Dott.ssa Barabas Federica Psicologa Psicoterapeuta

Dott.ssa Barabas Federica Psicologa Psicoterapeuta Psicologa e Psicoterapeuta, Terapeuta EMDR, Consulente Sessuale ed Esperta in Educazione Sessuale

Amo le storie che entrano nel mio studio.Non sono solo racconti.Sono mondi interi che scelgono di fidarsi.Arrivano con e...
21/02/2026

Amo le storie che entrano nel mio studio.

Non sono solo racconti.
Sono mondi interi che scelgono di fidarsi.

Arrivano con emozioni trattenute, con sofferenze dette piano o con urgenza.
Con paure intelligenti.
Con tentativi imperfetti ma pieni di senso.

Incontro modi diversi di attraversare il dolore.
Strategie creative per sopravvivere.
Fragilità lucidissime.
Coraggi silenziosi.

E poi la curiosità.
La voglia ostinata di capire.
Il desiderio, a volte sussurrato, di stare meglio.

È un privilegio assistere alla trasformazione.
È un privilegio essere scelta come compagna di un tratto di strada.

E quando, a distanza di tempo, qualcuno mi scrive solo per dire “Sto bene”, capisco che quel cammino è stato reale.

Non potrei fare un lavoro diverso da questo.
Perché amo l’umano.
E amo le storie che hanno il coraggio di cambiare.

Dottoressa Barabas Federica

✨ Riflessioni imperfette✨Mi capita, per fortuna raramente, che qualcuno chieda informazioni e poi lasci la conversazione...
13/02/2026

✨ Riflessioni imperfette✨

Mi capita, per fortuna raramente, che qualcuno chieda informazioni e poi lasci la conversazione sospesa.

Succede poco.
E ne sono grata.

Ma quelle poche volte fanno riflettere.

Perché la relazione terapeutica, per come la intendo io, inizia molto prima del primo incontro.
Inizia nel primo messaggio.
Nel modo in cui ci si presenta.
Nel modo in cui si formula una richiesta.
Nel modo in cui si lascia uno scambio.

Quando qualcuno mi scrive, io mi fermo.
Leggo.
Penso.
Rispondo.

Si apre uno spazio.
Ancora senza contratto, senza accordi, ma con una presenza reale.

Ed è interessante osservare come, a volte, nella comunicazione tra persone stiamo assumendo modalità sempre più AUTOMATICHE.
Come se dall’altra parte ci fosse un sistema digitale da cui ottenere informazioni, non un essere umano con cui entrare in relazione.

Non è una questione di obbligo.
È una questione di forma.

Un semplice “ci penso”,
un “non ora”,
un “grazie”

non cambia l’esito.

Ma cambia la qualità dello scambio.

E forse è proprio da questi dettagli che si intravede il nostro modo di abitare le relazioni:
non solo da come le iniziamo,
ma da come le attraversiamo,
e da come le lasciamo.

Dottoressa Barabas Federica

✨ Riflessioni imperfette✨La relazione tra genitori e figli è asimmetrica.Non è amicizia.Non è parità.Un genitore non è “...
03/02/2026

✨ Riflessioni imperfette✨

La relazione tra genitori e figli è asimmetrica.
Non è amicizia.
Non è parità.

Un genitore non è “alla pari” con un figlio.
È adulto, responsabile, guida.
E questa differenza non è un limite, è una protezione.

L’asimmetria si insegna presto.
Con i confini.
Con i no che tengono.
Con le regole che restano anche quando sono scomode.
Con il rispetto degli spazi, della privacy, dell’intimità reciproca.

Quando i ruoli si confondono, quando si diventa “amici”, quando tutto viene condiviso senza filtro, non è apertura: è sconfinamento.
E spesso pesa più sui figli che sugli adulti.

Crescere non significa sapere tutto dei propri genitori.
Significa poter contare su di loro.
Sapere che c’è un posto sicuro, distinto, saldo.

L’asimmetria non toglie relazione.
La rende possibile.

Dottoressa Barabas Federica

✨ Riflessioni imperfette ✨Ad un certo punto, alcune persone lo capiscono.Capiscono che la salute psicologica è una prior...
19/01/2026

✨ Riflessioni imperfette ✨

Ad un certo punto, alcune persone lo capiscono.

Capiscono che la salute psicologica è una priorità.
Non un extra.
Non un tentativo.
Non “vediamo se funziona”.

È una scelta.

Una scelta che richiede tempo.
Spazio.
Dedizione.

Un investimento che non è solo economico.
È un investimento di presenza.
Di continuità.
Di disponibilità a fermarsi.
A fare spazio.
A restare.

La terapia non è facile.
Non è rapida.
Non è leggera.

È una messa in discussione profonda.
Chiede di rivedere convinzioni.
Di attraversare incertezze.
Di fare i conti con la propria storia.
Con le origini.
Con la famiglia da cui si viene.
Con le relazioni che si abitano oggi.
Con i propri luoghi, interni ed esterni.

Ed è doloroso, a volte.
Scomodo.
Faticoso.

Questo si percepisce.
Nel modo di esserci.
Nel modo di entrare in relazione.

Ognuno porta la propria fatica.
Con i tempi che può.
Con le risorse che ha.
Con le difese che gli sono servite per arrivare fin qui.

Non c’è una misura uguale per tutti.
C’è un incontro possibile, ogni volta diverso.
C’è un processo che si adatta, che ascolta, che attende.

Ed è forse questo che resta affascinante.
Non chi va più in profondità.
Ma il fatto stesso che esistano tanti modi di avvicinarsi a sé.
Tutti legittimi.
Tutti degni di rispetto.

Dottoressa Barabas Federica

✨Riflessioni imperfette ✨Ci sono riflessioni che nascono non tanto da ciò che le persone portano in terapia, ma da come ...
08/01/2026

✨Riflessioni imperfette ✨

Ci sono riflessioni che nascono non tanto da ciò che le persone portano in terapia, ma da come si relazionano nel chiederla.

Sempre più spesso emerge il tema dell’“urgenza”.
Un’urgenza dichiarata, sentita, condivisa.
Ma che sembra chiedere flessibilità e intervento immediato solo al professionista, come se l’urgenza fosse una variabile a senso unico.

Raramente, a quella stessa urgenza, corrisponde una reale disponibilità a rivedere le proprie priorità.
A spostare altri impegni.
A interrogarsi su cosa, davvero, possa essere rimandato.
Talvolta non si tratta nemmeno di lavoro, ma di abitudini, appuntamenti personali, routine che restano intoccabili.
E l’urgenza diventa così qualcosa che “deve essere risolta” dall’altro.

Questo non parla solo di terapia.
Parla del modo in cui oggi ci si muove nelle relazioni.

Viviamo in un tempo in cui tutto è accessibile, rapido, immediato.
Si può scrivere a qualsiasi ora.
Si può chiedere risposta subito.
Si può dare per scontata la disponibilità altrui.
E spesso non ci si ferma nemmeno a chiedersi se l’orario, il modo, il tempo scelto siano rispettosi.

Colpisce anche quanto sia facile notare l’errore dell’altro, magari un ritardo occasionale, senza riuscire a cogliere il contesto umano, la non abitualità, la responsabilità che comunque viene mantenuta.
Come se ci fosse più attenzione al dettaglio che disturba, che alla relazione che regge.

È uno specchio interessante.
Perché nel modo in cui una persona chiede un appuntamento, ringrazia, attende, tollera un limite, si intravede spesso lo stesso modello che porta nella propria vita.
Lo stesso rapporto con l’attesa, con la frustrazione, con l’altro come soggetto e non come servizio.

Accanto a tutto questo, esistono anche esperienze diverse.
Persone capaci di riconoscere, di essere grate, di non dare per scontato.
Ed è lì che si sente una differenza profonda.
Perché la cura non è qualcosa che si consuma.
È qualcosa che si costruisce, insieme, nel tempo.

Forse queste riflessioni non parlano solo di professionisti sanitari.
Parlano di una cultura del “tutto e subito”, del bisogno di riempire, di avere una risposta immediata, uno spazio qualsiasi, purché ci sia.
A volte ancora prima di chiedersi se quello spazio sia davvero il proprio.

E fermarsi a pensarci, senza polemica, è già un atto di cura.

Dottoressa Barabas Federica

❗️ L’arte dell’attesa, in un tempo che non la tollera più ❗️Ci sono scelte professionali che non sono solo “stile person...
27/12/2025

❗️ L’arte dell’attesa, in un tempo che non la tollera più ❗️

Ci sono scelte professionali che non sono solo “stile personale”.
Sono messaggi clinici.
E quindi, inevitabilmente, anche etici.

Quando un professionista della salute mentale si rende disponibile sempre, a qualunque ora, la sera, nei prefestivi, e a volte nemmeno fa pagare, io non lo leggo solo come generosità.
Lo leggo come un modello di cura che viene trasmesso, spesso senza dirlo, a chi chiede aiuto.

Quel modello dice che, se si sta male, qualcuno deve rispondere subito.
Che l’urgenza è la regola.
Che la relazione terapeutica è un pronto soccorso emotivo.

Il punto, per me, non è demonizzare l’eccezione.
Le eccezioni esistono.
Ma quando l’eccezione diventa assetto, diventa cornice.
E la cornice educa.

Educare a una disponibilità illimitata, a una reperibilità emotiva costante, rischia di rinforzare proprio ciò che spesso, in terapia, proviamo a trasformare: la dipendenza, la difficoltà a tollerare l’attesa, la confusione tra bisogno e urgenza, la fatica a riconoscere e usare le proprie risorse interne.

E poi c’è un livello più scomodo, ma necessario.
A volte mi chiedo se questa urgenza sia davvero del paziente o se, almeno in parte, non appartenga anche al terapeuta.

L’intervento immediato gratifica.
Fa sentire utili.
Fa sentire indispensabili.
E l’indispensabilità, nel lavoro d’aiuto, è una tentazione sottile.

Il rischio è che, senza accorgercene, il confine non lo teniamo per rigidità.
Lo teniamo per igiene clinica.
Perché una terapia sana non è quella in cui il paziente ha sempre accesso a noi.
È quella in cui, nel tempo, il paziente ha sempre più accesso a sé.

Dentro questo discorso c’è anche il tema economico.
Non per cinismo, ma perché la gratuità ripetuta, se non è parte di un progetto chiaro e condiviso, comunica un altro messaggio implicito: qui non c’è un contratto.
Qui non c’è una cornice.

E senza cornice, la relazione rischia di scivolare nel personale, nel salvifico, nel confuso.

Io penso che la professionalità, in questo lavoro, sia anche saper reggere la frustrazione.
La frustrazione del non rispondere alle 22.
Del non essere reperibili nel festivo.
Del dire: ci vediamo nel nostro spazio.

Perché quello spazio non è una formalità.
È il contenitore che rende possibile il cambiamento.

E questo non riguarda solo i pazienti.
Riguarda anche ciò che, come adulti, come professionisti, come genitori, stiamo insegnando.

In una società che risponde subito a tutto, che anestetizza l’attesa, che scambia ogni disagio per un’emergenza, forse una parte della cura sta proprio nel restituire valore al tempo.
All’attesa.
Alla frustrazione tollerabile.
Alla possibilità di fare affidamento su di sé.

È qualcosa che dovremmo insegnare anche ai nostri figli.
Che non tutto è immediato.
Che non sempre c’è qualcuno pronto a rispondere.
E che questo non è abbandono, ma crescita.

Poi ognuno fa le proprie scelte.
Ma io sento una responsabilità collettiva.

Perché le persone imparano anche dai confini che incontrano.
E se la cura diventa “sempre”, rischia di perdere proprio ciò che la rende tale: un luogo definito, affidabile, coerente, che non dipende dalla disponibilità infinita di qualcuno.

Io non voglio insegnare che la cura coincide con la reperibilità.
Voglio insegnare che la cura è presenza.
Ma dentro una cornice.

Ed è dentro quella cornice che si può imparare a stare, a regolare, ad attendere, a costruire risorse.

È più difficile.
Ma è molto più trasformativo.

Dottoressa Federica Barabas

💫 Il dietro le quinte del lavoro di cura 💫Ci sono aspetti del nostro lavoro che da fuori non si vedono.Anzi, molto spess...
18/12/2025

💫 Il dietro le quinte del lavoro di cura 💫

Ci sono aspetti del nostro lavoro che da fuori non si vedono.
Anzi, molto spesso vengono dati per scontati.

Quando si lavora in una professione di aiuto, di supporto, di cura, si tende a pensare che si possa sempre “fare uno sforzo in più”.
Che si possa combinare all’ultimo momento.
Che si possa trovare uno spazio extra, un incastro, una soluzione, soprattutto quando qualcuno sta “più”male.

E invece no.
Non sempre è possibile.

Questo è uno dei nodi più difficili del nostro lavoro: fare i conti con l’impotenza.
Un’impotenza reale, non teorica.
Quella che arriva quando, pur comprendendo profondamente la sofferenza dell’altro, non c’è davvero la possibilità di fare di più.

La psicoterapia, per sua natura, non lavora sull’urgenza.
Per le urgenze esistono altri luoghi, altri tempi, altri strumenti.
Eppure, quando una persona soffre, è comprensibile che chieda subito, che chieda ora, che chieda di essere accolta immediatamente.

Il punto è che dall’altra parte non c’è solo un’agenda da riempire.
C’è un professionista che deve poter esserci davvero.

Essere presenti non significa solo “avere un’ora libera”.
Significa essere connessi, disponibili mentalmente ed emotivamente, capaci di accompagnare, reggere, elaborare insieme.
E questo richiede una sostenibilità reale.

Ci sono periodi in cui, come terapeuti, andiamo già oltre una fatica sostenibile per cercare di accogliere il più possibile.
Periodi intensi, carichi, in cui i confini sono già stati spostati più volte.
Quando arriva “quel di più” che non è possibile offrire, non è perché non si vuole.
È perché non si può, senza tradire il senso stesso del lavoro terapeutico.

La mancata disponibilità non è disinteresse.
Non è rigidità.
Non è mancanza di cura.

A volte è un atto di responsabilità.

È scegliere di non promettere una presenza che non si riuscirebbe a garantire davvero.
È scegliere la qualità, anche quando questo comporta dispiacere, frustrazione, impotenza.
Perché sì, anche noi terapeuti facciamo i conti con emozioni complesse, con il dolore di non poter sempre esserci, con il limite.

Ma è proprio nel rispetto di quel limite che il lavoro di cura resta tale.

Questo è il dietro le quinte che spesso non si vede.
Ed è una delle parti più difficili, silenziose e meno raccontate del nostro lavoro.

Dottoressa Barabas Federica

Spesso, in questo periodo, mi viene chiesto perché il mio studio non è addobbato “in stile natalizio”, mentre la sala d’...
11/12/2025

Spesso, in questo periodo, mi viene chiesto perché il mio studio non è addobbato “in stile natalizio”, mentre la sala d’attesa sì.

La risposta è semplice, ma per me molto importante.
Il Natale, per molti, è calore, famiglia, attesa.
Per altri, invece, è un tempo che punge.
Un periodo che attiva nostalgia, tristezza, ricordi dolorosi, lutti, momenti difficili che tornano a farsi sentire più forte proprio ora.

Per questo motivo, ho scelto di mantenere gli addobbi solo negli spazi comuni.
Nel mio studio, invece, preferisco che chiunque entri possa sentirsi al proprio agio, senza dover attraversare simboli che, pur bellissimi per qualcuno, per altri possono rappresentare un peso.

Qualche piccolo elemento lo tengo: più un dono simbolico che un addobbo natalizio, spesso oggetti che rimangono con me tutto l’anno e che non richiamano direttamente la festività.
Oppure doni e pensieri che curo con estrema gratitudine.
Una presenza gentile, non invasiva.

È una scelta che forse non tutti comprendono, ed è comprensibile.
Ma per me ha un valore: creare uno spazio capace di accogliere qualsiasi stato d’animo, in qualsiasi momento dell’anno.
Un luogo dove non si deve “sentire il Natale”, se non si è nelle condizioni di farlo.
Qui dentro, ognuno può respirare come può.
A modo suo.

Dottoressa Barabas Federica

È uscito il nuovo numero di Camminiamo Insieme – la rivista degli scout.In questo numero trovate il mio articolo “Cuori ...
01/12/2025

È uscito il nuovo numero di Camminiamo Insieme – la rivista degli scout.

In questo numero trovate il mio articolo “Cuori perseveranti. L’impegno in amicizia e amore”, dedicato a ciò che tiene in piedi i legami quando la vita corre: la presenza, la costanza, la scelta di restare anche quando le cose non scorrono lisce.

Le relazioni non si reggono solo sull’incastro giusto, ma sull’impegno che scegliamo ogni giorno.
Restare, ascoltare, attraversare i cambiamenti insieme è una forma di cura.

Dottoressa Barabas Federica

✨ Riflessioni imperfette ✨A volte si pensa che il lavoro dello psicoterapeuta si esaurisca nella porta che si chiude all...
28/11/2025

✨ Riflessioni imperfette ✨

A volte si pensa che il lavoro dello psicoterapeuta si esaurisca nella porta che si chiude all’inizio di una seduta e si riapre alla fine.
Come se tutto vivesse lì, nei cinquanta minuti contati.

In realtà, quello è solo il bordo visibile.

Il resto accade altrove.
Accade negli spazi silenziosi tra una seduta e la successiva.
Accade nelle riletture serali, quando rimetti insieme i pezzi di una storia per capire cosa sta chiedendo davvero.
Accade quando una frase, un gesto, una sfumatura ti restano addosso e continui a sentirli mentre prepari la cena o attraversi un parcheggio.

Essere terapeuti significa portare dentro frammenti delle vite che incontriamo.
Non perché ci pesino, ma perché ci abitano per un po’.
Perché ci muovono la pancia, aprono una domanda, accendono un’intuizione.

È ricordarsi di una persona davanti a un dettaglio qualunque: una data, una stagione, un colore.
È fare il tifo in silenzio, dietro le quinte, quando nessuno lo vede.
È tenere nella mente ciò che l’altro non sa di averci affidato: un confine, una paura, un coraggio che prova a nascere.

La psicoterapia non è solo tecnica, teoria, strumenti.
È anche il lavoro invisibile che facciamo quando chiudiamo lo studio e continuiamo a riflettere su quale sia il passo giusto da proporre.
È una forma di presenza che resta anche quando la seduta è finita.

Non è un peso.
È una responsabilità intima, una cura che non si accende e spegne a comando.

E forse è proprio questo che spesso non si vede:
che dietro ogni incontro c’è un mondo.
Un mondo fatto di storie che ci attraversano, di emozioni che bussano, di pensieri che maturano nella quiete, di domande che ci scelgono.

Un mondo in cui il terapeuta non “lavora e basta”.
Vive, sente, pensa.
E accompagna.

Dottoressa Barabas Federica

METTERE AL MONDO UN FIGLIOMettere al mondo un figlio non significa mettere al mondo qualcuno “per sé”.Significa mettere ...
19/11/2025

METTERE AL MONDO UN FIGLIO

Mettere al mondo un figlio non significa mettere al mondo qualcuno “per sé”.

Significa mettere al mondo LUI.

La sua storia.
La sua libertà.
La sua strada.

Diventiamo genitori davvero quando riconosciamo che un figlio non nasce per rispondere ai nostri bisogni, alle nostre mancanze, ai nostri desideri sospesi.
Nasce per la propria vita.
Per il proprio cammino, che non coincide, e non deve coincidere, con il nostro.

È una responsabilità enorme, ma è anche l’atto più alto di amore maturo: accettare che quel piccolo essere non è un prolungamento, non è un progetto personale, non è una risposta alle nostre ferite, ma un individuo distinto da noi.

Con un mondo suo, con tempi suoi, con modi che forse non ci rassomiglieranno affatto.

Ogni volta che un adulto mette al mondo un figlio “per sé”, e non “per lui”, sta chiedendo al bambino qualcosa che nessun figlio potrà mai sostenere: guarire ciò che appartiene all’adulto.

Il compito di un genitore non è questo.

È custodire, accompagnare, aprire spazio.
È permettere a una vita nuova di essere ciò che è, non ciò che noi speriamo che sia.

Quando lo comprendiamo, allora sì: diventiamo genitori responsabili.
E soprattutto, diventiamo adulti.

Dottoressa Barabas Federica

Ci sono conquiste che ci trasformano.Non solo per il risultato,ma per la strada che abbiamo percorso contando sulle nost...
10/11/2025

Ci sono conquiste che ci trasformano.

Non solo per il risultato,
ma per la strada che abbiamo percorso contando sulle nostre forze.

A volte il sostegno c’è, ed è prezioso.

Ma ci sono momenti – decisivi –
in cui la spinta viene da dentro.
Quando nessuno può farlo al posto tuo.
Quando scegli di crederci.
Quando tieni duro.
Quando ti rialzi, anche se nessuno vede.

Che sia un traguardo professionale, un risultato sportivo,
una nuova competenza o un passo nella tua crescita personale…
quello che resta è la forza di esserti affidata a te stessa.

E da lì nasce qualcosa di diverso.
Una sicurezza più radicata.
Una luce più vera.

Perché avercela fatta, con te,
dà una forza che nessuno può toglierti.
E a volte vale davvero la pena superare quella soglia,
per scoprire quanta potenza sa generare il proprio dentro.

Dottoressa Barabas Federica

Indirizzo

Pordenone
33170

Orario di apertura

Lunedì 10:00 - 18:00
Martedì 13:00 - 21:00
Mercoledì 10:00 - 16:00
Giovedì 13:00 - 21:00
Venerdì 13:00 - 17:30
Sabato 10:00 - 16:00

Telefono

+393488130509

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