27/12/2025
❗️ L’arte dell’attesa, in un tempo che non la tollera più ❗️
Ci sono scelte professionali che non sono solo “stile personale”.
Sono messaggi clinici.
E quindi, inevitabilmente, anche etici.
Quando un professionista della salute mentale si rende disponibile sempre, a qualunque ora, la sera, nei prefestivi, e a volte nemmeno fa pagare, io non lo leggo solo come generosità.
Lo leggo come un modello di cura che viene trasmesso, spesso senza dirlo, a chi chiede aiuto.
Quel modello dice che, se si sta male, qualcuno deve rispondere subito.
Che l’urgenza è la regola.
Che la relazione terapeutica è un pronto soccorso emotivo.
Il punto, per me, non è demonizzare l’eccezione.
Le eccezioni esistono.
Ma quando l’eccezione diventa assetto, diventa cornice.
E la cornice educa.
Educare a una disponibilità illimitata, a una reperibilità emotiva costante, rischia di rinforzare proprio ciò che spesso, in terapia, proviamo a trasformare: la dipendenza, la difficoltà a tollerare l’attesa, la confusione tra bisogno e urgenza, la fatica a riconoscere e usare le proprie risorse interne.
E poi c’è un livello più scomodo, ma necessario.
A volte mi chiedo se questa urgenza sia davvero del paziente o se, almeno in parte, non appartenga anche al terapeuta.
L’intervento immediato gratifica.
Fa sentire utili.
Fa sentire indispensabili.
E l’indispensabilità, nel lavoro d’aiuto, è una tentazione sottile.
Il rischio è che, senza accorgercene, il confine non lo teniamo per rigidità.
Lo teniamo per igiene clinica.
Perché una terapia sana non è quella in cui il paziente ha sempre accesso a noi.
È quella in cui, nel tempo, il paziente ha sempre più accesso a sé.
Dentro questo discorso c’è anche il tema economico.
Non per cinismo, ma perché la gratuità ripetuta, se non è parte di un progetto chiaro e condiviso, comunica un altro messaggio implicito: qui non c’è un contratto.
Qui non c’è una cornice.
E senza cornice, la relazione rischia di scivolare nel personale, nel salvifico, nel confuso.
Io penso che la professionalità, in questo lavoro, sia anche saper reggere la frustrazione.
La frustrazione del non rispondere alle 22.
Del non essere reperibili nel festivo.
Del dire: ci vediamo nel nostro spazio.
Perché quello spazio non è una formalità.
È il contenitore che rende possibile il cambiamento.
E questo non riguarda solo i pazienti.
Riguarda anche ciò che, come adulti, come professionisti, come genitori, stiamo insegnando.
In una società che risponde subito a tutto, che anestetizza l’attesa, che scambia ogni disagio per un’emergenza, forse una parte della cura sta proprio nel restituire valore al tempo.
All’attesa.
Alla frustrazione tollerabile.
Alla possibilità di fare affidamento su di sé.
È qualcosa che dovremmo insegnare anche ai nostri figli.
Che non tutto è immediato.
Che non sempre c’è qualcuno pronto a rispondere.
E che questo non è abbandono, ma crescita.
Poi ognuno fa le proprie scelte.
Ma io sento una responsabilità collettiva.
Perché le persone imparano anche dai confini che incontrano.
E se la cura diventa “sempre”, rischia di perdere proprio ciò che la rende tale: un luogo definito, affidabile, coerente, che non dipende dalla disponibilità infinita di qualcuno.
Io non voglio insegnare che la cura coincide con la reperibilità.
Voglio insegnare che la cura è presenza.
Ma dentro una cornice.
Ed è dentro quella cornice che si può imparare a stare, a regolare, ad attendere, a costruire risorse.
È più difficile.
Ma è molto più trasformativo.
Dottoressa Federica Barabas