04/01/2026
Bellissimo!
🌿 “PERCHÉ?” 🌿
Quante volte, davanti a un comportamento che ci spiazza, fuori dal nostro controllo, ci viene spontaneo chiedere a un bambino o a una bambina:
– Perché l’hai fatto?
– Perché piangi?
– Perché hai spinto?
– Perché sei così arrabbiato?
– Perché fai così?
– Perché sei così agitato?
…
Domande che nascono spesso da una ricerca adulta di senso, ma che - senza rendercene conto - poggiano su un presupposto adulto: 👉 che il bambino/a sappia spiegare razionalmente ciò che accade dentro di sé.
Ma nei primi anni di vita, questo non è possibile. E queste domande risultano davvero frustranti e poco funzionali nella relazione con i bambini e le bambine.
Tra 0 e 7/8 anni il comportamento precede il pensiero riflessivo. Il bambino/a non agisce per un perché, ma a partire da un sentire. Agisce a partire da ciò che il suo corpo e il suo sistema nervoso riescono a fare in quel momento.
Quando un bambino/a spinge, urla, piange, rifiuta, si irrigidisce o si oppone, non sta scegliendo consapevolmente un’azione: sta rispondendo con il corpo e con il sistema nervoso a ciò che sta vivendo internamente in quel Presente.
In quei momenti:
✨ la corteccia prefrontale non è ancora in grado di organizzare una spiegazione logica
✨ il linguaggio verbale è insufficiente
✨ il sistema emotivo e sensoriale prende il comando
👉 Il comportamento diventa linguaggio non verbale.
Un linguaggio primitivo, corporeo, immediato. Un linguaggio che parla di:
💫 sovraccarico emotivo e sensoriale
💫 paura
💫 frustrazione
💫 bisogno di contenimento
💫 richiesta di relazione, connessione, “Guardami!”
Chiedere “perché?” in quel momento rischia di produrre solo ulteriore distanza emozionale e frustrazione. Non perché il bambino/a non voglia rispondere, ma perché non può ancora rispondere in modo razionale come “pretendiamo” noi adulti.
Il compito educativo in questa fase di vita, allora, si sposta. Non è più chiedere spiegazioni, ma:
• osservare
• rallentare
• mettersi in ascolto
• mentalizzare
🌱 Forse chiedevamo troppo in quel momento.
🌱 Forse era stanco.
🌱 Forse il suo corpo non ce la faceva più.
🌱 Forse aveva bisogno di sentire che non era solo.
Siamo noi adulti a dover sostenere il peso del senso. Siamo noi a dover prestare parole, senza pretendere spiegazioni. Siamo noi a dover narrare ciò che il bambino/a ancora non sa raccontare.
🌱 Questo richiede un lavoro profondo anche su di noi.
Perché spesso, nel “perché” che rivolgiamo ai bambini e alle bambine, parla il bambino che siamo stati: quello a cui veniva chiesto di spiegarsi, di giustificarsi, di darsi una regolata fin da troppo piccoli.
Diventare adulti educanti consapevoli significa allora cambiare sguardo: passare dal giudizio alla lettura, dalla correzione alla comprensione, dal controllo alla relazione.
✨ Il comportamento non è il problema.
È il messaggio. (Non mi stancherò mai di poterlo ripetere). E ogni messaggio chiede prima di tutto qualcuno disposto ad ascoltare.
Atelier della Pedagogista