Dott. Sara Bellodi - Psicologa Psicoterapeuta

Dott. Sara Bellodi - Psicologa Psicoterapeuta Parlare senza essere capiti fa male. ✨
Scopri cosa cambia quando qualcuno ascolta davvero.

05/02/2026
27/01/2026

Coltivare la memoria è un impegno quotidiano: custodire il passato significa rafforzare la consapevolezza con cui costruiamo il futuro.

Le memorie traumatiche non sono semplici ricordi. Sono esperienze che la mente non è riuscita, in quel momento, ad integ...
27/01/2026

Le memorie traumatiche non sono semplici ricordi.
Sono esperienze che la mente non è riuscita, in quel momento, ad integrare.

Per questo non restano ferme nel passato: possono riapparire come immagini improvvise, emozioni intense, reazioni corporee o comportamenti che sembrano “esagerati” rispetto alla situazione presente.

La psichiatra Judith Herman ha descritto come il trauma possa frammentare la memoria: l’esperienza non si organizza in un racconto coerente, ma resta sotto forma di tracce emotive e sensoriali che irrompono nel qui e ora.
Anche Bessel van der Kolk sottolinea che ciò che non viene elaborato mentalmente continua a esprimersi attraverso il corpo.

In una prospettiva psicodinamica, potremmo dire che il trauma resta in parte “non pensato”: non è solo qualcosa che è accaduto, ma qualcosa che, in certe condizioni, continua a farsi sentire dentro di noi.

Il lavoro terapeutico non serve a cancellare il passato, ma ad aiutarci a dargli parole, significati, connessioni.
Quando un’esperienza trova posto in una storia personale più ampia, diventa più facilmente un ricordo — e meno un’irruzione.

Elaborare non significa dimenticare.
Significa permettere al passato di essere passato, lasciando più spazio al presente e al futuro.

“Non mi sento ascoltato.”È una frase che molte persone pensano, ma dicono ad alta voce sempre meno.Succede nelle relazio...
25/01/2026

“Non mi sento ascoltato.”
È una frase che molte persone pensano, ma dicono ad alta voce sempre meno.

Succede nelle relazioni di coppia, in famiglia, sul lavoro.
Si parla, si spiegano le cose… eppure resta quella sensazione di non essere davvero compresi. Come se le parole arrivassero all’altro, attraversandolo senza essere colte.

Quando ci si sente poco ascoltati, nel tempo si può iniziare a:
• trattenere ciò che si prova
• sentirsi soli anche nelle relazioni importanti
• provare frustrazione o rabbia che non si riesce a spiegare
• pensare che tanto “non cambierà nulla”

A volte il punto non è solo cosa diciamo, ma come ci siamo abituati a stare nelle relazioni, che posto sentiamo di avere, quanto ci sentiamo legittimati a esprimere bisogni ed emozioni.

Un percorso psicologico può essere uno spazio in cui fermarsi a osservare questi aspetti con più calma e profondità. Sentirsi ascoltati in modo autentico, senza giudizio, può aiutare a comprendere meglio sé stessi e a trovare modalità nuove per comunicare e stare con gli altri.

Se questo tema ti tocca da vicino, parlarne con un professionista può essere un primo passo per non portarlo da soli.

24/10/2022

Bonus Psicologo: facciamo un po’ di chiarezza

14/09/2022

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On. Meloni,mi deve perdonare ma io non sono mai stata una persona diplomatica, quindi Le confesso già che chiamarLa “ono...
24/08/2022

On. Meloni,

mi deve perdonare ma io non sono mai stata una persona diplomatica, quindi Le confesso già che chiamarLa “onorevole” è una grande forzatura.

Mi chiedo per cosa Lei sia “onorevole”, perché si debba a Lei una sorta di riverenza, laddove Lei non mostra rispetto quasi per nessuno.
Lo dimostra l’offesa profonda della pubblicazione del video dello stupro di qualche giorno fa, lo dimostrano le Sue affermazioni sulla “devianza dei nostri giovani” di cui ha twittato recentemente.
In quelle devianze, che a dire del Suo partito possono essere represse sul nascere (non si sa come e forse non vorremmo nemmeno saperlo), sono stati annoverati anche i disturbi alimentari (l’anoressia, la bulimia), le dipendenze di ogni genere, il bullismo, l’autolesionismo, l’ hikikomori, persino l’obesità.

Mi chiedo se sa di cosa sta parlando, Onorevole.

Non so per quale ragione mi sembra di percepire una retrocultura che tanto mi ricorda il fascismo: i nostri giovani devono essere perfetti, senza nessun tipo di difetto (probabilmente nemmeno fisico, sicuramente non psichico).
Ogni tipo di anomalia va repressa sul nascere, negata nella sua esistenza.
Calpestando e offendendo oltre un secolo di tentativi disperati di sensibilizzazione al disagio psichico, di promozione di cure sempre più efficaci, di creazioni di rete di sostegno per i pazienti, le famiglie, gli operatori.
Lei, che ha solo 3 anni più di me, mi sembra che parli come se fossimo tornati indietro di almeno 100 anni.

Reprimere e curare (o prendersi cura) sono due concetti molto differenti.
Il Suo “reprimere” mi ricorda, non so bene perché, quella tendenza degli Spartani ad eliminare i bambini imperfetti gettandoli dal Monte Taigeto.

Non voglio darLe lezioni di psicologia, credo che non le ascolterebbe.
Vorrei chiarire che pensare che la psiche esiste, che la sofferenza emotiva esiste e richiede che ce ne si occupi, non vuol dire essere giustificazionisti.
Anche qui, comprendere e giustificare sono due cose molto differenti.
Ho avuto l’impressione che la Vostra idea di “prevenire le devianze” fosse una sorta di “fare pulizia” da tutto quello che può risultare scomodo.
Peccato, Onorevole, che a quello “scomodo” il Governo e lo Stato dovrebbero offrire una soluzione, non una repressione.

Mi spiego meglio: una ragazza anoressica è sicuramente “scomoda” sul piano socio economico, perché ingaggia i Servizi (che sono drammaticamente carenti), può richiedere dei ricoveri, delle cure mediche, delle cure psicologiche.
Per anni. Può ingaggiare il SSN.
Dovrebbe farlo, in realtà.
La Sanità Pubblica dovrebbe poter offrire dei corretti dispositivi di cura anche a queste persone.
Che non stanno facendo i capricci perché non hanno avuto madri sufficientemente repressive. Non sono capricci, Onorevole, è un disturbo mentale.
Questo non accade, purtroppo, lo dimostra l’esistenza del “bonus psicologico”: chi presenti un qualche tipo di sofferenza psichica (non solo reattiva alla pandemia!) in Italia è sostanzialmente obbligato a rivolgersi a dei canali privati.
E’ ingiusto e classista, è iniquo.
Equivale a dire che ci si può curare solo se si è ricchi.
Sto estremizzando ma non molto, mi creda.

Torniamo un passo indietro: una ragazza anoressica sicuramente ingaggia il piano socio economico.
Quindi? Cosa facciamo?
Anche il cancro ingaggia sul piano socio economico. Richiede esami, cure, interventi, ancora cure.
Quindi? Cosa facciamo?
Eliminiamo (non Le chiedo come) tutti gli “imperfetti” perché ingaggiano eccessivamente la nostra società, che deve essere pulita e lucente come lo specchio della regina Grimilde di Biancaneve?

Credo che Lei non intendesse questo.
Credo che, ancor peggio, intendesse che alcune condizioni psichiche sono predisponenti a condotte devianti/delinquenziali che potrebbero mettere nel futuro a rischio la nostra società.
Questa è chiaramente una Sua proiezione, che non ha nessun fondamento scientifico.

Non vorrei offenderLa, Onorevole, ma io davvero ho l’impressione che Lei non sappia minimamente di cosa sta parlando.
Nonostante questo, nel Suo parlare senza conoscere, offende milioni di persone, di famiglie, di operatori.
Li offende nel profondo della loro sofferenza, nel nucleo della professione cui hanno dedicato una vita.
Li svilisce nel loro dolore, nelle loro già solitarie preoccupazioni per il proprio futuro.

Riesce ad immaginare qualcosa di più terrificante della malattia di un figlio?
Io no.
E che mio figlio possa avere il cancro o la schizofrenia non fa alcuna differenza.
Che abbia l’epilessia o un disturbo del comportamento alimentare non fa alcuna differenza.

Sono malattie, sofferenze, non sono scelte.
Non sono alibi.

Sono sofferenze che lei ha ulteriormente offeso.

Da donna, da madre, da italiana, da psicoterapeuta mi sento indignata, delusa, imbarazzata e profondamente preoccupata.

Non sono una fan di Fedez. Non mi è nemmeno antipatico, intendiamoci. Apprezzo alcune delle cose che fa e che dice, altr...
16/06/2022

Non sono una fan di Fedez.
Non mi è nemmeno antipatico, intendiamoci. Apprezzo alcune delle cose che fa e che dice, altre un po’ meno.
Sarà pure uno sbruffone, non saprei, so che ha fatto costruire un reparto di terapia intensiva in 3 settimane, laddove alla sanità pubblica nemmeno è venuto in mente.

Ma non è questo il punto.

Il punto è che Fedez è il personaggio che è, nel bene e nel male, proprio grazie ai social.
La sua notorietà, la sua ricchezza, il suo potere di influencer deriva tutto da lì.

Influencer, tenete a mente questa parola.
Vuol dire “ che è in grado di influire sui comportamenti e sulle scelte di un determinato pubblico”.
A lui, non a caso, un Presidente del Consiglio ha chiesto aiuto nel sostenere la campagna all’uso della mascherina e comportamenti responsabili, quando molti di noi (soprattutto giovani) erano recalcitranti.

Ora, questo stesso influencer chiacchierato, qualche mese fa dichiara pubblicamente di avere un tumore raro al pancreas.
Lo fa come gli è proprio, condividendo tutto (non è questo che fanno gli influencer?), compresa la paura, la preoccupazione, l’angoscia.
Senza dar troppo peso al negativo, di fatto comunica un messaggio semplice quanto fondamentale: chiunque può ammalarsi, anche gravemente, ma ce ne si può occupare, forse si può guarire.
Tra le varie immagini di trapper con la sigaretta accesa e la birra in mano, trovo che la foto di Fedez in ospedale con il cerotto sull’addome mandi un messaggio migliore.
Senza offendere nessuno, beninteso.
Dicevo: senza dare troppo peso al negativo…ma Fedez, che stupido non è affatto, specifica che è lo stesso tumore di Steve Jobs.
Lo sappiamo tutti come è finita, immagino.

Fedez ha 32 anni e 2 bambini piccoli.
Tanti tatuaggi, piercing, lo smalto sulle unghie.
So anche tutto questo, certo, lo specifico per quei bigotti che si fermano alle apparenze.
Ha 32 anni e dichiara “il mio tumore è lo stesso di Steve Jobs”….
Cosa ne dite? Sarà un po’ spaventato? Angosciato? Preoccupato?
Non lo so, io lo sarei.

Io sono uno psicoterapeuta.
Se un mio paziente mi chiedesse di registrare una seduta io potrei autorizzarlo a farlo.
Se volesse diffondere quell’audio, io potrei autorizzarlo a farlo.
Non viola la privacy di nessuno (perchè la privacy è la sua), non commette nessun illecito (perché io lo autorizzo), non fa nulla di non consentito.

Condivide qualcosa di molto intimo e personale, qualcosa di SUO.
Che lo condivida con un amico intimo o con tutti i suoi follower non fa alcuna differenza, è una sua scelta che non offende nessuno.

Torniamo un passo indietro: lui è un influencer.
Forse questo suo condividere che si può soffrire, che si può avere paura, che ci si può fare aiutare, che si può piangere davanti a qualcuno può essere più educativo del machismo patetico che tanto siamo abituati a vedere un po’ ovunque.

A Fedez va riconosciuta una cosa: non ha mai nascosto la sua fragilità, il suo essere un ragazzo che ha paura.
Chiunque condivida la propria paura va rispettato, non deriso.
La sua paura potrebbe essere un giorno la nostra, o quella dei nostri figli.
Il suo parlarne al mondo forse può aiutarci a capire che non serve nasconderci dietro finte armature di coraggio, ma che chiedere aiuto può essere il giusto modo di affrontare una grande fatica.

Se questo suo condividere il proprio intimo può aiutare a capire che siamo tutti esseri umani, che possiamo avere paura, che possiamo chiedere aiuto senza pregiudizi, ben venga.
Se può aiutare lui a sostenere meglio la fatica di questa avventura in salita, ben venga.

Se può farci cambiare idea sulla nostra infallibilità e sulla convinzione di farcela sempre da soli, ben venga.

Indirizzo

Papa Giovanni XXIII, N23
Peschiera Borromeo

Orario di apertura

Lunedì 09:00 - 20:00
Martedì 09:00 - 20:00
Mercoledì 09:00 - 20:00
Giovedì 09:00 - 20:00

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