Poliambulatorio Stenella

Poliambulatorio Stenella Servizi di specialistica medica, riabilitazione e specialistica chirurgica avvalendosi di specialisti che provengono dalle principali realtà italiane.

14/01/2026

"Sento che cambia il tempo". Quante volte lo hai detto, massaggiandoti il ginocchio?

Succede spesso al risveglio, in quelle mattine grigie e umide tipiche del nostro inverno pescarese. Oppure la sera, quando l'aria si raffredda di colpo. Ti alzi dalla sedia dopo qualche ora di lavoro, o scendi dall'auto dopo il tragitto verso casa, e senti quella f***a sorda. Non è un dolore acuto, lancinante. È più una rigidità profonda, un senso di "ruggine" nell'ingranaggio che ti costringe a fare i primi passi con cautela, quasi zoppicando, finché l'articolazione non si "scalda". In quel momento, il pensiero corre subito alla saggezza popolare: "Sarà l'umidità", "Ho le ossa che fanno da barometro". E spesso ci rassegniamo, accettando questo fastidio come una tassa inevitabile dell'età o del clima, limitandoci a evitare le scale o a rinunciare alla passeggiata serale.

Ma perché il nostro corpo reagisce così al meteo? È solo suggestione o c'è una spiegazione reale?

La verità è che il tuo ginocchio è un capolavoro di bio-ingegneria, estremamente sensibile alla fisica.

Immagina l'articolazione come una camera sigillata, avvolta da una capsula e contenente un lubrificante naturale (il liquido sinoviale). Quando arriva una perturbazione, la pressione atmosferica esterna si abbassa. Per una legge fisica, i gas e i liquidi all'interno del tuo corpo tendono a espandersi leggermente verso l'esterno per riequilibrare questa pressione. In un ginocchio perfettamente sano, questo cambiamento è impercettibile. Ma se all'interno c'è una lieve infiammazione, un principio di usura della cartilagine o i postumi di un vecchio infortunio sportivo, quella microscopica espansione preme sui recettori del dolore, che sono già all'erta.

Inoltre, il freddo gioca un ruolo cruciale: le basse temperature causano vasocostrizione (arriva meno sangue ai tessuti periferici) e rendono il liquido sinoviale più viscoso, meno fluido. È come cercare di mettere in moto un motore con l'olio freddo e denso: l'attrito aumenta e il movimento diventa faticoso. Quindi no, non è "solo vecchiaia" e non è immaginazione. È il tuo corpo che ti sta segnalando che quella zona specifica è più vulnerabile e ha perso la sua capacità di adattamento agli stress esterni.

Al Centro Medico Stenella, crediamo che non ci si debba rassegnare a fare da "stazione meteo" vivente. L'obiettivo non è solo spegnere il dolore quando piove, ma capire se dietro quella sensibilità c'è un'artrosi iniziale o uno squilibrio posturale che possiamo trattare per restituirti la libertà di muoverti, con il sole o con la pioggia.

Se le tue ginocchia ti stanno parlando troppo spesso ultimamente, forse è il momento di ascoltarle davvero.

✅ Vi aspettiamo in Viale Bovio, 275 - Pescara ☎ 085 4711973

Servizi di specialistica medica, riabilitazione e specialistica chirurgica avvalendosi di specialisti che provengono dalle principali realtà italiane.

Quelle piccole bollicine che compaiono col freddo: mani screpolate o qualcosa di più?Capita spesso in queste settimane i...
12/01/2026

Quelle piccole bollicine che compaiono col freddo: mani screpolate o qualcosa di più?

Capita spesso in queste settimane invernali. Rientri a casa dopo una giornata fuori, con il freddo che ti ha accompagnato fino all'uscio. Ti lavi le mani, magari con l'acqua un po' troppo calda per cercare conforto, e senti che qualcosa non va. Non è la solita pelle che "tira" o si spacca per il vento. È una sensazione diversa, più insidiosa: un prurito profondo, quasi interno, che parte dai lati delle dita o dal palmo.

Poi guardi meglio, magari sotto la luce forte del bagno, e le vedi: minuscole vescicole, piene di liquido trasparente, simili a capocchie di spillo incastonate sotto pelle. È un momento frustrante. Le mani sono il nostro biglietto da visita, il nostro primo strumento di contatto con il mondo e con gli altri. Vederle rovinate, o sentire l’impulso di grattarsi continuamente, crea un disagio che va oltre il dolore fisico: è un imbarazzo silenzioso che ci porta a nasconderle nelle tasche o sotto il tavolo durante una cena.

Molti pensano: "È solo il freddo, passerà con un po' di crema grassa". Ma se quelle vescicole tornano ciclicamente o evolvono in spaccature dolorose (ragadi), il freddo è solo l'innesco, non la causa profonda.

Stiamo parlando di una reazione infiammatoria specifica della pelle, che in medicina indica che la barriera cutanea è andata in "corto circuito".

Immaginate la vostra pelle come un muro di mattoni tenuti insieme da malta (i lipidi). D'inverno, il freddo restringe i vasi sanguigni, riducendo il nutrimento superficiale, mentre l'aria secca degli ambienti riscaldati fa evaporare l'acqua. Se a questo aggiungiamo lo stress — che è un potente attivatore di istamina e cortisolo — la "malta" si sgretola. La pelle, persa la sua protezione, reagisce in modo disordinato: accumula liquidi dove non dovrebbe (le vescicole) e poi si secca drasticamente, spaccandosi.

Non è quindi "solo pelle secca". È il segnale che il vostro sistema di difesa esterno è compromesso e sta reagendo a uno stress, che può essere climatico, chimico (saponi aggressivi) o, molto spesso, emotivo.

Al Centro Medico Stenella, l'approccio dermatologico non si ferma alla superficie. Quando trattiamo queste problematiche, non ci limitiamo a prescrivere una pomata per spegnere l'incendio momentaneo. I nostri specialisti cercano di capire perché la vostra pelle ha ceduto proprio ora. Indaghiamo le abitudini quotidiane, i prodotti che usate, il livello di tensione che state vivendo. Perché curare una mano significa restituire alla persona la libertà di toccare, lavorare e stringere altre mani senza timore o dolore.

Se questo inverno le tue mani ti stanno mandando questi segnali, non aspettare che la pelle si laceri. Prendiamocene cura insieme, con il giusto metodo.

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10/01/2026

Quel battito irregolare mentre riposi è solo stress?

Accade spesso quando meno te lo aspetti. La giornata frenetica è finalmente alle spalle, la casa è scesa nel silenzio, sei disteso sul divano o magari stai provando a prendere sonno. È proprio in quella quiete apparente che lo senti: un colpo sordo nel petto, la sensazione netta di un battito che "salta" un giro, seguito da uno più forte, quasi violento. Oppure un improvviso sfarfallio, come se il cuore avesse deciso di correre una maratona mentre tu sei completamente fermo.

La prima reazione è quasi sempre la stessa per tutti: un attimo di paura, seguito immediatamente dalla razionalizzazione. "Sarà lo stress", ci diciamo. "Ho bevuto troppi caffè oggi", "È la stanchezza". E così, normalizziamo quel segnale, archiviandolo come un fastidio passeggero legato ai ritmi della vita moderna.

Ma cosa sta succedendo davvero, fisiologicamente, in quel momento?

Il nostro cuore è una macchina elettrica meravigliosa, governata da un "direttore d'orchestra" naturale (il nodo del seno) che detta il ritmo. Quella sensazione di "tuffo" o di irregolarità, spesso, è tecnicamente un'extrasistole o un'alterazione della conduzione. Immaginate che una parte del cuore decida di anticipare il comando, contraendosi prima del tempo. Il sistema, per rimettersi in fase, è costretto a una breve pausa compensatoria (il silenzio che percepite) seguita da una contrazione più vigorosa per smaltire il sangue accumulato (il colpo forte).

È vero, lo stress e la stanchezza possono essere la miccia che accende questo fenomeno. Ma c'è una differenza sostanziale tra la miccia e il meccanismo sottostante. Etichettare tutto come "ansia" senza indagare è rischioso, perché ci impedisce di vedere se alla base c'è un'alterazione strutturale o elettrica che va monitorata, e non semplicemente "sopportata".

Al Centro Medico Stenella, il nostro approccio alla Cardiologia parte proprio da qui: non ci limitiamo a guardare il tracciato di un esame, ma guardiamo la persona. Perché un battito irregolare va inserito nel contesto della vostra vita: come mangiate, come dormite, che tipo di sforzi fate. Utilizziamo la diagnostica strumentale per vedere l'invisibile, ma usiamo l'ascolto e il tempo clinico per capire se quel "tuffo" al cuore è un episodio benigno o un segnale che richiede attenzione.

La serenità non nasce dall'ignorare un sintomo sperando che passi, ma dalla consapevolezza di aver escluso, insieme a uno specialista, ogni dubbio.

Se ti riconosci in queste sensazioni, non aspettare che diventino un'abitudine. Parliamone insieme.

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Quel cerchio alla testa che arriva sempre alle 18:00.È davvero solo lo stress della giornata?Ci sono giorni in cui torni...
08/01/2026

Quel cerchio alla testa che arriva sempre alle 18:00.
È davvero solo lo stress della giornata?

Ci sono giorni in cui torniamo a casa e sentiamo una specie di "morsa" sulle tempie. Diamo la colpa alle mille email, al traffico della città, alle scadenze o semplicemente alla stanchezza accumulata. Ci diciamo "passerà con una dormita" o prendiamo il solito analgesico per spegnere il fastidio e andare avanti. È una scena che vediamo ripetersi spesso nei racconti dei nostri pazienti: conviviamo con il dolore finché non lo consideriamo quasi una parte normale della nostra routine lavorativa.

Ma se il corpo ci stesse dicendo qualcos'altro? Spesso, quello che etichettiamo genericamente come "mal di testa da stress", in realtà è un grido d'aiuto dei nostri occhi. Pensateci: passiamo ore a fissare schermi retroilluminati, costringendo i muscoli oculari a un lavoro di "messa a fuoco" statico e continuo che non è naturale per la nostra fisiologia. Se a questo sforzo aggiungiamo un piccolo difetto visivo non corretto (anche minimo, di cui magari non siamo consapevoli) o un'alterazione della lacrimazione, i nostri occhi sono costretti a "compensare" continuamente per ore.

Questa compensazione ha un costo energetico altissimo. La tensione parte dagli occhi, si irradia alla fronte, scende fino al collo e alle spalle. Ecco perché quel dolore arriva puntuale a fine giornata: è il momento in cui il sistema visivo ha esaurito le sue riserve. Non è solo stanchezza mentale, è un sovraccarico funzionale fisico.

Al Centro Medico Stenella crediamo che la cura inizi dalla comprensione profonda delle cause. Prima di abituarvi al dolore o aumentare i farmaci, è fondamentale fermarsi e indagare. Una visita oculistica approfondita non serve solo a vedere se vi mancano decimi, ma a capire come il vostro sistema visivo lavora sotto sforzo e come possiamo aiutarlo a ritrovare comfort.

Perché lavorare e vivere senza quel "peso" costante sugli occhi non è un lusso, è salute.

Se ti riconosci in questa descrizione, parliamone insieme. ✅ Vi aspettiamo in Viale Bovio, 275 - Pescara ☎ 085 4711973

CNO srl © 2015 – Partita IVA 01910260684Via Bovio 275 – 65124 Pescara (PE)tel. +39 085 4711973 fax +39 085 4716371Il poliambulatorio Stenella è una struttura autorizzata con i Provvedimenti n° 282/SUAP del 31.07.2012 e n° 189/SUAP del 04.08.2015. Il poliambulatorio Le Dune è autorizzato con...

Il periodo natalizio è passato. Come riprendiamo l’alimentazione corretta.🥑🥕🥖🍠🍊🍳🍗🥩🍤Dopo le festività, può capitare di av...
07/01/2026

Il periodo natalizio è passato. Come riprendiamo l’alimentazione corretta.
🥑🥕🥖🍠🍊🍳🍗🥩🍤

Dopo le festività, può capitare di avvertire una sensazione persistente di pesantezza dopo i pasti, gonfiore addominale, digestione lenta o un appetito alterato rispetto al normale. Spesso questi segnali compaiono anche a distanza di giorni dalla fine del periodo natalizio, soprattutto dopo pasti abituali che prima non davano alcun fastidio.

Dal punto di vista fisiologico, periodi prolungati di alimentazione più ricca, irregolare o sbilanciata possono portare l’organismo a uno stato di sovraccarico funzionale. L’apparato digerente è costretto ad adattarsi rapidamente a variazioni nella quantità e nella qualità degli alimenti, con possibili ripercussioni sui meccanismi digestivi, sull’assorbimento dei nutrienti e sulla regolazione metabolica. Spesso questo quadro indica una difficoltà dell’organismo a ritrovare un equilibrio, con processi di compensazione che possono coinvolgere stomaco, intestino e metabolismo energetico.

Ignorare questi segnali o ricorrere a interpretazioni personali può essere rischioso. Sintomi apparentemente comuni possono nascondere condizioni che meritano un inquadramento clinico corretto. Senza una valutazione specialistica, si rischia di sottovalutare un problema più strutturato o di intervenire in modo non adeguato.

Per questo è importante affidarsi a una visita specialistica di Nutrizione Clinica presso il Centro Medico Stenella, per una valutazione approfondita e strumentale dello stato nutrizionale e del funzionamento dell’organismo.

✅ Vi aspettiamo nella nostra sede di Pescara in Viale Bovio, 275.
☎ Se vuoi avere più informazioni chiamaci allo 085 4711973 o ▶ contattaci qui.
👍 Ricordiamo a tutti gli interessati che è necessario prenotare l'appuntamento per parlare con i nostri specialisti.

CNO srl © 2015 – Partita IVA 01910260684Via Bovio 275 – 65124 Pescara (PE)tel. +39 085 4711973 fax +39 085 4716371Il poliambulatorio Stenella è una struttura autorizzata con i Provvedimenti n° 282/SUAP del 31.07.2012 e n° 189/SUAP del 04.08.2015. Il poliambulatorio Le Dune è autorizzato con...

Chiudiamo questo 2025 con un sorriso e guardiamo al futuro con ottimismo. 🌟Quali sono i vostri buoni propositi per l'ann...
31/12/2025

Chiudiamo questo 2025 con un sorriso e guardiamo al futuro con ottimismo. 🌟

Quali sono i vostri buoni propositi per l'anno nuovo? Qualunque essi siano, ricordate che prendersi cura di se stessi è il primo passo per realizzarli tutti.

Tanti auguri di cuore a tutti i nostri pazienti e collaboratori per uno splendido 2026!

📍 Centro Medico Stenella
🌐 www.stenellacno.it

In questi giorni speciali, l'augurio che vi facciamo è di ascoltare solo ciò che vi fa stare davvero bene: le risate del...
23/12/2025

In questi giorni speciali, l'augurio che vi facciamo è di ascoltare solo ciò che vi fa stare davvero bene: le risate delle persone care, il suono della carta regalo che si strappa, il silenzio riposante di una mattina lenta.

La salute passa anche dalla serenità di questi momenti.

Noi ci prendiamo una piccola pausa per ricaricare le energie e tornare a prenderci cura di voi. Il centro resterà chiuso per festività: 🚫 Dal 24 al 28 Dicembre 🚫 Dal 31 Dicembre al 04 Gennaio 🚫 Il 06 Gennaio

Che il vostro Natale sia ricco di quella pace che fa bene allo spirito e al corpo. Buone Feste da tutto il team Stenella. 🎄

🌐 www.stenellacno.it

L'8 Dicembre non è solo una data sul calendario, è il momento in cui si accende l'atmosfera. ✨ Tra una luce che brilla e...
08/12/2025

L'8 Dicembre non è solo una data sul calendario, è il momento in cui si accende l'atmosfera. ✨ Tra una luce che brilla e l'albero che prende forma, ci prendiamo un piccolo spazio per augurarvi un periodo di serenità e benessere. Che queste feste portino nuova energia nelle vostre case. Buona Festa dell'Immacolata a tutti.

11/11/2025

Fuori dal vortice: smartphone, adolescenti e l’esempio degli adulti

C’è un paradosso che molti genitori riconoscono: chiediamo ai ragazzi di “staccare”, ma siamo noi i primi a controllare notifiche a tavola o a rispondere ai messaggi a letto. È qui che il discorso sugli smartphone e gli adolescenti si inceppa. Il problema non è solo quanto tempo stanno online, ma che modello vedono ogni giorno e che regole imparano a rispettare quando gli adulti non guardano. In diversi Paesi il pendolo pubblico sta tornando verso limiti più stringenti — dall’innalzamento dell’età minima per i social alla stretta sui telefoni a scuola — ma nessuna legge funziona senza coerenza educativa in casa e a scuola.

Negli ultimi mesi sono arrivate mosse forti. La Danimarca ha annunciato l’intenzione di vietare i social ai minori di 15 anni; la Norvegia ha messo in campo un percorso simile; l’Australia ha approvato un quadro normativo che obbliga le piattaforme a impedire account sotto i 16 anni con un avvio operativo a fine 2025. In Italia, il Ministero dell’Istruzione ha esteso il divieto di cellulare in classe al primo ciclo e, più di recente, alle superiori. Si tratta di segnali chiari: non è più “tutto sulle spalle” delle famiglie, ma una cornice collettiva che prova a ridurre il rumore digitale dove si studia e si cresce.

Sul piano della salute, il quadro scientifico non è bianco o nero: gli esperti del Surgeon General americano ricordano che i social possono offrire opportunità (relazioni, creatività, informazione), ma esistono indicatori di rischio per sonno, attenzione e benessere psicologico, soprattutto nelle fasi più delicate dello sviluppo. Tradotto: non viviamo un’emergenza da “spegnere tutto”, ma nemmeno un ambiente neutro. Serve guida adulta, spazi offline e confini credibili.

Guardiamo ai ragazzi. I dati italiani dicono che l’uso è vastissimo già in età precoce: tra gli 11 e i 19 anni la presenza sui social è la norma, e nel Mezzogiorno le percentuali salgono ancora. Organizzazioni come Telefono Azzurro e Save the Children fotografano un pubblico connesso, spesso competente, ma esposto a rischi ricorrenti (notte interrotta dalle notifiche, confronto sociale al rialzo, cyberbullismo). È interessante, però, un altro segnale che arriva dal Regno Unito: quasi la metà dei 16–21enni dichiara che starebbe meglio in un mondo senza Internet e una quota simile vorrebbe un “coprifuoco digitale”. Non è nostalgia: è il desiderio di regole condivise per smettere di lottare da soli contro il design delle app.

L’educazione, quindi, non è un elenco di divieti: è prevedibilità. Se a scuola lo smartphone è fuori gioco, a casa non può essere “liberi tutti”. Se chiediamo di non usarlo in camera, anche il genitore si tiene il telefono fuori dalla stanza. Se temiamo lo “scroll infinito”, lo combattiamo insieme con abitudini trasparenti (modalità notturna, limiti orari, telefoni parcheggiati durante i pasti), spiegando il perché e discutendo le eccezioni. È quella coerenza che tanti adolescenti, più di quanto pensiamo, sanno accogliere — e spesso chiedono — quando il patto è chiaro.

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09/11/2025

Umore e alimentazione: un dialogo vero, ma più complicato di così

L’immagine è familiare: una giornata storta, il frigo che si apre, qualcosa di dolce “per tirarsi su”. Il sollievo c’è, ma è breve. Sul medio periodo, le cose si capovolgono: molte ricerche mostrano legami tra stile alimentare e salute mentale, in particolare con il rischio di sintomi depressivi. Per esempio, in giovani adulti seguiti in più Paesi, un’alimentazione ricca di ultra-processati si associa più spesso a umore basso; al contrario, dopo i 55 anni chi segue schemi ricchi di frutta e verdura presenta meno segnali di depressione. Non è una formula magica: è un’associazione che merita attenzione.

Perché il piatto può “toccare” la mente
Le strade sono diverse. Una dieta sbilanciata favorisce sovrappeso e obesità, che a loro volta aumentano l’infiammazione di basso grado e il rischio cardiometabolico: un terreno dove la depressione trova più spazio. C’è anche la componente psicosociale: stigma, isolamento, senso di inadeguatezza. E quando cala l’energia, spesso cala anche l’attività fisica: un circolo che peggiora l’umore. In tavole poco varie, poi, possono mancare micronutrienti utili anche al cervello (vitamine, minerali, aminoacidi essenziali).

Intestino e cervello: la pista del microbiota
Negli ultimi anni si è guardato con interesse all’asse intestino-cervello. Gli stili “occidentali” sembrano favorire disbiosi, cioè uno squilibrio del microbiota; di contro, schemi ricchi di fibre alimentano comunità microbiche più diversificate. Un microbiota in salute produce molecole che parlano con il sistema nervoso; quando l’equilibrio si rompe, cambia anche questo dialogo. Non stupisce che alcuni studi abbiano collegato bevande zuccherate a un rischio maggiore di depressione (soprattutto nelle donne) insieme a variazioni di batteri come Eggerthella. Sono tasselli coerenti, ma non bastano — da soli — a dire “quanto” conti l’alimentazione nello sviluppo dei disturbi dell’umore né se basti cambiare dieta per alleviarli.

E se fosse il contrario?
È la domanda giusta. Spesso è la depressione a far mangiare peggio. Chi sta male fatica a fare la spesa, cucinare, scegliere fresco; perde interesse per l’aspetto fisico e per la salute; può comparire anedonia (mancanza di piacere) con riduzione dell’appetito, compensata da cibi pronti o “comfort food”. Anche le differenze tra uomini e donne che emergono in alcune ricerche potrebbero riflettere ruoli sociali e culturali più che un effetto diretto degli alimenti. In termini tecnici: molta della letteratura rischia causalità inversa o fattori confondenti.

Cosa ci portiamo a casa (senza scorciatoie)
Non esistono “diete della felicità”, né questo testo offre ricette o cure. Il messaggio è più sobrio: alimentazione e umore si influenzano, ma la relazione è bidirezionale e attraversata da abitudini, sonno, movimento, relazioni, contesto economico. Se noti oscillazioni di appetito, energia in picchi e cadute, fame nervosa o perdita d’interesse per il cibo, vale la pena parlarne con professionisti che possano leggere il quadro completo.

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La memoria cammina: perché anche 3.000–5.000 passi al giorno fanno la differenzaPer chi teme l’Alzheimer, l’idea di “far...
08/11/2025

La memoria cammina: perché anche 3.000–5.000 passi al giorno fanno la differenza

Per chi teme l’Alzheimer, l’idea di “fare più movimento” suona spesso generica. Eppure, arrivano dati molto concreti: in adulti tra 50 e 90 anni a rischio per Alzheimer, bastano poche migliaia di passi al giorno per vedere una traiettoria diversa nel tempo. Non stiamo parlando di maratone, ma di passi quotidiani misurati con pedometro, mentre il cervello veniva seguito con PET per amiloide e tau (i segni biologici della malattia) e con test cognitivi ripetuti. Nei partecipanti più attivi, la progressione del tau è risultata più lenta e, con essa, anche il declino cognitivo e funzionale. In media, chi camminava 3.000–5.000 passi/die mostrava un ritardo del calo cognitivo stimato intorno a 3 anni; nella fascia 5.000–7.000 il ritardo saliva fino a circa 7 anni, con un plateau oltre i ~7.500 passi.

Il messaggio è importante per due motivi. Primo: anche livelli modesti di attività contano, specie se c’è già amiloide elevata alla base—proprio in quei profili in cui ci si aspetterebbe un declino più rapido. Secondo: non serve inseguire il mito dei 10.000 passi—una soglia nata più dal marketing che dalla medicina—per ottenere benefici misurabili; diverse analisi mostrano vantaggi robusti già attorno ai 7.000 passi su salute generale e rischio di demenza, con guadagni addizionali più contenuti oltre certe soglie. In altre parole, ogni gradino in più nel movimento quotidiano sposta la curva nella direzione giusta.

Questo non è un invito al fai-da-te né la “cura” dell’Alzheimer. È un modo concreto di leggere il problema: il cervello sembra “registrare” le abitudini del corpo, e una routine di passi realistici e sostenibili può rallentare (non invertire) alcune traiettorie biologiche e cliniche, soprattutto quando il rischio è già presente. I numeri arrivano da uno studio appena pubblicato su Nature Medicine (Harvard Aging Brain Study), con misure oggettive di passi e biomarcatori cerebrali: un tassello serio in un quadro che, da anni, indica nell’attività fisica un fattore modificabile di salute del cervello.

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Cuore in primo piano dai 40 ai 60: un rischio sottovalutatoC’è un dato che fa riflettere: tra i 40 e i 60 anni la grandi...
06/11/2025

Cuore in primo piano dai 40 ai 60: un rischio sottovalutato

C’è un dato che fa riflettere: tra i 40 e i 60 anni la grandissima maggioranza delle donne presenta almeno un fattore di rischio cardiovascolare. Non parliamo di casi rari: le ultime campagne in farmacia hanno fotografato 9 donne su 10 con qualche spia accesa, e in oltre un terzo sono emerse anomalie all’ECG (soprattutto del ritmo e della conduzione). Nel profilo di rischio, spiccano sedentarietà (oltre la metà), fumo e ipercolesterolemia pregressa; non di rado la pressione resta alta anche in chi è già in terapia. Sono numeri italiani, di questi mesi.

Il punto cieco è culturale: molte donne temono prima di tutto il tumore al seno, ma a togliere più vite—silenziosamente—sono ancora le malattie cardiovascolari. Il passaggio peri-menopausa/menopausa rimescola le carte: aumentano pressione, dislipidemie e insulino-resistenza, e il rischio “recupera” quello maschile fino a superarlo in alcune condizioni. In parallelo, una quota di eventi riguarda forme microvascolari (ischemia senza ostruzioni evidenti) che spesso faticano a essere riconosciute con i percorsi “standard”.

C’è anche un tema di ricerca: le donne sono tuttora sottorappresentate in molti studi clinici cardiologici. Meno dati significa meno consapevolezza su segnali e percorsi “tipicamente femminili”, con il rischio di diagnosi tardive o sottovalutate.

Questo non è un invito al fai-da-te né una lista di soluzioni: quelle nascono nel confronto con gli specialisti. È un promemoria chiaro: se hai tra 40 e 60 anni, lavori molto, ti muovi poco, fumi o hai già avuto richiami su colesterolo e pressione, il cuore merita attenzione adesso—anche se “stai bene” e non senti nulla.

In Stenella ascoltiamo la tua storia e leggiamo i segnali per dare un nome al rischio, non per spaventare. Se vuoi parlarne con i nostri cardiologi, prenota una valutazione: partiamo dal tuo profilo reale e costruiamo, insieme a te, il percorso più sensato.

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