06/04/2026
QUANDO LE PAROLE LASCIANO ANDARE E I GESTI TRATTENGONO.
Trentasei anni e, finalmente, mi racconta di aver incontrato una persona con cui sente di potersi aprire e di essere compresa. In pochi mesi, lui riesce ad abbattere la sua diffidenza con dolcezza, attenzione e una capacità di ascolto che sembra nascere anche dalle sue esperienze personali. È un uomo impegnato in un lavoro creativo e in percorsi di crescita interiore come meditazione, formazione psicologica, ricerca personale.
Eppure oggi lei è nel mio studio, in lacrime.
Dopo una settimana intensa di lavoro a un evento di portata internazionale, culminata in un successo, qualcosa in lui cambia, si allontana, si raffredda. Il copione, in questi casi, è spesso prevedibile. Dopo alcuni giorni di distanza, si incontrano a pranzo. E arrivano le parole: “non sei tu, sono io”, “non so cosa mi succede”. Poi però arrivano anche i gesti: un abbraccio, un bacio, la difficoltà dichiarata nel lasciarla andare.
Ed è qui che nasce la confusione.
Per giorni lei si chiede cosa abbia fatto o detto per provocare questo cambiamento. Si interroga, cerca spiegazioni, ipotizza scenari. A volte pensa che debba essere successo qualcosa a quell'evento lavorativo, un incontro, un’alternativa. Ma non sempre è così. A volte non succede nulla di esterno.
A volte accade che una persona si accorga della profondità di una relazione solo quando questa comincia a implicare responsabilità emotive reali. Stare bene con qualcuno significa anche scegliere, impegnarsi, rinunciare a una parte della propria libertà interiore. E non tutti sono pronti a farlo.
In questi casi emergono confusione, ambivalenza, ritirate improvvise. C’è chi parla di crisi personale, chi di stanchezza emotiva, chi di depressione o si sente sopraffatto. Più raramente, però, si assiste a un’assunzione chiara di responsabilità: riconoscere a se stessi, prima ancora che all’altro, di non essere pronti o disponibili a portare avanti quella relazione.
Lasciare qualcuno mantenendo gesti affettuosi crea un doppio legame: a parole si chiude, nei fatti si mantiene un contatto. Questo genera segnali contrastanti e paradossali che alimentano la rimuginazione, il dubbio continuo, l’incapacità di trovare un senso stabile a ciò che sta accadendo. Credere alle parole o ai gesti? In realtà questo è un espediente, a volte inconsapevole, altre volte no, per mantenere intatta la propria immagine; ti lascio, ma non sono io il "cattivo".
C’è anche un altro aspetto da considerare. Essere impegnati in percorsi di crescita personale, spirituale o psicologica, non è di per sé garanzia di maturità emotiva o consapevolezza relazionale. Talvolta, proprio questi percorsi possono alimentare l' illusione di avere già raggiunto un livello di chiarezza e profondità che, nei fatti, non si traduce in comportamenti coerenti. E questa discrepanza può mantenere la persona in una posizione autoreferenziale, senza un reale avanzamento. Inoltre crea un altro tipo di illusione, questa volta nella persona coinvolta, che pensa di avere di fronte a sè una persona maturata e in grado di ascoltare.
A questo punto, il lavoro diventa aiutare a raccogliere i pezzi. Riordinare, comprendere, rimettere in prospettiva. Non tanto per trovare colpe, ma per restituire chiarezza.
Perché è possibile che l’incontro tra due persone sia stato autentico e significativo. Ma incontrarsi, da solo, non basta. È necessario anche sapersi muovere nella realtà della relazione, con responsabilità, coerenza e presenza.