02/04/2026
A Perugia, certi pomeriggi di giugno avevano il colore preciso di questo cielo: arancio albicocca, nuvole lente a scivolare via. Sul quel prato ci portavano i prof a respirare un’idea di libertà, ad illuderci che diventare grandi fosse solo questo: stare seduti in cerchio, dire la propria, sentire il mondo a portata di voce. Gli zaini Invicta erano buttati sull’erba come piccoli stemmi di appartenenza, segnali muti di una giovinezza che allora ci sembrava normale e invece era già irripetibile. Si parlava di tutto con quella serietà sproporzionata e bellissima che hanno i ragazzi quando discutono di cose enormi. Ricordo la forza acerba delle nostre opinioni con cui volevamo spostare il peso del mondo.
Io indossavo le camicie di mio padre e dentro quel tessuto avanzato mi sembrava di abitare una versione ancora incompleta di me stessa. Ci sparivo dentro con una specie di tenerezza inconsapevole, come si sparisce nelle età di passaggio, quando non si è più bambini e non si è ancora niente di preciso. La scuola stava per finire e questo bastava a farci sentire leggeri, assolti, quasi immortali. C’era nell’aria quella vertigine quieta di fine anno, quel profumo di quaderni stanchi, di giornate che si allungavano, di vita che sembrava sul punto di cominciare davvero.
Le rondini strillavano sopra le nostre teste con una furia allegra. Io mi sdraiavo sull’erba con lo zaino sotto la testa e restavo lì, a guardare il cielo cambiare lentamente, mentre le voci degli altri si impastavano ai pensieri, al ronzio dell’estate vicina, a quella felicità senza nome.
Era quell’età in cui il futuro appariva roseo e tutto sembrava ancora possibile, e noi non ce ne accorgevamo. Era la giovinezza che ci passava accanto piano, con le sue impronte leggere, e intanto ci lasciava addosso la sua polvere d’oro, destinata a brillare molto dopo, quando sarebbe diventata nostalgia.