27/04/2026
GIOCO SIMBOLICO
Il potere nascosto del far finta: lo studio che lega il gioco simbolico alla salute mentale dei bambini
Forse una via che collega il iovo simbolico alla salute mentale dei bambini è nella teoria della "cognizione incarnata", secondo cui il pensiero non è un’entità astratta e disincarnata, ma è profondamente radicato nell’azione fisica e nella percezione.
C’è un momento, nello sviluppo di ogni bambino, in cui una semplice scatola di cartone smette di essere un contenitore e diventa un castello, una navicella spaziale o il rifugio segreto di un animale immaginario.
Quel gesto apparentemente insignificante, quell’istante in cui la realtà viene sospesa e sostituita da un mondo possibile, ha un nome preciso: gioco di finzione, o gioco simbolico. E secondo una ricerca australiana, la sua importanza potrebbe andare molto oltre lo sviluppo cognitivo o la semplice creatività.
Uno studio longitudinale pubblicato sulla rivista Early Childhood Education Journal ha infatti rilevato che i bambini di 2-3 anni con una maggiore capacità di impegnarsi in questo tipo di gioco mostrano meno problemi di salute mentale sia a 4-5 anni che a 6-7 anni. Non si tratta di un’osservazione estemporanea: i ricercatori hanno analizzato i dati di 1.426 bambini partecipanti al Longitudinal Study of Australian Children, uno dei programmi di ricerca più importanti al mondo per seguire nel tempo lo sviluppo infantile in tutte le sue sfaccettature.
Il team ha messo a confronto le valutazioni fornite da educatori della prima infanzia e caregiver primari sulle abilità di gioco simbolico dei bambini a 2-3 anni con i successivi punteggi ottenuti nel Strengths and Difficulties Questionnaire, un questionario ampiamente utilizzato per identificare difficoltà internalizzanti come ansia e tristezza, ed esternalizzanti come iperattività e comportamenti oppositivi.
Ciò che è emerso è un’associazione statisticamente significativa, seppur di intensità moderata: chi a due o tre anni sapeva trasformare un cucchiaio in una bambola o una coperta in un mantello magico, tendeva a stare meglio dal punto di vista emotivo e comportamentale anche diversi anni dopo.
E questa associazione è rimasta solida anche dopo aver tenuto sotto controllo fattori cruciali come lo stato socioeconomico della famiglia, la salute mentale della madre, le competenze linguistiche del bambino e la qualità del legame di attaccamento con chi se ne prende cura.
Quello che rende la ricerca particolarmente interessante è lo sguardo lungo che adotta. Studi precedenti avevano già suggerito che il gioco di finzione può portare benefici immediati alla regolazione emotiva, ma pochi avevano dimostrato un effetto predittivo così esteso nel tempo, fino all’ingresso nella scuola primaria, un momento della vita carico di nuove sfide sociali e accademiche.
I bambini più abili nel far finta a 2-3 anni, quelli capaci di usare un oggetto per rappresentarne un altro o di inventare storie insieme ai compagni, hanno ottenuto punteggi migliori sia nelle scale di internalizzazione che in quelle di esternalizzazione. Ed è interessante notare che questo risultato è stato confermato sia dalle osservazioni degli educatori sia, in misura leggermente minore, dai resoconti dei genitori.
Ma la ricerca riserva anche una sorpresa, e di quelle notevoli. Gli autori si erano chiesti: qual è il meccanismo che trasforma il semplice atto di far finta in un fattore protettivo per la salute mentale? L’ipotesi iniziale, ragionevole e sostenuta da molte teorie psicologiche, puntava sulla regolazione emotiva, cioè la capacità di riconoscere, esprimere e modulare le proprie reazioni affettive.
E invece, contrariamente alle aspettative, le analisi statistiche hanno escluso questa strada. Il gioco di finzione a 2-3 anni non migliorava in modo significativo le competenze di regolazione emotiva misurate a 4-5 anni, e queste ultime non spiegavano il legame con la salute mentale successiva.
Cosa potrebbe esserci, allora, sotto la superficie? Gli studiosi avanzano alcune ipotesi affascinanti. Una di queste si richiama alla teoria della cognizione incarnata, secondo cui il pensiero non è un’entità astratta e disincarnata, ma è profondamente radicato nell’azione fisica e nella percezione.
Quando un bambino finge di dare da mangiare a una bambola o di guidare una macchina fatta con un cuscino, il suo cervello non si limita a immaginare: attiva davvero le stesse aree motorie che si metterebbero in moto se l’azione fosse reale.
In particolare, durante il gioco di finzione vengono reclutate regioni come la corteccia motoria e il solco temporale superiore, aree che sono coinvolte anche nell’empatia e nella regolazione dell’ansia. Forse è proprio questa attivazione neurobiologica, più che una consapevole e volontaria gestione delle emozioni, a generare benefici duraturi.
Oppure, in alternativa, il gioco simbolico potrebbe favorire lo sviluppo di competenze sociali, narrative e di problem solving che, senza passare esplicitamente per la regolazione emotiva, aiutano comunque il bambino a navigare le difficoltà della vita.
Naturalmente, nessuna ricerca è perfetta, e anche questo studio presenta le sue limitazioni.
La misurazione del gioco di finzione si basa su sole tre domande poste agli educatori: un approccio che, per quanto pratico in uno studio su larga scala, non può cogliere la ricchezza, la varietà e la complessità del fenomeno. Inoltre, il campione analizzato proviene da bambini che frequentavano servizi per l’infanzia e appartiene a famiglie con uno status socioeconomico leggermente superiore alla media australiana.
Questo significa che i risultati potrebbero non essere facilmente generalizzabili a popolazioni più svantaggiate o a contesti in cui l’accesso all’educazione prescolastica è limitato. I ricercatori sottolineano anche un punto metodologico: per quanto il disegno longitudinale e il controllo di numerose variabili confondenti rendano l’ipotesi di una relazione causale più solida di una semplice correlazione, solo futuri studi randomizzati potranno stabilire con certezza che potenziare il gioco di finzione migliori effettivamente la salute mentale.
Insomma, la prudenza scientifica resta d’obbligo.
Detto questo, le implicazioni per le politiche educative sono piuttosto chiare. Garantire a tutti i bambini l’accesso a esperienze prescolastiche di alta qualità che supportino lo sviluppo del gioco simbolico potrebbe rappresentare una strategia concreta per ridurre il rischio di difficoltà emotive e comportamentali negli anni della scuola primaria.
Ma c’è un’avvertenza importante: non tutti gli interventi sono uguali. Trasformare il gioco di finzione in un’attività eccessivamente strutturata, con obiettivi didattici precisi e risultati attesi, rischia di soffocare proprio quella libertà di scelta e iniziativa che sembra essere il motore dei suoi benefici.
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