Giulia Sani Psicologa

Giulia Sani Psicologa Psicologa, presso Performat Valdera

13/04/2026

Le ossessioni non sono solo pensieri ma anche impulsi o immagini mentali, ricorrenti e persistenti, che vengono percepiti come sgradevoli o intrusivi dalla persona che li sperimenta. Possono avere come oggetto varie tematiche: la contaminazione, l’ordine, il controllo, la paura di danneggiare, temi religiosi, sessuali o relazionali o altro ancora.

Un pensiero può dirsi intrusivo se appare in maniera improvvisa e del tutto scollegata dal contesto o dallo stato mentale della persona. Se è in contrasto con i valori o l’immagine di sé della persona, oppure con la visione che la persona ha della realtà.

L’80% delle persone sperimenta pensieri intrusivi con contenuti simile a quello riscontrati nei pazienti con disturbo ossessivo-compulsivo (DOC).💭

Ma allora abbiamo tutti un DOC? No👎

La differenza è nella frequenza con cui questa tipologia di pensieri si presenta, nella loro pervasività e nel significato negativo che viene attribuito alla loro intrusione. Infatti, la maggior parte delle persone invece che dare loro un significato profondo e minaccioso, accoglie e lascia scorrere questo tipo di pensieri. 🍃

F. Mancini “La mente ossessiva” (2016)

🪞✨L’immagine corporea può essere definita come l’insieme delle percezioni e delle attitudini riguardanti il propriocorpo...
03/04/2026

🪞✨L’immagine corporea può essere definita come l’insieme delle percezioni e delle attitudini riguardanti il proprio
corpo, inclusi pensieri, credenze, sentimenti e comportamenti (Cash,2004).
L’immagine corporea non racchiude soltanto la “visione esterna” dell’aspetto, ovvero come appariamo a noi stessi
dall’esterno, ma è soprattutto l’esperienza psicologica personale e interiore che la persona fa del proprio aspetto.

Il concetto di immagine corporea si estende ben oltre l’aspetto aspetto fisico e risulta strettamente collegato alla realtà sociale e culturale dell’individuo.

Nella cultura contemporanea il corpo sta diventando sempre più un - oggetto- da esibire, anziché un soggetto capace di sentire, e un mezzo per ottenere riconoscimento sociale.
Se è vero che il nostro sé si struttura in relazione a l’altro, in una cultura “liquida”, come ci dice Bauman, dove l’identità è percepita come meno stabile, il bisogno naturale di riconoscimento aumenta. In una società che premia l’esposizione e dove la visibilità dell’immagine diventa un valore, il rischio è che il corpo venga usato come un mezzo per rifocillare l’ego piuttosto che percepito come - presenza- , un luogo da abitare per entrare in contatto con se stessi.

Possiamo guardare allo sport come ad uno spazio psichico che ci mette in contatto, attraverso il corpo, con i nostri limiti, la fatica e il desiderio. Ed è solo stando a contatto con le nostre imperfezioni, incertezze ed insicurezze che possiamo imparare a a tollerare la frustrazione senza delegarla ad un immediato riconoscimento esterno. Che, per quanto fonte di gratificazione istantanea, ci lascia insoddisfatti, dipendenti dallo sguardo dell’altro per esistere e, forse, anche privi di uno spazio interiore di crescita.

Mentre ascoltavo alla radio questa canzone, mi è tornata in mente una domanda che mi ha accompagnato per molto tempo dur...
26/03/2026

Mentre ascoltavo alla radio questa canzone, mi è tornata in mente una domanda che mi ha accompagnato per molto tempo durante le scuole superiori:
dove vanno a finire le vite che non viviamo?
Forse non è un caso che sia emersa in uno dei primi momenti in cui iniziamo a confrontarci davvero con le scelte. Chi siamo? Chi vogliamo diventare? Da queste domande iniziano a prendere forma i nostri futuri possibili, non solo quelli che inseguiremo, ma anche quelli che lasceremo indietro. Per molto tempo, ricordo di aver vissuto la scelta come una perdita, come una rinuncia ad una possibilità di vita. Ma le strade che non scegliamo non muoiono, smettono solo di essere vissute e lasciano il segno della nostra libertà di scegliere e definirci. I nostri sé ideali restano come tracce interne, desideri, aspirazioni, bisogni e direzioni che hanno avuto un preciso significato in un momento della nostra storia. Non possiamo vivere tutti i nostri futuri possibili, ma possiamo imparare a riconoscerli come nostre traiettorie interiori, a validare la dignità della loro esistenza e a costruire uno spazio interno che li contenga. Il confronto con la realtà ci aiuta a trasformare l’ideale in qualcosa di praticabile, portandoci a chiedere a noi stessi: cosa, tra queste possibilità è davvero mio?
Le vite che non viviamo non scompaiono, possono diventare parte del nostro essere, permettendo una rappresentazione di noi stessi più complessa e meno rigida. Non è la fantasia da sola a creare possibilità. È quando la fantasia incontra la realtà che le possibilità diventano vivibili.

Una vita appagante nasce dal riuscire a trasformare ciò che immagini in qualcosa che puoi abitare davvero. Nasce dall’integrazione tra desiderio, limiti e confronto con la realtà.

Rogers, C. (1951). La terapia centrata sul cliente. Londra

Non puoi abbracciare il mondo. Non puoi reggere tutto da solo/a. Respira. Essere disponibili non significa essere a disp...
16/03/2026

Non puoi abbracciare il mondo. Non puoi reggere tutto da solo/a. Respira. Essere disponibili non significa essere a disposizione. Se senti spesso di farti carico dei problemi degli altri, mettendo i loro bisogni davanti ai tuoi, è probabile che tu ti senta esausto, frustrato, non riconosciuto. A volte capita che nella vita di tutti i giorni indossiamo dei ruoli, uno tra questi è quello del Salvatore. Imparare a riconoscere il ruolo che ci diamo all’interno delle nostre relazioni è fondamentale per costruire un rapporto più soddisfacente con noi stessi e riprendere in mano la nostra vita. ❤️🌍

Perché è così difficile volersi bene? ❤️‍🩹🌸 È una domanda che emerge spesso su questo divano.Quando iniziamo ad acquisir...
03/03/2026

Perché è così difficile volersi bene? ❤️‍🩹🌸

È una domanda che emerge spesso su questo divano.

Quando iniziamo ad acquisire maggiore consapevolezza di noi stessi, ci accorgiamo che l’amore verso di sé non è un movimento spontaneo. Non è un punto di partenza, ma un processo. Prima di riuscire a offrirci cura e sostegno, dobbiamo imparare a riconoscere ciò che accade dentro, le voci critiche interiorizzate, i messaggi svalutanti, le aspettative irrealistiche che per anni hanno definito il nostro valore.

Volersi bene richiede uno sguardo nuovo. Significa osservare senza giudicare le nostre parti più vulnerabili, le paure, le fragilità. Significa dare finalmente spazio ai bisogni del nostro Bambino, che forse a lungo è stato silenziato per adattarsi o per proteggersi.

È tornare ad avere fiducia nelle nostre emozioni, nelle sensazioni corporee, nei segnali che il corpo ci dà, all’interno di una cornice più consapevole.

Amarsi non è diventare perfetti. È un gesto di integrazione.

➡️A volte, però, serve aiuto per imparare a farlo. Perché l’amore verso di sé si costruisce dentro un’esperienza relazionale nuova, uno spazio sicuro in cui possiamo essere accolti senza giudizio e sostenuti mentre sperimentiamo un modo diverso di stare con noi stessi.

In fondo, amarsi è questo: darsi il permesso di incontrarsi di nuovo✨

Indirizzo

Piazza Gronchi 3
Pontedera
56025

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