Dott. Alessandro Brancatella, Medico, Endocrinologo

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Dott. Alessandro Brancatella, Medico, Endocrinologo Sono Medico specialista in Endocrinologia e Malattie del Metabolismo presso la Scuola "Aldo Pinchera" di Pisa .

Ricevo, in libera professione, a Lucca, Cecina, Orbetello, Grosseto, Sarzana, Conegliano, Treviso e Belluno.

14/01/2026

🔍 Ovaio “policistico”: facciamo chiarezza

Il nome trae in inganno.
Ma è fondamentale dirlo chiaramente: la sindrome dell’ovaio policistico NON è una diagnosi ecografica.

L’ecografia da sola non basta.
La diagnosi si basa su una valutazione clinica completa e su esami del sangue mirati, in particolare ormonali.

🎥 Nel video porto due casi clinici reali:

➡️ Caso 1
Ragazza con ecografia che mostra “cisti ovariche”.
👉 Ma non ha la sindrome dell’ovaio policistico.
Nessuna alterazione clinica né ormonale compatibile con la diagnosi.

➡️ Caso 2
Ragazza con ecografia negativa.
👉 Eppure presenta tutti i criteri clinici e biochimici per la diagnosi di PCOS.

📌 Il messaggio chiave è questo:
✔️ Le ovaie “policistiche” all’ecografia non fanno la diagnosi
✔️ L’assenza di segni ecografici non la esclude

🎯 La diagnosi corretta richiede uno studio endocrinologico mirato, che integri:
– storia clinica
– segni e sintomi
– esami ormonali
– dati ginecologici

Affidarsi solo all’ecografia significa rischiare diagnosi sbagliata. E una diagnosi sbagliata porta quasi sempre a una terapia sbagliata.

Negli ultimi giorni si discute molto della nuova piramide alimentare proposta dalle linee guida americane. Al di là del ...
12/01/2026

Negli ultimi giorni si discute molto della nuova piramide alimentare proposta dalle linee guida americane. Al di là del merito specifico, credo che questa discussione sia l’occasione giusta per fare un passo indietro e allargare lo sguardo.

Uno dei problemi centrali della società contemporanea è la necessità quasi compulsiva di semplificare : concetti rapidi, messaggi brevi, slogan facilmente condivisibili, contenuti che “devono funzionare” in pochi secondi.
Questa esigenza è già discutibile di per sé, ma diventa particolarmente pericolosa quando applicata ai temi di salute pubblica, che per definizione sono complessi, stratificati, pieni di sfumature e influenzati non solo da evidenze scientifiche, ma anche da fattori sociali, culturali ed economici.

L’alimentazione è probabilmente l’esempio più evidente di questa deriva.
È un tema estremamente articolato, che oggi occupa uno spazio enorme su social network e media generalisti, spesso trattato in modo superficiale, ideologico o addirittura dannoso. In questo contesto, qualsiasi rappresentazione grafica – una piramide, un piatto, uno slogan – è **in un certo senso sbagliata a prescindere. Non perché manchi di buone intenzioni, ma perché rischia di trasformare un problema complesso in una risposta semplicistica.

Detto questo, un punto fermo va ribadito con forza:
👉 uno stile di vita sano, fatto di alimentazione adeguata, attività fisica regolare e ritmi sonno–veglia conservati, rimane uno dei pilastri fondamentali della prevenzione delle malattie croniche.

Il vero nodo, però, è sempre lo stesso: che cosa si intende per “corretta alimentazione”?
Ed è qui che le nuove indicazioni americane – elaborate da organismi come l’USDA e il Department of Health and Human Services – sembrano, almeno in parte, sconfessare alcune certezze che davamo per acquisite.

Come spesso accade, la risposta non è né semplice né univoca.

La realtà è che, fatta eccezione per alcune categorie di alimenti su cui il consenso scientifico è ormai ampio, il resto non può essere diviso rigidamente in “giusto” e “sbagliato”.
Oggi sappiamo che cibi ultraprocessati e zuccheri aggiunti rappresentano un fattore di rischio per chiunque li consumi abitualmente. Su questo il dibattito è minimo.

Per tutto il resto – carboidrati, proteine vegetali e animali, grassi – non esistono alimenti buoni o cattivi in senso assoluto.
Esistono contesti, obiettivi e persone diverse.

Una persona francamente sovrappeso o obesa, in cui l’obesità rappresenta il principale fattore di rischio e di comorbilità, beneficia di un’alimentazione orientata al deficit calorico, spesso con un maggiore apporto proteico, finalizzato alla perdita di peso.
In quel caso, quella è l’alimentazione giusta per la salute di quella persona.

La stessa alimentazione, ricca di proteine (soprattutto animali), applicata a un soggetto normopeso ossessionato dalla performance sportiva o dall’estetica può invece diventare uno stile di vita potenzialmente dannoso nel lungo periodo.

Ecco perché la verità, scomoda ma inevitabile, è questa:
👉 la piramide alimentare non è universale.
👉 È individuale.

Va costruita sulla singola persona, sui suoi obiettivi, sul suo stato di salute, possibilmente da specialisti, e non da fanatici, influencer o ideologi del cibo.
L’obiettivo non è aderire a un modello teorico “perfetto”, ma migliorare lo stato di salute attuale o preservarlo nel tempo.

Infine, c’è un ultimo aspetto che merita di essere esplicitato.
Oltre alla semplificazione, un altro grande male del nostro tempo è la tendenza a trasformare tutto in propaganda. L’alimentazione, proprio perché riguarda tutta la popolazione ed è legata a enormi interessi economici, è uno strumento potentissimo. Ed è per questo che sarebbe sempre auspicabile che le prese di posizione su temi di salute pubblica fossero guidate da evidenze scientifiche solide, studi di qualità e confronto tra esperti, non da interessi politici o ideologici.

La salute, per definizione, non sta negli slogan.
E difficilmente può stare dentro una piramide.

07/01/2026

📉 Quanto bisogna dimagrire per migliorare davvero la salute?

È noto da tempo che all’aumentare dell’indice di massa corporea (BMI) aumenta anche il rischio di sviluppare problemi di salute:
malattie cardiovascolari, diabete tipo 2, ipertensione, steatosi epatica e molte altre condizioni.

🎯 Questo è il vero obiettivo del dimagrimento:
non l’estetica, ma la riduzione del rischio.

È vero che più ci si avvicina al normopeso, più il rischio si riduce.
Ma c’è un dato fondamentale che spesso viene sottovalutato 👇

✅ Una riduzione significativa del rischio si osserva già con cali di peso modesti,
nell’ordine del 5–10% del peso corporeo iniziale.

Questo significa una cosa molto importante:
👉 il successo di un percorso di dimagrimento, soprattutto nell’obesità, non si misura solo dal “peso ideale”.

🔹 Ogni chilo perso conta
🔹 Ogni calo di peso mantenuto nel tempo è un passo avanti
🔹 Qualunque riduzione stabile del peso è già un miglioramento della salute

Cambiare rotta, anche di poco, cambia la direzione del rischio.Ed è da lì che si costruisce il vero risultato.

Ogni volta che un’analisi sull’evoluzione di una professione parte dal presupposto del “ai miei tempi”, temo sia destina...
30/12/2025

Ogni volta che un’analisi sull’evoluzione di una professione parte dal presupposto del “ai miei tempi”, temo sia destinata a diventare sterile, se non controproducente.

Lo dico da medico che ha attraversato in prima persona la formazione specialistica. Anche nel mio percorso ho incontrato spesso colleghi più anziani (a volte neppure di molto) che rivendicavano una presunta superiorità generazionale: più sacrificio, più turni, più ore non pagate, più disponibilità a restare in reparto oltre ogni limite.
E, con onestà intellettuale, devo dire che anch’io mi sono fermato molte volte più di quanto previsto dal contratto: talvolta per carenze organizzative, altre – spesso – per seguire i pazienti e per svolgere attività scientifica che semplicemente non trovava spazio nelle ore “canoniche” dell’assistenza. Quel tempo in più, nel bene e nel male, ha contribuito alla mia formazione medica e culturale.

Ma proprio per questo trovo la retorica del “ai miei tempi” poco credibile e poco utile. Perché se allarghiamo lo sguardo, tutti noi abbiamo conosciuto medici eccellenti e medici mediocri distribuiti in modo sorprendentemente equo tra le generazioni. Così come molti paladini della cultura del lavoro 24 ore su 24 che oggi trascorrono intere giornate a fare poco o nulla, spesso grazie al lavoro silenzioso degli specializzandi. E quando per 7-8 anni consecutivi non li vedi mai lavorare davvero, o li vedi alterarsi per un turno in più al mese, è difficile credere che “ai loro tempi” fossero gli eroi che oggi raccontano.

Se poi vogliamo allargare il discorso al contesto sociale – supportato da dati economici e storici – è proprio la generazione del “ai miei tempi” ad aver contribuito in modo determinante alle fragilità strutturali del Paese: un debito pubblico enorme, la cultura della raccomandazione a ogni livello, le baby pensioni, scelte individuali e collettive che hanno scaricato il costo sulle generazioni successive. È anche per questo che oggi molti giovani vivono in una condizione di precarietà cronica, con difficoltà ad accedere a un lavoro stabile e con la prospettiva concreta di non avere mai una pensione in età ragionevole.

La mia non è una critica generazionale, né una difesa d’ufficio degli specializzandi di oggi. È un invito a superare una narrazione semplicistica e polemica.
Su temi complessi come il lavoro in sanità, la formazione e la sostenibilità del sistema, un giornale nazionale meriterebbe un approccio più analitico e meno nostalgico. Perché il problema non è “chi lavora di più”, ma come si lavora, con quali regole e per costruire quale futuro.

La testimonianza: «Siamo in pericolo e non l’abbiamo capito. Come si spiega altrimenti l’indifferenza al fatto che in giorni tipo Natale e simili in un ospedale universitario come il Sant'Orsola diversi medici anziani facciano le guardie senza specializzandi. Niente di sindacale, corporativo o ...

Sono il Dott. Alessandro Brancatella,Mi sono specializzato in Endocrinologia e Diabetologia presso la scuola “Aldo Pinch...
28/12/2025

Sono il Dott. Alessandro Brancatella,
Mi sono specializzato in Endocrinologia e Diabetologia presso la scuola “Aldo Pinchera” di Pisa dove poi ho anche conseguito un dottorato di ricerca e pubblicato numerosi lavori scientifici su riviste internazionali.

Lavoro come Endocrinologo e Diabetologo in libera professione

Mi occupo di:
✅ Malattie benigne della tiroide (Tiroide autoimmune, Hashimoto, morbo di Basedow, Noduli tiroidei, disfunzioni tiroidee in gravidanza e in previsione di PMA)
✅ Tumori della tiroide
✅ Obesità e disordini del metabolismo
✅ Terapia farmacologica dell'obesità
✅ Sindrome dell'ovaio micropolicistico
✅ Disordini del metabolismo fosco-calcico (iperparatiroidismo) e osteoporosi
✅ Diabete mellito di tipo 2
✅ Disturbi della fertilità maschile e femminile
✅ Patologie ipofisarie
✅ Patologie surrenaliche

Visito in Toscana, Liguria e Veneto e online:
Toscana
👉 Lucca: Centro Medico D33, Via di Salicchi 978. Per appuntamenti: 0583 152 7791
👉 Cecina: Studio Medico Etrusca Medica, Piazza della Libertà 44. Per appuntamenti: 0586 684588
👉 Orbetello: Centro Medico Costa d'Argento, Via Mura di Levante 78. Per appuntamenti: 0564850204
👉 Grosseto: Centro Multiservizi Salus, Via Monte Leoni 6. Per appuntamenti: 0564 458999
👉 Pisa: Centro Analisi Pratale, Via Hermada 14. Per appuntamenti: 324 926 8024

Liguria
👉 Sarzana: Centro Medico Lunense, Via Variante Aurelia 105. Per appuntamenti: 0187 624965

Veneto
👉 Belluno: Centro Euromedica, Via Cavarzano 43. Per appuntamenti: 0437 930606
👉 Treviso/Villorba: Centro di Medicina, Viale della Repubblica 10/B. Per appuntamenti: 0422 698111
👉 Conegliano: Centro di Medicina, Viale Venezia, 91. Per appuntamenti: 0438 66191
👉 Montebelluna: Centro di Medicina, Via Biagi 1B, Per appuntamenti: 0423 22744

Online
Svolgo anche visite online prenotabili sul portale miodottore:

https://www.miodottore.it/alessandro-brancatella/endocrinologo-diabetologo/villorba

N.B. le visite endocrinologiche in presenza comprendono sempre l'ecografia tiroidea che svolgo personalmente nel corso della visita.

22/12/2025
𝐈𝐥 𝐛𝐨𝐦𝐛𝐚𝐫𝐝𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨 𝐝𝐢 𝐢𝐧𝐟𝐨𝐫𝐦𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐢 𝐬𝐚𝐧𝐢𝐭𝐚𝐫𝐢𝐞 𝐬𝐮𝐢 𝐬𝐨𝐜𝐢𝐚𝐥 𝐩𝐮𝐨̀ 𝐞𝐬𝐬𝐞𝐫𝐞 𝐩𝐞𝐫𝐢𝐜𝐨𝐥𝐨𝐬𝐨 𝐩𝐞𝐫 𝐥𝐚 𝐬𝐚𝐥𝐮𝐭𝐞 𝐝𝐢 𝐜𝐞𝐫𝐭𝐢 𝐩𝐚𝐳𝐢𝐞𝐧𝐭𝐢?Oggi vorrei...
22/12/2025

𝐈𝐥 𝐛𝐨𝐦𝐛𝐚𝐫𝐝𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨 𝐝𝐢 𝐢𝐧𝐟𝐨𝐫𝐦𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐢 𝐬𝐚𝐧𝐢𝐭𝐚𝐫𝐢𝐞 𝐬𝐮𝐢 𝐬𝐨𝐜𝐢𝐚𝐥 𝐩𝐮𝐨̀ 𝐞𝐬𝐬𝐞𝐫𝐞 𝐩𝐞𝐫𝐢𝐜𝐨𝐥𝐨𝐬𝐨 𝐩𝐞𝐫 𝐥𝐚 𝐬𝐚𝐥𝐮𝐭𝐞 𝐝𝐢 𝐜𝐞𝐫𝐭𝐢 𝐩𝐚𝐳𝐢𝐞𝐧𝐭𝐢?

Oggi vorrei condividere una riflessione che nasce da una conversazione che mi ha colpito molto.

Una mia paziente, che seguo da anni per un’amenorrea legata a un sottopeso marcato conseguente a un disturbo della condotta alimentare importante e di lunga data, è tornata all’ultima visita profondamente diversa.
Con mia grande gioia ho visto un netto miglioramento dello stato di salute generale: un recupero ponderale significativo, un benessere fisico e psicologico che, sinceramente, non avevo mai osservato in tutti gli anni in cui ci conosciamo.

Parlando del percorso che l’ha portata fin qui, mi ha detto una cosa che mi ha fatto riflettere. Tra gli aspetti per lei più importanti, oltre al lavoro fatto su di sé, ha sottolineato un elemento:

– ha smesso completamente di seguire sui social contenuti di professionisti sanitari che parlano della sua malattia.

Non perché quelle informazioni fossero necessariamente sbagliate. Anzi. Il problema, a suo dire, era diventato proprio il bombardamento continuo di informazioni, anche corrette, che finiva per interferire con la possibilità di elaborare serenamente la propria condizione psicologica. Un rumore di fondo costante, difficile da spegnere.

Questa esperienza, ovviamente, è quella di una singola paziente e non può né deve essere generalizzata. Ma credo che ponga una domanda legittima.

Viviamo in un mondo in cui siamo esposti ogni giorno a una quantità enorme di contenuti sanitari. Quando le patologie hanno una componente psicologica rilevante, non è possibile che questa esposizione continua — anche se animata dalle migliori intenzioni — possa in alcuni casi diventare controproducente?
Non nel senso che “non se ne debba parlare”, ma nel senso di come, quanto e dove se ne parla.

Il mio non è un giudizio, né una presa di posizione assoluta. È un dubbio. E forse un invito a chiederci se, accanto alla divulgazione, non serva anche il coraggio di interrogarsi sui suoi possibili effetti collaterali.

Personalmente troverei molto interessante che questi temi venissero affrontati con veri studi scientifici, perché l’impressione è che il confine tra informazione utile e sovraccarico dannoso sia, in alcuni casi, molto sottile.

Lo condivido come spunto di riflessione, non come verità.
Come spesso accade in medicina, le domande ben poste sono almeno importanti quanto le risposte.

19/12/2025

𝐃𝐞𝐥 𝐜𝐨𝐧𝐜𝐨𝐫𝐬𝐨 𝐩𝐞𝐫 𝐞𝐧𝐭𝐫𝐚𝐫𝐞 𝐚 𝐦𝐞𝐝𝐢𝐜𝐢𝐧𝐚, 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐞 𝐭𝐨𝐩𝐩𝐞 𝐩𝐞𝐠𝐠𝐢𝐨𝐫𝐢 𝐝𝐞𝐢 𝐛𝐮𝐜𝐡𝐢 𝐞 𝐝𝐢 𝐜𝐡𝐢 𝐜𝐫𝐢𝐭𝐢𝐜𝐚 𝐠𝐮𝐚𝐫𝐝𝐚𝐧𝐝𝐨 𝐢𝐥 𝐝𝐢𝐭𝐨 𝐞 𝐧𝐨𝐧 𝐥𝐚 𝐥𝐮𝐧𝐚

Torno a parlare di accesso a Medicina perché, a distanza di giorni, quello che sta emergendo nel dibattito pubblico e — soprattutto — nelle scelte politiche continua a sembrarmi sconfortante.

In particolare trovo davvero discutibile l’idea (che circola con insistenza) di “mettere una pezza” al fatto che molti candidati non abbiano superato glo esami— addirittura senza raggiungere il numero di ammessi previsto — facendo entrare con riserva anche parte dei bocciati, oppure ripetendo prove di fisica, chimica e biologia in versione semplificata per aumentare il numero dei promossi.

È la classica toppa peggiore del buco.

Perché da un lato non è una vera assunzione di responsabilità: non è dire “questa riforma ha funzionato male”, è cercare di salvarla in corsa con una soluzione emergenziale. Dall’altro, però, il costo simbolico è enorme: cambiare le regole a partita finita è uno dei messaggi peggiori che si possano dare. È un colpo diretto all’idea stessa di merito, e non in senso astratto o moralistico, ma in senso molto concreto: lo studio, l’impegno, la capacità di reggere una selezione hanno valore proprio perché il patto è chiaro in partenza. Se quel patto viene riscritto dopo, per ragioni di convenienza o di immagine, allora il messaggio che passa è devastante: “se le cose vanno male, si abbassa l’asticella”, “la fatica è negoziabile”, “le regole sono elastiche”.

E qui non stiamo parlando di sadismo selettivo o di desiderio di “bocciare”. Stiamo parlando di una cosa semplice: le regole si decidono prima, si costruiscono bene, si fanno solide, e poi si applicano. Se non funzionano, si ammette l’errore e si correggono per l’anno successivo. Questo è ciò che fa un sistema serio. Il resto è solo gestione dell’imbarazzo.

Sarebbe molto più onesto — e molto più utile — dire apertamente che il modello di selezione scelto non ha raggiunto gli obiettivi, che ha prodotto distorsioni, che va ripensato. Anche perché, se oggi si decide di “recuperare” bocciati o addolcire prove, domani la conseguenza inevitabile sarà un’altra: si delegittimerà ulteriormente qualsiasi selezione futura, e ogni anno si ricomincerà da capo con polemiche, deroghe, eccezioni, scappatoie.

Detto questo, c’è un secondo livello del dibattito che trovo altrettanto problematico: il coro di commenti — spesso durissimi — sul presunto crollo del livello degli studenti attuali. Commenti che arrivano anche da figure universitarie di grande visibilità mediatica (Burioni è solo l’esempio più noto). Su questo ho già detto cosa penso: diffido dei giudizi generazionali facili, del “ai miei tempi” e della narrazione per cui improvvisamente sarebbe comparsa una generazione inferiore.

Ma c’è un punto in più, che qui non può essere ignorato.

Queste critiche arrivano, molto spesso, da esponenti del mondo accademico universitario italiano che — soprattutto in ambito medico — non è esattamente famoso per essere un tempio del merito. E non lo dico per livore o per generalizzazioni: lo dico perché chiunque abbia attraversato quel percorso sa che, dopo alcuni sbarramenti iniziali un minimo selettivi (e non sto dicendo meritocratici, sto dicendo selettivi) — l’ingresso a Medicina e il concorso per la specializzazione — molte tappe successive del percorso accademico finiscono troppo spesso per essere governate da logiche che con il merito hanno poco a che fare.

Dottorati, assegni, posti da ricercatore, progressioni, concorsi: chi ha vissuto quell’ambiente sa quanto contino dinamiche di appartenenza, correnti, fedeltà, opportunità locali, equilibri interni. E sa anche quanto l’accademia, storicamente, si sia mostrata resistente a riforme che aumentassero trasparenza e contendibilità reale delle posizioni. Basti pensare a quanto sia stato complicato arrivare, dopo anni di discussioni, a rendere più solido e meno arbitrario il concorso di specializzazione.

Ora non sto dicendo che l’università sia composta da persone incapaci, né che non esistano eccellenze vere. Esistono eccome. Ma proprio perché le cariche accademiche non sono solo titoli ma anche responsabilità, sarebbe auspicabile che la critica sul livello medio di chi vuole entrare a Medicina andasse di pari passo con una autocritica sul sistema che poi seleziona e promuove i futuri docenti e formatori.

Perché non è credibile un discorso che suona così: “pretendiamo merito, rigore, selezione durissima all’ingresso” e poi, più avanti, accettiamo — o addirittura normalizziamo — percorsi in cui il merito diventa un criterio accessorio. È un corto circuito culturale. Ed è anche un problema pratico: se vuoi studenti più preparati, serve anche una "filiera formativa" che premi davvero chi è più bravo, chi studia meglio, chi lavora meglio, chi insegna meglio

La Medicina è difficile, deve rimanere impegnativa, e richiede responsabilità enormi. Proprio per questo non possiamo permetterci scorciatoie narrative (“sono tutti scarsi”) né scorciatoie politiche (“abbassiamo l’asticella quando conviene”). Perché entrambe, alla fine, tradiscono le persone che dovremmo tutelare: gli studenti seri e, domani, i pazienti.

13/12/2025

In questi giorni, commentando i risultati del test di Medicina, leggo spesso analisi molto nette e giudizi altrettanto rapidi. Forse troppo.

Si dà per implicito (neanche troppo) che gli studenti di quest’anno siano improvvisamente meno preparati, meno motivati, meno “adatti” rispetto a quelli delle generazioni precedenti. Ma questo assunto meriterebbe almeno qualche dubbio.
Fino all’anno scorso, ad esempio, non esisteva una soglia minima di idoneità: venivano ammessi semplicemente i primi N candidati in graduatoria. Se una soglia fosse sempre esistita, siamo davvero certi che il numero di ammessi sarebbe stato così diverso da quello attuale?

Allo stesso modo, varrebbe la pena ricordare che per decenni Medicina è stata a libero accesso Iniziavano in migliaia e la selezione avveniva dopo, attraverso esami spesso durissimi. Quanti di quelli che si iscrivevano allora arrivavano davvero alla laurea? E siamo sicuri che molti medici delle generazioni ’60–’70, formatisi in quel contesto, supererebbero oggi senza difficoltà questo test? Non è una provocazione: è un esercizio di onestà intellettuale.

Nella mia esperienza professionale ho lavorato con colleghi di età molto diverse, e non ho mai visto una correlazione affidabile tra anno di nascita, anno di laurea e qualità professionale. Le competenze, la preparazione e il senso di responsabilità non appartengono a una generazione specifica. Sono distribuiti in modo molto più trasversale di quanto ci piaccia credere.

Per questo trovo poco utile – e francamente sterile – usare i dati di quest’anno per una sorta di autocelebrazione generazionale o per il classico “ai miei tempi”. Se davvero ci interessa il futuro della professione, forse il punto non è stabilire chi è migliore di chi, ma chiederci come stiamo formando gli studenti prima dell’università: che tipo di metodo di studio, di pensiero critico, di capacità di affrontare la complessità e la frustrazione stiamo trasmettendo.

La Medicina richiede impegno, fatica e responsabilità enormi. Su questo non ci piove.
Proprio per questo, forse, meriterebbe un dibattito meno emotivo, meno nostalgico e un po’ più fondato sull’arte del dubbio. Che, in fondo, è una delle basi del nostro mestiere.

11/12/2025

Quando si attraversa un momento di malessere fisico o psicologico (anche banale e transitorio) i valori di FT4 e FT3 possono ridursi, senza che questo rappresenti una vera alterazione della funzione tiroidea. È quindi sempre fondamentale indagare le condizioni generali del paziente per una interpretazione corretta della funzione tiroidea. Inoltre, se possibile, è bene rinviare il dosaggio degli ormoni tiroidei fino alla piena risoluzione degli altri problemi di salute, se transitori (es influenza, etc).

05/12/2025

𝐋𝐨 𝐬𝐭𝐮𝐝𝐢𝐨 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐟𝐢𝐬𝐢𝐜𝐚 𝐞̀ 𝐟𝐨𝐧𝐝𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐚𝐥𝐞 𝐩𝐞𝐫 𝐮𝐧 𝐦𝐞𝐝𝐢𝐜𝐨? 𝐒𝐩𝐨𝐢𝐥𝐞𝐫: 𝐒𝐢̀.

In questi giorni si parla molto dei test di ingresso a Medicina e della “strage” di bocciati, soprattutto per le domande di fisica.
E, come spesso accade, il dibattito si è subito polarizzato: “la fisica non serve al medico”, “test troppo difficili”, “materia inutile”, e via discorrendo.

Vorrei provare a offrirvi un punto di vista diverso e un po' personale.

Quando feci il concorso per entrare a Medicina – era il lontano 2006 – le domande di fisica rappresentavano una parte marginale del famoso “quizzettone”.
Venivo dal liceo classico e, prevedibilmente, la fisica non era il mio cavallo di battaglia: ottenni un punteggio discreto, sì, ma molto più basso rispetto alle parti di biologia e chimica.

E anche durante il primo anno, l’esame di fisica fu per me il più ostico.
Poi, negli anni a seguire, la fisica è scomparsa completamente dal mio percorso: mai più ristudiata, mai più toccata.

Per questo sono rimasto doppiamente colpito – e in parte anche preoccupato – quando ieri, dopo aver letto della “mattanza” di candidati, sono andato a cercarmi il test. Mi sono messo alla prova, curioso. E, con mia sorpresa, sono riuscito a rispondere alla maggioranza delle domande di fisica, trovandole complessivamente di livello basso.

Non lo dico per fare lo splendido (non potrei farlo neanche volendo: la fisica non è mai stata il mio terreno naturale).
Lo dico perché, se uno come me – che non tocca la materia da quasi vent’anni – riesce a risolvere quelle domande, allora il problema non è il test. Il problema è la preparazione media.
Ed è qui che si sarebbe dovuta aprire la discussione:
sul livello dell’insegnamento scientifico nelle scuole, sulla capacità di formare un pensiero logico, sulla solidità delle basi.

Invece no: ci siamo ritrovati nell’ennesimo dibattito sull’utilità o meno della fisica per un medico.

E qui voglio essere molto chiaro, proprio da non amante della fisica la fisica è fondamentale.
Lo è perché molte parti della Medicina non si comprendono davvero senza di essa:
– la meccanica dei fluidi che permette di capire la circolazione sanguigna,
– i principi del movimento,
– le basi dell’elettrofisiologia,
– la fisica delle immagini diagnostiche.

Ma lo è soprattutto per un'altra ragione: la fisica costruisce il pensiero scientifico.
Forma alla logica, alla causalità, alla proporzionalità, alla probabilità.
E questo è un problema enorme nella Medicina contemporanea, dove troppo spesso – anche tra persone che il titolo ce l’hanno – si assiste a:

• teorie personali spacciate per scienza,
• totale ignoranza del concetto di probabilità,
• confusione sistematica tra correlazione e causa-effetto,
• incapacità di leggere un dato statistico.

La fisica non serve solo a rispondere a qualche domanda del test o a superare un esame del primo anno. Serve a formare la testa di chi, un giorno, dovrà prendere decisioni delicate sulla salute delle persone. Perché un medico può dimenticare molte nozioni, ma non dovrebbe mai dimenticare come si ragiona scientificamente

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