09/05/2026
RIFORMA SCHILLACI
La domanda non dovrebbe essere: “Come portiamo i pediatri dentro le Case della Comunità?”.
La domanda corretta dovrebbe essere: “Come mettiamo le Case della Comunità al servizio della Pediatria di Famiglia e dei bisogni reali dei bambini?”.
La cosiddetta “riforma Schillaci” della medicina territoriale nasce con un obiettivo apparentemente condivisibile: rendere realmente operative le Case della Comunità e rafforzare l’assistenza primaria.
Tuttavia, quando si entra nel merito della Pediatria di Libera Scelta, emerge una domanda centrale: è davvero necessario modificare radicalmente il nostro modello di lavoro, quando l’attività dei pediatri nelle Case della Comunità è già prevista, disciplinata e regolamentata dall’Accordo Collettivo Nazionale?
L’articolo 47 dell’ACN, infatti, non lascia un vuoto normativo.
Al contrario, stabilisce con chiarezza che il pediatra di libera scelta opera anche all’interno delle Case della Comunità, nel rispetto del D.M. 77/2022, della programmazione regionale e della propria autonomia professionale e organizzativa.
Non si tratta quindi di una categoria estranea alla riorganizzazione territoriale, né di professionisti che rifiutano l’integrazione.
L’ACN già colloca il pediatra dentro la rete delle Cure Primarie, prevedendo la partecipazione a percorsi condivisi di educazione sanitaria, prevenzione, gestione della cronicità e integrazione multiprofessionale.
Il punto critico, quindi, non è se il pediatra debba contribuire alla Casa della Comunità.
Questo è già previsto.
Il punto è come debba farlo.
L’ACN costruisce un equilibrio delicato: da un lato riconosce la necessità di integrare il pediatra nei nuovi modelli territoriali; dall’altro tutela la specificità della Pediatria di Famiglia, che si fonda su prossimità, continuità assistenziale, rapporto fiduciario con le famiglie, autonomia organizzativa e presenza capillare negli studi.
Stravolgere questo equilibrio rischia di produrre un effetto paradossale: nel tentativo di “riempire” le Case della Comunità, si potrebbe svuotare il presidio più vicino ai bambini e alle famiglie, cioè lo studio del pediatra.
La bozza di riforma Schillaci, secondo quanto riportato dalla stampa di settore, punterebbe a un riordino dell’assistenza primaria con convenzione riformata, possibile doppio canale convenzione/dipendenza e maggiore presenza nelle Case della Comunità.
Le organizzazioni dei pediatri hanno espresso preoccupazione proprio perché tale impostazione potrebbe trasformare la presenza nelle Case della Comunità in un obbligo strutturale più rigido, aumentando il carico organizzativo e riducendo il tempo dedicato all’attività clinica quotidiana.
Questa è la vera criticità: non l’integrazione, ma l’eventuale burocratizzazione dell’integrazione.
Il pediatra di libera scelta non è un professionista “da ricollocare” fisicamente dentro una struttura per essere utile al sistema. È già un nodo della rete territoriale.
Ogni giorno svolge attività di prevenzione, educazione sanitaria, sorveglianza dello sviluppo, promozione vaccinale, intercettazione precoce del disagio, gestione delle cronicità pediatriche, accompagnamento delle famiglie e filtro rispetto all’accesso improprio ai servizi ospedalieri. Tutto questo avviene in un luogo riconoscibile e accessibile: lo studio pediatrico.
Per questo motivo, una riforma efficace dovrebbe partire dal rafforzamento di ciò che già funziona, non dalla sua sostituzione. Le Case della Comunità possono e devono diventare luoghi di integrazione, coordinamento e presa in carico multiprofessionale, ma non possono essere pensate come contenitori da riempire sottraendo ore e risorse agli ambulatori territoriali.
L’articolo 47 dell’ACN va proprio in questa direzione: prevede la partecipazione del pediatra, ma chiarisce che tali attività non devono incidere sulle fasce minime di apertura dello studio.
Questo passaggio è fondamentale, perché riconosce che l’assistenza pediatrica ordinaria non può essere sacrificata sull’altare della riorganizzazione.
Inoltre, l’ACN già prevede un monte ore, criteri di assegnazione, compatibilità con il funzionamento dello studio e possibilità di partecipazione anche per i pediatri già titolari di incarico.
Dunque, più che introdurre nuovi obblighi generalizzati, sarebbe necessario applicare bene ciò che è già scritto: definire modelli regionali sostenibili, garantire personale di supporto, assicurare strumenti informatici interoperabili, evitare duplicazioni burocratiche, valorizzare il lavoro in équipe senza trasformarlo in mera presenza fisica.
La presenza del pediatra nella Casa della Comunità ha senso se produce valore aggiunto: percorsi vaccinali, counselling nutrizionale, prevenzione dell’obesità infantile, presa in carico dei bambini fragili, raccordo con neuropsichiatria infantile, consultori, servizi sociali e scuola.
Ha molto meno senso se diventa un adempimento orario, sganciato dai bisogni reali della popolazione pediatrica e imposto in modo uniforme a territori profondamente diversi.
Il rischio della riforma, se non ben calibrata, è quello di confondere l’integrazione professionale con la presenza fisica obbligatoria.
Ma l’efficacia della Pediatria di Famiglia non dipende dal luogo in cui il pediatra timbra la propria presenza; dipende dalla qualità della relazione, dalla continuità assistenziale, dalla conoscenza del bambino e del suo contesto familiare, dalla capacità di prevenire e intercettare precocemente i bisogni di salute.
In conclusione, una riforma della medicina territoriale è certamente necessaria se serve a rafforzare l’assistenza, integrare i professionisti e ridurre le disuguaglianze.
Ma diventa discutibile se pretende di stravolgere un modello già regolamentato dall’ACN, già orientato alla prevenzione e già inserito nella rete territoriale. Per la Pediatria di Libera Scelta non serve una rivoluzione calata dall’alto: serve una piena attuazione dell’ACN, con risorse adeguate, organizzazione concreta e rispetto dell’autonomia professionale.
La Casa della Comunità deve essere uno strumento, non un fine. E il pediatra deve restare ciò che è: il primo riferimento territoriale per il bambino e la sua famiglia.