La mansarda lilla

La mansarda lilla La dott.ssa Simona Adorni psicologa psicoterapeuta e il dott. Massimiliano Compagnonepsicologo( 346 9565929) sono disponibili in presenza e anche online.
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Studio di psicologia e spazio multidisciplinare dove psicologi e psicoterapeuti lavorano con altri professionisti della salute per offrire un percorso completo di supporto e consapevolezza nelle varie fasi della vita e che dia ben-essere a 360 gradi.

06/04/2026

Nel lavoro sul trauma complesso, la teoria polivagale offre una chiave di lettura utile per comprendere ciò che accade nel corpo.
Formulata da Stephen Porges, questa teoria descrive come il sistema nervoso autonomo non sia un sistema binario (attivazione verso rilassamento), ma un sistema gerarchico che risponde alla percezione di sicurezza o minaccia.
In particolare, vengono descritte tre principali modalità di funzionamento:

1.Stato ventro-vagale (sicurezza e connessione)
È lo stato in cui il sistema nervoso percepisce l’ambiente come sicuro. Il respiro è fluido, il corpo è più rilassato, ed è possibile entrare in relazione con gli altri in modo aperto e regolato.

2. Stato simpatico (attacco/fuga)
Quando viene percepita una minaccia, il sistema si attiva: aumenta la tensione muscolare, il respiro si fa più rapido, il corpo si prepara all’azione. In condizioni croniche, questo può tradursi in ipervigilanza, ansia e difficoltà a spegnere l’allerta.

3.Stato dorso-vagale (collasso/chiusura)
Se la minaccia è percepita come inevitabile o eccessiva, il sistema può spegnersi: compaiono distacco, torpore, difficoltà a sentire o reagire. È una risposta di conservazione estrema.

Nel trauma complesso, queste transizioni possono diventare rigide e automatiche: il sistema nervoso fatica a riconoscere la sicurezza e tende a oscillare tra iperattivazione e ipoattivazione.
Il concetto centrale della teoria polivagale è la neurocezione: un processo inconscio attraverso cui il corpo valuta continuamente se l’ambiente è sicuro, pericoloso o minaccioso, si tratta di una risposta automatica.
Nella relazione terapeutica, si mira a creare esperienze corporee di sicurezza, con attenzione al ritmo, al respiro e alla consapevolezza somatica, con l'obiettivo di favorire un ritorno graduale allo stato ventro-vagale.
Il sistema nervoso in questo modo impara a riconoscere, nel presente, che non è più costretto a vivere come se il pericolo fosse sempre attivo.
G.V.

02/04/2026
01/04/2026
31/03/2026

"Non si tratta di dimenticare il trauma, ma di trasformarlo."
Come psicoterapeuta specializzata in EMDR, vedo ogni giorno quanto la mente abbia una straordinaria capacità di guarigione 🩹

Molte persone arrivano in terapia convinte di essere “sbagliate” o “fragili”. In realtà, spesso stanno semplicemente portando il peso di esperienze che non hanno avuto modo di essere elaborate.
L’EMDR aiuta il cervello a rielaborare quei ricordi che sono rimasti bloccati nel passato ma continuano a farsi sentire nel presente.

Il ricordo non si cancella, però va a perdere la sua carica emotiva disturbante.
E la persona torna a sentirsi libera 💛

30/03/2026

I confini psicologici non sono muri 🚧, ma sistemi di regolazione che permettono di stare in relazione senza perdere contatto con sé.
Definiscono ciò che è “mio” e ciò che è “tuo”: emozioni, bisogni, responsabilità, spazio interno. Senza confini chiari, l’Io fatica a orientarsi 🧭.

Quando i confini vengono violati, la persona può confondere i propri bisogni con quelli dell’altro, assumersi responsabilità emotive che non le appartengono, oppure invadere inconsapevolmente lo spazio altrui. Questo genera cicli relazionali disfunzionali: compiacenza, ipercontrollo, dipendenza, conflitti ripetitivi 🔄.

I confini protetti, invece, non sono rigidità. Sono flessibilità regolata 🌿.
La persona sa riconoscere ciò che sente, sa comunicarlo, sa negoziare.
Il “no” diventa un atto di chiarezza, non di distanza.
La relazione non viene evitata, ma resa più leggibile e sicura.

Dal punto di vista clinico, lavorare sui confini significa intervenire su tre livelli fondamentali:

🧠 Consapevolezza interna: riconoscere bisogni, limiti, segnali corporei, emozioni primarie.
🤝 Regolazione interpersonale: comunicare in modo chiaro, chiedere, dire no, tollerare il conflitto senza viverlo come minaccia.
🪞 Struttura dell’identità: sviluppare un senso di sé stabile, non dipendente dall’approvazione o dal rifiuto dell’altro.

Proteggere i confini non serve a tenere lontani gli altri: serve a incontrarli meglio, con più sicurezza, più responsabilità e più adultità.

29/03/2026

😰 “Domani si ricomincia, chissà che cosa mi aspetta sulla scrivania, riuscirò a gestire tutto?!”
A volte la domenica sera può sorprenderci con pensieri di questo tipo. In alcuni casi si può innescare una vera e propria modalità di pensiero ripetitivo negativo, il rimuginio. Rimuginando ci illudiamo di poter arrivare pronti e preparati alle difficoltà che ci aspettano il lunedì mattina. Tuttavia:
1️⃣ i pensieri negativi alimentano il catastrofismo, allontanandoci dal problem-solving;
2️⃣ i pensieri negativi e il catastrofismo aumentano l’ansia;
3️⃣ l’ansia presenta il conto a livello fisico: tensione muscolare, tachicardia, affaticabilità
👉 Ma soprattutto si può generare un particolare circolo vizioso: lo stress e l’ansia non consentono di recuperare energie nel weekend, aumentano il senso di stanchezza, così come i vissuti e le emozioni negative. Tutto ciò alimenta ulteriormente il rimuginio: “Se mi sento ancora così stanco oggi che è domenica, come potrò affrontare tutto ciò che mi aspetta domani?”

💡 Conoscere tali vissuti può aiutare a individuarli e a gestirli con più facilità. La psicoterapia può aiutarci a comprenderli, a conoscere la loro origine e la loro funzione; consentendoci così di regolare i processi del pensiero ripetitivo negativo, ponendo l’attenzione al momento presente e promuovendo una gestione più efficace dello stress e delle emozioni a valenza negativa.

Leggi l’articolo su State of Mind!
👉 Segui il link: https://www.stateofmind.it/2026/03/ansia-domenica-sera/

29/03/2026

L’autorealizzazione rappresenta il processo attraverso cui una persona sviluppa ed esprime il proprio potenziale, costruendo un percorso coerente con i propri valori, bisogni e aspirazioni. Non è un traguardo definitivo, ma un’evoluzione continua che accompagna le diverse fasi della vita.

Promuoverla nel proprio percorso di benessere significa imparare a riconoscere le proprie risorse, orientare le scelte in modo consapevole e adattarsi ai cambiamenti, mantenendo una direzione personale significativa. Questo processo rafforza il senso di identità, dando maggiore coerenza alle proprie esperienze.

La costruzione dell’autorealizzazione può favorire:
* una maggiore chiarezza rispetto ai propri obiettivi e desideri
* scelte più intenzionali e in linea con i propri valori
* una percezione più stabile di soddisfazione personale

Nel tempo, contribuisce a sostenere un senso di direzione, continuità e qualità della vita.

28/03/2026

Non stiamo crescendo ragazzi più violenti.
Stiamo crescendo ragazzi che non sanno cosa farsene della rabbia, perché nessuno ha mai insegnato loro a gestirla e a contenerla.

Se devo dirlo in modo diretto, senza girarci troppo intorno: la tentazione di dire che “questa generazione è più violenta” è forte, ma è anche una scorciatoia che rischia di farci sbagliare bersaglio. Non siamo davanti a ragazzi più cattivi. Siamo davanti a ragazzi cresciuti in un contesto che li ha resi molto più fragili sul piano emotivo e, proprio per questo, più esposti a reazioni estreme.

Oggi un adolescente fatica tremendamente a stare dentro la frustrazione. E la frustrazione, piaccia o no, è una componente inevitabile della vita. Solo che se nessuno ti insegna a gestirla, a riconoscerla, a tollerarla, quella frustrazione diventa rapidamente qualcos’altro: rabbia, vergogna, senso di umiliazione. E da lì, il passo verso l’agito è molto più breve di quanto si pensi.

Quando poi parliamo di tredicenni con un coltello in tasca, dobbiamo smettere di pensare solo all’oggetto. Il coltello è il sintomo, non il problema. È una risposta distorta a un bisogno molto preciso: sentirsi meno vulnerabili. È come se quel ragazzo dicesse, senza usare le parole: “Io non voglio più sentirmi in balia delle cose. Io devo avere un modo per difendermi, o per farmi rispettare.”
Il punto è che non ha strumenti migliori per farlo. Nessuno glieli ha insegnati davvero.

E qui arriva una questione scomoda: sì, in qualche modo questi ragazzi si sentono più autorizzati alla violenza. Non perché qualcuno glielo dica esplicitamente, ma perché vivono immersi in un mondo che la violenza la banalizza continuamente. La vedono nei linguaggi, nei social, nei conflitti quotidiani tra adulti. Assistono a scene in cui chi urla di più sembra avere ragione, in cui l’aggressività diventa una forma di affermazione. E nel frattempo, i confini educativi si sono fatti sempre più deboli, sempre più negoziabili.

Il risultato è che il gesto violento perde peso nella percezione. Non viene più sentito come qualcosa di irreversibile, ma come una risposta possibile, a volte persino legittima, a un torto percepito.

In tutto questo, la famiglia gioca un ruolo decisivo. Perché è lì che si costruisce (o non si costruisce) la capacità di stare al mondo. E oggi vediamo spesso due estremi ugualmente problematici: da una parte genitori che evitano qualsiasi frustrazione ai figli, che spianano la strada in nome di un’idea distorta di protezione; dall’altra genitori che non ci sono, o che hanno rinunciato a esercitare un ruolo educativo chiaro. In mezzo, troppo spesso, manca quella cosa fondamentale che si chiama limite.

Il limite non è una punizione. È una bussola. È ciò che permette a un ragazzo di capire fin dove può spingersi, cosa è accettabile e cosa no. Senza limite, un adolescente non è libero: è perso.

La scuola, dal canto suo, si trova a gestire una situazione sempre più complessa, spesso senza strumenti adeguati. Gli insegnanti si confrontano con ragazzi che vivono ogni richiamo come un attacco personale, ogni nota come un’umiliazione. E quando un ragazzo non sa distinguere tra correzione e offesa, tra limite e ingiustizia, il rischio di escalation è altissimo. Basta poco: una ferita narcisistica, un senso di ingiustizia non elaborato, e la rabbia trova una via d’uscita.

Allora la domanda vera non è se questi ragazzi siano più violenti. La domanda è: che cosa abbiamo smesso di insegnare loro?

Perché il punto è tutto lì. Non si limita un fenomeno del genere solo con più controlli o più punizioni. Quelle servono, certo, ma arrivano dopo. Quando il problema è già esploso.

Il lavoro vero è prima. È insegnare ai ragazzi a riconoscere quello che provano, a dare un nome alle emozioni, a non esserne travolti. È restituire valore al limite, alla responsabilità, al fatto che ogni azione ha conseguenze. È aiutare le famiglie a tornare a essere luoghi educativi, non solo affettivi.

E soprattutto è intercettare i segnali prima che diventino tragedie. Perché prima del coltello, c’è sempre qualcosa: una rabbia che cresce, un senso di esclusione, fantasie di rivalsa, un linguaggio che cambia. Il problema è che troppo spesso questi segnali li vediamo… e li minimizziamo.

Poi arriva il gesto, e ci sembra improvviso.
Ma improvviso, quasi mai lo è davvero.

27/03/2026

👀 L’Eye Movement Desensitization and Reprocessing (EMDR) è una tecnica per il trattamento di esperienze traumatiche utilizzata all’interno di un percorso di psicoterapia, nata per desensibilizzare efficacemente i sintomi disturbanti legati ai ricordi traumatici.
Nell’Eye Movement Desensitization and Reprocessing grazie ai movimenti oculari alternati si riducono gli effetti dei sintomi che perdono la loro carica emotiva negativa (desensibilizzazione) e si riattiva il fisiologico processo di elaborazione delle informazioni (riprocessamento).

👉 Leggi la sezione dedicata all’EMDR su State of Mind, segui il link: https://www.stateofmind.it/emdr/

Indirizzo

Via Bagni 4
Podenzana
54010

Orario di apertura

Lunedì 08:00 - 20:00
Martedì 08:00 - 20:00
Mercoledì 08:00 - 20:00
Giovedì 08:00 - 20:00
Venerdì 08:00 - 20:00
Sabato 08:00 - 20:00

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