Dott.ssa Rosaria De Angelis Psicologa Psicoterapeuta

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15/07/2025

La mia riflessione nasce, stavolta, dall'ascolto della canzone di Mannoia.
Ho posto l' attenzione sulla disambiguazione che può avere una storia d'amore, prima verso se stessi e poi in relazione con l' altro.

Le coppie "falliscono" il loro percorso relazionale per svariati motivi: la "rottura" è di natura multifattoriale, ma la comunicazione "errata" riveste un aspetto molto importante.

Ciascuno poi si pone con l' altro come può e come sa. Talvolta la comunicazione con l' altro assume dei toni aggressivi che pongono l' altro in una posizione distante da noi e noi lontani dall'altro. Spesso il parlare assume l'accento ironico con significato antifrastico e potrebbe rappresentare la forma più "aggressiva" di espressione e
quindi di comunicazione all' interno della coppia. La narrazione di un viaggio di ritorno... l' esperienza intima e profonda della "traversata" interiore di ulissiana memoria è il viaggio profondo che ciascuno, e tutti, di noi compiamo nel giungere alla meta.

La fatica del ritorno risiede anche nel desiderio di sentirsi "attesi". Chi non vorrebbe essere desiderato allo stesso modo di come Ulisse desiderava Penelope; di come sentiva il suo struggente dolore nel sentirsi costretto, perché "prigioniero" e quindi perché non avendo scelto la lontananza, ancora, dall'amata.

Gli era stata offerta l' immortalità.
Eppure Ulisse voleva Penélope.
Sì, qualcuno storcerà il naso e penserà: "ma lui era un mito".
Ma cosa devono insegnarci i miti se non stimolare i sensi e le emozioni
profonde?!

Se non darci lo stimolo di progettare, di sentire la passione profonda per qualcosa, il desiderio per amore?! Come si può vivere una vita effimera e svuotata del suo significato più grande: la vitalità e il sentirsi il ribollire nelle vene per giungere
ad un obiettivo. Siamo capaci più di eternizzare i momenti profondi?

Ulisse rinuncia all' immortalità per riappropriarsi della sua identità, strappatagli, ma non rinunciata da lui. Ritorna al suo terreno destino e abbraccia Penelope. Nell'abbraccio profondo l' inarrestabile determinazione di un amore e del senso di famiglia e di amore anche del luogo. Magari ciò che per il mondo intero era inteso come assurdo e lapalissiano, Penelope che tesse "all' infinito" e Ulisse che si
tormenta per "ri- tornare"...

C'è molto di più in quello che a primo impatto vedono i nostri occhi. C'è una scelta. La scelta di esserci in quella relazione. Il coraggio, la determinazione e la fedeltà dobbiamo vederli non come una scelta passiva di Penelope, ma come una scelta attiva di resistenza agli accadimenti che le si presentavano... È un modello archetipico di perseveranza! Di audacia! Stiamo parlando di una "donna" che sfida il tempo e ci trasmette un modello forte di responsabilità individuale e di proattività nelle relazioni.

Da un punto di vista psicologico il mito di Ulisse come quello di Penelope ci ricordano che nelle relazioni la "lotta" potrebbe risiedere anche nel voler capire l' altro e che il "comunicare" in modo autentico è necessario e, infine, che è fondamentale per non ritrovarsi a provare angoscia che bisogna "scegliere in modo attivo" la propria relazione ogni giorno!

I miti ci insegnano anche la perseveranza.
Ma ci insegnano soprattutto anche a guardarci dentro.

E una spinta energetica in tal senso potremmo riceverla da una testimonianza narrativa di Coco Chanel: "La mia storia non era fatta di seta o velluto, ma di stracci e sogni. E se c'è una lezione che ho imparato, è questa: non importa quanto umile sia il tuo inizio o quanto sfilacciata sembri la tua vita, con tenacia e visione puoi cucire un destino che il mondo non dimenticherà mai."

Le lotte iniziano sempre prima dentro di noi e da vincitori, poi, lottiamo per quello in cui crediamo. Quale è la vostra lotta più grande nelle relazioni?

Dott.ssa Rosaria De Angelis Psicologa Psicoterapeuta Centro Diocesano Famiglia

Rubrica
17/06/2025

Rubrica

Sogna, ragazzo, sogna
Ti ho lasciato un foglio sulla scrivania
Manca solo un verso a quella poesia
Puoi finirla tu ~ Vecchioni

Profonda e bellissima l'idea che qualcuno ci tracci una via, fatta di
idee, di spinte energiche verso mete realizzabili, ma lontane, verso
traguardi sognati e sognanti.
Profonda e bellissima l'idea che qualcuno confidi nella nostra capacità
di scrivere le pagine più belle della nostra vita; che qualcuno confidi
nella nostra capacità di completare a modo nostro il sogno iniziato da
qualcuno, ma aggiungendo del nostro...
Rimanda ad un'idea di duettare su sinfonie profonde dell'anima, nel
guardare nella stessa direzione: la costruzione di un futuro.

Stiamo parlando di Maestri e di Allievi, di chi inizia e di chi
continua. Di chi insegna e di chi apprende.
Pavese diceva che per sognare ci vogliono i simboli, per riuscire a dare
un profondo senso alla realtà. Rispetto al vuoto che spesso si
percepisce nelle nuove generazioni sento forte un rimando: mancano gli
Allievi perché non ci sono più i Maestri. Non ci sono quelle figure che
assumono la guida, che posseggono il vero scettro del comando che è
fatto di cultura, di libertà non di autoreferenzialità e assenza totale
di idee.

Mancano gli Allievi perché non ci sono più simboli in cui riconoscersi.
O, se ci sono, sembrano essere pochi, sbiaditi, da disincanto.
Sembrano mancare i simboli che portano ad infiammare dentro per un
ideale...In quel primeggiare pallido e assorto, avrebbe detto Eugenio
Montale, manca il fermento di idee...

Sogna, ragazzo, sogna
Quando cade il vento, ma non è finita
Quando muore un uomo per la stessa vita
Che sognavi tu ~ Vecchioni

Centro Diocesano Famiglia Rosaria De Angelis

Rubrica
17/06/2025

Rubrica

"Prima della scoperta del cervello, non vi era nessun colore, né suono nell'universo e non c'era alcun sapore o aroma e probabilmente non c'era un senso delle cose e non vi era alcun sentimento né emozione. Prima del cervello, l'universo era anche privo di dolore e ansia".
- Rogert Sperry

La difficoltà di guardare negli occhi: è un'esperienza che si assorbe già nei primi momenti di vita attraverso la relazione di attaccamento. Ogni bambino nasce con l'istinto di andare alla ricerca dello sguardo, quindi degli occhi, di chi si prende cura di lui. È la qualità di questo sguardo che determina, in età adulta, la ricerca o l'evitamento dello stesso con un eventuale partner. È l' evocazione di un "ricordo" interiorizzato che può definire gioia e rassicurazione oppure paura ed agitazione. Sono le abitudini di contatto oculare ad essere legate a traumi. Il corpo e il cervello anche a distanza di anni ricordano cosa ritengono che sia sicuro e cosa no. L'esperienza del contatto fisico o della distanza è determinata da ciò che abbiamo fatto quando eravamo molto piccoli. L' aver sperimentato relazioni sicure ci ha fatto, verosimilmente, percepire che anche i luoghi, fisici o interiori, possono essere sicuri; al contrario, relazioni in cui è stata presente una forma di angoscia mista a paura è andata a restringere la nostra capacità di tollerare la vicinanza dell'altro sia all' interno di uno spazio fisico che interiore. Di conseguenza, il percepire l'altro in un nostro spazio ritenuto troppo intimo, troppo vicino ci pone in una condizione non solo di distanza siderale, ma di preferire una distanza
proprio fisica. Le nostre primissime relazioni dettano le battute della percezione di sicurezza o insicurezza.
Il corpo può cercare distanza da ciò che lo spaventa e allora, anche se adulti, un abbraccio può rappresentare qualcosa di troppo angosciante da contenere.
L'intimità e il contatto sono modellate dalle esperienze di attaccamento precoci. L' impatto della qualità dello sguardo influenza il guardare il mondo... Se solo ogni genitore fosse consapevole dell' importanza del suo "entrare in relazione" con il figlio, forse tanti "attaccamenti traumatici" potrebbero essere evitati.

Centro Diocesano Famiglia

Rubrica
17/06/2025

Rubrica

Quando pensiamo al bambino spesso crediamo che sia sufficiente prenderci
cura di lui vestendolo, sfamandolo, assecondandolo, accompagnandolo in
palestra oppure a calcio. Eppure, risulta sempre complicato far
comprendere ad un genitore che è importante, alla pari del cibo, il
"pre-occuparsi" del bambino da un punto di vista affettivo e
relazionale.
Non è insolito imbattersi in storie di vita di bambini che hanno tutto:
capi firmati, apparecchi tecnologici e così via, per poi scoprire che
invece di essere stati nutriti sono stati affamati di carezze.
Sembra quasi che i vari aspetti della persona non vengano considerati
interconnessi, ma "potati".
Il genitore spesso non ascolta il figlio, dove l'ascolto non è inteso in
senso acustico ma relazionale. La solitudine è in forte aumento, anche e
soprattutto tra i più piccoli e ad essere a rischio è la salute
psichica. Anche se l'iperconnessione rappresenta una delle
caratteristiche principali del nostro tempo, si assiste, in modo
trasversale alle generazioni, a un fenomeno opposto: la solitudine e
l'isolamento delle relazioni umane.
Sembra un ossimoro, ma è realtà.

Un input ai genitori. M. Recalcati utilizza un'espressione molto intensa
e tanto vera: "I figli hanno bisogno di relazione, di essere visti e
riconosciuti nello sguardo dei genitori".

Rosaria De Angelis Centro Diocesano Famiglia

Rubrica
17/06/2025

Rubrica

𝐼 𝑐𝑢𝑜𝑟𝑖 𝑑𝑖𝑓𝑓𝑖𝑐𝑖𝑙𝑖 ℎ𝑎𝑛𝑛𝑜 𝑠𝑒𝑚𝑝𝑟𝑒 𝑑𝑎 𝑑𝑖𝑟𝑒
𝑃𝑖𝑢̀ 𝑑𝑖 𝑞𝑢𝑎𝑛𝑡𝑜 𝑏𝑎𝑠𝑡𝑒𝑟𝑒𝑏𝑏𝑒
𝐷𝑜𝑝𝑜 𝑡𝑎𝑛𝑡𝑜 𝑝𝑎𝑟𝑙𝑎𝑟𝑒
Ivano Fossati

È un'espressione che mi ha trasportato, almeno metaforicamente parlando,
in un dialogo intimo che ho tenuto con un bambino. Di sovente resto
sorpresa dalla forza delle parole dei più piccoli, dalla capacità
profonda di una narrazione che è fatta di trasporto...nel dolore si fa
strada la poesia. Forse a voler rendere tutto più leggero, meno
insopportabile per sé e per chi ascolta. Un bambino di otto anni che,
mentre disegna, racconta del suo non sentirsi essere amato dal padre.
Descrive un padre assente fisicamente e psicologicamente. Un padre che
lo ha incontrato tre volte quando era in fasce. Mi sono chiesta, tutto
quel dolore provato da Jacob (nome di fantasia) che tracce ha lasciato e
lascerà?

Il dolore psichico è un dolore! Il dolore, quando ripetuto e grave, può
lasciare tracce nella memoria; è un concetto che viene definito
"centralizzazione del dolore"; ci spiega come, anche in assenza di un
danno reale o dopo che una lesione è guarita, si continua ad avvertire
dolore.

Quando penso ad alcuni dei miei pazienti ormai adulti mi sovviene una
simmetria concettuale: "Sono stati tutti bambini. Se solo avessero
ricevuto più amore dalle figure che avrebbero dovuto curarli, forse la
loro vita sarebbe andata diversamente". Ecco perché trovo interessante
investire nulla "cura", dei bambini e delle loro famiglie, perché le
difficoltà le viviamo tutti, ma saper chiedere aiuto pone colui che vive
un disagio in una condizione privilegiata. Perché? Perché si è alla ricerca di una soluzione...

La sofferenza è parte integrante della vita di ciascuno, ma può sempre
essere affrontata.
C'è sempre la possibilità di " guarigione"!

Centro Diocesano Famiglia

09/03/2025
01/02/2025

𝘱𝘳𝘰𝘱𝘰𝘯𝘪𝘵𝘪 𝘶𝘯𝘢 𝘮𝘦𝘵𝘢
𝘥𝘢 𝘯𝘰𝘯 𝘰𝘭𝘵𝘳𝘦𝘱𝘢𝘴𝘴𝘢𝘳𝘦
𝘯𝘦𝘱𝘱𝘶𝘳𝘦 𝘷𝘰𝘭𝘦𝘯𝘥𝘰

16/04/2024

✨ ᴠɪssᴇʀᴏ ɪɴғᴇʟɪᴄɪ ᴘᴇʀᴄʜé ᴄᴏsᴛᴀᴠᴀ ᴍᴇɴᴏ ~
ʟᴏɴɢᴀɴᴇsɪ

𝓙𝓮𝓼𝓾𝓼 ✨ ♾️ 𝓢𝓱𝓪𝓵𝓸𝓶
24/03/2024

𝓙𝓮𝓼𝓾𝓼 ✨ ♾️ 𝓢𝓱𝓪𝓵𝓸𝓶

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03/02/2024

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