27/05/2026
LA DISCREPANZA STRAZIANTE
C’è un punto del cammino in cui tutto sembra chiaro.
La mente fa un balzo in avanti, illumina un modello, riconosce un copione, e sussurra:
“Ora ho capito. Sono libero.”
Ma il corpo resta indietro.
Il corpo non corre. Il corpo non scatta. Il corpo non si lascia convincere.
Perché il corpo non parla il linguaggio dell’intelletto.
Il corpo parla il linguaggio dei tessuti regolati, dei percorsi del sistema nervoso, delle antiche tre strategie di sopravvivenza che ci hanno tenuti vivi quando eravamo troppo piccoli per capire.
Il corpo è conservatore: trattiene vecchie paure di non piacere, vecchie abitudini alimentari, vecchie forme di ipervigilanza.
Non per ostinazione.
Per fedeltà.
E non trattiene solo il nostro passato personale.
Nelle membrane cellulari abita un passato più vasto: memorie transpersonali, universali, che non ci appartengono ma ci attraversano.
Gelosia, rabbia, voti e vuoti strazianti: non sempre sono “nostri”.
La mente egoica non tollera questa immensità e allora costruisce storie, attribuisce colpe, rivendica proprietà.
È rassicurante.
Ma è un’illusione.
La verità è che ognuno di noi è responsabile di tutto l’umano sentire.
L’umanità è una responsabilità personale.
Per onorare questa responsabilità occorre rispettare il ritmo lento — a volte esasperante — del corpo.
La velocità appartiene agli istinti: è figlia della sopravvivenza, non della trasformazione.
La trasformazione ha un ritmo diverso: lento, scandito da vuoti, da pause, da spazi in cui nulla accade se non la regolazione del sistema autonomo.
Nel vuoto si stabilizzano frustrazioni, paure, bisogni di approvazione, fame di riconoscimento.
Il vuoto è il luogo in cui il corpo smette di reagire e inizia a sentire.
Abitare il vuoto significa restare con ogni sensazione senza fuggire, distrarsi, giudicare o razionalizzare.
Non basta sapere.
Occorre sentire ciò che si sa.
Non si è ciò che si sa ma ciò che si sa sentire attraverso la presenza consapevole.
Integrare un’intuizione significa portarla nel corpo, o meglio riconoscerla nel corpo, perché è lì che nasce.
Questa è la pratica che alleno ogni giorno nel mio studio: la madre del radicamento, della responsabilità personale, dell’essere adulti, dell’essere umani.
Fin troppi si addentrano in conoscenze spirituali che il corpo non sa e non può ancora processare.
Questo è disintegrante.
È come nutrire un organismo con cibi che non sa ancora digerire: non è nutrimento, è tossicità.
Non è raro trovare più coerenza energetica in una persona semplice che in chi ha divorato libri, corsi, percorsi senza che il corpo abbia avuto il tempo di integrare.
Il corpo si ammala così di bulimica fretta.
In passato, tre medici definirono la mia condizione come quella di una Ferrari nella carrozzeria di una Cinquecento!!!
Ci ho messo anni a capire che non era la mente a essere troppo veloce: era il corpo a non aver ancora avuto il tempo di vivere ciò che la mente aveva già compreso.
Guarire significa questo: restituire tempo al corpo.
La lentezza saggia dei pomi dorati di Atalanta.
La maturazione silenziosa delle cellule.
Il ritmo che permette all’energia di irradiarsi a ogni membrana e trasformarci davvero.
Non si può forzare il corpo con ulteriori riflessioni.
Occorre rieducarlo, accompagnarlo, sostenerlo con la lentezza necessaria per integrare quel livello di consapevolezza in cui La mente è scappata: e abitarlo, farne casa.
Diversamente, è un esilio!
Questo si fa solo con lentezza, gradualità, costanza.
Come si fa con un bambino.
È così che si impara la fedeltà a se stessi e al proprio percorso evolutivo.
È così che si diventa esseri e umani.
Guarire se stessi è semplicemente questo: offrire un tempo di integrazione.
Saper rallentare le immagini della nostra mente e abitare il vuoto necessario affinché il corpo possa metabolizzare.