03/09/2025
L’Enciclopedia Treccani definisce il porto come "Specchio d’acqua, per lo più marina, adiacente alla costa, più o meno ampio e protetto, dove le navi possono accedere e sostare con sicurezza, sia per trovarvi ricovero durante le tempeste e subire le riparazioni di cui possono aver bisogno, sia per compiervi le operazioni inerenti allo svolgimento dei traffici marittimi".
Nella definizione stessa, le parole citate richiamano più volte un luogo che custodisce e preserva.
In questi giorni, il porto della nostra Trieste, sulla scia di quanto iniziato a Genova, porta avanti un messaggio di grande umanità: i porti non vogliono la guerra.
Come Ordine professionale abbiamo il dovere etico di promuovere la cultura della pace, della cura e della dignità umana. Le guerre in corso, anche in luoghi dimenticati, devono interrogarci profondamente non solo come cittadini/e, ma come professionisti/e che ogni giorno si confrontano con le ferite e con i traumi che queste lasciano.
Siamo chiamati/e a riflettere sull’impatto psichico e relazionale che questi scenari generano nelle persone direttamente coinvolte, nelle comunità e nelle società più ampie, che ne subiscono le conseguenze nel tempo, nelle persone che credono di osservarle "soltanto" da uno schermo.
Solo riconoscendo la dimensione collettiva del trauma e lavorando per la sua trasformazione possiamo sperare di interrompere il ciclo di sofferenza e dare spazio a una guarigione possibile.
Per questo, come Ordine, scegliamo di essere porti aperti: luoghi che accolgono, custodiscono e ricordano che l'umanità non può mai essere messa da parte.
Eva Pascoli - Presidente OPFVG