26/03/2026
Negli ultimi anni, in Europa, qualcosa è cambiato. Le nostre popolazioni sono sempre più multiculturali, multilingue e con storie educative molto diverse.
Eppure, i test che usiamo sono rimasti (quasi) gli stessi.
📚 Il lavoro di Franzen et al. (2022) e del consorzio ECCroN mette a fuoco un punto cruciale: la cultura influisce sulla valutazione neuropsicologica molto più di quanto pensiamo.
🔍 Perché è un problema?
La maggior parte dei test nasce in contesti occidentali e scolarizzati.
Quando li usiamo con pazienti che hanno un’altra lingua, un diverso livello di istruzione o una storia migratoria complessa, il rischio è interpretare male i risultati.
Non perché il test sia “sbagliato”, ma perché non è stato pensato per quella persona.
Un errore comune: pensare che basti “correggere” i punteggi in base al gruppo etnico. Secondo ECCroN questo non è sufficiente e può essere fuorviante, perché riduce tutto a una categoria e ignora la complessità individuale.
Cosa dovremmo fare?
Cambiare approccio: partire dal paziente, non dal test.
Considerando sempre lingua, bilinguismo, qualità dell’istruzione, alfabetizzazione, acculturazione e contesto socio-culturale.
Per quanto riguarda la testistica, servono strumenti più equi:
- utilizzabili in popolazioni diverse
- meno dipendenti da competenze scolastiche
- con minore carico culturale
Non esistono test completamente “neutri”, ma possiamo renderli più validi.
Per quanto riguarda il ruolo del clinico: non serve condividere la stessa cultura del paziente.
Serve formazione, sensibilità culturale, capacità di adattare il setting e uso consapevole dell’interprete.
🎯 Il focus non è il risultato, ma il significato del risultato per quella persona.