19/12/2025
𝐃𝐞𝐥 𝐜𝐨𝐧𝐜𝐨𝐫𝐬𝐨 𝐩𝐞𝐫 𝐞𝐧𝐭𝐫𝐚𝐫𝐞 𝐚 𝐦𝐞𝐝𝐢𝐜𝐢𝐧𝐚, 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐞 𝐭𝐨𝐩𝐩𝐞 𝐩𝐞𝐠𝐠𝐢𝐨𝐫𝐢 𝐝𝐞𝐢 𝐛𝐮𝐜𝐡𝐢 𝐞 𝐝𝐢 𝐜𝐡𝐢 𝐜𝐫𝐢𝐭𝐢𝐜𝐚 𝐠𝐮𝐚𝐫𝐝𝐚𝐧𝐝𝐨 𝐢𝐥 𝐝𝐢𝐭𝐨 𝐞 𝐧𝐨𝐧 𝐥𝐚 𝐥𝐮𝐧𝐚
Torno a parlare di accesso a Medicina perché, a distanza di giorni, quello che sta emergendo nel dibattito pubblico e — soprattutto — nelle scelte politiche continua a sembrarmi sconfortante.
In particolare trovo davvero discutibile l’idea (che circola con insistenza) di “mettere una pezza” al fatto che molti candidati non abbiano superato glo esami— addirittura senza raggiungere il numero di ammessi previsto — facendo entrare con riserva anche parte dei bocciati, oppure ripetendo prove di fisica, chimica e biologia in versione semplificata per aumentare il numero dei promossi.
È la classica toppa peggiore del buco.
Perché da un lato non è una vera assunzione di responsabilità: non è dire “questa riforma ha funzionato male”, è cercare di salvarla in corsa con una soluzione emergenziale. Dall’altro, però, il costo simbolico è enorme: cambiare le regole a partita finita è uno dei messaggi peggiori che si possano dare. È un colpo diretto all’idea stessa di merito, e non in senso astratto o moralistico, ma in senso molto concreto: lo studio, l’impegno, la capacità di reggere una selezione hanno valore proprio perché il patto è chiaro in partenza. Se quel patto viene riscritto dopo, per ragioni di convenienza o di immagine, allora il messaggio che passa è devastante: “se le cose vanno male, si abbassa l’asticella”, “la fatica è negoziabile”, “le regole sono elastiche”.
E qui non stiamo parlando di sadismo selettivo o di desiderio di “bocciare”. Stiamo parlando di una cosa semplice: le regole si decidono prima, si costruiscono bene, si fanno solide, e poi si applicano. Se non funzionano, si ammette l’errore e si correggono per l’anno successivo. Questo è ciò che fa un sistema serio. Il resto è solo gestione dell’imbarazzo.
Sarebbe molto più onesto — e molto più utile — dire apertamente che il modello di selezione scelto non ha raggiunto gli obiettivi, che ha prodotto distorsioni, che va ripensato. Anche perché, se oggi si decide di “recuperare” bocciati o addolcire prove, domani la conseguenza inevitabile sarà un’altra: si delegittimerà ulteriormente qualsiasi selezione futura, e ogni anno si ricomincerà da capo con polemiche, deroghe, eccezioni, scappatoie.
Detto questo, c’è un secondo livello del dibattito che trovo altrettanto problematico: il coro di commenti — spesso durissimi — sul presunto crollo del livello degli studenti attuali. Commenti che arrivano anche da figure universitarie di grande visibilità mediatica (Burioni è solo l’esempio più noto). Su questo ho già detto cosa penso: diffido dei giudizi generazionali facili, del “ai miei tempi” e della narrazione per cui improvvisamente sarebbe comparsa una generazione inferiore.
Ma c’è un punto in più, che qui non può essere ignorato.
Queste critiche arrivano, molto spesso, da esponenti del mondo accademico universitario italiano che — soprattutto in ambito medico — non è esattamente famoso per essere un tempio del merito. E non lo dico per livore o per generalizzazioni: lo dico perché chiunque abbia attraversato quel percorso sa che, dopo alcuni sbarramenti iniziali un minimo selettivi (e non sto dicendo meritocratici, sto dicendo selettivi) — l’ingresso a Medicina e il concorso per la specializzazione — molte tappe successive del percorso accademico finiscono troppo spesso per essere governate da logiche che con il merito hanno poco a che fare.
Dottorati, assegni, posti da ricercatore, progressioni, concorsi: chi ha vissuto quell’ambiente sa quanto contino dinamiche di appartenenza, correnti, fedeltà, opportunità locali, equilibri interni. E sa anche quanto l’accademia, storicamente, si sia mostrata resistente a riforme che aumentassero trasparenza e contendibilità reale delle posizioni. Basti pensare a quanto sia stato complicato arrivare, dopo anni di discussioni, a rendere più solido e meno arbitrario il concorso di specializzazione.
Ora non sto dicendo che l’università sia composta da persone incapaci, né che non esistano eccellenze vere. Esistono eccome. Ma proprio perché le cariche accademiche non sono solo titoli ma anche responsabilità, sarebbe auspicabile che la critica sul livello medio di chi vuole entrare a Medicina andasse di pari passo con una autocritica sul sistema che poi seleziona e promuove i futuri docenti e formatori.
Perché non è credibile un discorso che suona così: “pretendiamo merito, rigore, selezione durissima all’ingresso” e poi, più avanti, accettiamo — o addirittura normalizziamo — percorsi in cui il merito diventa un criterio accessorio. È un corto circuito culturale. Ed è anche un problema pratico: se vuoi studenti più preparati, serve anche una "filiera formativa" che premi davvero chi è più bravo, chi studia meglio, chi lavora meglio, chi insegna meglio
La Medicina è difficile, deve rimanere impegnativa, e richiede responsabilità enormi. Proprio per questo non possiamo permetterci scorciatoie narrative (“sono tutti scarsi”) né scorciatoie politiche (“abbassiamo l’asticella quando conviene”). Perché entrambe, alla fine, tradiscono le persone che dovremmo tutelare: gli studenti seri e, domani, i pazienti.