Riflessologia Plantare/Massaggi Federica Facondini-Pesaro

Riflessologia Plantare/Massaggi Federica Facondini-Pesaro Federica Facondini-Studio di Riflessologia Plantare dal2002
- Pesaro-

24/01/2026

IL SEGRETO DEL CORPO CHE SA

Un paradosso silenzioso abita i tessuti del corpo: la vera guarigione non nasce dall’intervento, ma dall’ascolto.
L’arte del non forzare non è assenza di cura, ma la sua forma più raffinata.

Mentre l’uomo moderno tenta di correggere il corpo come una macchina difettosa, l’osteopatia osserva un’altra verità: il corpo non chiede di essere guidato, ma liberato.

Quando la resistenza si dissolve, l’intelligenza biologica riprende a fluire.
Immaginate un diaframma che discute con la respirazione sul ritmo da adottare.

È l’allegoria perfetta del paziente che “vuole stare meglio”, senza accorgersi che il corpo ha già scelto la via dell’adattamento.

Le neurofisiologie contemporanee mostrano che la risposta motoria, viscerale ed emotiva precede la consapevolezza.

Il sistema nervoso autonomo agisce prima che la mente interpreti.
Il sintomo non è un errore: è una strategia.

Come direbbe un osteopata esperto, il corpo non sbaglia mai, compensa.
E ogni compenso è un atto di intelligenza.

Nel trattamento osteopatico, il principio del non fare non è passività, ma presenza calibrata.

Le mani non impongono, accompagnano.

Non dirigono il movimento: rimuovono l’ostacolo affinché il movimento emerga.

Un cranio che ritrova il suo ritmo, un viscere che recupera la sua mobilità, una fascia che smette di trattenere: sono esempi di azione senza sforzo, dove il cambiamento avviene senza volontà, come un respiro che torna naturale dopo un singhiozzo.

Il corpo entra allora in uno stato simile al flow:
la regolazione avviene senza controllo cosciente,
la correzione senza comando,
la guarigione senza lotta.

Quando l’osteopata insiste, il tessuto resiste.

Quando ascolta, il tessuto risponde.
Lo sforzo appartiene alla disfunzione, non alla salute.

Ogni tensione mantenuta è una storia non risolta, una difesa che ha dimenticato il suo scopo.

Forzare il rilascio equivale a chiedere a una cicatrice di dimenticare la sua origine.

La tecnologia medica lo conferma: i sistemi biologici più efficienti sono quelli autoregolanti, non quelli ipercontrollati.

Il corpo umano è il più sofisticato algoritmo di adattamento mai esistito.
Durante il trattamento profondo, quando il paziente smette di “fare”, si attivano circuiti arcaici di sicurezza e riparazione.

Il tono parasimpatico aumenta, la percezione interna si espande, il dolore perde identità.

Qui non c’è chi guarisce e chi viene guarito.

C’è solo un sistema che si riorganizza.
Le vere svolte cliniche arrivano spesso così:
“Non so cosa sia successo, ma qualcosa si è rimesso a posto.”
“È come se il corpo avesse deciso da solo.”

Ed è esattamente ciò che accade.
L’osteopata non è l’autore del cambiamento, ma il contesto che lo rende possibile.

Non è il regista, ma lo spazio in cui il corpo può smettere di recitare la parte del malato.

Immaginate di abitare un corpo senza la pressione di doverlo controllare.
Senza combattere il sintomo.
Senza correggere ogni sensazione.

La salute emerge quando il corpo non deve più difendersi da chi lo abita.

Le tradizioni manuali lo sanno da sempre:
quando la struttura è libera, la funzione si organizza;
quando il sistema è ascoltato, trova la via più economica.

Il paradosso è clinicamente sublime:
più smettiamo di aggiustare, più il corpo si aggiusta.
Più rinunciamo al controllo, più la risposta diventa precisa, elegante, funzionale.

Vivere senza sforzo corporeo non significa immobilità, ma risonanza biologica.

Diventare un sistema che vibra in accordo con la gravità, con il respiro, con il tempo.

Il futuro della salute potrebbe assomigliare a un corpo che sa aspettare:
stabile ma adattabile,
radicato ma fluido,
potente proprio perché non oppone resistenza.

Forse, la vera rivoluzione terapeutica non è fare di più sul corpo,
ma permettergli di ricordare come si fa.

E forse, l’osteopatia non cura:
toglie ciò che impedisce alla vita di fare il suo lavoro.

Ricevo a: Ferrara – Imola – Cesena – Padova – Bologna
📞 335 5884012

20/01/2026

NON DEVI TRATTENERTI

Trattenersi fa male perché il corpo non distingue tra emozione vietata ed emozione pericolosa. Se un’emozione nasce e tu la blocchi, il sistema nervoso non la spegne... la congela e ciò che non esce, resta dentro.

La rabbia sana è una risposta biologica di difesa. Serve a dire... Qui c’è un limite! Quando qualcosa ti invade, ti ferisce o ti svaluta, l’attivazione rabbiosa aumenta energia, tono muscolare, attenzione. È il modo con cui il corpo ti prepara a proteggerti, non a distruggere.

Se la trattieni, succede questo:

- l’energia dell’attivazione non trova uscita
- il sistema nervoso resta in allerta
- il corpo deve riciclare quella carica altrove

E dove va?

Nel corpo... ecco perché la rabbia repressa spesso si trasforma in tensione cronica, stanchezza, disturbi intestinali, infiammazione, cefalee, pressione interna costante, senso di blocco. Non è psicologia spicciola... è fisiologia.

La rabbia sana non è urlare contro qualcuno é riconoscere che questo ha superato il limite... é sentire l’onda, darle spazio, usarla per ristabilire confini, fare una scelta, dire un no, allontanarsi, cambiare direzione.

Quando permetti alla rabbia sana di esistere, il sistema nervoso scarica, l’energia torna disponibile, il corpo smette di difendersi dall’interno. Trattenersi sembra controllo, ma in realtà è auto-soppressione e il corpo, prima o poi, presenta il conto. La rabbia sana non ti rende cattivo, ti permette di non fermala nel corpo.
Permettiti di essere rabbioso!

XO - Patrizia Coffaro

... ognuno ha le clienti che si merita 😘
13/01/2026

... ognuno ha le clienti che si merita 😘

...e il massaggio è una "cura"...☺️
06/01/2026

...e il massaggio è una "cura"...☺️

02/01/2026

QUELLO CHE NON ELABORI, IL CORPO LO REGISTRA

(Di Patrizia Coffaro)

Quando si parla di corpo ed emozioni bisogna stare molto attenti a non banalizzare, perché non è che se uno è arrabbiato allora ha il fegato malato e se è triste ha i polmoni che soffrono. Non funziona così, e dirlo in quel modo è una semplificazione che non aiuta nessuno. Però esiste una cosa che, volenti o nolenti, si ripete con una precisione quasi certosina... alcune emozioni, quando vengono vissute per anni senza essere elaborate, trovano sempre gli stessi distretti corporei su cui scaricarsi.

Il fegato, per esempio, è l’organo che gestisce. Gestisce tossine, ormoni, farmaci, carichi metabolici... è l’organo che non si lamenta, che lavora anche di notte, che regge finché può. E guarda caso è quasi sempre sotto pressione nelle persone che vivono una rabbia costante ma trattenuta, una frustrazione cronica, un senso di ingiustizia che non ha mai trovato uno sfogo reale. Non parlo della rabbia urlata, quella che esplode e finisce lì. Parlo di quella che viene ingoiata per anni perché non è il caso, perché devo essere superiore, perché tanto non cambierebbe nulla. Quel tipo di rabbia non sparisce. Diventa tensione interna, rigidità, irritabilità, stanchezza profonda. E il fegato, che è fatto per reggere carichi, se la prende tutta. Poi magari uno si concentra solo sull’alimentazione o sugli integratori, ma finché quella rabbia resta lì sotto traccia, il fegato continuerà a lavorare in sovraccarico.

Lo stomaco è un’altra storia ancora. Lo stomaco è il luogo dove qualcosa entra e deve essere trasformato. Non solo il cibo, ma anche quello che ci succede nella vita. Le persone con stomaco sensibile, gastrite, nodo allo stomaco, nausea senza causa apparente, spesso sono persone che hanno vissuto ingiustizie, sensi di colpa, accuse implicite o esplicite. Persone che si sono sentite dire, in un modo o nell’altro, che il problema erano loro. E allora iniziano a ruminare dentro, a chiedersi se hanno sbagliato, se potevano fare diversamente, se esagerano. Lo stomaco in questi casi non è debole, è sovraccarico di cose che non riesce a digerire. E non c’è tisana che tenga se una persona continua a ingoiare situazioni che le fanno male.

L’intestino tenue, invece, lavora sulla selezione. Decide cosa entra e cosa va lasciato andare. Quando una persona vive in uno stato di allerta continua, con paura del futuro, bisogno di controllare tutto, incapacità di fidarsi, questo tratto del sistema digerente va in tilt. Non discrimina più bene, assorbe male, si infiamma facilmente. È come se il corpo dicesse... se tu non sai più cosa è sicuro e cosa no, non lo so nemmeno io. E non è un caso che molte persone con disturbi dell’intestino tenue abbiano una mente che non si ferma mai, sempre proiettata avanti, sempre a cercare di prevenire qualcosa.

Il colon parla un linguaggio ancora diverso. Il colon riguarda il lasciare andare e qui entrano in gioco i lutti, gli attaccamenti, le storie che non finiscono mai davvero. La stitichezza cronica, per esempio, non è solo una questione di fibre o acqua. Spesso è il segnale di una persona che trattiene, che fatica a chiudere capitoli, che rimane agganciata a ciò che è stato anche quando non c’è più. Il colon non ama il cambiamento brusco, ama i ritmi, ama la regolarità. Ma soprattutto soffre quando si vive con la paura del vuoto.

I reni sono un capitolo delicato, perché parlano della paura più profonda, quella legata alla sopravvivenza. Non la paura razionale, ma quella di fondo, ce la farò, sarò al sicuro, avrò un appoggio. Le persone con reni affaticati spesso sono persone che hanno vissuto a lungo senza sentirsi sostenute, che hanno dovuto cavarsela da sole, che non si sono mai concesse il lusso di mollare. Il corpo, a un certo punto, presenta il conto.

Il cuore e i polmoni entrano in gioco quando il dolore è affettivo. Perdite, separazioni, mancanza di gioia, tristezza trattenuta. Non quella dichiarata, ma quella che si tiene per andare avanti. Il respiro si accorcia, il petto si chiude, il cuore si affatica. Non perché la persona è fragile, ma perché ha smesso di nutrirsi emotivamente.

E poi ci sono le ghiandole, la tiroide, le surrenali. La tiroide soffre spesso in chi non riesce a esprimersi, in chi si è adattato troppo, in chi ha rinunciato alla propria voce. Le surrenali cedono in chi vive da anni in modalità emergenza, sempre responsabile di tutto, sempre in allerta, sempre a reggere più di quanto sarebbe umano.

Il punto, e qui voglio essere molto chiara, è che il corpo non si ammala per caso e non si ammala per punire. Si ammala perché registra... registra quello che non viene detto, quello che non viene visto, quello che viene sopportato troppo a lungo. E quando non c’è più spazio per tenere tutto dentro, lo manifesta dove può.

Capire queste correlazioni non serve a colpevolizzarsi. Serve a smettere di fare guerra al corpo e iniziare a chiedergli... cosa stai cercando di dirmi da anni? Perché quando fai questa domanda sul serio, senza retorica e senza frasi fatte, il corpo di solito risponde e lo fa in modo molto più onesto di quanto siamo abituati ad ascoltare.

XO - Patrizia Coffaro

Si,penso a lei,alla vertebra C6...la sesta vertebra cervicale... così sorridente😁 e...diligente. Così piccolina e così i...
01/01/2026

Si,penso a lei,alla vertebra C6...la sesta vertebra cervicale... così sorridente😁 e...diligente. Così piccolina e così importante,sorregge la testa,la mantiene in equilibrio ed è responsabile del movimento del collo...eppure lei sorride anche quando tu la obblighi a fare "Si" con la testa anche se di "pancia"hai scelto e detto "No",ma poi, i no... non piacciono,devi comunque spiegarli,giustificarli e nonostante tutto cedi,blocchi il tuo respiro,irrigidisci la tua muscolatura e costringi la tua piccolissima C6 a dire "Si" perché?.. perché sei più dolce e carina quando sei accondiscendente....e alla fine?.. "hai la cervicale!! " perché... sarà freddo?!..umido?!..oppure non hai asciugato bene i tuoi capelli?!...🤌🏻🤌🏻🤌🏻🙄...la libertà,la libertà costa, è un lusso!!! 😎👏🏻

22/12/2025

🔥 𝐒𝐓𝐎𝐌𝐀𝐂𝐎 – 𝐈𝐋 𝐅𝐔𝐎𝐂𝐎 𝐂𝐇𝐄 𝐓𝐑𝐀𝐓𝐓𝐈𝐄𝐍𝐄 𝐈𝐋 𝐒𝐄𝐍𝐒𝐎 🔥

Non è solo bruciore.
È un messaggio che sale.
Non è solo reflusso.
È qualcosa che non ha trovato spazio per scendere.
Non è solo gastrite.
È un fuoco che si è acceso per difendersi.
Lo stomaco non digerisce soltanto il cibo.
Digerisce la vita.
È il primo luogo dove il mondo entra e chiede permesso.
Dove ciò che vivi domanda, in silenzio:
“Posso diventare parte di te?”
Qui non nasce il pensiero.
Qui nasce la fiducia.
Lo stomaco vive sospeso sotto il diaframma come una fiamma custodita dal respiro.
Ogni inspirazione gli dà spazio.
Ogni espirazione gli dà pace.
Ma quando il respiro resta alto,
quando il torace è rigido,
quando la vita viene affrontata in apnea,
lo stomaco perde il suo cielo.
Si comprime.
Si tende.
Si difende.
E allora ciò che dovrebbe andare avanti, risale.
Non per errore.
Per essere ascoltato.
Il reflusso non è una colpa chimica.
È una pressione meccanica ed emotiva.
È qualcosa che bussa dall’interno perché non è stato accolto.
La digestione non ama la fretta.
Non ama il controllo.
Non ama l’obbligo.
Ogni pasto mangiato senza presenza,
ogni emozione ingoiata senza consenso,
ogni scelta fatta contro il proprio sentire
diventa peso gastrico.
Lo stomaco lavora in silenzio.
Accetta quasi tutto.
Ma quando è troppo, quando è sempre troppo,
accende il fuoco della difesa.
La gastrite nasce spesso così.
Non come aggressione,
ma come protezione.
La mucosa si infiamma per creare un confine.
Per dire basta.
Per limitare un contatto vissuto come invasivo.
Il corpo sta dicendo:
“Non riesco più a trasformare ciò che mi stai chiedendo di reggere.”
Ci sono stomaci che non riposano mai.
Vivono in allerta continua.
Sempre pronti.
Sempre contratti.
Sono stomaci di chi anticipa,
di chi trattiene,
di chi non si sente mai completamente al sicuro.
La postura racconta tutto.
Spalle che avanzano.
Sterno che cede.
Addome che non si espande.
È una chiusura sottile.
Una protezione antica.
Il corpo si curva per custodire il fuoco.
Ma un fuoco senza aria non scalda.
Brucia.
Lo stomaco non distingue tra cibo ed emozioni.
Per lui, tutto entra dalla stessa porta.
Una parola non detta resta lì.
Una rabbia trattenuta fermenta.
Una paura ripetuta diventa acidità.
Il tempo dello stomaco è il tempo dell’anima.
Se la mente corre avanti, lui resta indietro.
Se la vita è sempre in tensione, lui smette di fidarsi.
E allora rallenta.
Oppure respinge.
Oppure brucia.
Nel trattamento osteopatico, lo stomaco non viene forzato.
Viene ascoltato.
La mano sente se il tessuto è rigido o elastico.
Se il respiro arriva o si ferma prima.
Se il fuoco è vivo o imprigionato.
Liberare lo stomaco significa restituirgli spazio.
Al diaframma.
Al respiro.
Alla fiducia.
Quando lo stomaco sente spazio, smette di difendersi.
Quando sente sostegno, torna a trasformare.
Quando sente ascolto, si rilassa.
E anche fuori dal lettino, il dialogo continua.
Sedersi davvero mentre si mangia.
Respirare prima di ingerire.
Ascoltare la pienezza, senza sfidarla.
Mettere una mano sull’epigastrio e restare.
Senza correggere.
Senza giudicare.
A volte basta questo
per spegnere un incendio antico.
Lo stomaco è un focolare primordiale.
Non chiede perfezione.
Chiede rispetto.
Non tutto deve essere digerito.
Alcune esperienze vanno lasciate passare.
Alcuni pesi non sono tuoi.
Quando il fuoco torna al suo posto,
la digestione diventa presenza,
il respiro scende,
il corpo si raddrizza senza sforzo.
E la vita, finalmente,
smette di bruciare e comincia a nutrire. 🔥

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