17/04/2026
LE STATlNE NON SONO CARAMELLE
(Di Patrizia Coffaro)
Le statine sono tra i farmaci più prescritti al mondo. Vengono date con grande facilità a chi ha il colesterolo alto, con l’idea di abbassare il cosiddetto colesterolo cattivo e ridurre il rischio di lnfarto, lctus e maIattie cardiovascolari. E già qui bisognerebbe fermarsi e porsi una domanda semplice, davvero tutta questa storia è così lineare come ci è stata raccontata?
Perché nella pratica succede questo, una persona fa le analisi, trova il colesterolo fuori range, si spaventa, il medico prescrive una statina, e da quel momento in poi si entra in un binario che spesso viene presentato come inevitabile. Quasi come se il colesterolo fosse il nemico assoluto e le statine il salvatore di turno.
Il colesterolo non è una sostanza inutile né tantomeno una specie di veleno da spegnere. Il colesterolo serve... serve al cervello, serve al sistema nervoso, serve agli ormoni, serve alle membrane cellulari, serve alla digestione, serve al trasporto di nutrienti liposolubili. In parole povere, il corpo non produce colesterolo per farti del male. Lo produce perché ne ha bisogno, il problema, semmai, è capire in quale contesto quel colesterolo si muove, che tipo di infiammazione c’è, che tipo di metabolismo c’è dietro, che assetto insulinico, epatico, tiroideo e mitocondriale c’è sotto. Perché il colesterolo da solo non racconta tutta la storia.
Le statine agiscono bloccando un enzima epatico, la HMG-CoA reduttasi, coinvolto nella produzione di colesterolo. Quindi sì, abbassano le LDL, ma abbassare un numero non significa automaticamente risolvere una causa e soprattutto non significa che quell’intervento sia neutro. Perché ogni volta che tocchi una via metabolica importante, il corpo paga un prezzo, a volte piccolo, a volte no.
Uno degli aspetti di cui si parla troppo poco è proprio questo: le statine non sono prive di effetti collaterali e non si parla solo del classico dolore muscolare, che è probabilmente il più noto. C’è chi sviluppa debolezza, crampi, stanchezza profonda, difficoltà nel recupero, insonnia, vertigini, problemi digestivi, nausea, gonfiore, stitichezza o diarrea. Alcune persone riferiscono annebbiamento mentale, problemi di memoria, formicolii, neuropatie, calo della libido, alterazioni della pelle, e nei casi più seri anche infiammazione muscolare vera e propria, aumento della CPK e danno muscolare importante. Non è terr0rismo, è realtà clinica e documentata e ignorarlo perché... tanto lo prendono tutti è una leggerezza che non ci possiamo più permettere.
Un altro punto che trovo fondamentale è questo, i benefici vengono spesso raccontati in modo molto più impressionante di quanto siano nella realtà. Quando senti dire che un farmaco riduce il rischio del ventotto per cento o del cinquanta per cento, sembra una rivoluzione. Ma bisogna sempre distinguere tra rischio relativo e rischio assoluto, perché sono due cose molto diverse. Il rischio relativo fa scena, il rischio assoluto racconta la sostanza e spesso la sostanza è molto meno eclatante di come viene venduta.
In molte analisi, il vantaggio reale in termini assoluti è modesto, soprattutto nella prevenzione primaria, cioè nelle persone che non hanno mai avuto un evento cardiovascolare. Il beneficio appare più evidente in uomini di mezza età già ad alto rischio o con precedente infarto. Ma trasformare questo dato in una prescrizione di massa generalizzata è un’altra storia. Nelle donne, per esempio, o negli uomini senza malattia cardiovascolare già nota, i dati sono molto meno solidi di quanto la narrativa comune lasci intendere.
E poi c’è un altro nodo che raramente viene spiegato bene, non tutte le LDL sono uguali. Esistono particelle più grandi e più stabili e particelle più piccole, dense e facilmente ossidabili. Sono queste ultime a essere più problematiche. Quindi non basta dire LDL alto. Bisogna chiedersi, in che contesto? Con quali trigliceridi? Con quale HDL? Con quale glicemia? Con quale insulina? Con quale infiammazione? Con quale funzione tiroidea? Perché una persona con trigliceridi alti, HDL bassi, insulino-resistenza e fegato affaticato non ha lo stesso profilo di rischio di una persona con LDL alto ma trigliceridi bassi, HDL buoni e metabolismo stabile.
Il vero elefante nella stanza, molto spesso, non è il colesterolo in sé. È l’infiammazione cronica, è l’ossidazione, la resistenza insulinica, il fegato congestionato, una dieta pro-infiammatoria, una vita sedentari, uno stato di stress cronico che altera tutto... glicemia, pressione, sonno, fame, cortisolo, tessuto adiposo, perfino la qualità delle lipoproteine e l’ipotiroidismo non riconosciuto a causa di range troppo ampi, quanti ipotiroidei ci sono in Italia a causa di questi range ancora obsoleti, nonostante le nuove direttive dell'American Endocrinoligist, non ancora applicate (a pensare male si fa peccato ma il più delle volte ci si azzecca).
E qui arriviamo a un aspetto ancora più interessante, le statine possono interferire con la funzione mitocondriale e questo non è un dettaglio, i mitocondri sono le centrali energetiche delle cellule, sono quelli che permettono di produrre ATP, cioè energia vera. Se i mitocondri soffrono, soffre il muscolo, soffre il cervello, soffre il cuore, soffre la capacità di recupero, soffre la vitalità della persona. Non è un caso che tanti effetti collaterali delle statine ruotino proprio attorno a fatica, debolezza, intolleranza muscolare, calo energetico. Una delle ipotesi più forti è che questo avvenga anche per la riduzione del CoQ10, una molecola cruciale proprio per la catena respiratoria mitocondriale.
Ecco perché alcune persone, dopo mesi o anni di statine, iniziano a dire frasi come: “Mi sento svuotata”, “Non ho più forza nelle gambe”, “Mi fanno male i muscoli senza motivo”, “Non sono più io”. E magari si sentono pure rispondere che è l’età, che è lo stress, che è suggestione... no, non sempre è suggestione, a volte è un corpo che sta cercando di dire con grande chiarezza che qualcosa non gli sta facendo bene.
Questo significa che nessuno dovrebbe mai prenderle? No. Significa che bisogna smettere di ragionare in modo automatico. Ci sono casi in cui il medico può valutarle come utili, soprattutto in contesti precisi e ad alto rischio. Ma significa anche che il paziente ha il diritto di sapere che non si tratta di caramelle, che esistono possibili effetti collaterali, che esistono fattori di rischio che li aumentano e che esistono strategie di supporto che andrebbero considerate molto prima di lasciare una persona sola con un farmaco e una pacca sulla spalla.
Per esempio, una carenza di vitamina D sembra aumentare il rischio di dolori muscolari da statine, eppure quante persone iniziano una statina senza aver mai controllato seriamente la vitamina D? Poche. Lo stesso vale per il magnesio, per la salute mitocondriale, per il CoQ10, per la qualità del sonno, per l’infiammazione di base, per la funzione tiroidea. Tutto questo dovrebbe essere parte della valutazione, non un’aggiunta facoltativa buttata lì dopo.
E poi c’è la parte che a me interessa di più, la prevenzione vera. Alimentazione antinfiammatoria, riduzione di zuccheri raffinati e oli industriali, controllo dell’insulina, movimento regolare, sonno decente, gestione dello stress, esposizione alla luce solare, sostegno al fegato, miglioramento del flusso biliare, attenzione alla tiroide e al microbiota. Perché se il terreno rimane infiammato, insulino-resistente e ossidato, puoi anche abbassare un numero, ma il problema di fondo continua a covare sotto.
Ci sono anche nutrienti e composti che meritano attenzione, sempre con buon senso e personalizzazione, CoQ10, magnesio, vitamina D, curcumina, resveratrolo, creatina, supporti mitocondriali. Non perché siano la mia bacchetta magica con la candela accesa sul tavolo, ma perché hanno una logica biologica quando si parla di muscolo, energia, infiammazione e stress ossidativo.
Il punto vero è questo, la salute cardiovascolare non si gioca solo sul colesterolo. Si gioca sul metabolismo, sull’infiammazione, sulla glicazione, sulla qualità della vita quotidiana, sul fatto che una persona dorma male da anni, viva in allerta, mangi di corsa, abbia fegato grasso, vitamina D a terra, insulina alta e zero massa muscolare. Ma queste cose non si sistemano con una pillola e basta e forse è proprio questo che dà fastidio, perché richiede un cambio di paradigma, richiede partecipazione, responsabilità, richiede di smettere di pensare che basti abbassare.
Io non sto dicendo di sospendere farmaci da soli, e qui bisogna essere chiari. Chi prende una statina non deve decidere da un giorno all’altro di buttarla nel cestino senza confrontarsi con un professionista che conosca bene il suo quadro. Però sto dicendo una cosa altrettanto chiara... avete il diritto di farvi domande, il diritto di capire i numeri, di chiedere se il rischio è stato spiegato in termini assoluti o relativi. Avete il diritto di chiedere se si è guardato il quadro metabolico completo, il diritto di sapere se i vostri sintomi possono essere collegati al farmaco.
Perché un corpo non va zittito, va ascoltato e la medicina migliore non è quella che ti fa paura con un parametro fuori posto, è quella che ti aiuta a leggere quel parametro dentro la storia intera del tuo organismo.
Le statine non sono il diavoIo, ma non sono nemmeno la soluzione semplice che ci hanno raccontato e soprattutto non sostituiscono il lavoro vero sul terreno biologico. Quello che richiede pazienza, profondità e onestà, tutto il resto, francamente, è solo scorciatoia travestita da cura.
XO - Patrizia Coffaro