16/06/2020
Ti è mai capitato di perderti in un vortice di pensieri del tipo: “E se sbagliassi?”, “E se perdessi il lavoro?”, “E se mi ammalassi?”, “E se...?”.
Se ti è capitato, conoscerai bene il rimuginio: si tratta di un processo mentale caratterizzato da catene di pensieri ripetitivi e negativi riguardo il verificarsi di possibili scenari catastrofici.
Negli ultimi decenni le ricerche hanno dimostrato il ruolo centrale del rimuginio in diversi disturbi psicologici: esso costituisce in particolare il cuore pulsante del Disturbo d’Ansia Generalizzato, contribuendo al suo mantenimento e aggravamento. Chi soffre d’ansia, si preoccupa del possibile verificarsi di numerosi ipotetici eventi negativi, che vede tanto più probabili e terribili quanto più teme la propria incapacità nel farvi fronte.
A tutti capita ovviamente di avere pensieri negativi e preoccupazioni, ma non tutti vanno incontro allo sviluppo di un disturbo d’ansia. Il problema difatti non è tanto il contenuto dei propri pensieri, bensì quanto ci rimuginiamo sopra!
Pensate a un bicchiere pieno d’acqua: sollevandolo per pochi secondi quasi non se ne sentirebbe il peso, ma sollevandolo per un’ora il braccio inizierebbe a fare male. Pensate alla pesantezza che si proverebbe nel tenere sollevato quel bicchiere d’acqua un’intera giornata: il braccio sarebbe come paralizzato!
Sia che lo si sollevi un minuto, un’ora o un giorno, il peso del bicchiere non cambia. Eppure più lo teniamo fra le mani, più ne possiamo sentire la pesantezza, fino a non avere più la forza di sorreggerlo.
Le preoccupazioni funzionano un po’ allo stesso modo: piccole o grandi che siano, le conseguenze emotive dipendono dal tempo che dedichiamo loro. Se ad esse dedichiamo un tempo minimo necessario, la propria mente non ne risentirà, ma se ci rimuginiamo più e più volte durante la giornata fino a pensarci continuamente, la nostra mente si sentirà sempre più stanca e inquieta.
Il primo passo per interrompere queste catene di pensieri assillanti e controproducenti, è riconoscerne l’inutilità. Chi rimugina lo fa con intenzioni positive: può essere difatti scambiata come una modalità efficace per affrontare i problemi, un modo per prepararsi al peggio, o ancora, come una modalità per alleviare lo stato d’animo sgradevole che accompagna le preoccupazioni. E, quanto più la persona lo ritiene utile, tanto più il rimuginio può essere forte e difficile da eliminare!
Il rimuginio è però tutt’altro che utile: essendo un’attività mentale povera e ripetitiva, non è da confondersi con il pensiero produttivo, che può realmente sostenerci nel processo di soluzione dei problemi. Rimuginando non stiamo perciò affrontando il problema: stiamo solo sprecando energie!
Talvolta, la persona può inoltre iniziare a preoccuparsi del proprio stesso rimuginio: si parla di “metarimuginio”. In questo caso, la persona può sviluppare ulteriori preoccupazioni sorrette dalla convinzione che il rimuginio sia incontrollabile, o che possa essere dannoso per la propria salute. Preoccupazioni che però, oltre a non aiutare la persona, contribuiscono a rafforzare l’ansia avvertita.
Un altro importante passo sta nel prendere consapevolezza che il rimuginio, essendo un’attività della mente, è soggetta al controllo volontario della persona. Pensiamoci un attimo, se fosse così incontrollabile, come mai a un certo punto se squilla il telefono, o qualcos’altro cattura la nostra attenzione, a un certo punto si interrompe?
La psicoterapia cognitiva può aiutare ad apprendere la gestione di questo processo mentale disfunzionale, aumentando nella persona la percezione del suo controllo tramite specifiche tecniche. Inoltre, aiuta a individuare i pensieri dannosi che sostengono la sofferenza emotiva, affrontando i fattori di mantenimento delle preoccupazioni e accompagnando così la persona a costruire modalità alternative e più funzionali di rapportarsi alla realtà.
🌈 Se tutte le energie messe finora nel rimuginare fossero finalmente libere, che cosa ne faresti?
Dott.ssa Sara Bertoni
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