli istituti con circuiti a gestione dipartimentale (Alta Sicurezza, Collaboratori di Giustizia, 41-bis), l’autorizzazione per eventi trattamentali deve sempre passare dal DAP, anche se riguardano detenuti in media sicurezza;
• negli altri casi, quando l’attività è rivolta solo a detenuti in media sicurezza e non ci sono reparti a gestione dipartimentale nello stesso istituto, restano competenti i Provveditorati Regionali;
• e, per completezza, se un Direttore ha dubbi o situazioni complesse, si invita a segnalarlo espressamente.
Insomma: niente rivoluzioni, solo chiarimenti amministrativi.
La circolare ricorda inoltre che l’organizzazione delle iniziative interne deve rimanere in capo alle Direzioni, evitando di “esternalizzare” programmazione e gestione ai proponenti esterni. Anche qui: logica elementare. Nessuna porta chiusa alla società civile; semplicemente si ribadisce che il carcere è un’istituzione dello Stato, non una sala parrocchiale da prenotare liberamente.
Sorprende poi l’allarme sul presunto “ritorno al regime chiuso”. Una precisazione necessaria: dopo il Covid e il caso Santa Maria Capua Vetere, le rivolte e i disordini non sono mancati. Il DAP è stato costretto a rivedere modelli organizzativi e sicurezza, fino alla creazione dei gruppi speciali GIO, GIR e GIL. In un contesto del genere, interrogarsi sull’uso della vigilanza dinamica non è un cedimento autoritario, ma una valutazione di realtà.
“Regime chiuso” non significa blindare le persone: significa evitare che alcuni ne approfittino per aggressioni, sopraffazioni o le famose “cadute accidentali” che tanto accidentali non sono. Mantenere ordine e sicurezza non è un capriccio, è ciò che l’articolo 2 del DPR 230/2000 indica come presupposto per il trattamento. Senza sicurezza non c’è rieducazione possibile; su questo la legge è chiarissima, anche se qualcuno finge di dimenticarlo.
Le associazioni che intervengono spesso lo fanno con buone intenzioni, ma con una conoscenza più teorica che pratica della vita detentiva. È facile idealizzare quando si guardano le cose dall’esterno, magari immaginando il carcere come un collegio con oratorio e attività pomeridiane. La realtà, però, è molto più complessa. Basterebbe viverla davvero per qualche giorno – non in visita, ma nel ritmo quotidiano dell’istituto – per comprendere quanto certe semplificazioni siano lontane dal vero.
E forse, dopo un’immersione autentica, molte posizioni cambierebbero. Ma, come spesso accade, è più semplice indignarsi da fuori che capire da dentro.
Alessandro De Pasquale - Presidente SIPPE
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