21/12/2025
Caro me del 2025,
mettiti seduto:
che dobbiamo parlare.
Ti ho visto fare cose
che non avresti mai chiamato forza,
e invece lo erano,
solo che non facevano rumore.
Hai imparato
che il silenzio non è vuoto:
è solo pieno
di cose che non chiedono palco.
Ti ho visto capire
che non tutto si supera;
alcune cose si attraversano,
come si attraversa la vita:
a volte sognando
a volte morendo.
Hai smesso di voler sistemare tutto
e hai iniziato a scegliere
cosa valeva davvero:
la tua energia.
Hai imparato
che vincere non è arrivare,
ma smettere di tornare indietro
a chiederti se potevi fare meglio.
E che il passato
non va riscritto:
va smesso di consultare
come fosse un giudice.
Che crescere,
a volte, significa deludere
l’idea che avevi di te
per far spazio a quello che sei diventato.
Hai capito
che non sei qui
per essere come volevi,
ma come puoi.
Hai perso tempo,
hai perso pazienza,
hai perso persone;
ma non ti sei perso,
e non è poco.
Hai perso anche
l’urgenza di piacere,
e con quella
un sacco di stanchezza inutile.
Hai smesso di spiegarti troppo,
di giustificarti sempre,
di chiamare fallimento
ogni cambio di rotta.
Hai capito
che cambiare direzione
non è incoerenza:
è ascolto.
Hai capito
che la sensibilità non è un difetto:
è solo una lingua
che non tutti parlano.
E finalmente
hai smesso di tradurti
per chi non voleva capire.
E se oggi sei più lento,
più selettivo,
meno disposto,
è perché hai imparato
dove vale la pena restare.
E soprattutto
dove no,
senza più sentirti in colpa.
Caro me del 2025,
non sei uscito vincitore:
sei uscito vero.
E la differenza
è enorme