27/02/2026
Spesso pensiamo di essere sempre nell’inverno. Non perché tutto vada male, ma perché attraversiamo una serie di vicissitudini che si accumulano e ci fanno sentire stanchi, sfiduciati, messi alla prova. È come se il freddo non finisse mai e ci convincesse che quella sia l’unica stagione possibile.
In realtà, proprio nel momento della prova più dura, quando la crisi è massima e il dolore sembra insopportabile, accade qualcosa di inatteso: iniziamo a scoprire risorse che non sapevamo di avere. Troviamo forze interiori che non avevano mai avuto occasione di emergere. Non perché il dolore sia buono, ma perché ci costringe a guardarci dentro, a riorganizzarci, a cambiare modo di stare al mondo.
L’estate non arriva prima della tempesta, ma dopo averla attraversata. È il frutto di un processo interiore che nasce proprio nel cuore dell’inverno. È lì che impariamo a resistere, a dare un nuovo senso a quello che viviamo, a non identificarci solo con ciò che ci ferisce.
Per questo le crisi non sono solo rotture, ma anche passaggi. Non ci definiscono per ciò che ci tolgono, ma per ciò che fanno emergere. Nel momento di massimo dolore possiamo scoprire qualcosa di più profondo su di noi: una capacità di tenere, di comprendere, di ricominciare. E quella è già una forma di estate.