31/12/2025
🌱Ero una giovanissima psicologa, fresca di abilitazione, alle prese con una delle scelte più complesse: la scuola di psicoterapia.
💭Durante la presentazione di una scuola, una collega molto più esperta mi disse, con un sorriso:
“Con il cognome che ti ritrovi – Famiglietti – non puoi che occuparti di legami, relazioni, famiglie.”
All’epoca colsi solo il lato ironico di quella frase.
Forse anche perché, a dirla tutta, non avevo le idee così chiare su cosa esattamente volessi specializzarmi come psicoterapeuta.
👣Negli anni di formazione e di lavoro, ho scelto di formarmi seguendo ciò che sentivo necessario esplorare: temi, domande, modalità cliniche che nascevano dall’incontro vivo con i pazienti.
L’ho fatto senza mai aderire rigidamente a un’etichetta: sono di questo orientamento, sì, ma voglio restare aperta.
Alle richieste dei pazienti, alla mia curiosità, al desiderio di fare clinica — una certa clinica — e agli interrogativi che man mano emergono durante il percorso.
🌱Più mi formo, più capisco che non si smette mai davvero di sapere.
E più so, più mi pongo domande.
Ed è proprio questo che amo di più del mio lavoro e della formazione: restare in ricerca.
Oggi, a distanza di anni sento di poter rendere onore a quella frase colta all'epoca come un gioco di parole.
Perché col tempo ho capito che c’è sempre l’altro, anche quando non è fisicamente presente.
C’è la relazione che abita le parole, i silenzi,
i sintomi.
C’è la rete di legami che ci ha cresciuti e quella che continuiamo, spesso senza saperlo, a tessere.
⭕Così, anche quando nello studio entra una sola persona, non entra mai davvero da sola.
Entrano le sue relazioni, le sue appartenenze, le sue assenze.
Ed è lì, in quello spazio condiviso e delicato, che il lavoro clinico prende forma:
nell’ascolto di ciò che lega, separa, avvicina.
E, a volte, permette di rinascere in modo nuovo.
🌈In questo tempo di passaggio, che chiude un anno e ne apre un altro, l’augurio è di restare curiosi, in ascolto, disposti a mettersi in ricerca.
Desiderosi di incontrare l’altro e se stessi con uno sguardo nuovo, lasciando che i legami — quelli che ci abitano e quelli che verranno — continuino a trasformarci.