17/01/2026
Sono quasi dieci anni che mi occupo, in maniera trasversale, dell'impatto della tecnologia sui ragazzi e, più il tempo passa, più trovo impensabile che un ragazzino di 13 anni possa accedere a qualsiasi contenuto la rete offra semplicemente autodichiarando di averne 18.
E questo nei migliori dei casi, perché sui social, quasi senza volerlo, si possono vedere esecuzioni, violenza, risse, accoltellamenti. Basta partire da un innocente video dove ci sono due che litigano e nel giro di un'ora ti ritrovi a essere spettatore di un esecuzione. Nonostante se ne parli molto, ho la sensazione che ci stiamo muovendo tra divieti intermittenti e il far finta che questa realtà non esista.
Il problema vero, dal mio punto di vista, è l'inconsapevolezza.
Serve una materia specifica a scuola, qualcosa che dia un minimo di competenza ai ragazzi, un minimo di coding. Mostrare che dietro l'apparente magia non c'è una coscienza, ma matrici matematiche. Che ad esempio l'AI lavora su vettori e calcoli probabilistici per decidere, banalmente, quale parola mettere dopo in una frase. Questo può aiutare a mettersi al riparo da fenomeni di antropomorfizzazione, che sono quasi naturali e fisiologici altrimenti.
Spesso l'unico indicatore di rischio considerato è il "tempo" passato online, ma c'è una differenza abissale tra passare tre ore connessi per un uso attivo, cercare informazioni, portare avanti passioni, scrivere in gruppi, parlare con gli amici su WhatsApp, e passarne anche meno a scorrere passivamente video scelti da un algoritmo. Quell'algoritmo ha un solo obiettivo: incollarci allo schermo per profitto.Questa mancanza di basi tecniche ci rende vulnerabili sui social.
Senza un minimo di educazione tecnica, siamo tutti alla mercé delle piattaforme, delle grandi aziende che dettano le regole del gioco. Ecco perché parlo di coding a scuola. Non per formare una generazione di programmatori, chi vuole fare il programmatore lo farà più avanti, ma per aiutare i ragazzi a comprendere le logiche degli algoritmi.
E intanto a scuola si gioca a guardia e ladri: professori che cercano di smascherare i compiti fatti con l'AI e studenti che provano a nasconderlo. Mentre sappiamo che l'AI può essere utilizzata per migliorare l'apprendimento, e non solo, come spesso si fa, per spegnere il pensiero critico. Ma bisogna ragionare su come fare, come presentare ai ragazzi un modo ecologico di usarla, per quello che è: uno strumento.
Per fare questo salto serve un piano. Serve generare nuove competenze negli insegnanti, che non possono essere lasciati soli a gestire tutto questo, così come non possono esserlo le famiglie. Le istituzioni e la società devono smettere di delegare e iniziare ad assumersi la responsabilità di dare ai ragazzi gli strumenti per capire il mondo in cui vivono.