Chiara Chiapperini-Studio di Psicologia Clinica e di Consulenza Filosofica

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Chiara Chiapperini-Studio di Psicologia Clinica e di Consulenza Filosofica Chiara Chiapperini - Studio di Psicologia Clinica e di Consulenza Filosofica

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19/04/2026

Il modello psicoterapeuticocentrico ha spesso come effetto collaterale la rigidità teorica. Questo avviene quando il modello è interiorizzato come unica legittima maniera per leggere il funzionamento umano. Il rischio è quello di adattare le persone alla teoria invece di usare la teoria al servizio delle persone.
La formazione può trasformarsi in addestramento che mira alla conferma del modello e alla semplificazione del comportamento del paziente per cui ciò che esula dal modello viene interpretato come resistenza, difesa, mancanza di insigh.
A volte nel terapeuta c'è una iperidentificazione con il modello e la propria scuola. Sono i casi in cui la formazione restringe lo sguardo. Sono i rischi di una formazione non accompagnata da prudenza clinica, supervisione reale e senso del limite, difficoltà a tollerare il dubbio, paura di dissentire dall'autorità formativa.

17/04/2026

Come scrive Aldo Carotenuto, la liberazione del paziente avviene attraverso la libertà del terapeuta. Se un terapeuta usa certe tecniche che ha appreso in modo acritico, se non opera con creatività nel campo dei sentimenti e delle emozioni, non può aiutare il paziente a conquistare la libertà perché lui stesso non è libero.

12/04/2026

MADRI STRESSATE E PSICOLOGIA DELLA COLPA

C’è una scena che si ripete, silenziosa e normalizzata, in gran parte del mondo occidentale: una donna attraversa la gravidanza lavorando fino a poche settimane dal parto, partorisce in un ambiente tecnicamente efficiente ma affettivamente deprivato, rientra a casa con un neonato e, nel giro di poche settimane, si ritrova sola a sostenere un compito biologicamente e psicologicamente immenso.
Questa scena non viene percepita come anomala. È considerata normale. Ed è proprio questa normalità a costituire il problema.

LA SOLITUDINE ORGANIZZATA
Nelle società urbanizzate, la maternità si svolge dentro un dispositivo paradossale: altamente assistito sul piano medico, ma profondamente carente sul piano relazionale.
Durante la gravidanza, la donna continua a lavorare secondo ritmi produttivi pensati per uomini o per donne non gravide. Il parto avviene in contesti ospedalieri che garantiscono sicurezza, ma che, per ragioni organizzative, limitano la presenza delle figure affettive significative.

Per decenni – e in parte ancora oggi – madre e neonato sono stati separati subito dopo la nascita. E anche quando questa pratica è stata corretta, resta un dato strutturale: la donna, una volta uscita dall’ospedale, torna in uno spazio domestico isolato, privo di quella rete di supporto che ha caratterizzato per millenni la crescita umana.

A pochi mesi di vita, il bambino viene inserito in un asilo nido. Non per una scelta ponderata, ma per una necessità economica e sociale e perché una madre che non lo fa viene ormai considerata “arretrata”, cioè una sciocca, se non persino “snaturata”, cioè una “cattiva madre”. Una buona parte della pedagogia, infatti, invita all’autonomizzazione precoce: il bambino deve imparare a stare da solo, a dormire da solo, a contenersi.

Si tratta di una vera e propria inversione del bisogno biologico. Nei primi mesi di vita, il bambino non ha bisogno di autonomia: ha bisogno di dipendenza intensa, continua, regolata da presenze adulte stabili e affettivamente disponibili.

IL BAMBINO NARCISISTA: UN MITO SCIENTIFICO
A questa organizzazione sociale si è affiancata, per lungo tempo, una teoria psicologica che l’ha giustificata: l’idea che il bambino nasca narcisista, cioè incapace di relazione, chiuso nella propria pulsione, orientato solo alla soddisfazione dei bisogni primari.
Secondo questa visione, il neonato non riconosce l’altro come persona. La madre è solo un mezzo. Il legame affettivo sarebbe una conquista tardiva, ottenuta attraverso frustrazioni e adattamenti.

Questa teoria, sostenuta da figure di enorme prestigio come Anna Freud e Melanie Klein, ha inciso profondamente sulla cultura psicologica del Novecento. Una teoria che fa del bambino un “piccolo mostro” di egoismo, dal quale occorre difendersi precocemente: con l’autonomizzazione, l’asilo precoce, la psicoanalisi infantile e la neuropsichiatria.

Ma questo occorre dirlo con chiarezza: si tratta di una costruzione teorica arbitraria, che non regge alla prova dell’osservazione diretta.
Gli studi di infant research, a partire dagli anni Sessanta, hanno mostrato qualcosa di radicalmente diverso: il bambino nasce predisposto alla relazione. Cerca lo sguardo, risponde al volto, si sintonizza con la voce, è capace di proto-dialoghi affettivi già nelle prime settimane di vita.
Autori come John Bowlby, Daniel Stern, Alice Miller, Edward Tronick, Colwyn Trevarthen hanno contribuito a ribaltare il paradigma: il bambino non è un essere egocentrico da socializzare, ma un essere relazionale che ha bisogno di relazione per esistere.

LA MADRE SOVRACCARICA
Se il bambino è relazionale, allora il suo sviluppo dipende dalla qualità e dalla quantità delle interazioni affettive. E qui emerge il nodo cruciale: una madre sola non basta.
Non perché sia inadeguata, ma perché il compito è eccessivo. Si tratta di una situazione di sovraccarico sia fisico che emotivo.
La madre moderna si trova a svolgere contemporaneamente funzioni che, nel corso dell’evoluzione, erano distribuite su più figure:

• nutrire
• contenere emotivamente
• stimolare
• regolare i ritmi
• rispondere ai segnali
• gestire la propria fatica

In condizioni di isolamento, questo carico diventa rapidamente insostenibile. Compare lo stress, la stanchezza cronica, talvolta la depressione post-partum.
E qui interviene la psicologia della colpa.

DALLA FATICA ALLA COLPA
Invece di riconoscere il sovraccarico strutturale, la cultura psicologica dominante tende a individualizzare il problema.
Se la madre è stanca → è colpa sua, perché non regge emotivamente.
Se il bambino è agitato → è colpa di entrambi: c’è un difetto genetico o un errore educativo.
Se la relazione è difficile → è colpa della madre: c’è un deficit affettivo.

Il passaggio è sottile ma decisivo: da un problema di contesto si scivola a un problema di persona.
E la madre finisce per interiorizzare questo sguardo accusatorio. Si osserva, si giudica, si corregge. Si scinde tra una parte che agisce e una che valuta. E il rapporto con il bambino, invece di essere uno spazio di esperienza condivisa, diventa un campo di prestazione.
Nel frattempo, il bambino percepisce la tensione. E reagisce. E la sua reazione viene letta come ulteriore prova che qualcosa non funziona.
Si crea così un circuito chiuso:
stress materno → reazione del bambino → colpa materna → ulteriore stress condiviso.

A questo punto la madre è pronta o a precocizzare e adultizzare il suo bambino o andare in depressione; e il bambino è pronto a sviluppare ansia, depressione, iperattività, e vari disturbi neuropsicologici o alimentari che con uno sviluppo sano sarebbero rimasti latenti.

UNA SCIENZA AL SERVIZIO DELL'ADATTAMENTO
Per decenni, la psicologia e la psicoterapia hanno contribuito – diciamo pure in buona fede e inconsapevolmente – a sostenere questo sistema. Hanno naturalizzato la famiglia nucleare. Hanno ridotto il contesto a sfondo. Hanno trasformato bisogni relazionali in variabili individuali.
In questo modo, hanno finito per assecondare esigenze sociali più ampie:

• la trasferibilità delle persone (emigrazione a fini economici)
• la produttività economica (madri che tornano presto al lavoro)
• la creazione di servizi a pagamento (neuropsichiatri, psicologi, asili nido)
• la riduzione dei legami affettivi intensi (ideologicamente inappropriati)
• l’adattamento precoce alle istituzioni (educazione normativa).

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: le società occidentali sono oggi le più dotate di servizi psicologici e, allo stesso tempo, le più attraversate da disturbi psichici.
Non è un paradosso. È una conseguenza.
Occorre ammettere che la civiltà che ha creato la psicologia e i suoi servizi è anche l’UNICA che ha separato la madre dal neonato. Non lo avevano fatto nemmeno le società guerriere.

RIPENSARE IL PROBLEMA
Non si tratta di rimpiangere il passato né di proporre modelli irrealizzabili. Si tratta di rimettere al centro una verità semplice:

• il bambino nasce relazionale
• ha bisogno di più figure adulte
• la madre non può essere lasciata sola
• il contesto conta quanto – e spesso più – dell’individuo.

Finché continueremo a spiegare la sofferenza con la sofferenza, finché continueremo a cercare nella madre ciò che appartiene al sistema, la colpa continuerà a circolare dove dovrebbe esserci comprensione.
E la maternità, invece di essere un’esperienza vitale e condivisa, resterà ciò che oggi troppo spesso è: un compito solitario, carico di emozioni e di fatica, attraversato da un senso di inadeguatezza e di impotenza che non dovrebbe accompagnare le fasi più delicata della vita: la creazione e lo sviluppo di un essere umano.

Nicola Ghezzani
Visita il mio sito:
https://www.nicolaghezzani.it

12/04/2026

Bisogna saper accettare che in analisi non si può cambiare tutto, togliere il dolore e la sofferenza, risolvere tutto, dare risposte perfette.
Ma si può esserci con l'ascolto e la presenza. Con la fiducia che è qualcosa di grandemente prezioso. Per asciar vedere qualcosa, per permetterci di esserci. Per un nuovo sapere su di sè.

L'atto proprio dell'analista è l''interpunzione' cioè porre la punteggiatura giusta nel discorso del paziente per far em...
10/04/2026

L'atto proprio dell'analista è l''interpunzione' cioè porre la punteggiatura giusta nel discorso del paziente per far emergere un senso nascosto e produrre nuovi significati.

Spesso i pazienti superano alcune loro problematiche quando riescono ad ampliare le loro vedute, modificare la loro visione del mondo, acquisire una visuale 'dall'alto'.

Per ottenere questi effetti occorre un dialogo clinico che sappia servirsi di un approccio filosofico, dialogico e problematizzante.

Occorre saper prendere in esame la visione del mondo del paziente, lavorare insieme per renderla più consapevole, ricca, elevata.

Bisogna saper mettere in moto il pensiero.

15/03/2026

Avrai sempre problemi. Impara a goderti la vita mentre li risolvi.

Le persone non decidono il loro futuro, decidono le loro abitudini e le loro abitudini determinano il loro futuro.

Nella vita puoi controllare solo due cose: il tuo impegno e il tuo atteggiamento.

Non chiederti come iniziare. Inizia e poi chiediti come migliorare.

La felicità dipende meno dal piacere e più dal trovare un senso nella vita.

La vita diventa più difficile quando ti aspetti troppo dagli altri e poco da te stesso.

La vita diventa più semplice quando pretendi molto da te stesso e poco dagli altri.

La metà dei tuoi problemi esiste solo nella tua testa: a volte ingigantisci cose che in realtà sono piccole.

Non permettere a tre cose di controllare la tua vita: le persone, i soldi e il passato.

Ogni sfida nasconde un'opportunità. Se impari a cercarla, puoi trasformare una situazione negativa in qualcosa di positivo o, almeno, trarne qualcosa di utile.

Sii grato ogni giorno, perché anche quando pensi di non avere nulla per cui ringraziare, la tua vita merita un ringraziamento.

DAL WEB

14/03/2026

Non esistono persone da evitare ma relazioni da comprendere.

Bisogna capire cosa accade nell'incontro, cosa ognuno mette in campo nella relazione.

Bisogna chiedersi: che tipo di relazione sto costruendo?
essere consapevoli se c'è reciprocità e responsabilità.

A volte bisogna vivere la relazione, attraversarla per comprenderla fino in fondo, osservarla e imparare a capire se nutre o consuma, se fa vivere o distrugge.

Bisogna a volte lasciar andare senza disprezzare, con coraggio e dignità.

14/03/2026

Sigmund Freud ha definito la psicoanalisi come una “spurenwissenschaft”, una “scienza delle tracce”. Di cosa si tratta?
Il padre della psicoanalisi ha a lungo sottolineato l’importanza delle esperienze precoci nel determinare lo sviluppo psichico dell’individuo.
In particolare, Freud coglie le radici della nevrosi dell’adulto in quella che chiama “nevrosi infantile”, il cui ricordo è solitamente perduto nei meandri della memoria a causa della rimozione.
Tuttavia, le tracce di cui si occupa la psicoanalisi non sono simili a quelle che l’archeologo scopre nel suo lavoro di scavo. Certo, Freud ha più volte evocato l’archeologia come metafora della psicoanalisi; Freud tuttavia, evocando i resti perduti della città di Roma o di Pompei, intendeva sottolineare una forma particolare di traccia.
Il passato che Freud cerca di esplorare per comprendere la sofferenza nevrotica non è il passato della storia, inteso come mera successione di fatti.
A Freud infatti non interessa la semplice ricostruzione dei fatti storici. Allo psicoanalista interessa piuttosto quanto del passato è ancora vivo e attivo nel presente.
Nel lavoro di analisi infatti è in gioco l’esplorazione e la comprensione di un “passato che non passa”. In particolare, Freud osserva come non sia possibile ricostruire una vera e propria origine dei fenomeni o della vita psichica; piuttosto l’analisi fa sorgere l’importanza dell’intervallo che separa ciò che è accaduto dalla sua “lettura retroattiva”.
È la celebre nozione di “Nachträglichkeit”, che prevede la messa in parola, la ripresa a posteriori, dell’evento traumatico che viene così riformulato e sottratto all’incrostazione del passato per aprirsi al futuro. Questo lavoro, che avviene spontaneamente nell’elaborazione della vita psichica, viene ripreso anche in analisi.
Dal punto di vista della psicoanalisi la storia del soggetto non è quindi una semplice successione di eventi o di fasi; piuttosto l’analista lavora insieme all’analizzante nel dipanare una vera e propria matassa psichica fatta di sovrapposizioni, elementi che coesistono e si sovrappongono, di fatti e loro riletture.
Per questo Freud può affermare:
“Il dimenticato non è estinto ma solo "rimosso", le sue tracce mnestiche sono presenti in tutta la loro freschezza” (L’uomo Mosé)
Possiamo quindi dire che le tracce di cui si occupa la psicoanalisi sono importanti perché non sono semplici resti del passato, vestigia di un mondo perduto, privo di importanza per la dimensione psichica.
Piuttosto, le tracce di cui si interessa lo psicoanalista hanno a che fare con la commistione sempre presente tra elementi attuali e vestigia del passato che si nascondono nei sintomi, nelle parole e nel vissuto quotidiano del paziente. Si tratta in effetti di un passato che determina in modo attivo il presente del paziente, attraverso una logica che si mantiene costante al di là del passare del tempo.
Per Freud, l’esplorazione dell’inconscio si associa da una parte all’esperienza dell’incontro con lo straniero, con ciò che scardina le certezze dell’Io circa la propria identità; dall’altra l’emergere dell’interiorità si associa all’esperienza del disorientamento, del perturbante, del non familiare, definito da Freud “unheimlich”.
La ragione dell’inconscio infatti è vissuta come una ragione alternativa a quella dell’Io col quale il soggetto solitamente si identifica.
La visione freudiana trova potenti echi anche nella filosofia esistenzialista; ad esempio, il filosofo Jean-Paul Sartre ha definito l’infanzia un “tempo che non tramonta mai completamente” nell’esistenza umana, intesa come un romanzo che ciascun soggetto è chiamato costantemente a “riscrivere”.
Per approfondire:
-Sigmund Freud – “Il perturbante”;
-Paul Ricoeur – “Attorno alla psicoanalisi”;
-Massimo Recalcati – “Elogio dell’inconscio”.

07/03/2026

La psicologia è un work in progress. Uno dei compiti del terapeuta è sapersi muovere tra le diverse scuole, entro certi limiti tutte utili a comprendere il paziente. Per rimanere viva deve oscillare tra teoria, pratica e ricerca. Non posarsi mai.

01/12/2025

In terapia si riscoprono le polarità inespresse per dare loro voce, spazio e tempo; dopo l'emersione delle polarità represse bisogna integrare gli opposti fino alla consapevolezza della possibilità di muoversi in una sorta di continuum, tra i poli in base alle esigenze del momento. L'obiettivo della terapia è ampliare l'esperienza di essere sé stessi.

28/11/2025

Le diverse dottrine psicoterapeutiche non hanno poi grande importanza. Ogni psicoterapeuta capace sfiora anche tutti quei registri che non fanno parte della sua teoria.
Jung

30/10/2025

L'ansia, la depressione e tanti altri disagi psichici che spesso vengono a trovarci, forse lo fanno perchè ci siamo appiattiti, siamo diventati aridi, calcolatori.
Crediamo, a differenza dei bambini, che il mondo sia tutto qui. Loro, invece, "navigano" alla ricerca di mondi sconosciuti, fanno della magia il loro modo di essere nel mondo, interpretano tanti personaggi, cambiano nome, hanno amici immaginari, vivono nel regno delle fiabe.
Noi adulti, no: la nostra è una cultura che ha bandito l'invisibile. Dice Hillman: "Se l'ideologia di una cultura non lascia spazio all'altro, non dà credito all'invisibile, allora l'altro deve infilarsi nel nostro sistema psichico in forma distorta.
Questo dovrebbe farci riflettere sul fatto che, in realtà, certe disfunzioni psichiche andrebbero localizzate nella disfunzionale visione del mondo che pretende di giudicarle.

James Hillman, "Il codice dell'anima"

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