14/04/2026
Quando vieni da un’infanzia difficile, forse ti è capitato di sentirti sola, smarrita, con il cuore pieno di emozioni troppo grandi per essere capite.
Senza nemmeno accorgertene, un passo dopo l’altro, hai iniziato a rifugiarti in uno spazio tutto tuo. Hai costruito un guscio: sicuro, ovattato, una specie di gabbia dorata. Una grotta che ti riparava dal mondo fuori e da quel mondo dentro che non potevi ancora sostenere.
Perché eri piccola. E nessuna bambina nasce con un’armatura già pronta per reggere ciò che è troppo intenso, troppo doloroso, troppo spaventoso.
Così quella grotta, nata per proteggerti, piano piano ha finito per separare il dentro dal fuori, il “tu” dal resto del mondo. Ti ha custodita, sì, ma ti ha anche isolata.
Per questo, forse, oggi ti ritrovi ancora lì a tratti. Intrappolata in una solitudine agrodolce che conosci a memoria: la tua più antica alleata, la tua via di fuga elegante dal rumore del mondo.
A volte è un silenzio che consola, altre volte un silenzio che pesa. Ma resta comunque il tuo rifugio, il luogo in cui il cuore può abbassare la guardia.
Ed è per questo che certi stimoli ti arrivano addosso come onde troppo alte. Le persone, i suoni, le richieste, persino l’amore immenso di un figlio: tutto può diventare troppo. Non perché tu sia sbagliata o rotta. Ma perché ci sono memorie che il corpo non dimentica e ferite che il cuore custodisce in silenzio.
Allora adesso puoi fare una cosa diversa. Puoi riconoscere quella parte di te. Puoi guardare quella bambina negli occhi, con tenerezza, senza fretta.
Non è mai tardi per tornare da lei, per prenderla in braccio con tutto ciò che sente, per dirle: “Adesso ci sono io con te”.
Non è mai tardi per sciogliere, un filo alla volta, le pareti di quella grotta e trasformarla: da prigione a casa, da nascondiglio a nido.
Guarire non significa cancellare. Significa fare spazio, respirare insieme a ciò che è stato, e scoprire che non devi abbattere la grotta da sola. A volte basta una presenza che entri in punta di piedi, si sieda accanto a quella bambina, e le insegni che sentire, insieme, non fa più così paura.
Viviana Usai