Psicologa Pisa - ValentinaCottone

Psicologa Pisa - ValentinaCottone Psicologa
Tecnico della riabilitazione psichiatrica
Esperta e tutor dei processi d'apprendimento

Psicologa
Tecnico della riabilitazione psichiatrica Riabilitazione cognitiva
Esperta dei processi d'apprendimento
Tutor BES, ADHD e DSA

Bellissimo!
04/01/2026

Bellissimo!

🌿 “PERCHÉ?” 🌿

Quante volte, davanti a un comportamento che ci spiazza, fuori dal nostro controllo, ci viene spontaneo chiedere a un bambino o a una bambina:

– Perché l’hai fatto?
– Perché piangi?
– Perché hai spinto?
– Perché sei così arrabbiato?
– Perché fai così?
– Perché sei così agitato?


Domande che nascono spesso da una ricerca adulta di senso, ma che - senza rendercene conto - poggiano su un presupposto adulto: 👉 che il bambino/a sappia spiegare razionalmente ciò che accade dentro di sé.

Ma nei primi anni di vita, questo non è possibile. E queste domande risultano davvero frustranti e poco funzionali nella relazione con i bambini e le bambine.

Tra 0 e 7/8 anni il comportamento precede il pensiero riflessivo. Il bambino/a non agisce per un perché, ma a partire da un sentire. Agisce a partire da ciò che il suo corpo e il suo sistema nervoso riescono a fare in quel momento.

Quando un bambino/a spinge, urla, piange, rifiuta, si irrigidisce o si oppone, non sta scegliendo consapevolmente un’azione: sta rispondendo con il corpo e con il sistema nervoso a ciò che sta vivendo internamente in quel Presente.

In quei momenti:
✨ la corteccia prefrontale non è ancora in grado di organizzare una spiegazione logica
✨ il linguaggio verbale è insufficiente
✨ il sistema emotivo e sensoriale prende il comando

👉 Il comportamento diventa linguaggio non verbale.
Un linguaggio primitivo, corporeo, immediato. Un linguaggio che parla di:
💫 sovraccarico emotivo e sensoriale
💫 paura
💫 frustrazione
💫 bisogno di contenimento
💫 richiesta di relazione, connessione, “Guardami!”

Chiedere “perché?” in quel momento rischia di produrre solo ulteriore distanza emozionale e frustrazione. Non perché il bambino/a non voglia rispondere, ma perché non può ancora rispondere in modo razionale come “pretendiamo” noi adulti.

Il compito educativo in questa fase di vita, allora, si sposta. Non è più chiedere spiegazioni, ma:
• osservare
• rallentare
• mettersi in ascolto
• mentalizzare

🌱 Forse chiedevamo troppo in quel momento.
🌱 Forse era stanco.
🌱 Forse il suo corpo non ce la faceva più.
🌱 Forse aveva bisogno di sentire che non era solo.

Siamo noi adulti a dover sostenere il peso del senso. Siamo noi a dover prestare parole, senza pretendere spiegazioni. Siamo noi a dover narrare ciò che il bambino/a ancora non sa raccontare.

🌱 Questo richiede un lavoro profondo anche su di noi.

Perché spesso, nel “perché” che rivolgiamo ai bambini e alle bambine, parla il bambino che siamo stati: quello a cui veniva chiesto di spiegarsi, di giustificarsi, di darsi una regolata fin da troppo piccoli.

Diventare adulti educanti consapevoli significa allora cambiare sguardo: passare dal giudizio alla lettura, dalla correzione alla comprensione, dal controllo alla relazione.

✨ Il comportamento non è il problema.
È il messaggio. (Non mi stancherò mai di poterlo ripetere). E ogni messaggio chiede prima di tutto qualcuno disposto ad ascoltare.

Atelier della Pedagogista

30/12/2025
25/11/2025

💡 LA REGOLA D'ORO PER I GENITORI:
“TRATTA GLI ALTRI COME VORRESTI ESSERE TRATTATO TU".

Quale insegnamento migliore possiamo applicare quotidianamente come genitori? Una possibile variante della regola d'oro applicata ai genitori sarebbe: "Tratta i tuoi figli come vorresti essere trattato tu al loro posto".
E' illuminante mettere alla prova i metodi disciplinari in voga alla luce di questa "regola d'oro per i genitori", provando a mettere marito e moglie al posto di genitore e bambino. Per esempio:

1. PUNIZIONI CORPORALI.
La moglie versa accidentalmente il caffè sulla giacca nuova del marito. Lui la picchia.
Starà più attenta la prossima volta? O potrebbe farlo arrestare per violenza coniugale?

2.CASTIGO.
Il marito litiga con un ospite. Sua moglie gli dice: "Non è bello litigare così col tuo amico! Non si fa così! Vai nella tua stanza e restaci per mezz'ora!".
Il marito diventerà meno litigioso? L'imbarazzo della situazione lo correggerà? Si sentirà di chiedere scusa all'amico?

3. LOGICHE CONSEGUENZE.
La moglie esce con l'auto ma si dimentica di far benzina e rimane a secco. Chiama casa e chiede al marito se può prendere la sua auto, andare a riempire una tanica di benzina e portargliela. Lui rifiuta, spiegandole che deve imparare a "trarre le logiche conseguenze" ed essere più responsabile.
La prossima volta che il serbatoio sarà agli sgoccioli la moglie ricorderà di fare benzina? O sarà troppo assorta a meditare sul divorzio per pensare a cose di minore importanza come la manutenzione dell'auto?

4. CONTO ALLA ROVESCIA.
Una moglie ricorda al marito, che sta leggendo il giornale, che è il suo turno di lavare i piatti. Lui mormora "Hmm..." e continua a leggere. La moglie si incaponisce:" Devi andare a lavare i piatti adesso! Dieci...nove...otto...sette..."
Il marito se la sentirà di collaborare con sua moglie? O penserà di aver sposato una pazza? E si sentirà amato anche solo un pò?

Tutti questi metodi disciplinari appaiono ridicoli, visti in questo modo.
Ma si è stabilito, a un certo punto nella nostra società, che adulti e bambini reagiscono in base a diversi principi comportamentali.
E' stato un gravissimo errore.
Ci siamo posti la domanda sbagliata:"Quali regole funzionano con i bambini? E quali con gli adulti?".

La realtà è molto più semplice: tutti gli esseri umani si comportano come vengono trattati.

L'unico "metodo" che abbia senso nelle relazioni umane, siano essi adulti o bambini, è l'amore incondizionato.

I genitori che vogliono aiutare i loro figli a crescere e diventare adulti affettuosi e responsabili non possono fare di meglio che ricordare la regola d'oro dei genitori: "Tratta i tuoi figli come vorresti essere trattato tu al loro posto".

Semplice, chiara ed efficace.

Non dobbiamo perdere tempo a chiederci l'età di una persona per applicare questa regola: è su misura per tutti.

Jan Hunt, Genitori con il cuore

... speranzosa!
25/11/2025

... speranzosa!

09/11/2025

di Giuseppe Rambaldo Educazione & Pedagogia
di fan

Verissimo!!!
09/11/2025

Verissimo!!!

Differenza tra smartphone e TV ... video molto interessante!
04/11/2025

Differenza tra smartphone e TV ... video molto interessante!

https://www.facebook.com/share/1Fbd4RPnqa/.. L'Atelier della Pedagogista di Lucia Vichi bellissimo!
27/10/2025

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.. L'Atelier della Pedagogista di Lucia Vichi bellissimo!

💡 LA SEDIA DEL PENSIERO
… che non aiuta a pensare.

🌱 “Adesso stai qui, sulla sedia, a pensare. Da solo! Senza giocare.”
Quante volte lo abbiamo sentito dire, o magari lo abbiamo detto anche noi.
Ma fermiamoci un momento e chiediamoci con sincerità e curiosità:
🪑 A cosa può davvero pensare un bambino/a di tre, quattro o cinque anni, seduto da solo su una sedia?
🪑 Ha davvero la capacità di riflettere con consapevolezza e spirito critico, restando immobile e senza giocare — bisogni vitali per la crescita?
🪑 Quanto c’è in questa reazione la mia sensazione adulta di frustrazione, rabbia, impotenza, fatica/stanchezza?

✨ La verità è che prima dei 7-8 anni il cervello infantile non ha ancora sviluppato pienamente le funzioni esecutive necessarie per analizzare, riflettere, comprendere e fare autocritica, pensare astrattamente.
Un bambino non può “pensare” come un adulto. Può sentire — rabbia, paura, tristezza, confusione — con il corpo, può percepire ma non possiede ancora gli strumenti cognitivi complessi per elaborare tutto questo da solo.

👉🏻 Quando lo mettiamo “sulla sedia del pensiero” lo stiamo punendo e lo stiamo lasciando solo con emozioni troppo grandi per essere gestite in autonomia. Quando ci neghiamo emotivamente, offriamo una forma di connessione condizionata: ci sono solo quando ti comporti come dico io.
👉🏻 Lo stiamo privando dell’aiuto di cui ha bisogno per capire cosa è successo e per imparare qualcosa di nuovo da quell’esperienza.
👉🏻 Spesso, invece di riflettere, si sente rifiutato, cattivo, sbagliato. E quello che davvero impara è che “quando faccio qualcosa di brutto, vengo allontanato. Sono solo”.

💭 E se capovolgessimo la scena?
Immagina di essere al lavoro e di commettere un errore in una pratica importante. Davanti ai tuoi colleghi, il tuo capo ti dice: “Adesso ti siedi lì, su quella sedia laggiù, e pensi a quello che hai fatto. Non ti muovere finché non hai riflettuto.”
Come ti sentiresti?
👉🏻 Probabilmente umiliato, giudicato, svalutato.
👉🏻 Non penseresti con lucidità all’errore. Ti sentiresti piccolo, sbagliato, solo — forse infuriato, forse congelato.
👉🏻 E, soprattutto, non impareresti nulla di nuovo, se non la paura di sbagliare ancora e forti emozioni freezzate.

⚠️ Quella sedia non educa: isola. Non insegna: crea vergogna. Non accompagna: allontana.

🌿 Una pedagogia consapevole e pronta ad accogliere l’emotività funziona in modo diverso. La riflessione nasce nella relazione, non nella solitudine.
Si costruisce insieme, quando l’adulto sceglie di re-STARE accanto, di mettere parole a ciò che è accaduto, di legittimare, di accompagnare il bambino/a a comprendere le proprie emozioni e a riparare, non per paura della punizione, ma per empatia.

✨ Il compito dell’adulto non è chiedere di “pensare da solo”, ma pensare con. Non dire “Vai là e calmati”, ma “Sono qui con te mentre insieme attraversiamo questa tempesta. È grande o piccola?”.
🌿 Non allontanare, ma accogliere anche quando si sbaglia — perché è proprio lì che l’apprendimento emotivo diventa reale e profondo.

🪷 I bambini e le bambine non hanno bisogno di una sedia su cui fingere di pensare. Hanno bisogno di uno sguardo e di un corpo pronti ad aiutarli a comprendere, di un abbraccio che li sostenga, di una presenza che insegni loro, giorno dopo giorno, a crescere nella relazione e nella connessione incondizionata.

Atelier della Pedagogista

Indirizzo

Via Bargagna 60
Pisa
56100

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Sono una persona che ama imparare. Credo che ognuno di noi abbia qualcosa da insegnare e molto da imparare ...

Psicologa

Educatore sanitario (Riabilitazione Psichiatrica)