
25/08/2025
La chiusura del gruppo social in cui oltre 30.000 uomini si scambiavano immagini intime di donne non è un incidente isolato. È il sintomo di una malattia culturale profonda, le cui radici affondano nel terreno fertile del patriarcato e del maschilismo tossico. Per comprendere come un simile orrore possa essere normalizzato, dobbiamo prima guardare all'ideologia che lo nutre, e solo dopo ai meccanismi psicologici che lo amplificano.
IL PATRIARCATO COME MANUALE D'ISTRUZIONI
Questi gruppi non nascono nel vuoto, ma sono l'espressione digitale e tossica di un modello culturale che da secoli insegna agli uomini a definire la propria identità attraverso il dominio. Al centro di questo modello si trova il concetto di mascolinità egemonica, spiegato da Raewyn Connell, che costruisce l'essere "uomo" in opposizione al femminile e attraverso l'esercizio del potere. In questa visione, dove la virilità si misura con la capacità di controllare, la condivisione non consensuale di foto intime diventa un brutale atto di possesso: il corpo della donna viene espropriato e trasformato in un trofeo da esibire al branco per riaffermare un potere maschile fragile e predatorio.
Per esercitare questo controllo senza provare empatia, è necessario un passaggio psicologico centrale: la deumanizzazione. Come ha sottolineato Susan Fiske, questo meccanismo riduce le persone a oggetti, spogliando la donna della sua identità di individuo con una storia, dignità ed emozioni. Diventa così un corpo frammentato, una "cosa" da consumare, giudicare e scartare, e solo in questo modo la violenza smette di essere percepita come tale, perché si agisce su un oggetto e non su un essere umano.
IL CONSENSO CANCELLATO: IL CUORE DELLA VIOLENZA
Dobbiamo essere cristallini su un punto che non ammette ambiguità: il consenso non è un dettaglio, è il netto confine tra un atto di intimità e un atto di violenza. In questi gruppi, ogni singola immagine condivisa rappresenta un confine violato. Il consenso dato in un contesto privato e di fiducia (ad esempio, all'interno di una relazione di coppia) non è un assegno in bianco. Non autorizza in alcun modo la diffusione pubblica di quel materiale. L'atto di prendere quell'immagine e darla in pasto a migliaia di estranei è un tradimento profondo e un'affermazione di potere assoluto: significa comunicare alla vittima che il suo "no", la sua volontà e il suo diritto alla privacy non hanno alcun valore. Si tratta di una violenza psicologica ed emotiva devastante, che cancella l'autonomia della persona e la trasforma in un oggetto a completa disposizione del volere altrui. Non è "leggerezza", è un abuso.
"MIA MOGLIE", "LA MIA RAGAZZA": IL POSSESSO CHE GIUSTIFICA IL TRADIMENTO
Ciò che rende questo fenomeno ancora più inquietante e perverso è che le vittime non erano anonime estranee, ma le proprie compagne, mogli, fidanzate. Il nome stesso del gruppo, "Mia Moglie", è una dichiarazione programmatica. L'aggettivo possessivo "mia" non indica affetto, ma proprietà. Rivela una mentalità patriarcale radicata per cui la partner non è un individuo autonomo, ma un'estensione di sé, un bene di cui si può disporre a piacimento. In quest'ottica distorta, condividere le sue foto intime non è visto come un tradimento della fiducia coniugale, ma come l'esercizio di un diritto di proprietà sul suo corpo. È un atto che si svolge su un doppio binario: da un lato, si cerca la complicità e l'approvazione del branco maschile ("guardate cosa possiedo"), dall'altro si punisce e si umilia la partner, riaffermando il proprio controllo su di lei proprio all'interno della relazione più intima. È la massima espressione di un amore che non è amore, ma dominio.
Il DESIDERIO DELL'UMILIAZIONE
È fondamentale soffermarsi su come la sessualità stessa venga percepita in questi contesti. Quella che vediamo in azione non è espressione di desiderio o di erotismo, ma la sua negazione: è una sessualità usata come arma di potere e linguaggio del dominio. Il punto centrale non è l'attrazione, ma il possesso. Per poter condividere l'immagine di una donna in quel modo, è necessario prima averla spogliata della sua soggettività, trasformandola in un trofeo. Il corpo femminile diventa merce di scambio sociale all'interno del branco maschile, un oggetto da esibire per ottenere approvazione e consolidare il proprio status nel gruppo.
In questo processo, l'intimità originale viene rubata, violata e data in pasto al pubblico ludibrio. Un momento privato, basato sulla fiducia e sul consenso, viene trasformato in un atto di pornificazione e umiliazione di massa. La sessualità cessa di essere un'esperienza di connessione reciproca per diventare uno strumento unilaterale di sottomissione. È la massima espressione di una mascolinità tossica che non sa vivere la relazione se non in termini di conquista e controllo, e che teme una sessualità paritaria basata sul rispetto del desiderio altrui.
IL BRANCO DIGITALE: COME IL GRUPPO AMPLIFICA LA VIOLENZA
Se il patriarcato fornisce il "manuale", il gruppo digitale diventa il "laboratorio" in cui queste dinamiche vengono messe in pratica e potenziate, un luogo dove persone comuni si trasformano in complici di una violenza sistematica. La forza del branco si cementa innanzitutto attraverso la creazione di un "noi" contro un "loro", come spiegato dalla teoria dell'identità sociale di Tajfel: il "noi" degli uomini del gruppo si rafforza proprio umiliando il "loro", le donne ridotte a oggetti. In questo contesto, la condivisione del "bottino" cessa di essere un atto individuale per diventare un rito di appartenenza che consolida la lealtà reciproca. A questo potente meccanismo si aggiunge l'anonimato dello schermo, che assolve e incoraggia.
Mentre la donna diventa un oggetto, un corpo da esibire, l’uomo , senza volto disperde nella chat se stesso. La vastità del gruppo crea un effetto di deindividuazione, come teorizzato da Philip Zimbardo, in cui l'individuo si sente una goccia indistinta in un oceano, perde il senso di responsabilità personale e si sente autorizzato a compiere atti che non oserebbe mai fare da solo, poiché la colpa si dissolve nella massa. Infine, il silenzio delle migliaia di "spettatori" non è stato affatto neutrale. Come dimostra l'effetto testimone di Darley e Latané, più persone assistono a un'ingiustizia, meno ciascuna si sente responsabile di agire. Quel silenzio assordante è stato un'approvazione tacita, il terreno fertile che ha permesso alla violenza di prosperare senza ostacoli.
LA COSCIENZA ADDORMENTATA: "È SOLO UNO SCHERZO"
Infine, come fanno questi uomini a convivere con le proprie azioni? Attraverso il disimpegno morale, come descritto da Albert Bandura. Mettono a tacere la propria coscienza con una serie di auto-giustificazioni: "è solo goliardia", "guardavo soltanto" (minimizzazione), "lo fanno tutti" (diffusione di responsabilità). Questo permette di essere crudeli senza sentirsi crudeli.
DALLA CONSAPEVOLEZZA ALL'AZIONE: IL NOSTRO RUOLO
La chiusura del gruppo è un intervento sul sintomo, non sulla malattia, perché la cultura che l'ha generato è ancora qui, tra noi.
Il primo passo fondamentale è quindi riconoscere le sue radici, smettendo di trattare la violenza di genere come un'emergenza o un raptus isolato per iniziare finalmente a considerarla per quello che è: un problema strutturale. Affrontare un problema di questa portata richiede un intervento culturale altrettanto profondo, che deve partire dall'educare a una mascolinità diversa, promuovendo modelli di identità maschile fondati sul rispetto, l'empatia e la parità. Questo percorso inizia con l'educazione dei figli ma prosegue e si consolida nelle conversazioni quotidiane tra adulti.
Questa trasformazione non può essere delegata, perché la responsabilità è di tutti, qui e ora. È necessario agire e non solo osservare: segnalare, denunciare, uscire dai gruppi tossici e trovare il coraggio di contestare una battuta sessista.
Ogni gesto conta.