dott.ssa Rosella De Leonibus, psicologa-psicoterapeuta

dott.ssa Rosella De Leonibus, psicologa-psicoterapeuta Psicologa-psicoterapeuta libera professionista, didatta e supervisor in Psicoterapia della Gestalt

Psicologa-psicoterapeuta libera professionista, didatta e supervisor in Psicoterapia della Gestalt, insegno per i Corsi quadriennali post-lauream di specializzazione in Psicoterapia della Gestalt dell’IPGE, Istituto di Psicoterapia della Gestalt Espressiva (sedi di Perugia e Roma) e di SinaPsi, Istituto di Psicoterapia della Gestalt di Cagliari. Formata in EMDR, associata SIPSIOL, FIP, SIPG e EMDR Italia, mi occupo, oltre all’attività clinica, di formazione in ambito educativo, sociale e sanitario. Sono supervisor di equipe professionali e di gruppi di lavoro dal 1992. In ambito clinico lavoro con adulti, adolescenti, coppie, famiglie e gruppi. In ambito extra clinico mi occupo di tematiche di formazione all’intercultura, genere, genitorialità, dinamiche di gruppo, affettività, leadership, gestione dei conflitti, progetti di prevenzione, comunicazione sociale. Organizzo e partecipo a convegni e incontri di studio, conferenze pubbliche e attività culturali in ambito psicologico. Oltre a centinaia di articoli e di interventi in testi di altri autori, ho pubblicato 7 libri: Psicologia del quotidiano (2005), Cose da grandi-nodi e snodi dall’adolescenza all’età adulta (2006) e Pianeta coppia, così vicini così lontani (2011), editi da Roccalibri; P come paura (2009), C come coraggio (2010), Prendersi cura. Accogliere, sostenere e co-creare attraverso la relazione psicoterapeutica (2017) e Libere di essere? Dalla violenza di genere verso un nuovo rapporto tra donne e uomini (2019), editi da Cittadella Editrice. Collaboro con il periodico “Rocca” di Cittadella editrice dal 1990. Sono capo redattrice della rivista “La mente che cura” dell’Ordine degli Psicologi dell’Umbria. Sono referente regionale per l’Umbria e componente del Consiglio Direttivo della SIPSIOL. Sono consigliera ENPAP presso il Consiglio di Indirizzo Generale. Sono rappresentante degli psicologi liberi professionisti presso il sindacato AUPI Umbria. Sono socia fondatrice di LoveLife - Associazione per la promozione della salute sessuale. Sono componente della Commissione Integrata Ordine Psicologi Umbria - Università degli Studi di Perugia per la valutazione delle richieste di accreditamento di strutture e tutor per il Tirocinio Pratico Valutativo. LinkedIn: https://www.linkedin.com/in/rosella-de-leonibus-630b6657/
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08/03/2026

Oggi, in occasione della Giornata Internazionale della Donna, è importante riflettere sui progressi fatti e sui diritti che ancora mancano.

Nonostante l'impegno volto alla sensibilizzazione e al cambiamento, le donne in tutto il mondo continuano a lottare per l'uguaglianza, la giustizia e la libertà.

In molti paesi, le donne sono ancora vittime di discriminazioni, violenza e disuguaglianze. Sono private del diritto all'istruzione, al lavoro e alla salute. Sono costrette a subire abusi e violenze senza avere accesso alla giustizia.

Rivolgiamo un pensiero particolare alle donne nei paesi in guerra, che sono esposte a rischi estremi: violenza sessuale, traffico di esseri umani, sfollamento e povertà. La guerra non conosce genere, ma le donne ne pagano il prezzo più alto.

Rinnoviamo il nostro impegno come psicologhe e psicologi nel dare voce ai diritti delle donne.

Oggi e ogni giorno.

«Ho ucciso l’angelo del focolare.È stata legittima difesa.[…] Voi che appartenete a una generazione più giovane e più fe...
08/03/2026

«Ho ucciso l’angelo del focolare.
È stata legittima difesa.
[…] Voi che appartenete a una generazione più giovane e più felice forse non capite che cosa intendo per Angelo del focolare.
Proverò a descrivervela il più brevemente possibile.
Era infinitamente comprensiva.
Era estremamente accattivante.
Era assolutamente altruista.
Eccedeva nelle difficili arti del vivere familiare.
Si sacrificava quotidianamente.
Se c’era il pollo, lei prendeva l’ala; se c’era uno spiffero, ci si sedeva davanti lei; insomma era fatta in modo da non avere mai un pensiero, mai un desiderio per sé, ma preferiva sempre capire e compatire i pensieri e i desideri degli altri… […]
Ho ucciso l’angelo del focolare.
È stata legittima difesa.»

(Virginia Woolf)

Grazie Sara Pasquino per questa immagine!

07/03/2026

Lunedì 9 marzo alle 16.00
Piccolo Teatro di Collestrada
Parliamo di CONSENSO, con Casciarr , Sara Pasquino , la sottoscritta Rosella De Leonibus , Melelli, Schembari Sponticcia, e con il coro Le SPIne nel fianco, diretto da Faraglia

Margaret Mead, l’antropologa che dimostrò che i ruoli di genere sono una costruzione culturale,quando la scienza sostene...
07/03/2026

Margaret Mead, l’antropologa che dimostrò che i ruoli di genere sono una costruzione culturale,
quando la scienza sosteneva che le differenze tra uomini e donne fossero biologiche, viaggiò nel Pacifico per osservare altri modi di vivere e ciò che trovò trasformò il dibattito: i ruoli maschili e femminili non erano universali, bensì culturali.

Marta Cuadras

3 di marzo di 2026


Quando Margaret Mead iniziò le sue ricerche nel Pacifico del Sud negli anni Venti la scienza occidentale era convinta che le differenze tra uomini e donne fossero determinate dalla biologia. Il temperamento maschile sembrava inseparabile dall’aggressività, dalla leadership o dall’ambizione; quello femminile dalla tenerezza, dalla dipendenza o dalla cura. Tuttavia, Mead fu una delle prime voci a mettere in discussione questa presunta evidenza naturale. Pur non utilizzando ancora il termine “genere” nel suo significato attuale, i suoi studi gettarono le basi di un’idea rivoluzionaria: i ruoli maschili e femminili non sono universali, ma costruzioni culturali.

Per buona parte del XX secolo Margaret Mead divenne una delle intellettuali più influenti degli Stati Uniti. Antropologa, divulgatrice e figura pubblica, riuscì ad avvicinare lo studio delle culture umane al grande pubblico come poche scienziate della sua epoca. Alla sua morte, nel 1978, era l’antropologa più famosa del mondo e una delle donne più conosciute del Paese. Ma la sua eredità va ben oltre: trasformò il modo in cui l’Occidente pensava all’adolescenza, alla sessualità e alle differenze tra i sessi.

Una vita dedicata a comprendere altre culture
Margaret Mead nacque a Filadelfia nel 1901 in una famiglia profondamente legata al mondo accademico. Suo padre era professore di economia e sua madre era stata insegnante con una formazione in sociologia. Crebbe in un ambiente intellettuale che stimolò la sua curiosità fin da giovanissima. Dopo aver iniziato gli studi universitari alla DePauw University si trasferì al Barnard College e in seguito entrò alla Università di Columbia, dove si formò sotto l’influenza di Franz Boas e Ruth Benedict, due figure fondamentali dell’antropologia culturale.
Boas sosteneva che non esiste un’unica forma corretta di organizzare la vita sociale: ogni cultura doveva essere compresa a partire dai propri valori e non dai pregiudizi occidentali. Mead adottò questa prospettiva e la applicò a uno dei temi più dibattuti del suo tempo: l’adolescenza.

Samoa e il mito dell'adolescenza turbolenta
Nel 1925, a soli 24 anni, Margaret Mead si recò sull’isola di Tau, a Samoa, per studiare un gruppo di giovani donne nel pieno della transizione verso la vita adulta. Il suo obiettivo era rispondere a una domanda che sembrava scientifica, ma che in realtà nascondeva un profondo conflitto culturale: l’adolescenza è una fase inevitabilmente tormentata?

Negli Stati Uniti si era diffusa l’idea che la giovinezza fosse, per natura, un periodo di crisi, ribellione e angoscia. Psicologi come G. Stanley Hall sostenevano che tali conflitti fossero biologici e inevitabili. Mead sospettava il contrario: forse quelle tensioni non appartenevano alla natura umana, ma alla società industriale moderna.

Il risultato fu L'adolescente in una società primitiva. Uno studio psicologico della gioventù primitiva ad uso della società occidentale (1928), un libro che divenne un successo editoriale. Mead descriveva un’adolescenza molto diversa da quella occidentale: a Samoa, le giovani crescevano in un ambiente comunitario, flessibile e poco ossessionato dalla competizione. La famiglia non era un’unità chiusa, ma una rete estesa di parenti in cui i conflitti potevano stemperarsi senza drammi. Anche la sessualità non era circondata dallo stesso silenzio moralista tipico dell’Occidente. Le esperienze affettive e sessuali prematrimonialierano comuni e non generavano sensi di colpa né traumi.

Per Mead, la conclusione era chiara: l’adolescenza non è necessariamente una fase di crisi biologica. Può essere serena o conflittuale a seconda dell’ambiente culturale. Ciò che l’Occidente considerava “naturale” era, in realtà, il risultato di condizioni sociali specifiche.

Nuova Guinea: quando i ruoli si invertono
Pochi anni dopo Margaret Mead ampliò questa linea di ricerca al campo dei ruoli di genere. Nella regione del Sepik, in Nuova Guinea, studiò tre società e pubblicò Sesso e temperamento in tre società primitive (1935). Ciò che trovò sfidava le convinzioni occidentali. Tra gli arapesh uomini e donne condividevano un temperamento cooperativo e pacifico. Tra i mundugumor entrambi i sessi erano descritti come aggressivi e competitivi. E tra i tchambuli (oggi chiamati chambrí) i ruoli sembravano invertiti rispetto al modello occidentale: le donne occupavano posizioni dominanti e organizzative, mentre gli uomini mostravano maggiore dipendenza emotiva.

Margaret Mead en Nueva Guinea
Margaret Mead en Nueva Guinea
Margaret Mead en Nueva Guinea
A partire da queste osservazioni Mead sostenne che i tratti considerati “maschili” o “femminili” non erano intrinseci al sesso biologico, ma modelli culturali variabili. Non esisteva un’unica forma “naturale” di essere uomo o donna. Il patriarcato, quindi, non poteva essere presentato come una conseguenza inevitabile della biologia, ma come un’organizzazione sociale specifica. Questa distinzione tra sesso biologico e genere come costruzione sociale fu rivoluzionaria per la sua epoca. Pur non essendo ancora pienamente teorizzato il termine “genere”, Mead anticipò dibattiti che decenni più tardi sarebbero diventati centrali negli studi femministi.

Un'eredità attuale
Il suo lavoro apriva la possibilità di immaginare altre configurazioni sociali e di mettere in discussione la presunta universalità della dominazione maschile. Non mancarono le critiche. Alcuni contemporanei ritennero che le sue conclusioni fossero eccessivamente allineate al suo quadro teorico. Più tardi l’antropologo Derek Freeman mise in dubbio l’accuratezza delle sue osservazioni in Samoa. Tuttavia, al di là dei dibattiti metodologici, l’impatto di Mead fu indiscutibile: collocò la cultura al centro della spiegazione del comportamento umano.

Mead non fu una ricercatrice rinchiusa nell’università. Nel corso della sua vita combinò il lavoro scientifico con un’intensa vocazione divulgativa. Scrisse su riviste, tenne conferenze, apparve in televisione e applicò il suo sguardo antropologico a questioni contemporanee come l’educazione dei figli, la morale sessuale, i diritti delle donne e la politica statunitense.

Margaret Mead morì nel 1978, ma le sue domande restano vive. Se l’adolescenza non è inevitabilmente conflittuale, se la sessualità non si vive allo stesso modo ovunque, se la mascolinità e la femminilità cambiano a seconda del contesto, allora molte delle gerarchie che si presentano come naturali sono, in realtà, costruzioni culturali.

https://www.storicang.it/a/margaret-mead-lantropologa-che-dimostro-che-i-ruoli-di-genere-sono-costruzione-culturale_17897?fbclid=IwVERTSAQZeO9leHRuA2FlbQIxMABzcnRjBmFwcF9pZAwzNTA2ODU1MzE3MjgAAR6bmFbDLwVEpMsgH8LfY_ZUtQ6ZwsZUiSxB1ZeVdDBxL3mfL4uHTGzbxi5sxQ_aem_f8fR34feSFcix6umVeq1Ag&sfnsn=scwspwa

Quando la scienza sosteneva che le differenze tra uomini e donne fossero biologiche, viaggiò nel Pacifico per osservare altri modi di vivere e ciò che trovò trasformò il dibattito: i ruoli maschili e femminili non erano universali, bensì culturali

Missili nei cieli e paure dentro le case: come sostenere i ragazzi in un periodo di continue allerte?3 Marzo 2026Le imma...
07/03/2026

Missili nei cieli e paure dentro le case: come sostenere i ragazzi in un periodo di continue allerte?
3 Marzo 2026

Le immagini dei missili intercettati nei cieli di Dubai hanno riattivato in molte famiglie uno stato di allerta profonda. Anche quando il conflitto non ci tocca direttamente, la percezione di vicinanza, geografica, culturale, economica, rende tutto emotivamente più intenso.

Non è solo informazione. È esperienza emotiva condivisa.
Dopo anni segnati da una sensazione diffusa di instabilità globale, ogni nuova notizia di guerra sembra sommarsi alle precedenti, alimentando paura, disorientamento e un senso di imprevedibilità che mette a dura prova adulti e ragazzi.

Perché l’impatto sugli adolescenti è così forte?
Gli adolescenti non sono spettatori passivi. Leggono, si informano, scorrono video sui social: vogliono capire perché accade una guerra, chi decide, cosa potrebbe succedere dopo.

Ma dietro la richiesta di spiegazioni spesso si nasconde altro:

• il bisogno di ridurre l’angoscia

• il tentativo di contenere il senso di impotenza

• la paura che “possa succedere anche qui”

• la domanda silenziosa: “Siamo al sicuro?”

Quando un conflitto appare vicino o coinvolge luoghi percepiti come stabili e sicuri, si incrina l’idea che il mondo sia prevedibile. E per un adolescente, che sta già attraversando una fase di trasformazione interna intensa, questa instabilità esterna può amplificare l’ansia.

Servono le “parole giuste” e anche una relazione autentica.
Di fronte a eventi come l’impatto di missili su Dubai, molti adulti si chiedono: Cosa devo dire? Come glielo spiego?

La domanda è comprensibile, ma rischia di spostare il focus sul contenuto invece che sulla relazione.

Non esiste una formula valida per tutti. Ogni ragazzo è diverso per sensibilità, storia personale, modo di elaborare le emozioni. C’è chi è molto preoccupato e chi sembra indifferente; chi fa mille domande e chi si chiude nel silenzio.

Il punto centrale non è costruire una mini-lezione di geopolitica, né affrontare l’argomento come un dovere morale (“Adesso dobbiamo parlarne”). Il punto è aprire uno spazio di dialogo autentico.

“Tu cosa ne pensi?”

“Ti fa paura questa situazione?”

“Che idea ti sei fatto?”

E poi, soprattutto, ascoltare.

Spesso diciamo di ascoltare i ragazzi, ma fatichiamo davvero a tollerare ciò che esprimono: opinioni diverse dalle nostre, paure che ci mettono a disagio, rabbia verso il mondo adulto. Se un figlio chiede: “Può scoppiare una terza guerra mondiale?”, la tentazione è fornire una risposta rassicurante e definitiva.

Ma non sempre l’autenticità coincide con la rassicurazione assoluta.

Dire: “Non ho tutte le risposte. Anche io mi sento incerto, ma possiamo affrontare insieme quello che accade” è molto più contenitivo di una sicurezza artificiale.

Il tema del controllo (e dell’illusione di controllo)
Molti ragazzi vivono un senso di impotenza: non possono fermare una guerra, non possono decidere cosa faranno i governi, non possono prevedere il futuro.

Ma la verità è che nessuno ha il controllo totale. L’idea di una vita perfettamente pianificabile è un’illusione adulta.

Il compito dell’adulto di riferimento non è promettere che “andrà tutto bene” o che “è tutto sotto controllo”, ma aiutare il ragazzo a tollerare l’incertezza. A capire che la vulnerabilità fa parte dell’esperienza umana. A distinguere tra ciò che dipende da noi (informarci in modo equilibrato, prenderci cura della nostra salute, mantenere relazioni solide) e ciò che non dipende da noi.

La sicurezza non nasce dal controllo assoluto, ma dalla qualità della relazione.

Quando gli adolescenti non vogliono parlarne
Dopo un primo momento di forte coinvolgimento, alcuni ragazzi smettono di fare domande. Si chiudono, cambiano argomento, sembrano disinteressati.

Forzarli a parlare non aiuta.

Se un adolescente non vuole affrontare il tema, è importante rispettarlo. Possiamo però mantenere aperta la porta:

“Se ti andrà di parlarne, io ci sono.”

A volte il silenzio non è indifferenza, ma un modo per proteggersi dall’eccesso di emozioni.

Proteggere la salute psico-fisica
Per evitare che l’esposizione continua alle immagini di guerra diventi stress nocivo, è utile:

• limitare il bombardamento di notizie e notifiche

• evitare la visione ripetuta di video crudi o sensazionalistici

• mantenere routine quotidiane prevedibili

• favorire attività corporee che aiutino a scaricare la tensione

• creare momenti familiari di confronto non centrati solo sull’emergenza

La ripetitività delle immagini mantiene attiva l’amigdala, la centralina della paura. La relazione, la routine e la regolazione emotiva dell’adulto aiutano invece il sistema nervoso a tornare in equilibrio.

Come mettere al centro i bisogni dei ragazzi?
Ogni ragazzo ha un bisogno educativo speciale, unico. Non esistono indicazioni valide per tutti: né su quanto parlare di guerra, né su come rassicurare.

Ciò che fa la differenza è la disponibilità a:

• ascoltare davvero

• tollerare opinioni diverse dalle nostre

• accettare la nostra stessa vulnerabilità

• restare presenti senza invadere

Le immagini dei missili su Dubai, come ogni evento bellico che entra nelle nostre case attraverso gli schermi, possono generare paura e tensione. Ma possono anche diventare un’occasione per rafforzare la relazione educativa.

Non possiamo eliminare l’incertezza del mondo.

Possiamo però offrire ai ragazzi qualcosa di molto più potente: una presenza adulta autentica, capace di ascolto, capace di dire “non lo so” senza smettere di esserci.

di Chiara Antonini

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Non basta amarsi, bisogna respirare nello stesso sorriso.Puoi avere abbracci che cancellano il tempo,messaggi scritti co...
07/03/2026

Non basta amarsi, bisogna respirare nello stesso sorriso.

Puoi avere abbracci che cancellano il tempo,
messaggi scritti come preghiere,
sguardi che sembrano promesse di eternità.

Puoi avere una casa piena di fotografie
e un cuore che batte per qualcuno,
ma se non c’è risa a sporcarti il viso,
se non si ride fino a perdere il fiato,
l’amore si stanca.
Diventa un compito ben svolto,
un “ti amo” detto per abitudine,
una domenica silenziosa senza profumo di caffè.

Ridere è fare pace con la vita.
È dire “ci sono” senza parole,
è togliersi la corazza e restare,
imperfetti, nudi, meravigliosamente vivi.

Chi ti fa ridere ti ricuce.
Ti prende i pensieri neri
e li stende al sole come lenzuola.
Ti ricorda che la vita è fatta anche di inciampi
e che si può cadere con grazia,
se qualcuno ti tende una battuta invece di una mano.

Una risata è una rivoluzione che nasce in petto.
È il cuore che si sgranchisce,
è l’anima che si scrolla la polvere.
Non serve ricetta, né terapia:
è la medicina dei vivi.

Per questo bisogna difendere chi sa farti ridere.
Chi ti parla nella lingua segreta del gioco,
chi sdrammatizza l’irreparabile,
chi trasforma la paura in una scenetta buffa
e ti fa ridere proprio quando non dovresti.

Non è leggerezza, è coraggio.
È un “resta con me” nascosto dentro un sorriso.
È fede nel domani travestita da risata.

Perché in un mondo che pesa tutto,
ridere è scegliere la grazia.
È ricordarsi che siamo polvere di stelle
con il vizio meraviglioso di sorridere.

E allora sì,
l’amore da solo non basta.
Ci vuole chi ti faccia ridere
fino a dimenticare le paure,
chi ti riporti a casa senza dirlo,
chi ti faccia sentire che anche nel dolore
c’è spazio per un po’ di luce.

Ridere insieme
è l’ultima forma di miracolo
che ci è rimasta.

Luna Serrano

Grazie@Libr'aria

Non c'è scampo alla guerra, sono sempre i civili, e tra essi i più fragili, a pagarne il prezzo...grandissimo Gino Strad...
07/03/2026

Non c'è scampo alla guerra, sono sempre i civili, e tra essi i più fragili, a pagarne il prezzo...grandissimo Gino Strada!

C'è oggi nella vostra vita, o c'è stata in passato, una persona che vi abbia fatto sentire così?
07/03/2026

C'è oggi nella vostra vita, o c'è stata in passato, una persona che vi abbia fatto sentire così?

🏵️ Perché la psicoterapia conta quando il mondo è in fiamme, e perché i fioristi continuano a creare bouquet durante le ...
07/03/2026

🏵️ Perché la psicoterapia conta quando il mondo è in fiamme,
e perché i fioristi continuano a creare bouquet durante le crisi globali

🏵️ Quando il mondo è in fiamme, i fioristi tagliano e dispongono fiori. Si prendono cura del fogliame e ispezionano i boccioli, potano e regolano i gambi con cura. Mantengono i fiori idratati e compongono a mano bouquet personalizzati da esporre come testimonianza di bellezza nei momenti più grandi della vita e nei momenti più difficili.

🏵️ Quando il mondo è in fiamme, i dentisti eseguono devitalizzazioni e i meccanici sostituiscono le pastiglie dei freni e le maestre d'asilo dispongono i piccoli umani in cerchi per cantare l'alfabeto.

🏵️ Quando il mondo è in fiamme, i terapeuti siedono sulle loro poltrone e accolgono storie su attacchi di panico e divorzi, sogni d'infanzia e capi ipercontrollanti, pensieri di morte, e se perdonare o meno un padre arrabbiato. Prestano attenzione al contatto visivo e al desiderio di connessione, ai respiri profondi o superficiali, al sarcasmo e all'intelletto, alla vergogna al bisogno di certezza in un'esistenza assurda e incerta.

🏵️ Ora dopo ora, osservano, riflettono, si sintonizzano, esplorano e co-regolano.
Quando il mondo è in fiamme, la psicoterapia può sembrare priva di senso.

🏵️ Ma e se fosse proprio in questo momento che la terapia conta di più?

Nicole Arzt
7 marzo 2026

(da memes)

Queste non sono le consuete mimose dell'8 marzo.E' il dono di una donna a me in quanto donna, un dono che racconta il ri...
07/03/2026

Queste non sono le consuete mimose dell'8 marzo.
E' il dono di una donna a me in quanto donna, un dono che racconta il riconoscersi all'interno di un rapporto significativo, pur nella differenza di ruolo e di presenza.
Racconta un valore forte, spesso tra donne dimenticato, il valore della sorellanza.

(A proposito, sapevate che la mimosa è stata scelta nel 1946 come simbolo della giornata internazionale della donna, perché è un fiore poco costoso, facile da trovare, oltre che il fiore che i partigiani donavano alle staffette?)

DONNE OGGI, CONTRADDIZIONI ED EVOLUZIONIdi Rosella De Leonibus, da “Rocca” n. 4 del 15 febbraio 2026, rubrica “Psicologi...
06/03/2026

DONNE OGGI, CONTRADDIZIONI ED EVOLUZIONI
di Rosella De Leonibus, da “Rocca” n. 4 del 15 febbraio 2026, rubrica “Psicologia”
http://www.rocca.cittadella.org

Sempre giovane, mi raccomando, ma matura, saggia e affidabile. Madre esemplare, ma professionista ambiziosa. Ammiccante e sexy, ma seria e fedele. Magra e in forma, ma zero tempo per sé. Leader determinata, ma umile con gli uomini. Sovraccarica di responsabilità, ma serena e allegra. Cuoca e caregiver, ma trendy e alla moda. Superlaureata, ma con uno stipendio sottodimensionato. Vivace e propositiva, ma pronta a lasciare l’ultima parola agli uomini. Competente, ma silenziosa. Accudente ma autonoma. Buon reddito, ma gestione del denaro affidata al partner. Mai stanca, ma in perenne multitasking, h24, 7/7, 365/365.
La realtà quotidiana delle donne oggi, specialmente in Italia, è segnata da profonde contraddizioni tra evoluzione socioculturale e persistenti squilibri lavorativi e familiari. Queste tensioni emergono chiaramente dai dati recenti: un contesto di conquiste parziali mentre permangono barriere strutturali dure a cedere, aggravate da servizi insufficienti e stereotipi culturali profondamente radicati.

PROGRESSI CULTURALI E DISPARITÀ LAVORATIVE
Le donne italiane studiano di più e si laureano in percentuali superiori rispetto agli uomini, con un tasso di occupazione femminile in lieve crescita (53,4% nel 2025). Tuttavia, questo alto livello di preparazione non si traduce automaticamente in opportunità professionali adeguate. Il tasso di inattività femminile in Italia tra i 15 e i 64 anni raggiunge il 42,3%, contro il 24,3% degli uomini, mentre il gender pay gap posiziona l'Italia all'ultimo posto in Unione Europea. Molte donne ricorrono al part-time involontario o escono dal mercato del lavoro per motivi familiari, con 7,8 milioni di donne inattive in quella fascia d'età e disparità marcate tra Nord e Sud.

CONCILIAZIONE FAMIGLIA-LAVORO E STEREOTIPI CULTURALI
Una donna su cinque si trova a dover scegliere tra maternità e carriera, perché mancano servizi adeguati per l'infanzia. Se scegliesse di lavorare, avrebbe comunque sulle spalle il doppio carico (lavoro retribuito più cure familiari). Questo circolo vizioso limita l'occupazione delle madri, specie al Sud, e consolida le disuguaglianze accumulate nel tempo: il 42,6% delle madri tra 25 e 45 anni esce dal mercato del lavoro; il part-time è spesso involontario e precario, e i partner contribuiscono in modo sporadico alle faccende domestiche.
La definizione sociale dei ruoli di genere contiene profonde ambivalenze: le donne devono essere ambiziose nella professione, ma anche regine della casa, e quando il lavoro diventa scarso, sono gli uomini che lo mantengono o vengono assunti, Questa situazione induce le donne ad autolimitarsi e ad accettare come “normali” una serie di discriminazioni invisibili: circa il 44% delle donne adotta comportamenti autolimitanti per ragioni familiari, contro il 20% degli uomini.

IMPATTI PSICOLOGICI
Il doppio carico tra lavoro retribuito e cure familiari genera un multitasking estenuante, che amplifica lo stress cronico nelle donne italiane, con effetti psicologici profondi e differenziati per generazione. Secondo dati ISTAT del 2025, il 44% delle donne riporta alti livelli di stress lavoro-famiglia, contro il 20% degli uomini. Il "carico mentale" asimmetrico erode il benessere emotivo.
Questo stress si manifesta in forme di depressione, sentimenti di frustrazione, senso di ingiustizia e burnout, dove il perfezionismo (tipico delle Millennial) diventa sempre più faticoso da perseguire perché manca il sostegno familiare e sociale. La teoria dell'apprendimento sociale di Albert Bandura spiega come gli stereotipi culturali modellino l'auto-efficacia delle donne in formato ridotto: fatte proprie le richieste sociali e internalizzati ruoli multipli, le donne finiscono per adottare comportamenti autolimitanti (es. rinunciando alla carriera) per preservare l'armonia familiare.
L'ambivalenza cognitiva, generata dal conflitto tra le aspirazioni professionali e i compiti domestici, produce una dissonanza emotiva cronica, aggravata dalla scarsità di servizi per l'infanzia (solo 26% di copertura al Sud). Martin Seligman, nel suo modello PERMA, evidenzia come questa dinamica finisca per minare l'engagement e le relazioni positive, aumentando la vulnerabilità a disturbi d’ansia: la Generazione Z, ad esempio, riporta FOMO (paura di essere tagliate fuori) relazionale, intrecciata a climate anxiety, mentre le Baby Boomers sono appesantite da rimpianti tardivi, con bassa resilienza emotiva.
Sovraccariche, stanche, deluse, confrontate ogni giorno con compiti molto pesanti, mal retribuite e precarizzate, eppure istruite e consapevoli del proprio valore. Questi contrasti perpetuano un circolo vizioso: lo stress cronico riduce la produttività e scoraggia l'occupazione femminile rinforzando gli stereotipi di genere che vedono le donne meno centrate e attente nel lavoro, con una bassa agentività personale (è la capacità di una persona di agire intenzionalmente, esercitare un buon controllo sulla propria vita e influenzare il mondo circostante).

DIFFERENZE GENERAZIONALI
Le contraddizioni di ruolo si manifestano diversamente tra generazioni, con l'ambivalenza emotiva che evolve da rigida internalizzazione a fluidità conflittuale, al passo con la rapidità dei cambiamenti socioculturali.
Per le donne della generazione definita Baby Boomers (1946-1964), prevale l’ambivalenza tra sacrificio familiare tradizionale e aspirazioni professionali tardive: c’è molto orgoglio per aver "fatto tutto da sole", che però contrasta con i rimpianti per le carriere sacrificate, con una bassa tolleranza al fallimento emotivo e l’assunzione del ruolo materno in forme rigide.
Nella Generazione X (1965-1980) osserviamo la tensione tra un certo “pionierismo lavorativo” (è la prima generazione di donne che si sono laureate in massa) con il doppio carico che ne consegue: la fierezza per l’indipendenza si contrappone alla colpa per "non bastare" come madri, mentre il multitasking, non meso in discussione, genera sentimenti di rabbia repressa verso i partner assenteisti e accentua la crisi di mezza età.
Per le Millennial (1981-1996) è evidente un conflitto tra il perfezionismo desiderato e il burnout reale: desiderano un equilibrio autentico, ma il legittimo desiderio di "avere tutto" (carriera, figli, corpo in forma), si scontra con la mancanza di supporto dentro e fuori casa. Il risultato è ansia cronica e FOMO relazionale, un’alta consapevolezza di sé, affiancata alla difficoltà di prendere decisioni.
Nella generazione delle più giovani, la Generazione Z (1997-2012), l’ambivalenza assume toni fluidi e si sposta verso la performance: rifiutano gli stereotipi e i ruoli binari di genere, rifiutano la divisione tradizionale dei compiti, sono aperte anche alla gender fluidity, ma si trovano a oscillare tra l’attivismo femminista e l’auto-oggettificazione social. La vulnerabilità emotiva è elevata e il modello materno tradizionale viene già ampiamente superato.

FEMMINISMO E AMBIVALENZA
Il femminismo ha trasformato l'ambivalenza da conflitto interiore paralizzante a tensione dinamica e consapevole, spostando il focus dalla rassegnazione passiva alla rivendicazione attiva dei ruoli multipli e alla ridefinizione radicale dei ruoli di genere.
Si comincia negli anni '70 con la liberazione sessuale, la rivendicazione dell’uguaglianza economica, con l’esplicitare l'ambivalenza tra l’ "angelo del focolare" e le aspirazioni personali, rompendo il silenzio sul doppio carico e la repressione della sessualità. Le donne hanno cercato di oltrepassare i sentimenti di colpa individuale per arrivare ad una critica sistemica del patriarcato.
Gli anni '90-2000 sono gli anni del riconoscimento delle differenze, delle identità intersezionali (etnia, classe sociale, istruzione), dove l’ambivalenza diventa forza, dove la differenza diventa risorsa anziché deficit. C’era però già aria di neoliberalismo: cosa c’è di meglio di donne multitasking, produttive, mai stanche, ambiziose ma servizievoli? Che importa se questo amplificherà nuove tensioni tra la carriera e la cura?
Oggi il femminismo intersezionale e i movimenti per il contrasto alle tante forme della violenza di genere ridefiniscono l’ambivalenza come empowerment performativo: la Generazione Z ne è l’emblema, col suo rigetto di ogni forma di binarismo rigido e con il riconoscere la vulnerabilità e sviluppare una agentività condivisa, e infine con la novità dell’attivismo digitale, che canalizza i conflitti emotivi in reti solidali, contro il burnout sistemico.
Le contraddizioni di ruolo femminile hanno prodotto un'ambivalenza emotiva che il femminismo ha progressivamente ridefinito, da trappola interiorizzata si sta lavorando per trasformarla in strumento di analisi critica e in capacità di azione collettiva.
Ora tocca agli uomini procedere a passo veloce verso una ridefinizione della propria identità, verso l’uscita dagli stereotipi di genere, verso il superamento dei ruoli codificati, per incontrare le donne del futuro, che saranno intanto diventate molto più libere dalle trappole, dalle contraddizioni, dalle ambivalenze accumulate nella storia.

«Ho ucciso l’angelo del focolare.
È stata legittima difesa.
(…) Voi che appartenete a una generazione più giovane e più felice forse non capite che cosa intendo per Angelo del focolare.
Proverò a descrivervela il più brevemente possibile.
Era infinitamente comprensiva.
Era estremamente accattivante.
Era assolutamente altruista.
Eccedeva nelle difficili arti del vivere familiare.
Si sacrificava quotidianamente.
Se c’era il pollo, lei prendeva l’ala; se c’era uno spiffero, ci si sedeva davanti lei; insomma era fatta in modo da non avere mai un pensiero, mai un desiderio per sé, ma preferiva sempre capire e compatire i pensieri e i desideri degli altri…»
(Virginia Woolf)

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Rosella De Leonibus

Psicologa-psicoterapeuta libera professionista, didatta e supervisor in Psicoterapia della Gestalt, insegno nel Corso Quadriennale di Specializzazione in Psicoterapia della Gestalt Espressiva dell’IPGE - sedi di Roma e Perugia. Formata in EMDR, associata SIPG e EMDR Italia, mi occupo, oltre all’attività clinica, di formazione in ambito educativo, sociale e sanitario. Sono supervisor di equipe professionali e di gruppi di lavoro dal 1992. In ambito clinico lavoro con adulti, adolescenti, coppie, famiglie e gruppi. In ambito extra clinico mi occupo di tematiche di formazione all’intercultura, genere, genitorialità, affettività, gestione dei conflitti, progetti di prevenzione, comunicazione sociale. Co-fondatrice della Ass. Cult. CIFORMAPER – Gestalt Ecology®, organizzo e partecipo a convegni e incontri di studio, conferenze pubbliche e attività culturali in ambito psicologico. Oltre a centinaia di articoli e di interventi in testi di altri autori, ho pubblicato 6 libri: "Psicologia del quotidiano" (2005), "Cose da grandi-nodi e snodi dall’adolescenza all’età adulta" (2006) e "Pianeta coppia, così vicini così lontani" (2011), editi da Roccalibri; "P come paura" (2009), "C come coraggio" (2010), "Prendersi cura. Accogliere, sostenere e co-creare attraverso la relazione psicoterapeutica" (2017) e "Libere di essere? Dalla violenza di genere verso un nuovo rapporto tra donne e uomini" (2019), editi da Cittadella Editrice. Collaboro con il periodico “Rocca” di Cittadella editrice dal 1990. Presso l’Ordine degli Psicologi sono capo redattore della rivista “La mente che cura”. LinkedIn: https://www.linkedin.com/in/rosella-de-leonibus-630b6657/ Facebook (profilo): https://www.facebook.com/profile.php?id=100009534751627