L'Atelier della Pedagogista di Lucia Vichi

L'Atelier della Pedagogista di Lucia Vichi "Gli alberi non crescono tirandoli per le foglie" Myrtha Hebe Chokler https://padlet.com/vichilucia/z65xgps8j16r5mie

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🪷 MA CHE COSA POSSIAMO FARE?      COME SI FA?«Ma praticamente, cosa possiamo mettere in atto e che sia fattibile in una ...
17/01/2026

🪷 MA CHE COSA POSSIAMO FARE?
COME SI FA?

«Ma praticamente, cosa possiamo mettere in atto e che sia fattibile in una “normale” e poco attrezzata scuola italiana? Sarebbe bello se potessimo confrontarci con episodi concreti…»

«Condivido pienamente, ma come si fa a mettere in atto tale strategia rispetto a un gruppo di bambini senza far saltare la concentrazione?»

Questi commenti sono spunti preziosi per soffermarsi a riflettere.
Nascono dalla fatica reale di chi ogni giorno abita contesti educativi complessi (familiari, educativi e scolastici), spesso carichi di urgenze, aspettative, prestazioni e responsabilità. Ancora troppo adultocentrici.

🌱 Ed è proprio da qui che sento importante chiarire che cosa faccio - e che cosa scelgo di non fare - come professionista pedagogista, in questo spazio/tempo digitale dell’Atelier.

✨ L’Atelier della Pedagogista non nasce per offrire soluzioni, procedure operative o passaggi standardizzati per “risolvere” le fatiche educative nei contesti familiari e scolastici.
Non perché la pratica e l’operatività non conti, ma perché la pratica, da sola, non basta. Perché l’operatività non può essere funzionale senza una reale conoscenza del contesto. ( … e questo non può avvenire realmente attraverso mediatori digitali).
Non può essere concreta senza la conoscenza reale dei bambini e delle bambine, degli adulti che li accompagnano, degli ambienti, dei vissuti e delle emozioni che abitano quei luoghi.

Ed inoltre.

🫀 Ogni gesto educativo - anche il più semplice, anche quello che riteniamo “concreto” - prende forma dallo sguardo dell’adulto. Dalla postura interna con cui ci avviciniamo al bambino e alla bambina. Dal modo in cui lo poniamo al centro o nella periferia. Dal pensiero che abbiamo dell’ambiente.
E quella postura non nasce oggi, ma affonda le radici nella nostra storia educativa infantile.

🔎 Quando un bambino/a fatica, resiste, si oppone, disturba, si chiude o esplode, si muove vorticosamente o si spegne, ciò che si attiva nell’adulto non è mai neutro.
Si attivano memorie, bisogni antichi, modelli interiorizzati di obbedienza, autorità, controllo, di “bravo bambino”.
Ed è lì che spesso cerchiamo strategie, tecniche, procedure da applicare nell’immediato.

💡 Ma senza un lavoro su di sé - auto-riflessivo, e meta-riflessivo nei gruppi di lavoro educativi e docenti - anche la strategia più rispettosa rischia di diventare un altro modo per aggiustare il bambino/a, anziché comprenderlo.

Come professionista, e come Atelier della Pedagogista, ho scelto di accompagnare gli adulti a sedersi.
A rallentare, ascoltandosi.
A osservare con curiosità e compassione - prima di tutto se stessi.
A interrogare il proprio sguardo sul bambino e a riconoscere come la propria postura educativa prenda forma dalle esperienze vissute da bambini e bambine, Ieri.

🌱 Solo da qui può nascere una vera comprensione: non “cosa fare per farlo smettere”, ma di che cosa ha bisogno questo bambino, qui e ora, per sentirsi al sicuro, riconosciuto, sostenuto.

Per fare questo, non bastano modalità procedurali suggerite e pillole concrete standardizzate. Serve il coraggio di incontrare i propri bisogni non soddisfatti.
Di riconoscere le proprie fatiche, le rigidità, le paure educative.
Di crescere come adulti, non solo come professionisti.

Ed è questo il lavoro più concreto che esista.
Perché richiede presenza, consapevolezza, responsabilità emotiva.

Ecco perché nella pagina de l’Atelier non troverete ricette.
🔎 Ma domande. Occasioni per sedersi, so-stare con il proprio corpo e ricercare.

Perché solo adulti in crescita possono davvero accompagnare bambini in crescita.

Quali servizi propongo come pedagogista:
- Gruppo Abbonati, come luogo di crescita educativa personale
- Consulenze pedagogiche e percorsi di sostegno alla genitorialità
- Supervisioni pedagogiche nei servizi
- Formazioni/Laboratori in presenza e online

💫 Perché educare non è applicare procedure e prescrizioni.
È incontrare prima di tutto se stessi.

Dott.ssa Lucia Vichi
Atelier della Pedagogista

🌱 CONCENTRARSI NON SIGNIFICA STARE FERMI🧠 Migliorare la concentrazione non significa insegnare ai bambini a stare fermi ...
14/01/2026

🌱 CONCENTRARSI NON SIGNIFICA STARE FERMI

🧠 Migliorare la concentrazione non significa insegnare ai bambini a stare fermi o seduti a tavolino, ma aiutarli a riconoscere e regolare i propri bisogni sensoriali e corporei.
La concentrazione nasce dal corpo e dal movimento, non dal controllo o dalla volontà.

🌿 Alla base della piramide dell’apprendimento - che sostiene tutti i futuri apprendimenti cognitivi e scolastici - troviamo l’integrazione sensomotoria.
Sono gli otto sensi e il movimento a costruire le fondamenta neurobiologiche dell’attenzione, dell’autoregolazione e del pensiero.

🌱 Accanto ai cinque sensi più noti (vista, udito, olfatto, gusto, tatto), troviamo tre sensi spesso ignorati ma decisivi:
✨ Propriocettivo - informa il cervello sulla posizione del corpo nello spazio.
✨ Vestibolare - regola equilibrio, postura e orientamento.
✨ Interocettivo - permette di percepire ciò che avviene dentro il corpo: respiro, fame, sete, caldo/freddo, battito, emozioni, tensione, controllo sfinterico, dolore.

🌱 Quando questi sensi sono armonizzati, il bambino si sente centrato, sicuro, presente. Può ascoltare, riflettere e creare connessioni.
Se il sistema sensoriale è sovraccarico, ipostimolato, iperstimolato o disorganizzato, la concentrazione non può emergere, a prescindere dalla volontà o dalla “buona educazione”.

🔎 Un bambino o una bambina di 7/8/9 anni che non riesce a stare fermo sulla sedia non va etichettato come “maleducato”, “iperattivo” o “bulletto”.
È un corpo che sta cercando di regolare il proprio stato interno di attivazione simpatica, muovendosi per ritrovare sicurezza e centratura. Per regolarsi.

✨ Favorire la concentrazione significa allora prendersi cura del corpo:
– libertà di movimento fin da neonati
– esperienze di manipolazione e travaso
– materiali poveri e destrutturati
– gioco spontaneo e ricerca attiva

💬 Come adulti, la sfida è cambiare prospettiva: dal chiedere “Stai fermo e concentrati” al domandare “Di cosa ha bisogno il tuo corpo per sentirsi pronto ad ascoltare?”

🪷 La vera concentrazione nasce da un corpo che si sente al sicuro, da un sistema nervoso regolato e da un ambiente, terzo educatore, che rispetta la fisiologia del bambino/a. Perché solo quando il corpo è accolto, anche la mente può imparare.

🪷 Non si insegna la concentrazione attraverso attività strutturate a tavolino, seduti composti.

Atelier della Pedagogista

🌿 PRIMA DI EDUCARE, OCCORRE INCONTRARSI.La qualità dell’azione educativa non nasce dal “fare”, né dall’accumulo di tecni...
11/01/2026

🌿 PRIMA DI EDUCARE, OCCORRE INCONTRARSI.

La qualità dell’azione educativa non nasce dal “fare”, né dall’accumulo di tecniche e metodi.
Nasce da un luogo intimo, silenzioso, scomodo e autentico: la consapevolezza di sé.
Prima di essere specchio per bambini e bambine, siamo specchio per noi stessi.
Prima di accompagnare l’altro, siamo chiamati a guardarci dentro.
Prima di educare, occorre imparare a stare, a osservare, a interrogare il proprio agire.

💡 Ogni professionista dell’educazione, ogni adulto che si relaziona all’infanzia, è invitato - e, in qualche modo, responsabile – di coltivare un atto interiore: chiedersi perché, come e che cosa sta davvero accadendo dentro di sé mentre agisce.

🪷 Perché è lì, in quel punto, che nasce l’educazione.
Non nelle procedure, nei progetti, nei metodi e nel fare. Non nelle produzioni. Non nei protocolli.

🌱 INTENZIONALITÀ – Perché lo faccio?
La domanda che apre lo spazio interiore. Quella che sposta lo sguardo dal bambino all’adulto, dall’azione alla motivazione.
Senza intenzionalità, l’agire educativo diventa automatismo, routine asettica, ripetizione di modelli ereditati, non sempre consapevoli.

🌱 OPERATIVITÀ – Cosa faccio? Come lo faccio?
La dimensione visibile del nostro lavoro. È il gesto, la postura, il tono di voce, il ritmo corporeo con cui accompagniamo.
Non basta “sapere cosa fare”. Non basta formarsi e studiare. Non basta eseguire.
🫀 Occorre dare qualità alla presenza.

🌱 COERENZA – Ciò che faccio è in linea con ciò che penso e dichiaro?
La domanda più difficile.
Quella che ci chiede verità e autenticità.
Quella che smaschera le contraddizioni tra teoria e pratica, tra ciò che raccontiamo di essere come adulti, come équipe educative, e ciò che realmente accade nelle relazioni, negli ambienti, nei servizi educativi, negli sguardi, nei semplici gesti quotidiani.

💫 Troppo spesso, tra gli adulti che hanno cura dell’infanzia, ma anche nelle équipe educative (educatori e docenti), questi tre elementi non dialogano tra loro.
L’intenzionalità rimane sulla carta o su parole spese inutilmente.
L’operatività procede in automatico: spesso dietro pensieri protettivi quali “perché è sempre stato fatto così” e “si aspettano questo”.
La coerenza si sgretola sotto il peso della fretta, della prestazione, del fare e del risultato raggiunto, del massimo controllo e del non errore/imprevisto.

🔎 E quando queste dimensioni non sono allineate, le buone pratiche educative e pedagogiche perdono forza, chiarezza, direzione. Diventano fini a sè stesse.
Le relazioni si irrigidiscono.

✨Dove incontrarsi, quindi?
Ritornando alla domanda.
Ritornando all’ascolto gentile di se stessi.
Ritornando al sentirsi per imparare ad abitarsi con consapevolezza.

Perché la vera qualità educativa nasce solo quando gli adulti si fermano.
Riflettono.
Condividono.
Si mettono in discussione.
E scelgono di crescere insieme.

Atelier della Pedagogista

🌑 UNA SCULACCIATA OGNI TANTO…Non esiste violenza “maggiore o minore”.Non esiste violenza “educativa”.Non c’è differenza ...
10/01/2026

🌑 UNA SCULACCIATA OGNI TANTO…

Non esiste violenza “maggiore o minore”.
Non esiste violenza “educativa”.
Non c’è differenza tra una sculacciata, un ceffone, uno schiaffo sulla mano, una presa forte del braccio, uno “scappellotto per svegliare”, un colpo “per far capire”. Che accada ogni giorno o una volta ogni tanto, il corpo del bambino/a non misura la frequenza: misura l’impatto emotivo.

🔎 Non è la quantità che lascia traccia.
È la non qualità del gesto. È il modo in cui il corpo dell’adulto si impone sul corpo del bambino/a. È l’eco emotivo che si imprime nel sistema nervoso: paura, confusione, perdita di fiducia.

🌑 Cosa impara davvero un bambino quando viene picchiato?
Picchiare non educa. Picchiare incide. Segna. Deforma il senso di sé.
👉 Questi sono i principi impliciti che un bambino o una bambina interiorizza quando subisce violenza educativa:
🍂 “Hai il diritto di farmi del male.”
🍂 “Se mi picchi, significa che hai ragione.”
🍂 “Far soffrire è un modo per educare.”
🍂 “Se provo dolore, è perché me lo merito.”
🍂 “Le mie sensazioni non valgono niente.”
🍂 “Non posso fidarmi del mio corpo.”
🍂 “La tua voce vale più della mia.”
🍂 “La tua autorità vale più della mia dignità.”
🍂 “L’amore può fare male ed essere doloroso.”
🍂 “Se ti obbedisco, smetterai di farmi del male.”

E soprattutto:
🔻 “Non posso fidarmi di me stesso.”
🔻 “Per essere al sicuro, devo annullarmi.”

✨ Come ricorda Olivier Maurel nel suo testo “La sculacciata”, ciò che il bambino impara non deriva dalle parole, ma dalla qualità della relazione. La violenza – anche quella piccola, normalizzata, travestita da “educazione” – trasmette:
• abuso di potere
• legittimazione della forza
• svalutazione emotiva
• confusione tra affetto e dolore
• obbedienza costruita sulla paura
E questi modelli non svaniscono crescendo: diventano la lente con cui il bambino, diventato adolescente e poi adulto, guarderà se stesso, gli altri e le relazioni.
🧠 La violenza nell’infanzia apre la strada alla violenza futura.
Le neuroscienze confermano un dato essenziale: un bambino che vive la violenza ( corporea, psicologica, anagrafica) come forma d’amore rischia di normalizzare relazioni aggressive, svalutanti o coercitive. Non perché lo sceglie. Ma perché questo diventa ciò che “si aspetta” dalla relazione.

E, come ricorda lo psicoanalista Giuseppe Maiolo:
“Il bullismo si apprende con l’esempio. Da atti educativi esemplari degli adulti.”

🌫️ E noi adulti come reagiamo a queste consapevolezze?
Molti di noi, da adulti, reagiscono con frasi come:
– “Sono cresciuta bene lo stesso.”
– “Non mi sembra di essere diventato un delinquente.”
– “Da piccolo ero una teppa, i miei hanno fatto bene.”
Queste frasi non raccontano la verità del corpo.
Raccontano un meccanismo di protezione della nostra mente condizionata.

Riconoscere il dolore ricevuto significa riconoscere che chi amavamo ci ha feriti. E questo, spesso, è troppo difficile. Dire “sono cresciuto bene lo stesso” è un modo per non riaprire la ferita.
❓ Ma in questo crescere “bene” non ci siamo forse adattati a:
• compiacere
• obbedire
• alimentare costante insicurezza di sè
• ricercare costante approvazione esterna
• controllare sé stessi e l’altro, anche in modo soverchiante e possessivo
• evitare o ricercare i conflitti
• reprimere le emozioni, non sentire il proprio corpo
• diventare iper razionali o ipervigili?
Questi non sono tratti del carattere. Sono strategie di sopravvivenza.

🌿 Riconoscere non serve a giudicare il passato, ma a trasformare l’Oggi.
Riconoscere che una sculacciata fa male non significa accusare i nostri genitori. Significa interrompere una catena educativa.
Significa imparare ad abbracciarsi nelle proprie fragilità e dire:
✨ “Io posso scegliere un altro modo.”
✨ “Posso contenere senza ferire.”
✨ “Posso essere fermo senza violenza.”
✨ “Posso essere l’adulto che avrei voluto accanto.”

Non siamo colpevoli di ciò che abbiamo ricevuto. Ma siamo responsabili di ciò che scegliamo di trasmettere ogni giorno nella relazione con l’altro, sia esso bambino o adulto o adolescente. Non nella perfezione. Ma nell’autenticità.

Atelier della Pedagogista

🌟 “TI VEDO. SO CHE ESISTI” 🌟In molti ricordano la frase di Avatar: “IO TI VEDO.”Una frase semplice, essenziale, ma pedag...
09/01/2026

🌟 “TI VEDO. SO CHE ESISTI” 🌟

In molti ricordano la frase di Avatar: “IO TI VEDO.”
Una frase semplice, essenziale, ma pedagogicamente potentissima. Perché tocca un punto nevralgico dello sviluppo umano: il bisogno primario di essere visti.

🌱 Essere visti non è poesia: è biologia della relazione. Non è solo un gesto romantico: è un processo neurobiologico, relazionale e identitario.

Per i bambini e le bambine – e per gli adulti che quei bambini sono stati – essere visti significa essere riconosciuti nella propria esistenza:
✨ nei bisogni
✨ nelle emozioni
✨ nei limiti
✨ nei ritmi e nelle sfumature
✨ nelle scelte
✨ nella vulnerabilità

👀 Guardare è meccanico. Vedere è relazionale.

🌿 COSA SIGNIFICA “TI VEDO” NELLA PRATICA EDUCATIVA?
Significa dire, con il corpo e con la presenza:
💡 Ti riconosco come soggetto attivo e pensante, non come qualcuno da correggere, aggiustare, riparare.
💡 Ti vedo oltre i gesti che fai, oltre il “capriccio”, oltre l’opposizione, oltre il silenzio, oltre la rabbia, oltre la tua sensibilità (che non è fragilità)
💡 Ti vedo nel tuo Sé autentico, non nel personaggio che io vorrei creare secondo le mie paure, aspettative o ferite irrisolte.
💡 Ti vedo senza giudizio, senza ridurti alle categorie che ho ereditato: buono/cattivo, bravo/disubbidiente, tranquillo/vivace, educato/maleducato.
💡 Ti vedo senza appoggiarti addosso pesi, zaini e proiezioni che non ti appartengono.
💡 Ti vedo nella tua unicità: nel ritmo con cui esplori il mondo, nelle tue sfumature emotive, nella tua storia.
💡 Ti vedo come essere competente, fin dalla nascita.

E allora, cosa accade quando un bambino finalmente si sente visto?

🌳 ESSERE VISTO È UN BISOGNO EVOLUTIVO.
I bambini e le bambine chiedono di essere visti:
• con gli occhi
• con il tono di voce
• con il corpo
• con l’attenzione
• con la presenza
• con la regolazione emotiva dell’adulto

🪷 Essere visti significa essere pensati.
🌿 Essere visti significa sentirsi in relazione.
🌱 Essere visti significa percepirsi vivi e significativi.

Quando un bambino non si sente visto, dentro si smarrisce. E attiva mille strategie comportamentali – spesso difficili da leggere – per attirare quella famosa attenzione.

Quando si sente visto, invece: si organizza, si calma, si co-regola, si espande.
🔺 È lo sguardo regolato dell’adulto che attiva sicurezza nel suo sistema nervoso.

🪷 E NOI ADULTI?
Molti di noi sono stati bambini non visti. Ecco perché questo tema risuona così forte:
🍂 tocca zone antiche della nostra storia emotiva
🍂 accende ferite non ancora nominate
🍂 rivela bisogni profondi che non hanno avuto spazio
👉 Anche noi desideriamo essere visti, accolti, riconosciuti.

Per poter vedere davvero un bambino, dobbiamo prima incontrare quelle parti di noi che non sono state viste e che ancora aspettano riconoscimento.

💫 VEDERE È UN ATTO D’AMORE.
Un amore che non dipende dal comportamento. Un amore senza condizioni.
Io ti vedo.
Non come ti vorrei.
Ma come sei.

Atelier della Pedagogista

🌿 IL “PERCHÉ?” DEI BAMBINI E DELLE BAMBINE 🌿Dopo aver compreso che il “perché?” dell’adulto, nei primi anni di vita, spe...
07/01/2026

🌿 IL “PERCHÉ?” DEI BAMBINI E DELLE BAMBINE 🌿

Dopo aver compreso che il “perché?” dell’adulto, nei primi anni di vita, spesso non trova risposta nel bambino o nella bambina – perché il comportamento precede il pensiero riflessivo – diventa fondamentale porre l’accento su un’altra fase.
Una fase preziosa.
Quasi sacra.

🌱 Intorno ai 3 anni, e poi sempre più nella crescita, emerge una domanda che spiazza, che destabilizza, che per molti adulti risulta impertinente.
A volte scocciante.
A volte ignorata.

💫 È il “perché?” dei bambini e delle bambine.

✨ Un “perché?” che non chiede di spiegarsi, ma chiede di capire profondamente il mondo.

Perché il cielo è blu?
Perché le persone muoiono?
Perché piangi?
Perché io sono io?
Perché le cose finiscono?
Perché vai a lavorare?


Questo “perché?” non nasce da un cervello in difesa. Nasce da una mente che si apre, una mente principiante.
Da uno sguardo fatto di stupore, ricerca, spiritualità.
Da un cuore ancora non addomesticato.

🌱 È il segno che il bambino e la bambina non stanno più solo reagendo al mondo, ma stanno iniziando a pensarlo.

Il “perché?” diventa ricerca di senso, desiderio di orientamento, fame di significato.
In questo “perché?” ci stanno dicendo:
👉 “Aiutami a capire come funziona la vita.”
👉 “Donami pensieri che mi permettano di sostare nel mondo.”

🔎 Ed è qui che il ruolo dell’adulto cambia. Non ci viene chiesto di dare risposte perfette o immediate.
Non ci viene chiesto di correre su Wikipedia alla ricerca della risposta “giusta”.
Non ci viene chiesto di sapere tutto.

💡 Ci viene chiesto di stare.
💡 Di so-stare.
💡 Di prenderci il tempo di non sapere.

Di ricercare insieme.
Di pensare insieme.
Di fare ipotesi.
Di meravigliarci.
Di dire, con onestà: “Non lo so. Proviamo a capirlo insieme.”

Il “perché?” del bambino è un atto di fiducia.
È il segno che ci riconosce come adulti significativi:
compagni di esplorazione del mondo.
Ma c’è ancora più profondità.
Questo “perché?” non è solo cognitivo. È una spinta interna, vitale, esistenziale. È spirituale, nel senso più autentico e umano del termine.
È il movimento interiore di chi percepisce che il mondo è grande, misterioso, vibrante e desidera incontrarlo davvero.

Ecco perché questi “perché?” non cercano risposte chiuse, razionali, fredde.
Cercano relazione con il senso.

È una curiosità magica, incarnata, luminosa.
Una curiosità che vuole:
🪷 toccare,
🪷 guardare,
🪷 ascoltare,
🪷 nominare,
🪷 comprendere.
Ogni sfumatura del mondo accanto a sé.

⚠️ E proprio questa ricchezza spirituale, autentica, originaria, è spesso ciò che gli adulti – senza volerlo – finiscono per spezzare. Interrotta dalla nostra fretta,
dalla razionalità rigida, da una morale stanca, viziata, appesantita da ciò che abbiamo ereditato e non ancora trasformato.

Perché il mondo interiore dei bambini non si nutre di risposte chiuse né di verità imposte né di spiegazioni “una volta per tutte”.

Si nutre di:
🌿 presenza
🌿 stupore
🌿 possibilità
È un “perché?” che nasce da dentro.
Dal corpo.
Dal cuore.
Dallo stupore.

È il segno di una vita interiore che si apre. Di un pensiero che non è ancora separato dall’emozione. Di una mente che non ha perso la capacità di meravigliarsi e osserva tutto come se fosse la prima volta.

🌱 Ed è qui che l’adulto è chiamato a una grande responsabilità:
✨ Non spegnere questa fiamma.
✨ Non ridicolizzarla.
✨ Non accelerarla.
✨ Non riempirla di risposte tecniche, universitarie o definitive.

Ma custodirla. Rispettarla.
Stare accanto a questo “perché?” con lentezza, ascolto, autenticità.
🌱 Perché educare non è avere risposte pronte. È custodire domande vive.

Atelier della Pedagogista

🌿 MANIFESTO PEDAGOGICO ATELIER🌿Per questo Nuovo Inizio riparto da qui. Questo Manifesto nasce da più di vent’anni di esp...
06/01/2026

🌿 MANIFESTO PEDAGOGICO ATELIER🌿

Per questo Nuovo Inizio riparto da qui.
Questo Manifesto nasce da più di vent’anni di esperienza, studio e lavoro nei servizi educativi 0–6.
Nasce dal tempo lungo dell’osservazione quotidiana, dal lavoro nei servizi, dall’incontro reale con bambini, bambine, famiglie, educatori e docenti.

Nasce anche da un percorso costante di crescita personale, dal coraggio di andare a incontrare la mia verità educativa infantile, le ferite, le domande, i tempi e gli spazi in cui la mia storia adulta presente incontra quella della mia bambina interiore.

Perché non esiste educazione consapevole senza adulti disposti a guardarsi, a rallentare, a mettersi in discussione.

Questo Manifesto prende forma proprio lì: nei luoghi in cui ho avuto la grande ricchezza di osservare i più grandi maestri di autenticità, i bambini e le bambine.

Maestri senza maschere.
Senza strategie.
Senza finzioni.
Senza filtri.

Da loro ho imparato che il corpo parla prima delle parole. Che il movimento è pensiero. Che il comportamento non è mai un problema da correggere, ma una comunicazione da ascoltare.

Credo che l’infanzia sia un tempo fragile e potente insieme, che lascia tracce profonde nel corpo, nel sistema nervoso, nella memoria emotiva.

Credo che il corpo venga troppo spesso dimenticato
nei discorsi educativi, mentre è proprio dal corpo che il bambino e la bambina conosce il mondo, si orienta, si regola, si sente al sicuro.

Credo nel tempo lento, che non sottrae ma restituisce.
Nella noia e nel silenzio come spazio fertile.
Nell’attesa come condizione necessaria per crescere.

Credo, soprattutto, che l’adulto sia il primo spazio educativo. Non per perfezione, ma per responsabilità. Anche nelle cadute, negli errori.

Questo Manifesto vuole essere una dichiarazione di postura. Il modo in cui sento di stare nella relazione educativa.

Un atto di responsabilità e cura verso i bambini e le bambine, verso i loro bisogni profondi e il loro funzionamento neuro-emotivo.

Perché educare, per me, non significa fare di più.
Significa fare spazio.
Dentro di sé, per poter donare spazio all’altro.
🌱

Atelier della Pedagogista
Dott.ssa Lucia Vichi

🖤 Tempo di Befana.       Tempo di Carbone.⛔️ Nessun bambino e nessuna bambina meritano il carbone come punizione. ⛔️È te...
05/01/2026

🖤 Tempo di Befana.
Tempo di Carbone.

⛔️ Nessun bambino e nessuna bambina meritano il carbone come punizione. ⛔️

È tempo di uscire da questa trappola mentale adulta, sfumatura della Pedagogia Nera, che ancora abita silenziosamente le nostre pratiche educative.
“Sei stato buono, educato, hai ascoltato → premio”.
“Sei stato cattivo, agitato, ribelle, maleducato → minaccia, carbone, ritiro dell’amore”.

🌀 Buono/Cattivo, Educato/Maleducato, Dispettoso, Iperattivo, Capriccioso, Piagnucolone, Testone…
sono parole-gabbia.
Appartengono a una morale spenta, figlia della pedagogia nera, che molti adulti portano ancora scritta sulla pelle del bambino che sono stati.
Parole che hanno un eco silenzioso, emotivamente vivo, dentro di sé.

🌱 Queste etichette rompono la connessione affettiva.
🌱 Attivano difese emotive nei bambini e nelle bambine.
🌱 Alimentano paura e angoscia d’abbandono.
🌱 Creano insicurezza, ansia da prestazione e da controllo, instabilità emotiva.
🌱 Nutrono un’idea pericolosa: l’amore condizionato
(“ti amo se…”).

🌿 È tempo di prendere consapevolezza di pratiche educative vecchie, obsolete, centrate sul potere adulto e sui bisogni del genitore, spesso mascherate da “buona educazione”.
Pratiche che manipolano, omologano, giudicano e proiettano sui bambini e sulle bambine le ferite irrisolte degli adulti.

🌟 Tutti i bambini e tutte le bambine meritano doni incondizionati, liberi dalle aspettative dell’adulto.
💫 Meritano di essere visti, guardati e sognati, ogni giorno, come capaci, sensibili, gioiosi, degni d’amore, sempre: unici e diversi da noi.
🩷 Neonati, bambini e bambine meritano amore e affetto senza condizioni.

⏳ Le condizioni non educano: garantiscono solo un amore fragile, dipendente, possessivo, tipico di adulti spaventati, antichi bambini feriti.

✨ Epifania. Andiamo alle origini.
Dal greco ἐπιφαίνω (epifàino: “rendere manifesto”),
ἐπιφάνεια (epifàneia: “manifestazione, apparizione, presenza”).

🌜 Il carbone, se liberato dalla minaccia, può tornare a essere simbolo spirituale: ciò che ha alimentato un fuoco e che può continuare ad alimentarlo.
Doniamo carbone con questo antico significato: Nuovo inizio, Ciclo della vita, Crescita.
🥰 Un augurio di crescita, trasformazione e fedeltà al proprio sentire.

📌 Ogni giorno rendiamo manifesta la spiritualità del bambino e della bambina, oltre le condizioni. Accogliamo sempre la persona e mediamo il comportamento. Custodiamo il piano emotivo.
Non spegniamo la magia e la luce nei loro occhi 🌟

🖤 Buona Epifania
Atelier della Pedagogista

🌿 “PERCHÉ?” 🌿Quante volte, davanti a un comportamento che ci spiazza, fuori dal nostro controllo, ci viene spontaneo chi...
04/01/2026

🌿 “PERCHÉ?” 🌿

Quante volte, davanti a un comportamento che ci spiazza, fuori dal nostro controllo, ci viene spontaneo chiedere a un bambino o a una bambina:

– Perché l’hai fatto?
– Perché piangi?
– Perché hai spinto?
– Perché sei così arrabbiato?
– Perché fai così?
– Perché sei così agitato?


Domande che nascono spesso da una ricerca adulta di senso, ma che - senza rendercene conto - poggiano su un presupposto adulto: 👉 che il bambino/a sappia spiegare razionalmente ciò che accade dentro di sé.

Ma nei primi anni di vita, questo non è possibile. E queste domande risultano davvero frustranti e poco funzionali nella relazione con i bambini e le bambine.

Tra 0 e 7/8 anni il comportamento precede il pensiero riflessivo. Il bambino/a non agisce per un perché, ma a partire da un sentire. Agisce a partire da ciò che il suo corpo e il suo sistema nervoso riescono a fare in quel momento.

Quando un bambino/a spinge, urla, piange, rifiuta, si irrigidisce o si oppone, non sta scegliendo consapevolmente un’azione: sta rispondendo con il corpo e con il sistema nervoso a ciò che sta vivendo internamente in quel Presente.

In quei momenti:
✨ la corteccia prefrontale non è ancora in grado di organizzare una spiegazione logica
✨ il linguaggio verbale è insufficiente
✨ il sistema emotivo e sensoriale prende il comando

👉 Il comportamento diventa linguaggio non verbale.
Un linguaggio primitivo, corporeo, immediato. Un linguaggio che parla di:
💫 sovraccarico emotivo e sensoriale
💫 paura
💫 frustrazione
💫 bisogno di contenimento
💫 richiesta di relazione, connessione, “Guardami!”

Chiedere “perché?” in quel momento rischia di produrre solo ulteriore distanza emozionale e frustrazione. Non perché il bambino/a non voglia rispondere, ma perché non può ancora rispondere in modo razionale come “pretendiamo” noi adulti.

Il compito educativo in questa fase di vita, allora, si sposta. Non è più chiedere spiegazioni, ma:
• osservare
• rallentare
• mettersi in ascolto
• mentalizzare

🌱 Forse chiedevamo troppo in quel momento.
🌱 Forse era stanco.
🌱 Forse il suo corpo non ce la faceva più.
🌱 Forse aveva bisogno di sentire che non era solo.

Siamo noi adulti a dover sostenere il peso del senso. Siamo noi a dover prestare parole, senza pretendere spiegazioni. Siamo noi a dover narrare ciò che il bambino/a ancora non sa raccontare.

🌱 Questo richiede un lavoro profondo anche su di noi.

Perché spesso, nel “perché” che rivolgiamo ai bambini e alle bambine, parla il bambino che siamo stati: quello a cui veniva chiesto di spiegarsi, di giustificarsi, di darsi una regolata fin da troppo piccoli.

Diventare adulti educanti consapevoli significa allora cambiare sguardo: passare dal giudizio alla lettura, dalla correzione alla comprensione, dal controllo alla relazione.

✨ Il comportamento non è il problema.
È il messaggio. (Non mi stancherò mai di poterlo ripetere). E ogni messaggio chiede prima di tutto qualcuno disposto ad ascoltare.

Atelier della Pedagogista

🌿 QUANDO DICE “NO!” 🌿Ci sono momenti della quotidianità, ci sono fasi dello sviluppo e della crescita, che mettono alla ...
03/01/2026

🌿 QUANDO DICE “NO!” 🌿

Ci sono momenti della quotidianità, ci sono fasi dello sviluppo e della crescita, che mettono alla prova anche l’adulto più presente e consapevole.

Quando un bambino o una bambina:
– non vuole cambiarsi
– non vuole mangiare
– non vuole dormire
– non vuole…
è naturale che nell’adulto si attivino fastidio, tensione, urgenza, rabbia, frustrazione, impotenza.
Spesso emerge un pensiero silenzioso, profondo:
“Deve obbedire.”

🌱 Ed è importante ricordarcelo: questa spinta verso l’obbedienza, sentita nel nostro corpo adulto, non nasce dal nulla.

La maggior parte di noi è cresciuta dentro modelli educativi fondati sul controllo, sulla correzione, sull’autorità, sull’adeguamento alle richieste dell’adulto.
Un’educazione in cui l’obbedienza era considerata una virtù e l’espressione emotiva un ostacolo.
Un’educazione in cui, spesso per immaturità emotiva adulta, l’ascolto ubbidiente del bambino o della bambina diventava (🥲 e ancora oggi diventa) la cartina tornasole della “bravura” educativa del genitore.

Queste esperienze non scompaiono con l’età adulta. Restano nelle memorie implicite, nel corpo, nel respiro, nelle tensioni muscolari, nel sistema nervoso. Si riattivano proprio oggi, nei momenti di fatica, quando il bambino o la bambina si oppone… e ci attiva.

💛Non è cattiveria. Non è incapacità educativa.
È una traccia educativa ereditata.

🌱 Ma dal punto di vista pedagogico, il “no” di un bambino non è una sfida all’autorità. È una forma di comunicazione.

I bambini e le bambine nella fascia 0–6 anni (e non solo) non possiedono ancora strumenti verbali maturi e razionali per spiegare ciò che accade dentro di loro. Per questo parlano attraverso il corpo, il comportamento, l’opposizione, talvolta l’aggressività.

🌱 Il comportamento è un linguaggio, non un problema da eliminare.

Un bambino o una bambina che non vuole cambiarsi può avere bisogno di continuità, di tempo, di protezione sensoriale.
Un bambino che rifiuta il cibo può cercare sicurezza, stabilità, autonomia, bisogno di essere visto.
Un bambino che non vuole dormire può essere troppo attivato o attraversato da paure che non sa ancora dire.


In questi momenti, la domanda educativa non è:
❌ “Come faccio a farlo obbedire?”
Ma piuttosto:
✨ “Che cosa sta cercando di comunicarmi?”
Questo cambio di sguardo non significa rinunciare al ruolo adulto. Significa trasformarlo.

✨ L’adulto resta guida, riferimento, contenimento. Ma non attraverso il controllo emotivo o la forzatura. Bensì attraverso presenza, fermezza gentile, contenimento e co-regolazione, relazione.

🌿 Bambini e bambine hanno bisogno di limiti: coerenti, chiari, reali, semplici. Ma hanno soprattutto bisogno di sentirsi al sicuro mentre li attraversano.

Quando l’adulto rallenta, riconosce ciò che si attiva dentro di sé e sceglie consapevolmente come rispondere, accade qualcosa di profondo: il conflitto perde forza, la relazione resta intatta, il bambino o la bambina non ha più bisogno di difendersi o di “scappare a suo modo”.

💡 Educare non è ottenere obbedienza.
È accompagnare un essere umano in crescita, sapendo che anche noi adulti siamo in cammino,
con compassione, verso noi stessi bambini.

Atelier della Pedagogista

Indirizzo

Viale XXIV Maggio 61
Pesaro
61121

Orario di apertura

Lunedì 17:00 - 18:30
Martedì 17:00 - 18:30
Mercoledì 15:30 - 18:30
Giovedì 14:30 - 19:00
Venerdì 14:30 - 19:00
Sabato 09:00 - 13:00

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Chi sono

Sono dottoressa magistrale in Progettazione e coordinamento dei servizi educativi e formativi presso la facoltà di Scienze della Formazione dell’Università degli studi di Urbino.

Ho iniziato la mia carriera lavorativa nell’anno 2001 attraverso diversi stage formativi ed esperienziali in diversi nidi d’infanzia del territorio e, durante le estati, nei diversi centri estivi e spazi gioco della zona.

Dal 2007 al 2019 ho lavorato come educatrice d’infanzia presso un nido infanzia ospitante bambini da 3 mesi a 36 mesi, sito in Gradara. Dal 2014 al 2019, nello stesso servizio, ho ricoperto la funzione di coordinatrice interna, mantenendo sempre vivi e costanti i dialoghi tra équipe educativa, cooperativa sociale, uffici comunali e territorio (famiglie).

Dal 2016 ad oggi, per la stessa cooperativa che ha in gestione il servizio di nido a Gradara, faccio parte dell’equipe di coordinamento pedagogico, che ha come principale funzione quella di supervisionare, ascoltare ed accompagnare, pedagogicamente parlando, le equipe educative di altri nidi d’infanzia della provincia di Pesaro ed Urbino verso una sempre maggiore qualità dei servizi ed un benessere globale (personale educativo, bambini, famiglie).