03/03/2018
1. Cos’è il Dolore ‘Cronico’ (Persistente)?
2. Dolore ed Esercizio Terapeutico
3. Efficacia e specificità dell’esercizio Terapeutico nel trattamento del dolore persistente
1. Il Dolore ‘Cronico’ (Persistente)
Il Dolore Cronico è quel dolore che si prolunga oltre i 3 mesi dalla lesione che lo ha originato - un trauma, uno sforzo etc. - nonostante questa si sia risolta, e quindi non sia più necessario proteggere il tessuto in questione. Questo dolore segnala quindi un pericolo per l’organismo, che non è più rappresentato dal tessuto da proteggere, ma da altri fattori quali i cosiddetti fattori psicosociali e le patologie secondarie.
Più correttamente dovrebbe essere definito come DOLORE PERSISTENTE, dato che l’aggettivo cronico fa riferimento ad un disturbo senza possibilità di guarigione o irrimediabile, condizioni non applicabili a questo tipo di dolore che è spesso ‘cronico’ solo perché non trattato adeguatamente.
È necessario innanzitutto abbandonare la tentazione di identificare le cause del dolore persistente come ‘psicologiche’, immateriali. Secondo le ricerche più recenti questo dolore è basato su processi organici, in particolare quello della sensibilizzazione centrale.
Termine coniato da Woolf, neurobiologo dell’Università di Harvard, già negli anni 80, che la definisce come ‘un aumento prolungato ma reversibile della eccitabilità e della efficacia sinaptica nelle vie nocicettive del Sistema Nervoso Centrale (SNC)…che produce un’ipersensibilità sia a stimoli nocivi che innocui, dando luogo a modificazioni secondarie dell’attività cerebrale, evidenziate dalle tecniche elettrofisiologiche e di bioimmagini’ .
Ne esisterebbero di 2 tipi, quella omosinaptica che rende conto di iperalgesia e allodinia nella zona da cui è partito il dolore, e quella eterosinaptica, relativa alla diffusione della iperalgesia in zone adiacenti e anche distanti – ad es. iperalgesia degli arti inferiori conseguente a traumi distorsivi cervicali.
Numerosi studi hanno mostrato come la sensibilizzazione centrale rappresenti un fattore contribuente importante nei pazienti con fibromialgia, artrite reumatoide e artrosi, disturbi muscolo-scheletrici associati a ipersensibilità generalizzata al dolore – lombalgie, cervicalgie, dolori di spalla etc.- cefalee, disturbi temporo-mandibolari, dolore dentale, neuropatico oltre che dolori viscerali e post-chirurgici.
Tutte sindromi che si presentano con forti dolori in ASSENZA DI INFIAMMAZIONE o di lesione neurale. Sembra trattarsi piuttosto di una disfunzione di tipo neuro-immunitario, cioè legata ad attivazione del sistema immunitario e di cellule gliali nelle sinapsi a livello del Sistema Nervoso Centrale (SNC) .
Per comprendere appieno il significato del dolore, diventa quindi necessario spostarsi dal tradizionale modello patologico-strutturale, o anatomo-patologico ad un modello bio-psico-sociale.
‘Il dolore consiste di un’interazione variabile e intricata di fattori biologici (genetici, biochimici etc.), psicologici (umore, personalità, comportamento etc.) e sociali (culturali, familiari, socio-economici, medici etc.)’
I fattori contribuenti biologici sono gli stimoli corporei che attivano i nocicettori – i nervi che trasmettono le sensazioni nocive – o che comunque ci portano fuori dal nostro stato di equilibrio ideale, l’omeostasi.
I fattori psicologici sono relativi a tutto ciò che pensiamo, diciamo, crediamo, prevediamo, sentiamo e facciamo.
I fattori sociali sono quelli relativi alle relazioni che teniamo con gli altri, e al ruolo che la persona ricopre nel suo ambiente sociale.
Secondo Moseley e Butler il dolore è una sensazione spiacevole che ci impone di proteggere la zona del corpo dove viene percepito.
È soltanto uno dei numerosi meccanismi protettivi, fra i quali troviamo il movimento e i sistemi immunitario, cognitivo, ormonale e autonomico.
È però l’unico di cui siamo coscienti e che ci porta ad agire per proteggere la parte dolente. Il dolore stesso è modulato da qualsiasi prova credibile che questa protezione sia stata garantita.
Lorimer Moseley, professore e ricercatore dell’Università di Adelaide, ha evoluto la Teoria della Neuromatrice di Ron Melzack che considera il cervello come una f***a rete intrecciata – matrice –di cellule neurali, immunitarie e vascolari che comunicano fra loro attraverso meccanismi elettrochimici e molecolari – neurotrasmettitori etc., per produrre un output, cioè una azione.
Il cervello può essere concettualizzato come una massa di NEUROTAGS in costante stato di competizione e collaborazione, con influenze reciproche. Esistono NEUROTAGS DI AZIONE e di MODULAZIONE.
ACTION NEUROTAGS influenzano i muscoli, la coscienza (pensieri ed emozioni) o qualsiasi altro sistema che eserciti un effetto al di fuori del cervello.
MODULATION NEUROTAGS esercitano la loro influenza solo all’interno del cervello: concetti impliciti, dati sensoriali unimodali (ad es. visivi), coordinate spaziali delle parti del corpo, relazione muscolare lunghezza/tensione (schema corporeo), caratteristiche delle persone, dei luoghi, odori, esposizioni precedenti…
Il dolore rappresenta l’efferenza di un sistema complesso attivato da una neuromatrice specifica individuale del dolore.
Che viene attivata ogniqualvolta il cervello concluda che i tessuti del corpo siano in pericolo e quindi sia necessario agire.
Una volta il dolore sia stato collocato come punto di riferimento nel corpo virtuale (Moseley).
Nel Modello dell’Organismo Maturo Louis Gifford illustra perfettamente come tutti i contenuti delle neurotags contribuiscano ad analizzare ed elaborare la risposta (output) ad un determinato stimolo, producendo o meno, fra le altre azioni, il dolore.
Il concetto di pericolo si sposta quindi dalla zona lesa alla persona stessa, che percepisce di essere in pericolo, ribadendo che la nocicezione non è né necessaria né sufficiente per produrre dolore, e che il dolore NON è un input, MA un output!
Il dolore come output (segnale in uscita e non in entrata quindi) è la sensazione spiacevole che ci costringe a proteggere una zona del corpo. È uno dei tanti meccanismi protettivi che includono: il movimento, il sistema immunitario, cognitivo, endocrino, autonomico…Ma è l’unico di cui siamo consapevoli e che ci porta a proteggere la parte individuata come dolente.
Viene quindi MODULATO (modificato nel senso della riduzione) da qualsiasi prova credibile che la protezione sia garantita – è esperienza comune che sia sufficiente prendere appuntamento con il medico, il dentista, il fisioterapista per fare scomparire un dolore persistente!
Al contrario viene prodotto e aumentato quando il DANGER IN ME (DIM) supera nell’equilibrio delle neurotags il SAFETY IN ME (SIM), cioè quando la percezione di pericolo superi quella di sicurezza3.
È fondamentale comprendere questi concetti, perché ci consentirà, nelle parti successive, di comprendere meglio se, quando e perché l’esercizio possa rivelarsi utile – o dannoso – per quello che riguarda il trattamento del dolore persistente. Quale tipo di esercizio e come possa essere efficacemente utilizzato al fine di portare l’equilibrio delle neurotags verso il SIM!
to be continued...