Studio Ripensare

Studio Ripensare Ripensare: Studio di Psicologia Clinica

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12/09/2023

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03/01/2022

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IL POTERE DEL CERVELLO RETTILIANO NELLA SOCIETA’ DEL TUTTI CONTRO TUTTI

Stamattina ascoltavo la testimonianza di un primario di rianimazione. Molti pazienti oggi si oppongono alle cure, come se il medico che gliele propone – chiedendone il consenso – fosse lì per fare il loro male. Quel primario raccontava lo sconcerto di trovarsi per la prima volta di fronte a pazienti gravissimi che rifiutano cure salvavita, perché pensano che il “sistema” gliele voglia imporre per procurare loro un danno. In termini psicologici, questo è un vero e proprio delirio, ovvero il pronunciamento di affermazioni e credenze che non appartengono al principio di realtà.
L’immagine di un medico che – pur volendolo e ritenendolo necessario - non può curare un paziente perché quest’ultimo lo considera un nemico e non un alleato per la sua guarigione è l’immagine evidente di una crisi più profonda in cui la società rischia di sprofondare.
Perché si è erosa così tanto la dimensione della fiducia e dell’affidamento? Molti adulti vivono – per definizione – “contro”. E il numero di coloro che vivono “contro” oggi è in crescita esponenziale. Essere “contro il sistema” permette di sentirsi appartenenti ad una elite che fa resistenza a qualcosa o qualcuno che minaccia la sua integrità e che “vuole danneggiarla” se non addirittura “farla fuori”.
Peccato che quel “sistema” è lì per l’esatto contrario, ovvero per tutelare il singolo e la collettività. Il medico tutela la salute individuale e pubblica non in base ad un’opinione personale, ma alla luce di decisioni e scelte, che richiedono un enorme senso di responsabilità e che vengono assunte alla luce degli studi fatti e delle competenze apprese. Un medico che fa diagnosi e ti propone una terapia non lo fa “contro di te”, ma lo fa “per te”. Prende decisioni che sono intrinsecamente connesse alla responsabilità del suo mandato professionale, della sua deontologia. Del giuramento che tutti noi medici facciamo il giorno in cui ci laureiamo. Lo fa seguendo le linee-guida, i protocolli e le indicazioni che provengono da centri di ricerca e da società scientifiche. Nessuno può inventarsi niente, perché nel momento in cui si appartiene ad una professione regolata da un albo, si aderisce ad un sistema di regole molto precise, finalizzate a tutelare il massimo bene per i pazienti che vanno da un medico proprio perché è un professionista abilitato a quella professione.
L’online abilita tutti a dire tutto. Nell’online ogni opinione può elevarsi a Verità, con la V maiuscola, per chi la recepisce. E l’algoritmo dei social può chiuderti in una bolla dove leggi solo la Verità che vuoi sentirti dire. E se cerchi le Verità che rispondono al tuo bisogno di “essere contro” qualcosa o qualcuno, o ancor di più contro il sistema o i medici che ti curano, troverai sempre pane per i tuoi denti.
La parte meno evoluta del nostro cervello, ovvero “il cervello rettiliano” è quella che – più di tutte – ci predispone a funzionare “contro” l’altro. Vede nell’altro un produttore di azioni “pericolose” per la tua incolumità, contro le quali opporsi e reagire. Il cervello rettiliano ci orienta a vederci circondati da potenziali pericoli e aggressori. Fatica a trovare nell’altro un alleato. E’ il cervello rettiliano che trasforma un medico che ti cura in un potenziale nemico da cui difenderti. In migliaia e migliaia di anni, l’evoluzione ha dotato noi esseri umani di funzionamenti mentali ben più complessi e sofisticati rispetto a quelli inscritti nelle reti neuronali del cervello rettiliano. Eppure, in questa pandemia, molti di noi funzionano come rettili. Penso davvero che ci sia qualcosa di profondamente tossico nel sistema della comunicazione online che ha permesso a molti di identificare un medico come un potenziale nemico da cui difendersi. Se noi medici diventiamo nemici da cui difendersi, la deriva sarà inevitabile. L’autolesività di questo sistema è ben spiegata nell’immagine di un paziente gravissimo che si trova a morire per non essere curato dal medico ritenuto la massima espressione del sistema dal quale ci si deve difendere. E questa autolesività, giorno dopo giorno, farà male a tutti.
Serve davvero una cultura e una comunicazione che re-insegni a vedere e credere che l’altro che mi sta di fronte è mio alleato. Altrimenti si diventa rettili. Oggi solo i bambini hanno conservato quella innata capacità di fare alleanze che ci rende più bella la vita. E che a volte, ce la salva anche.
Secondo voi, una riflessione di questo tipo serve oggi per costruire un miglior modo di comunicare online, soprattutto in questa fase molto complessa della pandemia? Quali parole ci possono aiutare ad addomesticare l’eccessiva impulsività del cervello rettiliano che oggi appare così diffusa?
Commentate e condividete.

Buon Natale a tutti!!! Alessia e Gloria 🌲🎅🌲🎅🌲🎅🌲🎅🌲🎅🎅https://m.facebook.com/story.php?story_fbid=477301367090947&id=100044...
24/12/2021

Buon Natale a tutti!!!
Alessia e Gloria 🌲🎅🌲🎅🌲🎅🌲🎅🌲🎅🎅

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“Un Natale felice, felice, che ci riconquisti alle delusioni dei nostri giorni infantili; che possa ricordare al vecchio i piaceri della sua giovinezza; che possa trasportare il marinaio e il viaggiatore, a migliaia di chilometri di distanza, di nuovo al suo stesso lato del fuoco e alla sua tranquilla casa“.

Charles Dickens

11/12/2021
Un grande maestro. Le terza leva come stile di vita....https://m.facebook.com/story.php?story_fbid=3059747124300979&id=2...
08/12/2021

Un grande maestro. Le terza leva come stile di vita....

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Tema: i capricci, l'aggressività, i comportamenti problematici.

Proviamo a fare insieme un esperimento immaginario? Mettete un topolino in una gabbietta dove sia posta una leva. Forse qualcuno sta già pensando: ma io questa la so già! Questo non è un esperimento immaginario, è un esperimento che fece Skinner quasi un secolo fa, dimostrando che se la pressione della leva è seguita dall'emissione del cibo, il topolino preme la leva più spesso. Vi chiedo un attimo di pazienza. il mio obiettivo non è che il topolino prema la leva, ma che NON la prema. Come possiamo fare?

Secondo me a qualcuno è già venuta un’idea. Qualcuno di voi ha pensato: quando il topo preme la leva gli diamo una bella scarica elettrica. Potrebbe funzionare. Questo metodo si chiama “punizione”, ma povero topolino! Potrebbe funzionare, ma a costo di tanto dolore. Inoltre, se l’animale avesse la possibilità di scappare dalla gabbia non ci penserebbe due volte. Se Alessia è una bambina di sei anni che fa capricci, potremmo darle uno schiaffo tutte le volte che ne fa uno: potrebbe funzionare, ma quanta sofferenza. Potremmo farle anche una lunga predica, magari urlando un po’, ma le faremo venir voglia di scappare via lontano. Se Luca è un ragazzino di quindici anni che si arrabbia e butta i libri per terra quando è l’ora di studiare, potremmo togliergli la playstation per sei mesi (quasi un ergastolo). Potrebbe funzionare? Forse, ma gli faremo diventare simpatica la storia e la letteratura italiana? Non credo. È più probabile che gli diventi antipatico il papà che ha deciso la punizione.

Allora, coraggio: cerchiamo una soluzione alternativa. Il topo del nostro esperimento immaginario è ancora dentro la gabbia, continua a premere la leva e noi vorremmo farlo smettere, ma ci dispiace dargli scariche elettriche. Vi viene in mente qualcos’altro? Forse, a questo punto, un’altra idea a qualcuno è venuta: lasciamolo in pace; lasciamo che prema la leva finché ne ha voglia; alla fine si stuferà. Beh, questo metodo mi piace di più. Si chiama “estinzione”.

Significa: un comportamento ha bisogno di rinforzatori per essere alimentato, come il fuoco ha bisogno dell’ossigeno. Togli l'ossigeno e il fuoco si estinguerà. Non rinforzare mai il topolino quando preme la leva e il topolino smetterà di premerla. Questo metodo mi piace di più perché almeno mettiamo da parte le scariche elettriche, gli schiaffi, gli urlacci... Ma funzionerà? Ma quanto tempo ci vorrà prima che funzioni? E poi: in una gabbia, con un topo, è tutto più facile. Ma con Alessia e Luca sarà dura far finta di niente quando si comportano male aspettando che smettano di farlo. Ti ho chiesto quanto tempo ci vorrà prima che questo metodo funzioni, ma ora ti chiedo: tu quanto resisterai prima di perdere la pazienza?
Altre idee?

Penso che a nessuno verrà in mente di rinforzare il topolino quando preme la leva, perché questo aggraverebbe il nostro problema anziché risolverlo. Se gli diamo del cibo quando preme la leva, l’animale continuerà a premerla. Eppure quante volte, quando Alessia fa un capriccio al supermercato perché vuole un ovetto Kinder, la mamma di Alessia glielo compra per farla smettere? Quante volte il papà di Luca, per quieto vivere, gli lascia la Playstation?
Sembra che ci siamo cacciati in un vicolo cieco: o la scarica elettrica quando il povero topolino preme la leva, con tutta la sofferenza che questo si porta dietro; o aspettare che il topolino smetta da solo di premere la leva, con tutta la pazienza che questo comporta.

Come si esce da un vicolo cieco? Allargando il campo! Rompendo gli schemi!
Io ho detto che nella gabbia c’è una leva, ma chi ci impedisce di metterne un’altra?

Adesso, attenzione. L’obiettivo del mio esperimento è che il topolino non prema la prima leva. Allora io, tutte le volte che preme la seconda leva gli do un pezzetto di formaggio. L’animale premerà la seconda leva molto spesso, sarà contento di ricevere del cibo e avrà meno tempo per premere la prima leva. Avrà anche meno interesse a farlo. Questo metodo si chiama “rinforzamento differenziale” e la mamma di Alessia può uscire dagli schemi comprando un ovetto Kinder alla bambina quando se ne sta tranquilla mentre lei fa la spesa. Anche il papà di Luca può uscire dagli schemi: anziché concentrare tutta la sua attenzione sulla prima leva (Luca che scaraventa i libri per terra), lo rinforza quando preme la seconda e gli permette di nuovo di giocare con la Playstation quando il figlio si comporta in modo adeguato… sì sì, lo so già cosa state pensando: “Ma Luca non si comporta MAI in modo adeguato!” Già: questi sono gli scherzetti che ci fa la mente, la macchina delle parole che continua borbottare frasi negative frasi negative frasi negative… ascolta la tua mente, ringraziala per questi suoi giudizi, lascia che continui a parlare (le menti non stanno mai zitte) e tu intanto osserva Luca con attenzione alla ricerca dei momenti in cui non butta i libri per terra e si comporta meno peggio del solito. Quei momenti sono molto rari? Meglio! Come le pepite d’oro, più sono rari e più sono preziosi. Raccoglili.

Il paragone con il nostro malcapitato topolino finisce qui, perché con lui possiamo usare solo due leve. I topolini, infatti, per quello che ne sappiamo, non parlano. Di sicuro non parlano la nostra lingua. Ma Alessia e Luca sono capaci eccome di parlare. Questo significa che con loro abbiamo tre leve sulle quali far leva (mi scuso per il gioco di parole). La prima sono i comportamenti problematici: ignorali, per quanto possibile. Lasciali scorrere via come l’acqua dai tetti quando piove. La seconda sono i comportamenti positivi, o per lo meno quelli non troppo negativi: osservali, raccoglili, sottolineali, rinforzali. Più farai così e meno Alessia e Luca avranno tempo e interesse per continuare a premere la prima leva e a comportarsi male. La terza è il linguaggio. Lascia che parlino. Ascoltali.

Forse Alessia ti dirà: "Mamma, vorrei un ovetto Kinder". Se sarai molto brava ad ascoltarla, può addirittura darsi che ti dica: "Mamma, come stavo bene quando il mio fratellino non era ancora nato".
Forse Luca ti dirà: "Ma perché devo continuare ad andare in quella scuola di m***a?".

Spesso, noi esseri umani premiamo la prima leva quando non ci è permesso di premere la terza. Spesso facciamo capricci e sintomi quando non riusciamo ad esprimere con le parole i nostri bisogni e le nostre emozioni. Certo, lo so anch'io che a volte è difficile per una mamma sentir dire dalla figlia che non vorrebbe il fratellino ed essere capace di ascoltare questo desiderio e di comprenderlo. Ma noi esseri umani stiamo meglio quando ci è permesso di premere la terza leva e troviamo qualcuno disposto a raccogliere le nostre parole. Certo, lo so anch'io che sarà difficile, magari anche doloroso, per il papà di Luca, sentire il figlio che descrive la scuola come uno schifo. Ma è meglio esprimere con le parole un punto di vista anche estremo o scaraventare i libri per terra?
Quando, come spesso succede, i sintomi sono l'equivalente di una comunicazione che non ha trovato un canale per esprimersi, le parole diventano terapeutiche. Altrimenti perché, quando nessuno ci guarda e nessuno ci ascolta, teniamo un diario? Altrimenti perché gli psicoterapeuti aiutano i pazienti a ricostruire la loro storia e talvolta a metterla per iscritto?

Lascia che Alessia e Luca esprimano liberamente le loro emozioni; lascia che premano la terza leva…
Molti turisti, quando visitano il campanile di Giotto, si divertono a rovinarlo con dei graffiti. Un bel problema! Altro che capriccio! Questo è un comportamento vandalico che deturpa uno dei monumenti più belli del mondo. In questi casi non possiamo somministrare loro una scarica elettrica, ma possiamo fare una multa… oppure metterli in prigione… oppure…

L'opera di Santa Maria del Fiore ha avuto un'idea. Ha messo a punto una App che si chiama Autography e permette di graffittare in modo virtuale il campanile di Giotto, come vogliamo, dove vogliamo. È la terza leva: ognuno può esprimere quello che vuole senza bisogno di comportarsi in modo antisociale e rovinare un capolavoro. E tutti vengono rinforzati quando esprimono adeguatamente quello che hanno dentro: Autography archivia tutto, pubblica tutto e ognuno può mostrare agli amici e conservare per sempre il suo piccolo capolavoro, la sua personale emozione.
Io sono andato a vederli, questi graffiti virtuali. Uno, posto alla sommità del campanile, mi ha colpito molto. Dice: "463 scalini per urlare a tutta Firenze che ti amo!" È firmato IV B IPSIA. Immagino un diciassettenne innamorato che frequenta un istituto professionale e che forse non ha scritto una pagina memorabile della letteratura italiana. Forse non ha scritto una nuova "A Silvia", però non ha neppure imbrattato il campanile di Giotto, perché gli è stata offerta una possibilità alternativa di esprimere liberamente una sua emozione.

A volte, a proposito di "A Silvia" e di libera espressione delle emozioni, mi capita di domandarmi cosa sarebbe successo a Leopardi se avesse avuto il Prozac.

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19/10/2021

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BAMBINI DELLA SCUOLA PRIMARIA CHE GUARDANO “SQUID GAME”

“Sono un'insegnante di scuola primaria con 2 classi quinte. In questi giorni è venuto alla luce la visione da parte di gran parte dei miei alunni della serie SQUID GAME visibile su una piattaforma che trasmette principalmente serie televisive. Ho trascorso 2 giorni a colloquiare con i miei alunni per capire come lo avessero conosciuto, come e con chi lo avessero visto e il tipo di emozione o motivazione che suscitava in loro. La trama è la costrizione di persone povere, emarginate e problematiche si giocare a 6 giochi (tra cui 1,2,3 stella): la pena per l'errore del gioco è la morte attraverso delle bambole che uccidono gli sconfitti. La serie è coreana e la visione è in lingua originale con i sottotitoli. Durante la ricreazione li vedo spesso giocare a 1 ,2, 3, stella simulando la squalifica dei compagni con il gesto della pi***la. E io che fino a poco tempo mi ero quasi commossa nel vederli giocare in gruppo a dei giochi dei vecchi tempi. Solo ora traggo l'amara realtà”.

Questo è uno dei tanti messaggi che ho ricevuto in questi giorni da parte di adulti preoccupati perché bambini della scuola primaria sono diventati spettatori fedeli della serie televisiva “Squid Game”. Io non l’ho vista. Quindi sto parlando di qualcosa che non conosco, ma di cui ho letto molto. So che la serie è incentrata su adulti coinvolti in un torneo di giochi tipici dell’infanzia, per cui riceveranno cospicui premi in denaro. Però se vengono sconfitti, saranno uccisi. La serie è sconsigliata a chi ha meno di 14 anni, ma l’evidenza di moltissimi docenti ed educatori è che sia entrata nelle preferenze e nelle scelte di visione di molti bambini e bambine, ragazzi e ragazze preadolescenti. La violenza della serie è anche graficamente molto “spinta” ed esplicita: quando si viene uccisi, schizza sangue dappertutto. Gli insegnanti dicono che i bambini ci ridono su e si tranquillizzano vicendevolmente dicendosi “tanto non è sangue vero, è sugo di pomodoro”. In molti hanno chiesto che io commentassi tutto ciò.
Non posso che riprendere ogni singolo concetto espresso nel nostro libro “Vietato ai minori di 14 anni” (De Agostini ed.): quando sei bambino/a o preadolescente la tua mente non è in grado di gestire la complessità di alcune esperienze a cui puoi avere accesso, ma per cui non possiedi competenze emotive-cognitive di rielaborazione e integrazione dentro di te. E’ qualcosa di cui noi genitori dobbiamo essere assolutamente consapevoli. Altrimenti nella vita dei nostri figli entra il peggio e nella loro mente, dimensioni ed esperienze che hanno significati e risvolti emotivi enormi (la vita e la morte lo sono; la violenza fine a se stessa lo è; il gioco che si trasforma in esperienza per vincere soldi o per subire la morte lo è) si depositano in modo caotico e disorganizzato. Potendosi anche trasformare in esperienze traumatizzanti, ovvero che il soggetto non riesce a gestire nella propria psiche. E perciò ne rimane disturbato e impattato. Bambini che guardano “Squid game” e poi ne simulano le azioni nel loro gioco durante l’intervallo scolastico forse stanno semplicemente imitando ciò che hanno visto. O forse ci stanno comunicando che dentro di loro è entrato “qualcosa” che devono buttare fuori, perché non sanno dove metterlo. Il gioco è il loro modo per tentare di farlo. Ma il gioco non fa miracoli e certe cose possono “tatuarsi” nella loro mente e da lì non uscire più. Come psicoterapeuta, rimango tuttora colpito da quanti pazienti adulti mi hanno raccontato di non aver mai superato la traumatizzazione conseguente a certi film dell’orrore visti da bambini o adolescenti; primo fra tutti ”L’Esorcista”. La problematicità sta nel fatto che certi contenuti non vengono “metabolizzati” quando la mente non ha le competenze per riuscire a farlo. E la mente dei bambini e dei preadolescenti non è in grado di metabolizzare i contenuti di una serie come “Squid game”. Anche se non l’ho vista, per tutto ciò che ho letto di questa serie e per il mestiere che faccio questa cosa la posso affermare con certezza.
“Vietato ai minori di 14 anni” non è un messaggio che reprime la crescita: in casi come questi la protegge, la sostiene e la promuove. E forse noi adulti dovremmo smetterla di affermare “ a priori” che è “vietato vietare”, la cosa più frequente che mi sono sentito dire in quest’ultimo mese, dopo che è uscito il nostro libro che ha osato mettere questo verbo nel titolo. Dovremmo fare una lunga riflessione su quanto è tossico l’ambiente in cui stanno crescendo i nostri figli, ma soprattutto su quanto siamo diventati fragili noi adulti nel fare il nostro mestiere di adulti. Adulti con la A maiuscola non permettono ai bambini di vedere “Squid game”. E in una società civile si dovrebbe fare di tutto perché ciò non avvenga. Altrimenti l’unica cosa che succede è che qualche adulto ci pensa su solo dopo aver letto un post come questo su un social network. Che è appunto un singolo post in mezzo a migliaia di altri post, che nello stesso social network, celebrano ed esaltano questa serie tv. Leggete e fate leggere questo messaggio ad altri genitori, se lo ritenete opportuno.

03/10/2021

🟥 Assicurati che la storia che racconti sempre di te stesso da anni, oltre ad essere la tua parte più stabile e rassicurante, non sia anche il tuo limite più grande‼️

https://www.facebook.com/100044419660374/posts/454618786028773/La vita delle mamme 💞
30/09/2021

https://www.facebook.com/100044419660374/posts/454618786028773/
La vita delle mamme 💞

"Mamma, dov'è che devi andare oggi pomeriggio?".
"Da un dottore, amore".
"Cosa ti fa male?".
"Certe volte mi fa male il cuore. Altre volte la testa. Altre ancora mi fanno male tutti e due insieme".
"Non è che mangi troppi dolcetti alla sera, quando noi andiamo a letto?".
[Rido. Ridiamo insieme]. "Non credo, sai? Ma in questi giorni sono un po' nervosa, e so che tu e tua sorella ve ne siete accorti. Io ci provo a non esserlo, ma non ci riesco. E allora sai cosa si deve fare quando si capisce di non poter risolvere un problema?".
"Ci si fa aiutare?".
"Bravissimo. Si chiede un aiuto".
"Come quando io non ci vedevo bene e siamo andati dall'ocu... lista?".
"Proprio così. Io adesso non ci vedo tanto bene, amore. Vedo tutto il bene che ci vogliamo, vedo le cose belle, ma sono sempre nervosa. E, come esiste il dottore degli occhi, esiste anche il dottore della testa e del cuore".
"E ti farà delle domande?".
"Credo di sì".
"E gli racconterai delle cose?".
"Spero di sì. Questi dottori sono bravissimi ad ascoltare".
"Come si chiama questo dottore, mamma?".
"Si chiama psicoterapeuta".
"Quando finisci dallo psitoferapetta andiamo a mangiare un gelato?".
"Certo!".
"Mamma?".
"Secondo me fai bene ad andare dallo psi... dal dottore testacuore. Mi sembri già più contenta".

(La salute mentale e quella fisica meritano la stessa attenzione, e che se ne parli.
Dopo aver sempre rimandato, ho deciso di sciogliere nodi che mi porto dentro dall'infanzia. Ho deciso di mostrare a qualcuno le mie crepe, anche se non riesco a immaginare nulla di più difficile. Lo faccio per me stessa e per poter essere una persona e una madre migliore. E lo scrivo - facendo dispetto alla mia riservatezza - sperando di poter essere utile a qualcuno.
Siamo tutti fragili, ognuno a modo suo, e credo sempre che dirlo - anche ai nostri bambini - aiuti ad abbattere muri e inutili pregiudizi).

Pronte e Cariche
21/09/2021

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14/09/2021

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