18/04/2026
Ci sono storie in cui il corpo non è solo un corpo: è stato un luogo attraversato, invaso, lasciato solo senza qualcuno che potesse dire: questo non doveva accadere.
Succede che, anni dopo, quel corpo torni al centro in modi duri e inspiegabili dal di fuori. Arrivano i tagli, le ferite e le cicatrici: non per distruggersi, ma per provare a rimettere insieme qualcosa.
Una paziente, tempo fa, mi ha fatto sentire questo con grande chiarezza:
non era il dolore che cercava. Era piuttosto un confine, qualcosa che non si espandesse ovunque e che poteva essere controllato.
Nel linguaggio di Gabor Maté, potremmo dire che lì c’è un dolore rimasto senza relazione, senza un contenitore umano che lo trasformi.
E con Alice Miller possiamo riconoscere quanto presto si possa imparare a non sentire, o a non mostrare, per non perdere ciò da cui dipendiamo.
Così il corpo diventa il luogo in cui si tenta una traduzione: da qualcosa di informe, invisibile, ingestibile… a qualcosa che almeno ha un bordo, un inizio, una fine.
Non è, come si potrebbe superficialmente pensare, un gesto “contro di sé”. È piuttosto un tentativo — doloroso, imperfetto — di non sparire dentro ciò che non ha ancora trovato parola.
E forse il punto, nel lavoro terapeutico, non è spegnerlo in fretta.
Ma costruire, insieme, la possibilità che quel dolore trovi finalmente uno spazio dove esistere… senza dover più passare dal corpo per essere finalmente visto.
Emilia Sigillo - Psicologa e Psicoterapeuta