SOS medico Pellezzano

SOS medico Pellezzano LE RISPOSTE ON-LINE ALLE VOSTRE DOMANDE

La crisi che vive la nostra societa’ si riflette pesantemente anche sulla sanita’ che, a fronte delle enormi risorse in denaro che assorbe, non riesce a dare piu’, le risposte necessarie, in tempi accettabili. Lo stesso medico di famiglia, statisticamente, riesce a dedicare ai suoi pazienti, solo pochi minuti
(circa 6 di media) che, spesso non sono sufficienti a dare delle risposte complete. Questa pagina nasce con uno scopo sociale, e’ aperta a tutti coloro che volessero usufruirne, prevalentemente alle fasce deboli, che, se e’ vero che non frequentano i social network, spesso hanno in casa figli o nipoti che possono rivolgere le domande sulla salute in loro vece, ai medici del gruppo che, avvalendosi delle consulenze di colleghi specialisti, daranno le risposte per indirizzare i pazienti verso il percorso diagnostico piu’ adeguato.Nel rispetto della privacy, le domande rivolte come messaggio privato, saranno pubblicate in forma anonima.

09/02/2024

AGI - Un farmaco comunemente usato per la disfunzione erettile, venduto in commercio con marchi come Vi**ra, potrebbe ridurre il rischio di sviluppare la malattia di Alzheimer di circa il 18%. A dimostrarlo un nuovo studio internazionale, condotto su quasi 270.000 uomini e pubblicato su Neurology. Ora, sono necessarie ulteriori ricerche sotto forma di studi clinici per capire il dosaggio ottimale, la durata del trattamento e se il leggero effetto protettivo si estende anche alle donne.

CON IL VI**RA L'ALZHEIMER FA' CILECCA
"Abbiamo un disperato bisogno di trattamenti che possano prevenire o ritardare lo sviluppo della malattia di Alzheimer", ha detto Ruth Brauer, farmacoepidemiologa presso l'University College di Londra e autrice dello studio. "Questi risultati sono incoraggianti e giustificano ulteriori ricerche", ha continuato Brauer. Con l'incidenza della malattia di Alzheimer in aumento nelle popolazioni che invecchiano e con nuove terapie poco efficaci che si fanno strada attraverso le approvazioni, i ricercatori hanno rivolto la loro attenzione ai farmaci esistenti per rilevare se qualcuno di questi potesse rallentare in modo incisivo il declino cognitivo.
Per esempio, l'anno scorso un gruppo di ricercatori dell'Università del Kentucky ha scoperto che un trattamento approvato per la sclerosi multipla incoraggiava anche le cellule cerebrali, chiamate microglia, a eliminare le proteine tossiche associate alla malattia di Alzheimer nei topi. Allo stesso tempo, gli scienziati stanno ancora cercando di affinare la comprensione delle cause della malattia di Alzheimer, con l'emergere di nuovi colpevoli, oltre alle già note placche di amiloide-beta e ai grovigli di tau, i due segni distintivi molecolari della malattia.

Video correlato: Alzheimer, ecco quali sono i primi sintomi (Dailymotion)


Casi estremamente rari di persone che ospitano una fortunata combinazione di mutazioni genetiche che le proteggono dall'Alzheimer hanno anche rivelato nuovi modi per rallentare la malattia. Ma, resta il fatto che solo negli Stati Uniti 6,7 milioni di persone di 65 anni e più convivono con l'Alzheimer, un numero che potrebbe più che raddoppiare entro il 2060 a meno che non si trovi un modo per intervenire questa tendenza. Negli ultimi anni si è discusso se i farmaci per la disfunzione erettile comunemente usati, noti come inibitori della fosfodiesterasi di tipo 5 o PDE5, come il sildenafil, venduto con il nome commerciale di Vi**ra e usato anche per trattare l'ipertensione, possano ridurre il rischio di sviluppare la malattia di Alzheimer.


Uno studio osservazionale del 2021 ha dimostrato che l'assunzione di sildenafil riduceva di quasi il 70% le probabilità di diagnosi di Alzheimer tra gli americani, ma uno studio più breve e più piccolo del 2022 non ha riscontrato alcun effetto simile quando si seguivano i pazienti per meno di 2 anni. Una ricerca del 2023 ha spostato l'ago della bilancia dalla parte opposta, ma nel complesso i risultati di questi studi osservazionali, che non possono disgiungere causa ed effetto, sono stati inconcludenti.

Nel nuovo studio, sempre di tipo osservazionale, sono state analizzate le prescrizioni rilasciate a quasi 270.000 uomini di età pari o superiore a 40 anni con una nuova diagnosi di disfunzione erettile, utilizzando le cartelle cliniche elettroniche del Regno Unito. Sebbene queste cartelle non mostrino se le persone hanno compilato o meno le prescrizioni o se avessero assunto i farmaci, indicano chi utilizzava quali farmaci e con quale frequenza. A circa la metà delle persone è stato prescritto il sildenafil o un farmaco simile per la disfunzione erettile, appartenente alla stessa classe di farmaci degli inibitori della PDE5, e 1.119 uomini hanno poi sviluppato la malattia di Alzheimer.


Coloro ai quali era stato prescritto un inibitore della PDE5 avevano il 18% di probabilità in meno di sviluppare la malattia di Alzheimer rispetto a chi non faceva uso del farmaco, e il rischio era ancora più basso se le persone avevano ricevuto più di 20 prescrizioni nell'arco di una media di 5 anni.


Tuttavia, quando i pazienti sono stati raggruppati in base al farmaco prescritto, solo il sildenafil, ma non il tadalafil o il vardenafil, è stato associato a una riduzione del rischio di Alzheimer. Inoltre, l'apparente effetto protettivo si è quasi annullato quando i ricercatori hanno escluso i pazienti che avevano meno di 3 anni di follow-up, per tenere conto della possibile sovrapposizione tra l'inizio di un farmaco per la disfunzione erettile e l'insorgenza dell'Alzheimer, che puo' verificarsi anni prima della diagnosi.


"Sono necessarie ulteriori ricerche per confermare questi risultati, approfondire i potenziali benefici e i meccanismi di questi farmaci ed esaminare il dosaggio ottimale", ha precisato Brauer. "è necessario uno studio randomizzato e controllato con partecipanti di sesso maschile e femminile per determinare se questi risultati sono applicabili anche alle donne", ha concluso Brauer.

21/10/2022

Alimentazione parenterale nei malati oncologici: analisi delle linee guida
13 Ottobre 2022 Redazione
L’aspetto nutrizionale nei malati di cancro è spesso sottovalutato e poco analizzato. La malnutrizione di questi pazienti comporta infatti conseguenze negative quali ad esempio una importante riduzione della massa muscolare e una scarsa risposta nei confronti dei trattamenti messi in atto per combattere la neoplasia.

Tutto ciò si traduce in una diminuzione sia della qualità della vita sia della durata della sopravvivenza di questi malati.

Per tutti questi motivi, una seria valutazione e un concreto intervento sull’alimentazione dei pazienti oncologici dovrebbero costituire parte integrante di qualsiasi trattamento, ma questo non avviene in modo standardizzato. In particolare, i dati sull’alimentazione artificiale fornita in base al fabbisogno calorico del paziente durante la terapia oncologica sono infatti piuttosto scarni.

Un team di esperti ha curato un revisione della situazione attuale e ha analizzato in modo specifico le raccomandazioni emanate dalle società statunitensi ed europee che si occupano di nutrizione clinica riguardanti l’impiego degli strumenti nutrizionali nella pratica clinica di cura dei pazienti neoplastici.

In particolare, sono state prese in esame le linee guida che contemplano l’utilizzo dell’alimentazione parenterale (SPN), presidio necessario quando la normale nutrizione attraverso alimenti introdotti dalla bocca o tramite sondino non è praticabile o comunque non è sufficiente.

Nella loro discussione, gli autori concludono che la SPN possa fornire ai pazienti il necessario apporto nutritivo, quando necessario, mettendo però anche in evidenza gli ostacoli che spesso impediscono un’applicazione più estesa di questo importante strumento di cura.

Secondo gli esperti, sarebbe necessario condurre studi clinici mirati e approfonditi per un’ulteriore valutazione dell’impiego della SPN nei malati di cancro.

12/06/2022

TUMORI DEL COLON, SPERANZE DALL'IMMUNOTERAPIA: LA CURA GUARISCE TUTTI I 14 PAZIENTI

La sperimentazione realizzata al Memorial Sloan Kettering Cancer Center di New York potrebbe portare a nuove applicazioni anche per altre forme
11 giugno 2022
Nell’ambito della cura ai tumori un piccolo studio sta avendo larghissimo impatto all’interno della comunità medica. Dopo sei mesi di trattamento sperimentale, le lesioni sono scomparse in tutti i 14 pazienti con diagnosi di cancro del retto (nella fase iniziale) che hanno completato il trattamento. Malgrado alcuni limiti nello studio, la speranza dei ricercatori è che i risultati ottenuti potrebbero portare a nuove applicazioni anche per altri tumori.

I benefici dal dostarlimab

Il trattamento con il farmaco immunoterapico dostarlimab si è dimostrato in grado di far regredire completamente il tumore in un limitato gruppo di pazienti con una particolare forma di cancro dell’intestino. La sperimentazione, realizzata al Memorial Sloan Kettering Cancer Center di New York, è stata presentata nei giorni scorsi al meeting annuale dell’American Society of Clinical Oncology e pubblicata sul New England Journal of Clinical Oncology.

Scarsa risposta con terapie standard
Come detto lo studio ha coinvolto 14 pazienti con adenocarcinoma del retto localmente avanzato caratterizzato da una particolare anomalia nei meccanismi di riparazione del Dna, una forma che riguarda il 5-10% dei tumori che colpisce il retto e che «risponde poco ai regimi di chemioterapia standard», spiegano i ricercatori. «Il trattamento per il tumore rettale localmente avanzato consiste nella somministrazione della chemioterapia e radioterapia neoadiuvante seguita dalla resezione del retto. Un approccio che ha buone chance di successo, ma è associato a complicanze importanti: disfunzioni intestinali, urinarie, sessuali e infertilità con un grave peggioramento della qualità di vita dei pazienti.

Sinora nessuna recidiva
Nel caso del trial, la somministrazione del dostarlimab ogni tre settimane per sei mesi ha consentito una completa remissione del tumore senza richiedere né chemio e radioterapia né l’intervento chirurgico. A ogni soggetto sono state somministrate nove dosi del farmaco relativamente nuovo progettato per bloccare una specifica proteina delle cellule tumorali che, una volta espressa, può indurre il sistema immunitario a trattenere la sua risposta contro il cancro. Tutti i pazienti stanno bene e al termine dello studio non si sono osservate recidive del tumore. «Penso che nessuno l’abbia mai visto prima, che in ogni singolo paziente sia scomparso il tumore», ha affermato Andrea Cercek, oncologa del Memorial Sloan Kettering e autrice principale dello studio.

I fattori critici
Lo studio presenta dei limiti a cominciare dal fatto che il campione di pazienti, pur essendo eterogeneo per età, razza ed etnia, era obiettivamente contenuto. Dovranno essere tenuti in osservazione ancora per diversi anni prima di esser certi che i tumori non siano riemersi o metastatizzati in altre parti del corpo. Inoltre i risultati riguardano soltanto soggetti portatori di un’anomalia specifica del tumore del retto - nota come deficit di Mismatch Repair - che ostacola la funzione dell’organismo di normalizzare o “riparare” le anomalie quando le cellule si dividono, dando invece luogo a mutazioni.

18/05/2022

Il vaccino antinfluenzale riduce il rischio Covid

INFETTIVOLOGIA | REDAZIONE DOTTNET | 17/05/2022 20:37

Studio pubblicato su Nature: gli operatori sanitari che hanno ricevuto il vaccino antinfluenzale sono stati protetti dal COVID-19, ma l'effetto potrebbe non durare a lungo
I vaccini antinfluenzali hanno un sorprendente beneficio per la salute: potrebbero anche prevenire il COVID-19, in particolare nelle sue forme più gravi. Uno studio condotto su oltre 30.000 operatori sanitari in Qatar ha rilevato che coloro che si sono vaccinati contro l'influenza avevano quasi il 90% in meno di probabilità di sviluppare COVID-19 grave nei prossimi mesi, rispetto a coloro che non erano stati vaccinati di recente contro l'influenza . Lo studio, che è stato condotto alla fine del 2020, prima del lancio dei vaccini COVID-19 , è in linea con il lavoro precedente suggerendo che l'aumento del sistema immunitario utilizzando vaccini antinfluenzali e altri vaccini potrebbe aiutare il corpo a respingere la SARS del coronavirus -CoV-2.

Vantaggio collaterale

09/04/2022

I nove sintomi della variante Omicron che colpiscono i vaccinati e i due segni precoci dell’infezione
I nove sintomi più comuni nelle persone completamente vaccinate contro Covid-19 sono: tosse, naso che cola, affaticamento, mal di gola, mal di testa, dolori muscolari, febbre, starnuti e nausea

di Valentina Arcovio
I nove sintomi della variante Omicron che colpiscono i vaccinati e i due segni precoci dell’infezione
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La variante Omicron è attualmente quella dominante in tutto il mondo. E’ stata rilevata per la prima volta nell’Africa meridionale e a Hong Kong nel novembre 2021, ma ora si è diffusa ovunque. Sebbene il vaccino protegga dalle forme più gravi dell’infezione è comunque possibile ammalarsi anche se si è vaccinati completamente. Da uno studio norvegese, pubblicato sulla rivista Eurosurvelliance, è stato possibile individuare i sintomi più comuni nelle persone che hanno ricevuto due dosi di un vaccino anti-Covid.

I sintomi più comuni della variante Omicron sono otto più uno
I segni più comuni rilevati nell’ambito dello studio sono otto: tosse, naso che cola, affaticamento, mal di gola, mal di testa, dolori muscolari, febbre e starnuti. A questi gli esperti hanno poi aggiunto la nausea. Per arrivare a queste conclusioni i ricercatori hanno intervistato 111 (su 117) ospiti di una festa che si è tenuta il 26 novembre 2021, nell’ambito della quale si è verificato un focolaio di Omicron. Del gruppo intervistato, 66 sono stati casi di Covid-19 confermati e 15 sospetti. Dei 111 partecipanti, l’89 per cento ha ricevuto due dosi di un vaccino mRNA e nessuno aveva fatto ancora il richiamo.

La metà dei raffreddori son attualmente infezioni Covid-19
I risultati mostrano anche che tosse, naso che cola e affaticamento sono tra i sintomi più comuni nelle persone vaccinate, mentre starnuti e febbre sono meno diffusi. La natura dei sintomi rende difficile alle persone distinguere Covid-19 da un comune raffreddore. Ma secondo Tim Spector, il cervello dietro l’app ZOE Symptom Study, circa il 50 per cento dei «nuovi raffreddori» attualmente sono in effetti Covid.

Due segnali premonitori che potresti avere Omicron
Gli esperti suggeriscono anche che ci sono due sintomi distinti che potrebbero essere un segno della positività al virus Sars-CoV-2 e sono stanchezza e vertigini/svenimento. Più che semplicemente sentirsi stanchi, l’affaticamento può tradursi in dolore fisico, provocando debolezza o dolori muscolari, mal di testa e persino vista offuscata e perdita di appetito. Angelique Coetzee, medico privato e presidente della South African Medical Association, ha detto che quando la variante Omicron è esplosa in Sud Africa la stanchezza era uno dei sintomi principali. Mentre un report della Germania ha suggerito che esiste un legame tra svenimenti e Omicron. Una conclusioni a cui si è giunta dopo che i medici di Berlino hanno scoperto che il Covid stava provocando svenimenti ricorrenti in un paziente di 35 anni ricoverato in ospedale.

31/03/2022

MammoRisk: un nuovo strumento per valutare il rischio di cancro al seno
24 Marzo 2022 Camilla De Fazio
Secondo uno studio recente, MammoRisk, un software utilizzato per stimare il rischio a 5 anni di sviluppare un cancro al seno, può essere usato nelle pratiche comunitarie. La valutazione si basa sui dati clinici della paziente e sulla densità del seno, con o senza un punteggio di rischio poligenico (PRS). L’aggiunta di quest’ultimo criterio al modello ha comportato l’assegnazione di una diversa categoria di rischio a quattro donne su 10. Tre donne su 10 sono state spostate in una categoria di rischio più elevato.

In Francia, lo screening mammografico è raccomandato ogni due anni per le donne di età compresa tra 50 e 74 anni. Un approccio personalizzato alla valutazione del rischio basato non solo sull’età, ma anche su vari fattori di rischio, è una strategia promettente attualmente in studio per diversi tipi di cancro. Questi approcci di screening personalizzati cercano di contribuire alla diagnosi precoce e al trattamento del cancro al seno in una fase precoce e curabile, nonché a ridurre i costi sanitari complessivi per la società.
Nello studio, pubblicato dalla rivista Breast Cancer Research and Treatment, sono state arruolate donne di età pari o superiore a 40 anni, con non più di un parente di primo grado con cancro al seno diagnosticato dopo i 40 anni. MammoRisk è uno strumento basato sull’apprendimento automatico che valuta il rischio di un paziente prendendo o non prendendo in considerazione la PRS. Il PRS riflette il rischio genetico dell’individuo di sviluppare il cancro al seno, per calcolare questo rischio, i ricercatori hanno estratto il Dna da campioni di saliva per la genotipizzazione di 76 polimorfismi a singolo nucleotide (SNP).
Le pazienti sono state sottoposte a una valutazione completa del cancro al seno, che includeva un questionario, una mammografia con valutazione della densità del seno, la raccolta di campioni di saliva e consultazioni con un radiologo e uno specialista in cancro al seno.
Delle 290 donne sottoposte a valutazione del cancro al seno tra gennaio 2019 e maggio 2021, il 68% era eleggibile per la valutazione del rischio utilizzando MammoRisk (età mediana, 52 anni). Dopo la valutazione del rischio con MammoRisk senza PRS, il 16% delle pazienti è stato classificato come a rischio moderato, il 53% come a rischio intermedio, il 31% come a rischio alto e lo 0% come a rischio molto alto. Il punteggio di rischio mediano (rischio stimato a 5 anni) era 1,5. Dopo l’aggiunta del PRS, il 25% è stato classificato come a rischio moderato, il 33% a rischio intermedio, il 42% a rischio alto e lo 0% a rischio molto alto. Anche in questo caso, il punteggio di rischio mediano era 1,5. A un totale del 40% dei pazienti è stata assegnata una categoria di rischio diversa quando PRS è stato aggiunto a MammoRisk. È importante sottolineare che il 28% dei pazienti è passato da rischio intermedio a rischio moderato o alto.

23/03/2022

Sopravvissuti al Covid-19: traiettoria di un anno di cambiamenti cognitivi
18 Marzo 2022 Camilla De Fazio
La sopravvivenza al Covid-19 potrebbe essere associata a un aumento del rischio di declino cognitivo longitudinale, secondo uno studio pubblicato dalla rivista JAMA Network.

I ricercatori hanno analizzato la traiettoria di 1 anno dei cambiamenti cognitivi nei sopravvissuti al Covid-19 più anziani. Sono stati reclutati 3.233 soggetti di età pari o superiore a 60 anni che sono stati dimessi dal Covid-19 da 3 ospedali cinesi. I loro coniugi non infetti (466 soggetti) sono stati reclutati come popolazione di controllo. Sono stati esclusi i partecipanti con deterioramento cognitivo pre-infezione, un disturbo neurologico concomitante o una storia familiare di demenza, così come quelli con gravi malattie cardiache, epatiche o renali o qualsiasi tipo di tumore. Il monitoraggio del funzionamento cognitivo e del declino si è svolto a 6 e 12 mesi.

Un totale di 1.438 sopravvissuti al Covid-19 e 438 soggetti di controllo sono stati inclusi nel follow-up finale. Il Covid-19 è stato classificato come grave o non grave secondo le linee guida dell’American Thoracic Society. L’esito principale era il cambiamento nella cognizione 1 anno dopo la dimissione del paziente. I cambiamenti cognitivi durante il primo e il secondo periodo di follow-up di 6 mesi sono stati valutati utilizzando rispettivamente il questionario informativo sul declino cognitivo negli anziani e l’intervista telefonica sullo stato cognitivo-40 (Telephone Interview of Cognitive Status-40). Sulla base dei cambiamenti cognitivi osservati durante i 2 periodi, le traiettorie cognitive sono state classificate in 4 categorie: cognizione stabile, declino cognitivo a esordio precoce, declino cognitivo a esordio tardivo e declino cognitivo progressivo.

L’incidenza del deterioramento cognitivo nei sopravvissuti 12 mesi dopo la dimissione era del 12,45%. Gli individui con casi gravi avevano punteggi più bassi al colloquio telefonico sullo stato cognitivo-40 rispetto a quelli con casi non gravi e individui di controllo a 12 mesi. Il Covid-19 grave è stato associato a un rischio più elevato di declino cognitivo a esordio precoce, declino cognitivo a esordio tardivo e declino cognitivo progressivo, mentre il Covid-19 non grave era associato a un rischio più elevato di declino cognitivo a esordio precoce durante l’adeguamento per età, sesso, livello di istruzione, indice di massa corporea e comorbidità.

Bibliografia:

Liu Y, Chen Y, Wang Q, et al. One-Year Trajectory of Cognitive Changes in Older Survivors of COVID-19 in Wuhan, China: A Longitudinal Cohort Study. JAMA Neurol. Published online March 08, 2022. doi:10.1001/jamaneurol.2022.0461

21/03/2022

HIV: l’NIH lancia la sperimentazione clinica di tre vaccini a mRNA
18 Marzo 2022 Camilla De Fazio
Il National Institute of Allergy and Infectious Diseases (NIAID) ha avviato uno studio clinico di fase 1 per valutare tre vaccini sperimentali per l’HIV basati su una piattaforma di Rna messaggero (mRNA). “Trovare un vaccino contro l’HIV si è rivelato una sfida scientifica scoraggiante”, commenta Anthony S. Fauci, direttore del M.D. NIAID. “Con il successo dei vaccini contro il Covid-19, sicuri e altamente efficaci, abbiamo un’entusiasmante opportunità di scoprire se la tecnologia dell’mRna può ottenere risultati simili contro l’infezione da HIV”.

Lo studio HVTN 302 esaminerà se i tre vaccini sperimentali sono sicuri e possono indurre una risposta immunitaria. I vaccini sono: BG505 MD39.3 mRNA; BG505 MD39.3 gp151 mRNA e BG505 MD39.3 gp151 CD4KO mRNA . Ogni vaccino sperimentale è progettato per presentare la proteina spike trovata sulla superficie dell’HIV che facilita l’ingresso nelle cellule umane. Ciascuno dei vaccini sperimentali codifica per proteine diverse ma altamente correlate. Nessuno dei tre candidati al vaccino può causare l’infezione da HIV. Le specifiche sequenze di mRna contenute nei vaccini sono state progettate e sviluppate da ricercatori dello Scripps Consortium for HIV/AIDS Vaccine Development (CHAVD) finanziato dal NIAID presso lo Scripps Research Institute e dallo IAVI Neutralizing Antibody Center di Scripps, finanziato dalla Bill & Melinda Gates Foundation , in collaborazione con gli scienziati di Moderna.

Lo studio HVTN 302 arruolerà fino a 108 adulti di età compresa tra 18 e 55 anni in 11 siti negli Stati Uniti. Ogni partecipante sarà assegnato in modo casuale a uno dei sei gruppi che riceveranno ciascuno tre vaccinazioni di uno dei vaccini sperimentali. I primi tre gruppi (18 partecipanti ciascuno), chiamati Gruppo A, riceveranno iniezioni intramuscolari di 100 microgrammi (mcg) del vaccino assegnato alla visita iniziale, al secondo mese e di nuovo al sesto mese. I partecipanti al gruppo A saranno valutati due settimane dopo la vaccinazione iniziale per garantire che i criteri di sicurezza siano stati soddisfatti. In tal caso, i restanti tre gruppi di 18 partecipanti ciascuno (Gruppo B) verranno vaccinati con 250 mcg del vaccino sperimentale assegnato, seguiti da iniezioni due e sei mesi dopo la vaccinazione iniziale. La sicurezza e le risposte immunitarie saranno esaminate tramite campioni di sangue e verranno effettuati aspirati linfonodali con ago sottile in momenti specifici durante lo studio. Il personale clinico monitorerà da vicino la sicurezza dei partecipanti durante lo studio. La sperimentazione clinica dovrebbe essere completata entro luglio 2023.

10/02/2022

IPERTENSIONE E DECADIMENTO COGNITIVO SONO ASSOCIAT1 IN MOANIERA SIGNIFICATIVA

4 Febbraio 2022 Redazione
Esistono associazioni significative tra ipertensione, livelli elevati di pressione sistolica e di pressione del polso, e il rischio di deterioramento cognitivo, secondo uno studio pubblicato su Lancet Health Longevity, diretto da Longjian Liu, della Drexel University Dornsife School of Public Health, Philadelphia, Stati Uniti.

Per studiare l’associazione tra pressione arteriosa e stato di trattamento dell’ipertensione, e lieve deterioramento cognitivo e demenza nelle donne anziane i ricercatori hanno analizzato prospetticamente un campione di 7.207 donne residenti in comunità di età compresa tra 65 e 79 anni. La funzione cognitiva delle partecipanti è stata valutata annualmente, e un lieve deterioramento cognitivo e una probabile demenza sono stati definiti attraverso un procedimento di diagnosi centralizzato, e i possibili esiti erano lieve deterioramento cognitivo, probabile demenza e perdita cognitiva. La pressione arteriosa è stata misurata da personale addestrato e certificato al basale, mentre la pressione del polso (PP) è stata calcolata come differenza tra la pressione sistolica (SBP) e quella diastolica. L’ipertensione è stata definita utilizzando le linee guida 2017 dell’American Heart Association negli adulti.

Durante un follow-up mediano di nove anni, 1.132 (15,7%) partecipanti sono state classificate come affette da decadimento cognitivo lieve, 739 (10,3%) da probabile demenza e 1.533 (21,3 %) da perdita cognitiva. I tassi di incidenza per 1.000 persone-anno erano 15,3 casi per deterioramento cognitivo lieve, 9,7 casi per probabile demenza e 20,3 per la perdita cognitiva. SBP e PP elevate erano significativamente associate a un aumento del rischio di deterioramento cognitivo lieve e perdita cognitiva. Le donne con ipertensione, ma con SBP controllata inferiore a 120 mmHg non avevano un rischio significativamente aumentato di deterioramento cognitivo lieve e di perdita cognitiva rispetto alla normotensione. Le donne in trattamento antipertensivo con PP inferiore a 50 mmHg non presentavano un rischio significativamente più elevato di deterioramento cognitivo lieve e di perdita cognitiva. Non c’erano associazioni significative tra ipertensione, SBP o PP e probabile demenza.

“Il controllo intensivo di ipertensione, SBP e PP può preservare la salute cognitiva nelle donne anziane. Rimane tuttavia incerto quale livello di pressione arteriosa controllata riduca il rischio di deterioramento cognitivo” concludono gli autori.

Lancet Healthy Longev. 2022 Jan;3(1):e42-e53. doi: 10.1016/s2666-7568(21)00283-x. Epub 2022 Jan 5.

22/08/2021

Covid, gli USA annunciano la terza dose a otto mesi dalla seconda. Ma l’ipotesi divide gli esperti italiani
In Israele e Serbia il richiamo è già realtà. Contraria la rivista Nature che si è fatta promotrice di un appello per fermare la somministrazione della terza dose di vaccino prima di dati solidi. Per Massimo Galli «è una fuga in avanti», mentre per Fabrizio Pregliasco «serve un rinforzo della protezione per tutti»

di Giovanni Cedrone
Covid, gli USA annunciano la terza dose a otto mesi dalla seconda. Ma l’ipotesi divide gli esperti italiani
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La lunga battaglia contro il Covid sembra lontana dalla conclusione. L’arrivo dei vaccini alla fine del 2020 aveva fatto sperare in una rapida uscita dalla pandemia, ma i fatti per ora dicono che nonostante un numero di immunizzati sempre più grande i contagi a livello globale non si fermano: dal Giappone agli USA, dalla Corea del Sud alla Nuova Zelanda, il Sars-Cov-2 sembra riuscire sempre a trovare il modo di rialzare la testa. Nel mondo sono stati registrati oltre 4,4 milioni di nuove segnalazioni solo nell’ultima settimana, che portano il totale dall’inizio dell’epidemia a 206 milioni di casi. Anche per questo esperti e scienziati di tutto il mondo si interrogano sull’opportunità di somministrare una terza dose di vaccino, soprattutto in quei paesi dove il primo ciclo è stato già completato da una vasta fascia della popolazione.

A muoversi per prime sono state le case farmaceutiche Pfizer e BioNTech che hanno annunciato di aver presentato all’agenzia statunitense Food and Drug Administration (FDA) i dati iniziali della loro sperimentazione a supporto della valutazione della terza dose di vaccino anti-Covid per una futura autorizzazione di questo richiamo in persone dai 16 anni in su. I primi dati mostrano un livello di anticorpi neutralizzanti “significativamente” più alto contro il virus Sars-Cov-2 iniziale e le varianti Beta e Delta in chi ha ricevuto un ulteriore richiamo, rispetto ai livelli osservati dopo due dosi.

Anche il governo italiano starebbe pensando a tre fasi per somministrare la terza dose, partendo dalle categorie più a rischio: da ottobre si potrebbe iniziare con i soggetti immunodepressi gravi ed i malati oncologici guariti da almeno sei mesi, prima di Natale potrebbe toccare al personale sanitario, ed a gennaio alle forze dell’ordine, agli over 80 e ai fragili. Per il momento però nulla è stato ancora deciso.

Da Israele agli Usa, chi è già partito con la terza dose
In Israele, dove si è recentemente registrato un nuovo balzo nei contagi con 8.646 nuovi casi positivi giornalieri (il dato più alto dalla fine di gennaio) è partita una campagna per somministrare una terza dose di vaccino a ultra cinquantenni, persone fragili e personale sanitario. Finora la terza dose ha riguardato un milione di persone. Su 9,3 milioni di abitanti, nello stato ebraico oltre il 58% ha ricevuto almeno due dosi di vaccino.

Il 17 agosto è partita la somministrazione della terza dose di vaccino contro il Covid-19 anche in Serbia. Una volta trascorsi 180 giorni dalla ricezione della seconda dose tutti i cittadini vaccinati potranno ricevere la terza. Dall’inizio dell’epidemia sono 733.332 le persone contagiate dal coronavirus in Serbia mentre sono 7.174 le vittime accertate.

Infine gli Stati Uniti, dove i casi e le ospedalizzazioni stanno di nuovo aumentando. La portavoce della Casa Bianca, Jen Psaki, ha annunciato che i residenti negli USA potranno farsi un terzo vaccino a otto mesi dalla seconda dose di Pfizer o Moderna. Si partirà, dopo l’autorizzazione da parte dell’FDA che dovrà valutare sicurezza ed efficacia del richiamo, il 20 settembre da immunocompromessi e anziani per arrivare a tutti i cittadini.

Dal settembre anche Germania, Francia e Gran Bretagna offriranno il richiamo a pazienti fragili, ospiti delle Rsa e personale sanitario.

Il dibattito scientifico, tra favorevoli e scettici
L’opportunità della terza dose sembra dividere gli esperti italiani. A insinuare dei dubbi è stata anche la rivista “Nature” che ha rilanciato l’appello dell’Organizzazione Mondiale della Sanità per la sospensione delle terze dosi di vaccino anti-Covid, sottolineando come l’efficacia del richiamo non sia stata ancora provata. «In un periodo di relativa scarsità dei vaccini, la decisione di somministrare le terze dosi deve essere guidata da un’attenta analisi dei costi-benefici, compreso il rischio di ritardare la somministrazione di dosi invece necessarie in altri Paesi maggiormente vulnerabili» si legge sulla prestigiosa rivista.

A supportare l’ipotesi è stato il Presidente dell’Istituto Superiore di Sanità Silvio Brusaferro, che in una intervista a Il Mattino ha spiegato che «il richiamo deve esser fatto quando la protezione vaccinale diminuisce. Oggi il dibattito è aperto e si sta valutando la copertura immunitaria: se necessario sarà quindi definita una terza dose. Ad oggi non ci sono ancora elementi certi ma il consenso nella comunità scientifica riguarda invece il richiamo necessario per le persone immunodepresse, che hanno un sistema immunitario più fragile».

Sulla stessa lunghezza d’onda anche l’immunologo Fabrizio Pregliasco, docente dell’Università Statale di Milano, che si è lanciato anche in una previsione: «È ipotizzabile che da noi le terze dosi si facciano tra ottobre e novembre. Credo che ora sia da fare la vaccinazione per tutti, anche per i bambini, e che ci sia anche la necessità di un rinforzo della protezione per tutti. Poi nel prossimo futuro, se noi lavoriamo bene adesso potremo magari non prevedere un richiamo tutti gli anni nei prossimi anni».

Sul tema è intervenuto sul Corriere della Sera di questa mattina Giovanni Rezza, direttore del dipartimento Prevenzione del ministero della Salute: «Sulla terza dose, per ora – ha scritto – conviene astenersi dal solito dibattito fra pro e contro, iniziando a programmare gli eventuali richiami, da effettuare in maniera graduale, sulla base delle necessità e delle evidenze scientifiche».

Più scettico invece Massimo Galli, docente di Malattie infettive all’Università Statale e primario al Sacco di Milano, che all’Adnkronos Salute lancia seri dubbi sulla necessità della terza dose: «Per il momento non ho ancora abbastanza elementi per poter prendere una posizione a favore. E mi sembra una fuga in avanti, un modo per giustificare anche quello che ancora non sappiamo sui tempi di copertura dopo la seconda dose. Correre in avanti, facendo un’altra dose, non so quanto vantaggio porti a chi risponde bene al vaccino. E, soprattutto, a quanto serva realmente a chi risponde male o affatto. Questi ultimi se non hanno avuto una buona risposta a due dosi non è detto che possano rispondere bene a una terza».

Ragionamento analogo quello di Francesco Vaia, direttore sanitario dello Spallanzani, che in un video pubblicato su Facebook parla di ragionamento «fuorviante» in questo momento.

Infine, anche Matteo Bassetti, direttore della clinica di Malattie infettive dell’ospedale San Martino di Genova, frena sull’ipotesi terza dose: «Non va proposta come una dose per tutti. Sarebbe un errore perché c’è chi non ne ha assolutamente bisogno. Non può essere che a otto mesi la facciamo a tutti indistintamente. Io sono assolutamente contrario» spiega all’Adkronos Salute. E poi aggiunge: «Negli Stati Uniti si parla di una terza dose tra 6 e 12 mesi, ma un conto è a 6 mesi e un conto è a 12. A un anno di distanza siamo tutti d’accordo che probabilmente buona parte di noi dovrà fare la terza dose, che poi è quella di richiamo che si fa una volta all’anno. Discorso diverso invece per quelli in cui, anche prima dei 6 mesi, potrebbe essere necessario fare la terza dose».

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