Ilaria Rosati psicologa

Ilaria Rosati psicologa Psicologa a Parma, con esperienza pluridecennale in consulenza psicologica, formazione e orientamento

Il 26 marzo ti aspettiamo per un incontro dedicato al benessere e alla prevenzione:“La Menopausa: ascoltare i segnali, a...
22/02/2026

Il 26 marzo ti aspettiamo per un incontro dedicato al benessere e alla prevenzione:
“La Menopausa: ascoltare i segnali, attraversare il cambiamento”.

La menopausa è una fase naturale, ma profondamente trasformativa. Coinvolge il corpo, certo — con i suoi nuovi ritmi e i suoi segnali — ma anche la sfera emotiva, psicologica, relazionale. È un tempo di ridefinizione, a volte delicato, a volte potente. E soprattutto, non va attraversato da sole.

Insieme a me interverranno Ilaria Pezziga, erborista esperta in integrazione naturale, Erica Rosati e Matteo Canetti, biologi nutrizionisti, e Giovanni Alpi, osteopata. Ognuno porterà uno sguardo diverso, complementare, per offrire strumenti concreti e una visione integrata della salute femminile.

Sarà uno spazio di ascolto, informazione e confronto. Un’occasione per fare chiarezza, sciogliere dubbi, sentirsi accolte. Perché conoscere ciò che accade nel proprio corpo è il primo passo per viverlo con maggiore serenità.
A volte il cambiamento non va combattuto. Va attraversato, con consapevolezza. E può diventare un nuovo inizio

La serata fa parte di un ciclo di sette incontri "Femminili plurali" organizzato dal Comune di Collecchio (Pr).
INGRESSO LIBERO
26 Marzo ore 17.30 presso Villa Soragna al Parco Nevicati, Collecchio (Pr).


20/02/2026

Da ora fino ai prossimi sei mesi inizia il tempo della riflessione per chi è all'ultimo anno di . Anche se maggiorenni, i ragazzi hanno bisogno del sostegno dei in questa delicata fase e di tutte le figure professionali (insegnanti, orientatori, docenti).
Una cosa però non deve essere trascurata: un o che risponde ai propri e è portato ad avere maggiore rispetto a una scelta che prevede una professione che si presuppone richiesta dal mondo del lavoro, ma che non corrisponde appieno ai propri .
Il percorso di prevede
🔦Un attenta analisi delle competenze e delle inclinazioni
📊Un test di orientamento validato (Giunti Psychometrics)
👂Colloqui individuali
👂👂E quando necessario o richiesto colloqui con i famigliari.


'

18/02/2026

✒️ Il 18 febbraio 1989 viene approvata la legge n.56 e nasce ufficialmente la professione di psicologo in Italia.
Un percorso durato venti anni, caratterizzato da dibattiti e contrapposizioni, che trovò soluzione grazie al determinante lavoro di mediazione di Adriano Ossicini.
Ossicini era convinto che, mostrando la qualità e il valore che la psicologia avrebbe portato alla collettività, sarebbe stato inevitabile arrivare al pieno riconoscimento della nostra professione in Italia.
Portò in Parlamento Musatti, Bollea, Basaglia e tanti altri:
🗣 “Di fronte a dei tecnici di altissimo valore, i parlamentari si dovevano arrendere […] Mi sono servito di un certo di tipo di cultura per ba***re un certo tipo di ignoranza”.
⭕ A 37 anni da quel momento storico per la professione, molti pregiudizi sono caduti e la domanda di psicologia da parte dei cittadini è in costante aumento.
▶️ Nelle nostre radici, nella qualità e nel valore che Adriano Ossicini ha sostenuto, c'è l'impegno che dobbiamo mantenere per il presente e il futuro della nostra professione: portare alla collettività, attraverso il lavoro dei professionisti e l'impegno delle istituzioni, una psicologia di spessore, accessibile, vicina ai bisogni degli individui e della società.

Quello che non è perfetto, ma è vivo vale più di quello che è perfetto, ma è morto.Aspettare il momento perfetto per att...
17/02/2026

Quello che non è perfetto, ma è vivo vale più di quello che è perfetto, ma è morto.

Aspettare il momento perfetto per attuare un progetto, che sia un viaggio, un acquisto o addirittura diventare genitore, significa aspettare e aspettare... e intanto la vita procede... e noi pero' siamo vivi?

IL RITORNO A CARTA E PENNA.In Svezia l’uso di tablet e di altri supporti digitali ha fatto parte di un processo di digit...
13/02/2026

IL RITORNO A CARTA E PENNA.
In Svezia l’uso di tablet e di altri supporti digitali ha fatto parte di un processo di digitalizzazione sin dal nido; il ritorno ad una modalità di apprendimento più tradizionale è una risposta del Ministero dell’Istruzione, guidato da Carlotta Edholm, a quanti chiedevano se il massiccio approccio digitale del Paese all’istruzione potesse avere portato ad un declino delle competenze di base. Il governo attuale punta alla valorizzazione dei metodi educativi tradizionali, andando contro il piano di digitalizzazione dell’insegnamento in Svezia.

Noi arriveremo quando avremo piu' di una generazione danneggiata e avremo costi sociali altissimi. E' ora il momento di intervenire. E' tutto evidente non solo dai dati delle ricerche scientifiche, ma anche solo osservando i ragazzi dalle elementari in su. Fare una lezione oggi e' impossibile, hanno 10 minuti di attenzione, poi li devi mettere a fare esercizi pratici , ma non durano piu di 15 minuti dopodiche' il nulla. Senza considerare il tempo che passano sui dispositivi e i problemi di dipendenza.

Per comprendere quanto una personalita' di tipo     possa essere egoista, spingendosi ai confini della cattiveria. Da ma...
12/02/2026

Per comprendere quanto una personalita' di tipo possa essere egoista, spingendosi ai confini della cattiveria. Da manuale.
Un interprete straordinario, una trama e un finale non scontati.
e

A un certo puntodevi capireche il dolore che hai subitonon lo devi subireall'infinito.Mettiti in vacanza,la povera vita ...
08/02/2026

A un certo punto
devi capire
che il dolore che hai subito
non lo devi subire
all'infinito.
Mettiti in vacanza,
la povera vita adulta
non può pagare a oltranza
i debiti dell'infanzia.
Dichiara finite le tue colpe,
scontata la pena.
D'ora in poi ogni giornata
sarà come prima
ma dentro di te
più netta e vera, più limpida
e sincera.
Tu devi solo la più grande dolcezza possibile
a chi verrà e a chi andrà via.
È festa nel tuo cuore,
festeggia in qualche modo
il cuore degli altri.
Franco Arminio

Non sono una content creator. Non ho una strategia.Sono una boomer che ama scrivere e spippolare sui social, con curiosi...
04/02/2026

Non sono una content creator. Non ho una strategia.
Sono una boomer che ama scrivere e spippolare sui social, con curiosità e un certo stupore
Eppure un post che ho pubblicato sul cammino di un gruppo di monaci tibetani del "Huong Dao Vipassana Bhavana Center" di Fort Worth è stato visto da oltre 6000 persone, con più di un centinaio di interazioni e commenti.
Come mai tanta condivisione?
Forse la risposta è più semplice – e più profonda – di quanto sembri.
Il 26 ottobre 2025 questi monaci sono partiti da Fort Worth, in Texas, diretti a Washington D.C. attraversando 10 Stati per più di 4000 km e 100 giorni di cammino, fino a fine Febbraio.
Perché camminano?
Camminano come atto di meditazione in movimento.
Come pellegrinaggio spirituale.
Come forma di protesta non violenta contro la violenza.
Tradizionalmente, i monaci si muovono così solo quando “le cose si mettono male”.
E qualcosa, in questo tempo, evidentemente si è messo male abbastanza.
Ciò che colpisce non è solo il cammino, ma ciò che accade attorno a loro.
Le persone li attendono ai bordi delle strade. Le reazioni sono scritte sui volti prima ancora che nelle parole.
I monaci si fermano. Guardano. Ascoltano.
Hanno uno sguardo e una presenza per ciascuno.
Con i malati si fermano più a lungo, recitando mantra di guarigione e di pace interiore.
Come è possibile una risposta così intensa in una popolazione con radici culturali, religiose e spirituali tanto diverse?
Forse possiamo avvicinarci a una spiegazione se spostiamo lo sguardo verso ciò che oggi viene chiamato la scienza del cuore.
Non new age. Non “fuffa”. Non suggestione.
Negli ultimi decenni, la ricerca scientifica ha iniziato a confermare ciò che molte tradizioni spirituali antiche sapevano già, il cuore non è solo una p***a.
Il cuore genera un campo elettromagnetico molto ampio, ed è profondamente influenzato da parole, emozioni e pensieri.
E ogni campo elettromagnetico, per sua natura, interagisce con quelli che incontra.
L’Institute of HeartMath di Boulder Creek, in California, collegato all’Università di Stanford, ha prodotto dati particolarmente interessanti in questa direzione.
Il ricercatore Dr. J. Andrew Armour ha dimostrato che il cuore è un vero e proprio organo sensoriale: un sofisticato centro di codifica ed elaborazione delle informazioni, dotato di un sistema nervoso intrinseco tanto complesso da poter essere definito un “cervello del cuore”.
Nel suo libro Neurocardiology descrive come i nervi che dal cuore raggiungono il cervello trasmettano informazioni relative a ormoni, sostanze chimiche, frequenza, pressione, dolore e sensazioni, influenzando a loro volta i segnali che dal cervello tornano al cuore o vengono inviati ad altri organi.
Il cuore umano inizia a ba***re prima ancora che il cervello si sia formato.
Possiede un piccolo “cervello” composto da circa 40.000 cellule nervose.
Ed emana il campo elettromagnetico più ampio di tutto il corpo.
Il campo elettrico del cuore, misurato tramite elettrocardiogramma (ECG), è circa 60 volte più ampio di quello generato dalle onde cerebrali rilevate dall’elettroencefalogramma (EEG).
La componente magnetica del campo cardiaco è circa 5000 volte più potente di quella prodotta dal cervello.
Non è schermata dai tessuti e può essere misurata anche a distanza dal corpo, grazie a strumenti ad altissima sensibilità come lo SQUID, basato su magnetometri a superconduttività.
Forse è anche da qui che nasce ciò che le persone percepiscono lungo la strada.
Non da ciò che i monaci dicono.
Ma da ciò che emanano.
E forse, in un tempo rumoroso, frammentato e accelerato, una presenza coerente, silenziosa e pacifica diventa immediatamente riconoscibile.
Il cuore, prima ancora della mente, lo sa.
E risponde.

23 GENNAIO GIORNATA MONDIALE DELLA SCRITTURA.Non è un moto nostalgico, ma un modo per preservare una attività che coinvo...
23/01/2026

23 GENNAIO GIORNATA MONDIALE DELLA SCRITTURA.
Non è un moto nostalgico, ma un modo per preservare una
attività che coinvolge memoria, attenzione e identità personale, in un rapporto diretto tra pensiero e corpo che nessun dispositivo digitale riesce a replicare pienamente.
Numerosi studi hanno dimostrato come la scrittura manuale favorisca la concentrazione, migliori la capacità di apprendimento e rafforzi la memoria a lungo termine. Il ritmo più lento rispetto alla digitazione obbliga a selezionare le parole, a riflettere sul significato di ciò che si scrive, trasformando l’atto in un esercizio di consapevolezza. Non a caso, la scrittura a mano resta uno strumento fondamentale nei percorsi educativi, soprattutto nelle prime fasi dell’apprendimento.
Anche in psicologia la scrittura è un metodo molto utilizzato, serve a esternare pensieri ed emozioni che altrimenti rimarrebbero in una baraonda interiore difficilmente interpretabile. Serve anche, opportunamente guidata, ad approcciare i problemi alla giusta distanza per osservarli con obiettività. Serve ad annotare i sogni, che presto si dimenticano lungo il corso della giornata, pur essendo lo strumento principale di comunicazione del nostro inconscio. Serve a allenare l'autoconsapevolezza e l'autosservazione, indispensabili per il buon esito di un percorso di crescita personale, annotando emozioni e reazioni agli eventi che altrimenti non sarebbero presi in considerazione.
Io sono di parte, adoro la carta, quella color pergamena, le penne, le stilografiche, le lettere (qui in foto gli ultimi quaderni che ho riempito e uno nuovo appena cominciato🙂).

EVITAMENTO RELAZIONALEUna giovane donna arriva portando una domanda che non è teorica, è vissuta. Vuole capire perché, n...
14/01/2026

EVITAMENTO RELAZIONALE
Una giovane donna arriva portando una domanda che non è teorica, è vissuta. Vuole capire perché, nel tempo, si ritrova a interrompere relazioni — amicali e sentimentali — anche quando sono buone, nutrienti, persino desiderate. Racconta le sue scelte con argomentazioni lucide, coerenti, apparentemente inattaccabili. Motivi sensati, ben costruiti. Eppure, qualcosa non torna. Quelle ragioni non bastano a spiegare perché legami in cui stava bene debbano, a un certo punto, essere lasciati andare.
Per questo il lavoro non può fermarsi alla superficie. Occorre guardare la storia familiare, il modo in cui ha imparato a stare al mondo, come ha costruito la propria identità e, soprattutto, come ha imparato a stare in relazione. Lei è confusa, inquieta. A un certo punto teme di essere narcisista. È l’effetto collaterale di una ricerca solitaria e spaventata, quando si interroga “Dott. Google” senza gli strumenti per orientarsi davvero.
La rassicuro. Non è narcisista. E no, non è nemmeno dipendente affettiva. Quello che emerge, con delicatezza ma con precisione, è un assetto evitante. Un modo di proteggersi che, un tempo, è stato necessario. E che oggi le porta solo insoddisfazione e solitudine.

L’evitamento non va letto come un difetto da correggere né come un’etichetta clinica da spiegare. È, prima di tutto, una postura di sopravvivenza. In un momento della vita ha protetto qualcosa di essenziale.
Per questo, qui non si chiede di cambiare, ma di fermarsi. Di sostare abbastanza da accorgersi di dove ci si ritira. Non per giudicarsi, ma per non continuare a passare oltre se stessi.
Alla base di molte di queste dinamiche c’è una carenza nella strutturazione delle funzioni genitoriali. Non un trauma eclatante, ma l’assenza di un luogo interno dove tornare quando si è in difficoltà. Il limite vissuto come rifiuto, il bisogno come vergogna, l’autonomia come abbandono. La relazione diventa allora qualcosa da cui dipendere o da cui difendersi. Clinicamente questo si manifesta in oscillazioni estreme: dipendenza o evitamento, difficoltà a dire no, relazioni vissute come salvezza o minaccia, vuoti profondi, angosce di disintegrazione più che di perdita. Non è immaturità. È una mancanza strutturale.
Chi evita non è freddo. Evita perché sente molto, spesso troppo e troppo presto, senza protezioni adeguate. L’evitamento non è assenza di bisogno, ma un modo sofisticato di non esporsi alla perdita, alla dipendenza, al rischio di crollare. Non si scappa dall’altro: si scappa dal punto in cui l’altro diventa reale, presente, continuativo. L’evitante sa desiderare, sa iniziare. La soglia critica arriva quando la relazione chiede di restare, senza controllo, senza via di fuga. Lì non c’è incapacità, ma memoria: in passato restare, in relazioni genitoriali o familiari, ha avuto un prezzo troppo alto.
Per questo l’amore può apparire intermittente, a impulsi. Avvicinamenti intensi seguiti da distanze improvvise o tradimenti. Non è manipolazione, è un tentativo di regolare una vicinanza che non ha mai avuto una misura sicura. Il nodo non è il movimento, ma il fatto che non venga riconosciuto come difesa e quindi si ripeta. Risolvere, per una struttura evitante, non significa buttarsi nella relazione, ma restare un istante in più quando il corpo vorrebbe chiudere. Senza spiegarsi, senza sparire. Restare con il disagio, con il bisogno che spaventa, con la paura di essere visti e di non potersi più ritirare.
L’evitante non teme l’amore. Teme di non poter più tornare indietro. Teme che la vicinanza diventi invasione, perché un tempo, nell'infanzia o adolescenza, non è stata libertà, ma confusione, richiesta, perdita di sé. In questo senso l’evitamento è anche una forma di dignità difensiva: meglio la distanza che l’annullamento. La vera difficoltà non è l’intimità, ma la permanenza. Non l’aprirsi, ma il non chiudersi subito. Quando accade, anche una sola volta, qualcosa si riorganizza: si scopre che si può restare senza essere inghiottiti. Non è romanticismo. È un assetto interno che cambia.
Il lavoro psicologico non restituisce ciò che non c’è stato. E non lo sostituisce. Fa qualcosa di più lento e più onesto; aiuta a costruire dentro ciò che non si è mai potuto interiorizzare, senza negarne l’assenza. Questo implica attraversare un lutto, tollerare il dolore senza colpa, fare esperienza nel tempo di una relazione che non invade e non abbandona, interiorizzare gradualmente una funzione regolativa nuova. Non è una riparazione rapida. È una strutturazione.
Riconoscere questa mancanza non serve a spiegare tutto, ma a smettere di pretendere da sé ciò che non si è mai ricevuto. E a smettere di chiederlo disperatamente agli altri. Quando questo accade, il vuoto non scompare, ma smette di governare la vita.
Anche le scelte relazionali diventano leggibili in questa luce. Non ci si lega “per caso” a evitanti o narcisisti. È una coerenza inconscia. Ci si lega a qualosa che si conosce, che ci è familiare, anche se ci ha fatto del male. L’evitante incarna una figura familiare: presente a tratti, emotivamente distante. Il narcisista, all’inizio, offre all'evitante o al dipendente affettivo direzione, intensità, valore riflesso. Per chi non ha interiorizzato una funzione che autorizza all’esistere, questo appare come sostegno, non come controllo. Il problema emerge quando la relazione chiede reciprocità e realtà. Lì la promessa si ritira.
Questi legami non sono stabili, ma attivanti. Tengono in allerta, danno una sensazione di esistenza intensa. Quasi una ubriacatura, una overdose di adrenalina che per qualche momento fa credere di poter stare in una relazione. Meglio il dolore che il vuoto. Relazioni più equilibrate possono sembrare spente, perché non toccano la ferita. In queste dinamiche si rinuncia ai limiti, alla voce, al desiderio. Non per debolezza, ma perché la relazione viene vissuta come condizione di sopravvivenza psichica. Quando il legame si spezza, il dolore è antico: non riguarda solo l’altro, ma il crollo dell’illusione di poter colmare, finalmente, ciò che mancava all’origine.
Il percorso terapeutico fa sì che si cambi profondamente. L’evitante non appare più affascinante, ma frustrante. Il narcisista non più forte, ma fragile e pericoloso. L’amore smette di essere una lotta per esistere. Non perché si diventa migliori, ma perché non si ha più bisogno di essere scelti per sentirsi vivi.
E quando questo accade, anche il desiderio cambia direzione, senza sforzo, come fanno le cose che finalmente trovano casa.

(Dipinto di Margarita Sikoskaia)

13/01/2026

Per ricostruire devi trovare il coraggio di guardare il vuoto lasciato dal crollo.
IR

Indirizzo

Via Trento N°57
Parma
43122

Orario di apertura

Lunedì 09:00 - 20:00
Martedì 09:00 - 20:00
Mercoledì 09:00 - 20:00
Giovedì 09:00 - 20:00
Venerdì 09:00 - 17:00

Notifiche

Lasciando la tua email puoi essere il primo a sapere quando Ilaria Rosati psicologa pubblica notizie e promozioni. Il tuo indirizzo email non verrà utilizzato per nessun altro scopo e potrai annullare l'iscrizione in qualsiasi momento.

Contatta Lo Studio

Invia un messaggio a Ilaria Rosati psicologa:

Condividi

Share on Facebook Share on Twitter Share on LinkedIn
Share on Pinterest Share on Reddit Share via Email
Share on WhatsApp Share on Instagram Share on Telegram

Digitare