15/05/2026
Lavorare con gli adolescenti in terapia ha sempre suscitato in me una profonda curiosità. Perché, al di là della conoscenza teorica, dello studio costante e della formazione continua, esiste una dimensione che va oltre qualsiasi corso frequentato o libro letto.
Il loro mondo, in continua e vorticosa evoluzione, richiede un esercizio costante: provare a stare al passo con nuove tecnologie, nuovi linguaggi, nuovi codici, nuove semantiche.
E per quanto io cerchi di restare “aggiornata”, nello spazio terapeutico arriva sempre qualcosa che mi sorprende: una parola che non conosco, il nome di un videogioco, un nuovo trapper, un riferimento che mi sfugge.
Ed è proprio lì che compare il divario generazionale.
Ma quel divario porta con sé qualcosa di prezioso: una possibilità relazionale. Un’occasione di ascolto autentico, di interesse sincero. Un privilegio: poter entrare nei loro interessi, in ciò che li accende, in ciò che li fa vibrare, in ciò che, per usare una metafora neuroscientifica, “fa “pulsare” la loro amigdala.
E quando inizio a chiedere: “Me lo racconti?”
“Che cos’è?”
“Che cosa ti piace di questo?”
Accade qualcosa.
Lo vedi nello sguardo. C’è sorpresa.
Perché forse siamo noi adulti a dimenticarlo troppo spesso: non sono loro a dover entrare nel nostro mondo.
Siamo noi, psicologi, educatori, insegnanti, genitori, a dover entrare nel loro. In punta di piedi. Con curiosità. Con rispetto.
Perché se vogliamo davvero comprendere, accogliere e accompagnare nella crescita, prima ancora di insegnare, dobbiamo essere disposti ad ascoltare.
“Per comprendere un adolescente, forse la prima domanda da fare non è «come faccio a farmi ascoltare?», ma «mi fai entrare un po’ nel tuo mondo?»”
“Ogni adolescente ha un mondo da raccontare. La domanda è: siamo pronti ad ascoltarlo?”
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