Daniela Sergianni Psicologa

Daniela Sergianni Psicologa Tutor degli apprendimenti👩🏻‍⚕️
Valutazioni Neuropsicologiche🧠
Supporto Psicologico 💪

Mi occupo in particolare di:

-consulenza psicologica e psicodiagnostica (dist. d'ansia, attacchi di panico, depressione ....)
-sportello d'ascolto
-training autogeno
-valutazioni neuropsicologiche dell'adulto (memoria, attenzione e linguaggio) e riabilitazione delle suddette funzioni
-metodo di studio, potenziamento delle abilità e aiuto compiti per ragazzi delle scuole elementari, medie e superiori con DSA, ADHD e BES.

Una firma per una Psicologia Pubblica perché anche la Salute Mentale deve essere per Tutti💪🥰🧠
22/11/2025

Una firma per una Psicologia Pubblica perché anche la Salute Mentale deve essere per Tutti💪🥰🧠

È gravissimo. Sentire un ministro della Repubblica affermare, alla vigilia della Giornata internazionale per l’eliminazi...
22/11/2025

È gravissimo. Sentire un ministro della Repubblica affermare, alla vigilia della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, che «nel codice genetico dell’uomo c’è una resistenza alla parità dei sessi» è inaccettabile.

È ancora più inquietante che una ministra affermi, senza supporto empirico, che «non c’è correlazione tra l’educazione sessuo-affettiva a scuola e una diminuzione dei femminicidi».

Facciamo chiarezza.

Le dinamiche patriarcali, la sopraffazione maschile, la violenza di genere NON sono “codificate nel DNA” dei maschi. Sono cultura, potere, stereotipi, narrazioni sociali e modelli familiari che si tramandano, non predisposizioni biologiche inevitabili.

Affermazioni del tipo “è nel codice genetico” servono solo a naturalizzare la violenza maschile, a sminuire la responsabilità degli uomini e della società, a nascondere che dietro ogni femminicidio c’è una scelta, c’è una storia, c’è un contesto.

Dichiarare che l’educazione sessuo-affettiva “non serve” alla prevenzione dei femminicidi è un passo indietro. Negare o minimizzare l’importanza della prevenzione culturale e relazionale significa ignorare decenni di ricerche che evidenziano come l’educazione al rispetto, al consenso, all’uguaglianza agisca come fattore protettivo. (Anche se non è l’unica risposta, è parte imprescindibile.)

Quando il governo affida toni, parole e significati a ministri che parlano di “tara mentale” o di “codice genetico” che resiste alla parità, significa che non è davvero al lavoro su una strategia di cambiamento culturale, ma su una retorica che giustifica l’immobilismo.

Significa che il discorso pubblico sulle donne, sulla violenza maschile, sulle relazioni di potere è ancora dominato da logiche patriarcali, da mentalità che vedono l’uguaglianza come un ostacolo da “naturalizzare” anziché un obiettivo da costruire.

Significa che chi è vittima di violenza, chi subisce discriminazioni, chi si impegna quotidianamente nella prevenzione, viene ignorato o banalizzato. Perché “non è colpa dell’uomo”, è “il suo DNA”.

Dobbiamo usare parole chiare, senza scuse, per descrivere il fenomeno: violentatori che agiscono in un sistema di potere,

18/11/2025

ALLE RADICI DEL DISAGIO PSICOLOGICO IN ETÀ EVOLUTIVA – ERRORI DA EVITARE

Visto il numero davvero impressionante di persone che ieri sera non sono riuscite a entrare al Teatro La Fenice di Osimo — sold out in pochissimo tempo — ho deciso di riportare qui una sintesi del mio intervento.
Il tema affrontato tocca da vicino moltissime famiglie e mi sembra doveroso renderne accessibili i passaggi principali anche a chi non è riuscito a trovare posto.
Di seguito, dunque, ripercorro i punti essenziali della serata, certa che possano essere di interesse per tutti voi che mi seguite con grande attenzione e partecipazione.
Quando parliamo di disagio psicologico in età evolutiva dobbiamo liberarci subito da una falsa credenza: i bambini non sono “piccoli adulti”, non hanno gli strumenti che abbiamo noi per dare un nome alle loro ferite interiori.

Non spiegano, mostrano.

Non argomentano,mettono in scena.

E spesso, lo fanno in silenzio.
Il disagio non arriva mai all’improvviso, matura piano, si insinua nelle crepe della quotidianità, si alimenta di microtraumi, incoerenze educative, conflitti irrisolti. Cresce in quelle zone d’ombra che gli adulti non guardano, o che preferiscono non vedere.

La radice profonda del malessere, quasi sempre, si trova nella qualità del legame primario.

Un legame insicuro, instabile o emotivamente altalenante non genera semplicemente ansia, genera bambini iperadattati, bambini che imparano presto a “fare i bravi” perché temono di perdere l’amore dell’adulto.
Sono bambini che sembrano perfetti, ordinati, autonomi… ma è un equilibrio costruito sulla paura, non sulla fiducia.

Quando vedi un bambino che non sbaglia mai, chiediti sempre: a quale prezzo?

Accanto a questo, c’è la scuola, un ecosistema potentissimo che spesso intercetta i primi segnali. Un calo improvviso del rendimento, l’isolamento durante l’intervallo, l’aggressività che esplode in classe: tutto questo non parla di “cattiva educazione”, parla di un malessere che non trova parole, e quindi cerca spazio nel comportamento.
I segnali d’allarme sono tanti, evidenti e, allo stesso tempo, facilissimi da ignorare.

Ci sono segnali comportamentali: il bambino che cambia personalità nel giro di pochi mesi; quello che si ritira, quello che diventa oppositivo, quello che regredisce e ricomincia a fare la p**ì a letto o a non voler più dormire da solo.

Ci sono reazioni emotive sproporzionate: crisi di rabbia che sembrano capricci, ma che in realtà sono collassi emotivi di chi non ha più spazio dentro di sé per contenere ciò che prova.

Ci sono indicatori sociali: l’isolamento, la selettività estrema nei rapporti, l’esclusione dai pari, o al contrario la fusione totale con gruppi virtuali che diventano l’unico rifugio possibile.

E poi c’è il corpo, che nei più piccoli è sempre il primo a parlare: mal di pancia, mal di testa, nausea, sintomi ricorrenti che sembrano “niente”, ma che di niente non hanno proprio nulla.

I bambini hanno un linguaggio segreto: quello dei sintomi.

Ed è un linguaggio che chiede disperatamente traduzione.
Ma l’ostacolo più grande non è il disagio dei bambini, sono gli errori degli adulti.
La minimizzazione è il primo.

Quante volte sentiamo dire “passerà”, “è solo stanchezza”, “fa così da un po’, ma poi si calma”?

Ogni volta che un adulto minimizza, il disagio si sedimenta, mette radici, diventa stabile.

Il secondo errore è proiettare.

Spesso gli adulti non guardano il bambino: guardano le loro aspettative.

“Devi essere forte”, “non devi avere paura”, “non devi piangere”.

Ogni “tu devi” è un colpo inferto alla possibilità di autenticità emotiva.
Il terzo errore è la confusione tra disciplina e controllo.

La disciplina educa, il controllo mutila.

Il risultato? Bambini che rispettano le regole fuori, ma dentro si sentono costantemente sbagliati.

Infine, c’è la tecnologia usata come anestetico.

Un tablet messo in mano a un bambino che piange è un cortocircuito educativo: gli insegna che ciò che sente non va ascoltato, ma zittito.

E allora, come facciamo davvero a individuare il disagio?

Servono tre osservazioni fondamentali:

frequenza, intensità, persistenza.

Un comportamento diventa significativo quando cresce in almeno due di queste tre dimensioni.

Non basta un giorno difficile. Ma se quel giorno difficile diventa una settimana, un mese, una fase che non si spiega… allora il campanello è forte e chiaro.

Dobbiamo osservare il bambino in quattro ambienti:

– casa

– scuola

– relazioni tra pari

– mondo digitale

Se un segnale appare in almeno due contesti, non è più un episodio: è un indicatore.
Serve poi imparare a fare domande che aprono mondi:

“Qual è il momento della giornata in cui ti senti più in difficoltà?”

“Se il tuo corpo parlasse, cosa direbbe oggi?”

“Cosa vorresti che gli adulti capissero di te?”

I bambini rispondono, sempre. Ma bisogna parlare la loro lingua.

E c’è un criterio semplice, quasi matematico:

se compaiono almeno tre categorie di segnali (comportamentali, emotivi, relazionali, somatici), è necessario un approfondimento clinico.

Non domani.

Non tra due mesi.

Ora.

Cosa possiamo fare davvero?

Prima di tutto, creare terreno di sicurezza.

I bambini non hanno bisogno di adulti perfetti, hanno bisogno di adulti prevedibili, coerenti, presenti.

Poi dobbiamo aiutarli a nominare le emozioni, perché si regola solo ciò che si sa chiamare. “Ti vedo agitato”, “vedo che sei triste”, “sembri preoccupato”: sono frasi semplici, ma sono finestre che si aprono dentro un bambino.

Dobbiamo abbandonare il mito del “se lo ignoro, passa”: il disagio ignorato oggi diventa un sintomo complesso domani.

E dobbiamo smetterla di accusare la scuola, o di aspettarci che risolva tutto da sola: la scuola è un alleato, non un colpevole.

E poi c’è il momento più difficile ossia riconoscere quando serve aiuto.

Quando il disagio supera le risorse della famiglia.

Quando il bambino regredisce, quando si isola, quando esplode o implode.

Chiedere aiuto non è un fallimento: è un atto di tutela.

Perché un bambino che soffre non chiede mai aiuto a caso.

Il disagio psicologico dei bambini non è un “problema”: è un messaggio.

E ogni messaggio ignorato lascia una cicatrice.

Il nostro compito, come adulti, è intercettarlo prima che si trasformi in comportamento disfunzionale, in rabbia, in isolamento, in autodenigrazione.

Non servono supereroi.

Servono adulti che ascoltano.

Che guardano.

Che non si spaventano di fronte alle emozioni, ma le attraversano insieme ai bambini.

Perché un bambino visto, ascoltato, accolto… è un bambino che può guarire.

E la differenza tra una vita segnata dal disagio e una vita che trova un equilibrio comincia sempre da qui, dall’attenzione.Dall’ascolto. Dal coraggio di non voltarsi dall’altra parte.

Immensamente grata!   😍   💘
17/11/2025

Immensamente grata!

😍
💘

13/11/2025

Durante la puntata di ieri a Le Iene è tornato sul piccolo schermo Lorenzo Fragola. Il cantante, negli ultimi anni lontano dalle scene, ha voluto spiegare cosa è successo in questo periodo di assenza e lo ha fatto tramite un toccante monologo:

“Sono Lorenzo Fragola e no, non sono morto. Lo dico perché magari qualcuno di voi se l'è chiesto o magari non mi conoscete. Allora vi racconto la mia storia.

19 anni, studente fuori sede, che fa quasi per caso un provino a X Factor e finisce che lo vince. Pochi giorni dopo annunciano il mio nome tra i big di Sanremo. Io, tra i big di Sanremo. Tutto bellissimo, giusto. Certo, io qualche domanda me la facevo, ma tutti mi dicevano ‘devi ba***re il ferro finché è caldo’. E allora nuovo singolo, intervista, radio, secondo album, hit estiva. Tu vorresti fermarti per capire chi sei, cosa sei diventato dopo tutto quello che ti è successo. Ma non puoi. E quindi corri, corri perché hai paura che tutto possa finire e così sono scoppiato. Tutto è finito. Poi la morte di mio padre, la depressione, gli attacchi di panico. Tutto finito, e io sconfitto. Poi la risalita, lentissima, difficilissima, fatta di tempo, di cure, di amore e nel mio caso di musica.

Questa è la mia storia, ma vorrei condividere quattro cose che ho imparato e che penso siano utili. Primo, la vittoria ha molti padri, ma la sconfitta è orfana e spesso la colpa ricade sulle spalle di chi è più fragile. Due, non importa fare un viaggio bellissimo se nel viaggio sei da solo e non sai in che direzione vuoi andare. Terzo, devi accettare dove ti porta la corrente, è inutile tentare di frenarla, ma puoi imparare a lasciare che le cose semplicemente scorrano. Quattro, la più importante, non è finita finché non è finita. E non è finita finché hai ancora un goccio di benzina e soprattutto hai chiaro il vero obiettivo ovvero goderti il viaggio.

Io sono Lorenzo Fragola, ora ho 30 anni e sono più vivo che mai. E da grande voglio fare il cantante”

❤️❤️❤️❤️

12/11/2025

“Cerchiamo di vivere in pace, qualunque sia la nostra origine, la nostra fede, il colore della nostra pelle, la nostra lingua e le nostre tradizioni. Impariamo a tollerare e ad apprezzare le differenze. Rigettiamo con forza ogni forma di violenza, di sopraffazione, la peggiore delle quali è la guerra.”
Margherita Hack

11/11/2025
09/11/2025

L’amore tossico non nasce da sé.
Lo impari. Lo assorbi. Ti ci abitui.
Succede da piccoli, quando vedi che l’amore arriva solo se fai qualcosa.
Se sei abbastanza. Se non disturbi.
Lo impari quando qualcuno ti ama a intermittenza e tu lo aspetti lo stesso.
Se un genitore ama così, tu cresci pensando che sia normale.
Che l’amore sia fatica, rincorsa, silenzio.
E quando incontri qualcuno, lo riconosci.
Non perché ti fa bene. Ma perché ti è familiare.
Ludovica questo lo sa, anche se non se lo dice.
Si lega a Loris come si legava ai sogni da bambina: con la speranza che qualcuno la veda.
Che resti. Che scelga lei.
Ma lui non resta. Va via. Ritorna a intermittenza. Apre per vedere se lei c’è ancora, poi è ancora lui a richiudere.
E lei si spezza un po’. Poi capisce.
Capisce che anche il modo in cui si ama si eredita.
Che l’amore non è una lingua universale, ma una grammatica emotiva. E che a volte bisogna disimpararla, per cominciare davvero.

Dal mio libro 📖

Ludovica, la protagonista del mio libro, ha paura di essere abbandonata. Non lo direbbe mai ad alta voce, ma è così. Ogni volta che qualcuno si avvicina troppo, si prepara già a quando se ne andrà. E non perché pensa che sia una persona cattiva, ma perché immagina che, alla fine, vedrà quello che vede lei: che non vale abbastanza.

davvero così. Gli addii intossicano, ma intossicano di più le presenze assenti.
È come continuare a tenere in casa una pianta morta: la annaffi per abitudine, sposti il vaso vicino alla finestra, le parli piano, ma dentro di te sai che non tornerà verde.
Rimandi il momento di buttarla via solo perché ti sembra di compiere un gesto troppo definitivo, come se insieme alla pianta buttassi via anche la parte di te che ci aveva creduto.
Ma intanto l’acqua marcisce nel sottovaso, e l’odore che senti non è vita: è ciò che resta di qualcosa che non hai avuto il coraggio di lasciare andare. 🎈

07/11/2025
04/11/2025

“La sessualità non si insegna come si insegna la grammatica o la matematica. Desiderio e libertà non si apprendono con un’ora di lezione”

Il rischio contemporaneo consiste nella riduzione della sessualità a “fenomeno da spiegare, classificare, amministrare” o nella sua colonizzazione tramite ideologie identitarie che pretendono di racchiuderne il mistero in categorie rigide. La questione educativa si colloca quindi in uno scenario complesso, dove occorre evitare sia il moralismo tradizionale sia l’ingenuità scientista di chi ritiene sufficiente un modulo formativo per educare al desiderio sessuale e alla vita affettiva.

L’educazione sessuale “non può essere considerata una materia di scuola tra le altre, non può ridursi a un sapere tecnico perché tocca ciò che di più intimo, inafferrabile e bizzarro c’è nella soggettività umana”.

La domanda provocatoria è: “Chi dovrebbe insegnarla? Un biologo? Uno psicologo? Un insegnante di scienze naturali? Un tecnico appositamente formato?”.

La sessualità non costituisce un sapere universale da trasmettere, ma rappresenta un’esperienza singolare e incomparabile che deve essere custodita.

Ogni insegnante, ogni adulto presente nella scuola è già — volente o nolente — un educatore sessuale-affettivo attraverso il modo in cui parla, ascolta, guarda l’altro e riconosce pienamente la sua differenza. Da questa prospettiva, l’educazione sessuale e affettiva coincide con un’educazione alla libertà, propria e altrui.

La scuola come comunità vivente deve educare alla libertà, al rispetto delle differenze e al mistero, attraverso i poeti, la letteratura, il cinema, il teatro, la cultura già insegnata, favorendo nella vita scolastica quotidiana la lotta contro ogni forma di discriminazione e il riconoscimento del pieno diritto di ciascuno alla propria libertà sessuale.

Lo psicoanalista e filosofo Massimo Recalcati, in un suo intervento su Repubblica, ha parlato del dibattito relativo all’educazione sessuale nelle scuole, con un’analisi alternativa rispetto ad alcune impostazioni prevalenti .

29/10/2025

Grazie per questa testimonianza 💕💪💗

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